Una parabola molto italiana

25032012149.jpgDomenica sera allo stadio della Juventus si è forse consumata la chiusura di una parabola, quella dell’Inter vincente, quella dei cinque scudetti consecutivi e del triplete. E’ una parabola nata nel Maggio del 2006, quando scoppiava lo scandalo di Calciopoli, i vertici della Federazione venivano travolti e Moratti proclamava la breve dittatura di Guido Rossi. Succedeva allora che improvvisamente la grande perdente del calcio italiano, l’Inter, diventa la supervincente. Vincente subito a tavolino, grazie al controversissimo scudetto 2005-06, vincente sul campo l’anno dopo, in assenza della Juve e con Milan, Lazio e Fiorentina penalizzate, vincente ancora i due anni successivi, questa volta con tutte le migliori ai ranghi di partenza. Vincente infine nel 2010 anche e soprattutto in Europa. Eppure è nato tutto in quel Maggio 2006, con la cacciata, a furor di stampa, della dirigenza juventina, e con l’arrivo di una nuova frastornata truppa dirigenziale uno dei cui primi atti fu vendere a prezzo di liquidazione Ibrahimovic, già allora uno dei migliori giocatori d’Europa, proprio all’Inter. Un atto folle, come se il Barcelona vendesse Messi al Real per due soldi, un atto che forse nascondeva chissà quali strani retroscena che mai sapremo o forse manifestava solo una situazione di confusione totale. Sia come sia si trattò di un evento che stravolse il calcio italiano degli ultimi 6 anni. Questo perché dal 2006 al 2010 Ibra vinse tre scudetti facendo lui da solo la differenza, poi se ne andò al Barcelona che per lui fece una tale follia da consentire all’Inter di costruirci sopra la squadra per il triplete. Venne però poi la fuga di Mourinho, il calo di alcuni elementi, i primi insuccessi che hanno fatto ripartire la girandola degli allenatori, la girandola degli acquisti sbagliati, la girandola di una società che vive troppo emotivamente il calcio per potere essere vincente senza ricorrere ad aiuti esterni.
Quando le due squadre hanno fatto Domenica sera la loro comparsa sul terreno verde-bianco-nero, pareva che il destino della serata fosse segnato. Eppure l’Inter non si dimostrava la vittima designata, giocava con un’intensità e una determinazione invidiabile. Se si iniziava con un paio di gol mangiati da Matri, si proseguiva con una esibizione da circo equestre di Buffon che parava tutto, compreso un insidiosissimo tiro di Stankovic deviato da qualcuno nel mucchio. La Juve infatti si era persa attorno alla metà del tempo, quando il metronomo della manovra bianconera aveva cominciato a sbagliare il tempo e le numerose palle perse a centrocampo diventavano altrettanti contropiedi fulminanti da parte degli attaccanti interisti. La Juve arrivava alla fine del primo tempo come un pugile alle corde salvato dal suono del gong.
Quando si ricominciava però Conte si inventava un rimedio taumaturgico: salutava il confusionario Pepe e lanciava nella contesa il solito Bonucci, molto croce e poco delizia per i tifosi, giocandosi il suo 3-5-2 che da qualche settimana non si vedeva più. Un po’ il nuovo schieramento, un po’ il calo fisico dell’Inter, che non riusciva a essere più così ossessiva come nel primo tempo nel pressing alto, ma le cose andavano da subito molto diversamente e di lì a poco succedeva che Martin, detto el Pelado, voleggiava in area di rigore su un calcio d’angolo di Pirlo, sbattendo la sfera in fondo alla porta. La partita finiva qui, nel senso che l’Inter abbandonava virtualmente il campo che diventava terreno di conquista juventino, con una serie di occasioni da rete incredibili ed erano solo la buona sorte e Julio Cesar a negare ai tifosi bianchieneri una goleada da raccontare ai nipotini. Ai nipotini però potranno raccontare gli juventini di un Capitano coraggioso che non mancava di fare la lingua ancora una volta di fronte agli storici avversari.
La serata finiva così con un entusiasmo incontenibile da parte del popolo zebrato che non sa se credere nello Scudetto di quest’anno ma sa di poter credere in quelli prossimi venturi. Finiva invece con un’Inter umiliata, la cui dirigenza faceva quello che ha sempre fatto: reagire con emotività e senza un’analisi, facendo quindi la cosa più stupida, ovvero mandar via Ranieri. E’ come se la storia si fosse riavvolta, come se fossimo tornati alla Primavera 2006, come se questi sei anni fossero stati solo un incidente di percorso. E’ una delle tante storie italiane di chi improvvisamente, a forza di colpi bassi, di siluri a destra e sinistra, di occupazione dei media, di intrallazzi ben organizzati, dopo una vita nella mediocrità, improvvisamente  sale alla ribalta; per un po’ rimane al vertice ma poi, quando i nodi iniziano a venire al pettine, succede generalmente che ricade negli stessi vizi, negli stessi errori, nella stessa presunzione e ritorna nella mediocrità da cui era venuto.

28 Marzo 2012

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