Malagiustizia

Da un po’ di anni a questa parte la parola malagiustizia ha un suono sinistro: l’abbiamo sentita troppe volte in bocca ai cani da guardia della porzione peggiore della nostra classe dirigente, pronta ad essere utilizzata ad uso e consumo dell’impunità di coloro i quali una “buona giustizia” avrebbe invece da tempo inchiodato alle loro responsabilità. Ma l’uso perverso che si è fatto di espressioni come malagiustizia e garantismo non ci deve far dimenticare che l’uno e l’altro sono problemi aperti del nostro paese e che non è accettabile che in Italia ci siano in quantità rilevante persone che rimangono in carcere per anni, prima di accorgersi che semplicemente non hanno commesso il fatto.
carcere.jpg Recentemente è stato assolto definitivamente, dopo essersi fatto 21 anni di carcere, Giuseppe Gullotta, militante dell’estrema sinistra condannato nel 1990 per l’omicidio di due carabinieri, avvenuto ad Alcamo nel 1976. La vicenda di Gullotta, così come ricostruita dal carabiniere pentito Olino, è di quelle che colpiscono come un pugno allo stomaco. C’è di tutto: torture per estorcere confessioni, falsificazione delle prove, evasioni procurate. Un campionario delle azioni più abiette che un agente di pubblica sicurezza possa commettere. Dopo 21 anni di carcere Gullotta è tornato a casa semplicemente perché, oh che svista, era innocente. Non è l’unico in Italia che ha avuto l’elettrizzante esperienza di passare un po’ di anni nelle carceri nostrane per un banale errore. Anzi vi sono casi anche più paradossali.
Uno di questi è certamente quello di Melchiorre Contena. Accusato, da un conoscente desideroso di vendicarsi di uno sgarbo da lui subito, del rapimento e dell’uccisione dell’imprenditore Marzio Ostini, Contena si è fatto 30 anni di carcere. L’aspetto aberrante è che nel caso di Contena i veri colpevoli furono scoperti e confessarono nel 1993, eppure ancora nel 2002 Contena si vide respingere dalla Corte d’Appello di Ancona la revisione del processo che fu invece disposta nel 2004 dalla Cassazione, con l’ovvia assoluzione conseguente.
Altra vicenda incredibile fu quella, più datata, che fa riferimento alla scomparsa di Paolo Gallo, avvenuta nel 1954, per il cui omicidio furono accusati e condannati il fratello Salvatore e il figlio Sebastiano, tranne poi scoprire, sette anni dopo la condanna, che Paolo Gallo aveva semplicemente deciso di far perdere le sue tracce ma era vivo e vegeto. Tanto paradossale fu la cosa che ci volle una modifica del codice di procedura penale per permettere la revisione del processo, giacché le leggi allora non prevedevano il caso di un omicida assolto causa ritorno in vita della vittima.
Questi e altri casi simili sono certamente paradossali, sono certamente casi singoli su milioni di processi, e d’altronde spero davvero che nessuno possa trovare accettabile che in un paese civile ad un sospettato venga estorta una confessione con la tortura. Tuttavia credo sia diffusa nella nostra società la convinzione che un colpevole lo si debba trovare anche a costo di qualche forzatura, e che la certezza della pena non la si debba inseguire con maggiori mezzi ed una maggiore efficienza, ma con un’elasticità delle norme, un’elasticità delle prove, un’elasticità mentale di inquirenti e giudici nel formulare accuse e condanne anche quando troppi dubbi annebbiano ancora gli elementi processuali. Siamo tutti felici quando un criminale viene assicurato alla giustizia, ma siamo proprio sicuri di voler barattare questa soddisfazione con il rischio che un innocente si veda la vita rovinata? Non è forse ben più spaventoso che un normale cittadino si ritrovi chiuso a vita in un carcere? Ma cosa possiamo fare in merito?
Il problema è che mentre da sinistra e da destra si farnetica di garantismo, ancora fatichiamo a capire come fare a riformare la nostra giustizia per evitare atrocità come quelle di cui sopra. Da Tangentopoli in poi, passando per il berlusconismo, tutto il dibattito sulla Riforma della Giustizia è stato avvelenato dal confronto tra politici e giudici: al di fuori di questa improduttiva contrapposizione qualche idea in giro c’è, ma sono ancora poche e in genere non politiche. D’altronde, come diceva Calamandrei, “Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.”. Vorrei essere più ottimista, ma temo che ci vorrà ancora un po’ di tempo, di pazienza e di innocenti finiti in carcere o comunque triturati dai devastanti meccanismi delle giustizia prima che la politica abbandoni la sua trincea di pretesa impunità e si ricordi che il problema da risolvere nella giustizia italiana è questo, e non certo i processi di Berlusconi o di Penati.

21 Febbraio 2012

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