Ius soli e zappe sui piedi

iussoli.jpgLa polemica sulla proposta di legge per lo “ius soli” pare aver recentemente rilanciato sui mezzi di informazione il tema dell’immigrazione. Per affrontarlo prendo spunto dalle dichiarazioni di Grillo sul tema, sfociate in discussioni all’interno del Movimento Cinque Stelle tra le quali segnalo in particolare quanto scritto dal consigliere regionale piemontese cinquestellato Davide Bono (che trovate qui), nel solco dei luoghi comuni più di successo sull’immigrazione. Pensandoci bene temo di avere forse anche semivotato Bono in qualche elezione amministrativa, ma se dovessi fare una classifica dei voti che ho più rimpianto rimane sicuramente ben indietro rispetto ad altri (ho votato parecchie volte Pannella per dirne una). Al di là di questi miei tormenti personali vorrei provare qui ad approfondire il tema in oggetto.
Parto subito con una domanda: che senso ha la concessione di cittadinanza ai figli di immigrati? Nulla di vitale, naturalmente, ma potrebbe essere un passo verso un processo di integrazione che fa sentire il figlio di un immigrato parte di qualcosa che si chiama nazione, regalandogli un senso di identità che nella sua condizione di senza patria sentirebbe altrimenti fatalmente mancare, e fa sentire anche l’immigrato genitore un po’ meno sradicato e un po’ più parte del paese in cui ha deciso di lavorare, di cui non fa parte personalmente ma di cui fa parte almeno suo figlio. Questo dà vantaggi all’immigrato ma anche alla società in cui si trova: nel momento in cui un immigrato infatti si sente maggiormente parte della società in cui vive e lavora sarà più motivato a rispettarne leggi e consuetudini. Perché allora essere contrari? Che male fanno un po’ di cittadini italiani in più? Spaventa il diritto di voto? Spaventano altri diritti connessi alla nazionalità che si ritiene siano esclusivi dei nati da genitori autoctoni? Temo che il problema fondamentale sia a monte: nell’immigrazione come fenomeno che a molti disturba, non piace o che è sentito come penalizzante e che induce quindi a rifuggire da ciò che viene percepito come un “premio” per chi emigra in Italia; non a caso Bono alla fine parla di questo quando si mette a coniugare il verbo “invadere” e secondo me ne parlano, andando fuori tema, molti di quelli che parlano dello ius soli. Vanno fuori tema perché sinceramente non credo che nessun abitante di un paese straniero parta per l’Italia con il remoto obiettivo di fare dei propri figli altrettanti cittadini italiani, escluderei quindi che lo ius soli sia un incentivo all’immigrazione, semmai potrebbe essere un incentivo a non tornare a casa una volta perso il lavoro, ma in questo la legge attuale sembra un incentivo sufficiente visto che non garantisce alcun diritto a permanere sul suolo italico agli stranieri che abbiano perso il lavoro. Ho l’impressione che molti vadano fuori tema parlando di ius soli proprio perché continuano a pensare all’immigrazione come ad un’opzione temporanea che qualcuno consapevolmente ha scelto e che un prossimo governo potrebbe anche rifiutare, arrestandone improvvisamente i processi e facendo sparire ogni traccia del suo passaggio, compresi quegli sgradevoli figli di immigrati che hanno avuto l’ardire di nascere in Italia (pare siano stati circa 78.000 nel 2010). Non è così, che sia una fortuna o una iattura l’immigrazione è un fenomeno generalizzato della nostra epoca storica, che potremmo cancellare solo schiacciando il tasto Rewind sul telecomando della storia, se ne avessimo uno. Certamente si può contenere e razionalizzare il flusso di quanti arrivano, ma è fatale che nei prossimi trent’anni i flussi migratori verso l’Europa non si arrestino e se poi si fermeranno sarà solo a causa del declino dell’Europa e del fatto che i flussi si siano orientati verso altri paesi, che offrono maggiori opportunità. Prenderei quindi decisamente atto del fatto che l’immigrazione è un processo ineluttabile, in presenza del quale ben più utile e urgente che chiedersi come contenerlo (esercizio fatto spesso in passato con risultati modesti) è chiedersi come minimizzarne gli effetti sociali e forse l’unico modo per minimizzarne gli effetti è creare terreno fertile per l’integrazione di chi arriva. Nell’intervento di Bono non manca la classica strizzatina d’occhio agli italiani che attribuiscono agli stranieri la loro precarietà o la loro disoccupazione. Anche qui stiamo guardando il dito anziché la luna: il fatto che il mercato del lavoro vada alla ricerca di personale sottopagato, e lo trovi solo in lavoratori immigrati, è solo colpa del mercato del lavoro stesso, o se vuoi della concorrenza che il nostro mercato del lavoro subisce da paesi con costi del lavoro più basso. Può darsi ci siano soluzioni diverse rispetto all’immigrazione a cui nessuno ha ancora pensato e che invece Bono e quelli come lui stanno per presentarci tra lo stupore generale, ma temo che non sia così e non credo proprio che impedire a dei bambini e ragazzini di avere una patria sia la soluzione.
In definitiva il paradosso è che chi si oppone a meccanismi di integrazione come quello contenuto nel progetto di legge di cui si parla, favorisce proprio quegli effetti di emarginazione sociale che sono alla base degli aspetti percepiti come più negativi dell’immigrazione, rafforzando e perpetuando ciò che crede di combattere. D’altra parte non è nemmeno qualcosa di nuovo: abbiamo passato millenni ad ammazzare i colpevoli di omicidio pensando che questo evitasse altri omicidi per poi scoprire che forse questa pratica addirittura li alimentava, quindi val forse la pena di rinunciare a stupirsi ancora dell’irrazionalità umana.

9 Febbraio 2012

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