Un mondo che non funziona

Nell’Ottobre scorso ho comprato un giradischi USB, in modo da convertire, nel modo più rapido possibile, i tanti dischi in vinile di canzoni per bambini che i miei genitori conservavano gelosamente e che potrebbero tornare ancora utili alla nostra bimba. Il giradischi è un dispositivo di un’altra epoca, principalmente meccanico, solitamente caratterizzato da una lunga durata, e infatti il piatto dello stereo che mi regalarono per i miei diciotto anni funziona perfettamente ancora oggi. E invece, a distanza di quattro mesi, il giradischi nella sua mera meccanica non funziona già più: ad un certo punto della riproduzione il piatto si arresta e tanti saluti. A Natale poi sono arrivati a nostra figlia una vagonata di regali, tre dei quali con dispositivi elettromeccanici (una scimmia che balla, una macchinina che si carica a molla, un telefono parlante) . Nessuno dei tre è arrivato indenne alla fine di Gennaio e non per particolari urti meccanici, usura semmai, ma quella normale di un giocattolo. Recentemente ho poi recuperato da un cassetto un decoder digitale comprato nel 2010 e usato per un paio di mesi, prima che il vecchio televisore (durato vent’anni quello sì…) si guastasse in modo definitivo, inducendoci a comprarne uno nuovo con sintonizzatore digitale. Ho provato ad accendere il decoder per capire se funzionava ancora e la risposta è stata ovviamente negativa. La maggior parte dei pantaloni dopo pochi mesi si strappano, le scarpe si bucano, le maglie di lana fanno i pallini dopo pochissimo tempo di utilizzo, camicie di stilisti di grido escono già danneggiate dalla confezione e così via.
Ormai mi sento circondato da cose che non funzionano: sto diventando un esperto nell’esercizio della garanzia e nei trucchi utilizzati dai venditori per aggirarne gli oneri. Mi sto abituando a controllare accuratamente capi di abbigliamento appena comprati per trovarne difetti di fabbricazione, a testare tutte le funzioni di un apparecchio dopo averlo portato a casa e così via…
fuoriservizio.jpgUn meccanismo elementare di adattamento all’ambiente porta le persone a chiedersi, quando si sentono circondate da cose che non vanno come vorrebbero, se le loro aspettative sono errate e se è tempo di rivedere la loro prospettiva. Questo sto cercando di fare anch’io, ma faccio fatica a trovare una prospettiva dalla quale il deterioramento della qualità dei prodotti che troviamo in commercio non abbia risolti che non siano negativi. La soluzione “più spendo meno spendo” non sembra praticabile: alcuni dei capi di cui sopra sono capi firmati o comunque di prezzo ben superiore alla media di quell’area merceologica, in alcuni settori poi quello che si definisce prodotto di qualità non esiste più, le marche che producono giradischi USB sono quasi tutte sconosciute e non c’è un elemento che possa ricondurre una di esse ad una garanzia di qualità. E’ spesso utile il cercare aiuto nei pareri espressi dagli utenti sugli appositi forum (se l’avessi fatto non avrei comprato il famigerato giradischi) ma questo approccio non funziona evidentemente nel settore dell’abbigliamento dove l’offerta è molto più ampia ed è difficile trovare un numero rilevante di riscontri sullo stesso prodotto.
In definitiva la mia sensazione è che la diffusione di centri commerciali, negozi in franchising e vendite online abbia determinato un progressivo distacco tra venditore e acquirente, con la conseguenza di una progressiva deresponsabilizzazione del primo, che una volta era una sorta di garante della qualità del prodotto, mentre adesso è solo un anello, solitamente piuttosto irrilevante, della catena di distribuzione. Questo ha fatto sì che per l’acquirente il mercato fisico o virtuale sia diventato un luogo infido, dove ha un’elevata probabilità di essere gabbato. Ho l’impressione che il futuro ci orienterà sempre più verso cooperative di consumatori, gruppi di acquisto, forum che consulteremo regolarmente e altre formule protettive per gli acquirenti, e chi entra in un negozio e compra il primo prodotto che lo ispira, come personalmente io ho sempre fatto, diventerà una rarità. Questo significa però anche un sacco di tempo e di energie da dedicare ai propri acquisti e, da buon allergico allo shopping, è un’evoluzione della nostra società che mi sarei volentieri evitato.

23 Febbraio 2012

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