E poi chi li finanzia?

Sarà l’età che avanza e la speranza ormai tramontata di poter vivere in un mondo giusto, ma di fronte ad un tema politico, ad una norma di legge da conservare o rivedere, tendo sempre meno a chiedermi cosa sia giusto o meno, ma piuttosto cosa succederebbe se quella norma venisse rivista e quanto mi piacerebbe lo scenario che si determinerebbe in quel caso. Non mi cimento quindi in un’analisi, che non mi appassiona, su quanto sia giusto o meno che i partiti ricevano un finanziamento pubblico, mi limito a considerare che cosa succederebbe se da domani quel finanziamento non ci fosse più.
partiti.jpegOggi i partiti ricevono finanziamenti pubblici nella modalità di rimborso elettorale in ragione dei voti ottenuti: per fare l’esempio meglio remunerato il PdL nel 2008 ha ricevuto 160.446.990 € di rimborso elettorale. E’ invece meno chiaro quanto i partiti ricevano da finanziamenti privati (fondamentalmente perché sotto i 50mila euro non vige l’obbligo di dichiararli) ma è verosimile che il finanziamento pubblico abbia un peso molto rilevante nei bilanci dei partiti; partiti che, al di là di qualche malversazione, che non è certo nella nostra vita pubblica esclusiva dei partiti politici, utilizzano quel denaro per pubblicizzare sé stessi, il proprio programma, i propri rappresentanti. Nessuno di noi spero sia così ingenuo da sostenere che tutto questo non abbia peso nella decisione degli elettori: se Berlusconi nel ‘94 è riuscito a vincere le elezioni con un partito appena fondato è perché aveva sufficienti capitali per tappezzare città e sistema mediatico con la sua faccia e i suoi slogan. Questi meccanismi non verrebbero meno con l’abolizione del finanziamento ai partiti, la disponibilità economica continuerebbe ad essere fondamentale per poter vincere le elezioni ma, a differenza di quel che accade ora, quei finanziamenti non arriverebbero in larga parte dalle casse dello Stato ma si dovrebbero cercare altrove, essenzialmente da privati contibutori. Anche ipotizzando che ogni cittadino, per quanto sia nelle proprie disponibilità, finanziasse il partito in cui più si riconosce, questo scenario aumenterebbe sensibilmente l’influenza di lobby e corporazioni che possono riunire le proprie forze economiche sotto obiettivi comuni facenti capo a settori economici o gruppi di interesse. In più va detto che, per assenza forse di senso di responsabilità sociale, la quantità di privati cittadini che erogano contribuiti a forze politiche è irrisoria mentre i potentati economici sono decisamente più puntuali nell’aprire il portafoglio. Per controbilanciare un Tanzi che versa centinaia di migliaia di Euro nelle casse dei partiti ci vogliono migliaia di cittadini che siano disposti a versare 100 Euro e non è così facile trovarli. In questo scenario la possibilità che la politica diventi ancor più di oggi ostaggio delle lobby e delle corporazioni diventa quasi certezza e il ragionamento secondo il quale già oggi la situazione da questo punto di vista non è delle più brillanti non può consolarci.
Sono sicuro che qualcuno obietterà che ho un modo di vedere le cose antiquato, che la politica del futuro sarà fatta solo da volontari che, vestiti di saio e sandali andranno a portare il verbo tra la gente, armati solo di un computer e una connessione Internet. Forse hanno ragione costoro e il futuro ci porterà queste e altre cose bellissime, ma il presente è fatto di corporazioni che bloccano le liberalizzazioni, gruppi privati che bloccano l’asta per le frequenze e cittadini che votano solo per chi vedono in televisione: direi che di qui al saio il passo è così grande che pensare che sia colmato con la sola abolizione del finanziamento ai partiti mi pare quanto meno illusorio.
francesco_belsito.jpegE’ poi curioso che questo dibattito si sviluppi nel momento in cui si scoprono malversazioni del denaro dei finanziamenti: un po’ come se, scoperti gli scandali nella sanità, si decidesse di chiudere gli ospedali. L’utilità e la nobiltà di una funzione non può cambiare solo perché chi la ricopre se ne rivela indegno e l’utilità della politica non è inferiore a quella della scuola o della sanità. Ridiscuterla perché qualcuno si è intascato dei lingotti d’oro mi pare puerile.
C’è infine chi ricorda che abbiamo già votato per un referendum in cui veniva abolita la regolamentazione per il finanziamento ai partiti. Mi auguro che questo argomento non sia tirato in ballo per confermare l’opportunità dell’abolizione: sarebbe come sostenere che gli italiani quando votano non sbagliano mai e spero nessuno sostenga questa tesi. Al limite può essere un argomento per sostenere che il referendum, così come strutturato nel nostro sistema istituzionale, non tutela l’intenzione dell’elettore, ma mi viene polemicamente da complimentarmi con chi scopre ciò dopo una quarantina d’anni di referendum, quando anche le pietre (ma Di Pietro evidentemente no) dovrebbero aver capito che dare una veste consultiva ad un referendum, che la nostra Costituzione prevede solo in forma abrogativa, è una pagliacciata. Con questo principio abbiamo dovuto votare due volte contro il nucleare, abbiamo votato per l’abolizione di alcuni ministeri che ci siamo poi ritrovati sotto diversa forma, abbiamo votato per una legge elettorale maggioritaria per ritrovarci di nuovo il proporzionale. Ci siamo perfino pronunciati quasi all’unanimità per l’abolizione della caccia senza alcun effetto nemmeno formale a causa del mancato raggiungimento del quorum. Il problema di sempre è che formalmente chi vota per l’abolizione di una norma vigente si oppone semplicemente a quella norma, senza indicare sulla scheda se sostituirla o meno e, nel caso, come. Questo vale per tutti i referendum ed è esercizio fatuo quello di lamentarcene solo quando a posteriori la cosa non ci piace, chiediamo piuttosto con forza la modifica dello strumento referendario, ma questo è un altro discorso che mi porterebbe fuori tema.
Uno dei più usati espedienti di chi fustighi i costumi del nostro paese è ricorrere ad un confronto con quel che succede “nelle democrazie avanzate”. In questo caso però il quadro è impietoso con i fustigatori del finanziamento pubblico ai partiti. Faccio un breve elenco dei paesi in cui non sono previsti in alcuna forma finanziamenti ai partiti: Venezuela, Bolivia, Ucraina, Bielorussia, Iran, Iraq, Pakistan, Azerbaijan, Afghanistan, Myanmar, Kirghizistan, Indonesia, Mauritania e non cito gli altri ma vi assicuro che sono tutti paesi dell’Africa centrale. Non vorrei sembrare animato da pregiudizi ma pensare che questi paesi possano farci da modello mi pare audace. In Francia, Spagna, Austria, Portogallo addirittura è previsto sia il rimborso elettorale, come da noi, sia un finanziamento annuo addizionale. Sono proprio tutti pazzi? O forse semplicemente sono consapevoli che sia fondamentale rendere i partiti politici il meno possibile influenzabili da interessi economici o clientelari e il modo migliore dal punto di vista finanziario (almeno tra quanti sperimentati finora) per farlo è proprio di finanziarne l’attività con i soldi di tutti anziché con i soldi di qualcuno.
Insomma, non vorrei fare da avvocato difensore della partitocrazia. Il sistema dei partiti è quanto di più discutibile esista e sarei del tutto favorevole a fare dei partiti una casa di vetro, del tutto trasparente rispetto a bilanci e altre dinamiche interne. Altra cosa è invece lasciare questo sistema in balia del finanziatore più spregiudicato, in una continua asta a chi offre di più per avere protezioni e privilegi. Di protezioni e privilegi in Italia ne abbiamo già più che a sufficienza.

20 Aprile 2012

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