Bologna la zitta e Milano pure

Accadeva un tempo che chi vive nella parte settentrionale del paese guardasse con sussiego i reportage di agguati condotti dalla criminalità a Napoli o a Palermo, in mezzo alla folla, magari a volto scoperto, senza che nemmeno un singolo testimone emergesse dalla massa indistinta. “No, da noi non sarebbe così. Qui è diverso” - era ciò che dalle nostre parti ci si raccontava. Chissà se era vero allora, o se era solo la rassicurante conferma dello stereotipo della comunità nordica, in grado di fare fronte comune contro le devianze. Di certo la cronaca ci dice che oggi non è così.
E’ l’Ottobre del 2008 e a Bologna si disputa un incontro della squadra locale contro la Juventus. Massimo De Vita, modenese di fede juventina, sta tornando a casa con il figlio sedicenne. Un gruppo di ultrà del Bologna aggrediscono il ragazzo, cercando di rubargli la sciarpetta con i colori bianconeri. L’uomo li affronta, cercando di difendere il figlio, ma loro sono tanti  e per nulla intenzionati a mantenere la discussione su un piano dialettico. Il branco colpisce ripetutamente l’uomo non solo con le mani ma addirittura con una pietra, causandogli danni neurologici gravi. Con l’uomo a terra in una pozza di sangue il branco, ancora assetato di violenza, continua a ringhiare contro il ragazzo che chiama aiuto. Questa scena, che sarebbe impressionante se vista in un documentario di etologia con animali inferiori come protagonisti, e che si è invece svolta in una civilissima città italiana con esseri umani come protagonisti, viene addirittura, pare, immortalata da alcune telecamere. Si penserebbe a pene pesantissime per i responsabili, e invece, dopo lunga sofferenza, l’inchiesta approda ad un solo rinvio a giudizio per colui che ha avuto la malaccortezza di colpire l’uomo con la pietra (probabilmente se lo avesse fatto a mani nude sarebbe andata bene anche a lui). Il fatto è accaduto all’uscita dallo stadio, con migliaia di persone che sfollavano, ma miracolosamente non ce n’è una che ha visto, nessuna che ha potuto confermare la partecipazione del resto del branco all’assalto. Cosa è potuto accadere per determinare la metaformosi di Bologna “La dotta” in Bologna “La zitta”?
luca_massari.jpgL’altra storia è forse più conosciuta. Un tassista, Luca Massari, sta percorrendo con la sua auto la periferia Sud di Milano: un cane attraversa improvvisamente la strada e lui non riesce ad evitare l’impatto. L’uomo scende costernato, scusandosi per l’accaduto. Stefania Citterio, sorella di Pietro Citterio, fidanzato della padrona del cane, si scaglia subito contro il malcapitato urlando “Ti ammazzo!”. Anche qui il branco interviene e il fratello e il fidanzato (Michael Morris Ciavarella) della capobranco si gettano sull’uomo colpendolo selvaggiamente fino ad ammazzarlo: così, con la stessa fredda ferocia con la quale uccidi un insetto con lo schiacchiamosche. I denti rotti, la milza spappolata: il suo corpo era talmente martoriato che non è nemmeno stato possibile espiantare gli organi. Chi gli ha inferto il colpo mortale, il Ciavarella, ha spiegato di avere ammazzato il Massari perché “Mi aveva fatto venire i nervi“. Non contento di questra atrocità il branco ha pensato bene di condurre un’opera incessante di intimidazione nei confronti dei testimoni del quartiere, con minacce nemmeno tanto velate: incendio di auto e altre amenità. I magistrati di Milano, anche loro sempre attenti a non farsi troppo male, hanno pensato bene di optare per pene miti: 16 anni per Ciavarella, 14 anni per l’altro aggressore, appena 10 mesi per il capobranco Stefania Citterio, ritenuta responsabile solo di minacce e non di istigazione (vien da chiedersi dove il magistrato pensava fosse, mentre fratello e fidanzato maciullavano il poveretto). Anche qui gli inquirenti non hanno potuto che denunciare l’assoluta omertà dimostrata dagli abitanti del quartiere. Nonostante la partecipazione alla fiaccolata in ricordo della vittima, quando si è trattato di avere giustizia il quartiere si è defilato. Al processo dei 20 testimoni solo 4 hanno confermato la loro versione. C’è chi ha ritrattato, chi si è reso irreperibile, chi si è dato malato. A nulla sono servite le fiaccolate di solidarietà per la vittima, il quartiere ha dimostrato totale disinteresse.
Davvero la nostra società oggi è questa? Davvero viviamo in una giungla nella quale la minima distrazione ti può consegnare all’efferatezza di belve fameliche senza che nessuno prenda le tue difese? Non mi sorprendo dell’esistenza di individui come il Ciavarella o come gli Ultras bolognesi (dei quali la stampa non ha mai fatto i nomi): la storia dell’umanità ha visto efferatezze molto peggiori di quelle che ho descritto e la predisposizione a simili atti è ancora nel nostro patrimonio genetico. Ciò che trovo incredibile è che tra i tanti che questa predisposizione non la assecondano, possa essere così difficile trovare chi non si tiri indietro quando è il momento di difendere la società e la civiltà che abbiamo costruito. Ciò che trovo incredibile è che, nonostante tutto, ancora non riusciamo a tracciare un solco che ci divida dalla follìa belluina, che, nonostante tutto, basti un gruppetto di individui tipo la famiglia Citterio per tenere in scacco un quartiere, una città, un sistema giudiziario, una società, per farci dimenticare ciò in cui teoricamente dovremmo credere tutti? Sarà forse perché non ci crediamo tutti ancora abbastanza? Non ci credono i testimoni reticenti, non ci credono i giudici generosi, non ci credono i tanti che si lasciano scorrere queste vicende addosso?

16 Maggio 2012

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