La Cina e la democrazia a piccoli passi

Cosa succede in quel mondo in gran parte a noi ignoto di nome Cina? Non è molto chiaro, ma quello che è certo è che il Premier Wen Ji Bao durante un recente discorso ha fatto aperture, impensabili nel passato, a riforme politiche e quando un paese ferocemente e, fino a ieri, orgogliosamente dittatoriale promette riforme politiche pensare alla democrazia è un passo che si fa velocemente. Troppo velocemente? Forse sì.
Certamente però la Cina non è più solo un paese di operai che chiusi in una fabbrica producono bamboline, sta diventando un paese di ingegneri delle telecomunicazioni che vengono a vendere in Europa apparecchiature sofisticatissime e tecnologicamente avanzate, sta diventando un paese di turisti che vengono a passare le vacanze in Europa. Sta soprattutto diventando un paese insofferente verso la cappa illiberale che copre il paese, in ciò aiutato dalla presenza di Taiwan e Hong Kong che nominalmente e culturalmente fanno parte della Cina e che sperimentano a vari livelli pluralismo e democrazia, smentendo anche di fronte agli occhi più miopi la colossale stupidaggine per la quale il sistema democratico non è compatibile con la cultura cinese. Nella piaga di questa stupidaggine ha messo recentemente il dito un giornalista di Hong Kong che ha posto 30 domande ai cinesi anti-democratici, diventando popolarissimo e suscitando discussioni e polemiche che la censura ha faticato non poco a contenere. Nel frattempo la rivolta del villaggio di Wukan, una delle tante che da anni si verificano in Cina ogni anno, ha avuto un esito imprevisto: non la solita repressione sanguinosa ma elezioni dei quadri direttivi locali: non saranno state un modello di elezioni democratiche ma un passo fondamentale lo sono certamente state. Contemporaneamente si diffondono scioperi e proteste che, anche qui, vedono il potere centrale reagire più spesso con la trattativa che con il pugno di ferro.
cina-voto-wukan-451_x_299.jpgNella sostanza il paese sta intraprendendo una fisiologica quanto relativamente pacifica transizione verso un sistema politico pluralista che smentisce, tra gli altri luoghi comuni, quello che un sistema dittatoriale può essere abbattuto solo attraverso un collasso economico. Un sistema dittatoriale può anche sparire semplicemente perché scopre di non essere il sistema più competitivo e può non aspettare di arrivare al collasso per fare questa constatazione. Un politico inglese del settecento diceva più o meno: “Credo che le rivoluzioni siano ciò a cui un sistema politico va incontro quando non sa riformarsi tempestivamente“. Fu grazie a questa logica che la Gran Bretagna divenne la prima potenza mondiale, riuscendo a vivere senza grossi scossoni i grandi cambiamenti che investirono la società europea tra l’Otto e il Novecento. Chissà che Wen Ji Bao non abbia studiato la storia britannica e, a differenza di altri, non abbia pensato che quella storia potrebbe ripetersi anche nell’”Impero di Mezzo”. Possono essere le aperture del Premier solo un contentino? Può essere un tentativo di gettare fumo negli occhi dell’insofferenza diffusa? Forse, ma sarebbe comunque un contentino che testimonia una domanda di pluralismo e di riformismo che fino a pochi anni fa era negata e oscurata. Direi che, comunque lo si veda, è un passo avanti enorme.

23 Marzo 2012

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