Squadra mia

Un paio di settimane fa, al termine di un burrascoso incontro tra Grosseto e Torino, il presidente della squadra toscana ha pensato bene di esibirsi prima di un lancio di oggetti verso l’arbitro che rientrava negli spogliatoi, poi di un’aggressione al Presidente del Torino Cairo, spalleggiato in ciò dal figlio che poi se la prendeva anche con un altro esponente dell’entourage torinista. Dopo l’ovvia squalifica, il Camilli ha annunciato il suo addio al calcio, non mancando nel frattempo di compiere gesti simpatici, tipo la cancellazione degli accrediti a alcuni giornalisti e fotografi, colpevoli di esser stati testimoni degli eventi e averli riferiti anziché cucirsi la bocca. Si possono fare facili considerazioni sul fatto che un addio da parte di un personaggio simile sia un momento sempre lieto per chiunque, ma senza generalizzare e ricordando che non tutti i presidenti di società sono di questa risma, vorrei pormi un dubbio più generale. Vorrei infatti domandarmi se il calcio ha davvero ancora bisogno di padroni, se cioè c’è ancora bisogno di personaggi il cui unico pregio è di avere denaro e di essere disposti a metterlo in movimento, ma che fanno pagare al calcio il prezzo di ridurlo a giocattolo alla mercè delle proprie frustrazioni, delle proprie perversioni, talvolta anche delle proprie malversazioni. Se il calcio è un business come ci vien detto dal mattino alla sera, perché una società calcistica non può funzionare come una qualunque altra società utilizzando i normali canali di accesso al credito, anziché dover aspettare i finanziamenti di un mecenate, magari psicologicamente disturbato, alla ricerca di gratificazioni alla propria autostima? E se il calcio non è un business ma una passione perché non può succedere che ognuno di coloro che vivono questa passione possa cercare di diventarne protagonista, mettendoci la faccia e il portafoglio?
logo_squadramia.jpgQueste domande forse si agitavano nella mente di coloro che hanno ideato Squadra Mia, cooperativa di appassionati calcistici che, dopo lunga analisi, ha deciso di acquistare la squadra del Santarcangelo e di presiederla come farebbe un normale presidente, orientando scelte strategiche e tecniche. I risultati sono stati eccellenti: già la stagione successiva all’acquisizione il Santarcangelo ha conseguito la promozione in Lega Pro Seconda Divisione, dove oggi lotta già per la promozione alla serie superiore. Il progetto di Squadramia trae ispirazione da quello inglese del MyFootballClub che da da anni è proprietario della squadra di Football Conference (quarta serie della gerarchia inglese) Ebbsfleet United Football Club e ha una connotazione fortemente improntata alla Rete e quindi è improntata su decisioni condivise e collegiali. A livelli professionistici ancora si esita a concedere spazio ad iniziative simili, però esiste una cooperativa di tifosi del Mantova che è proprietaria del 25% della società ed esiste l’iniziativa MyRoma, cooperativa di tifosi giallorossi che, anche se non ha ancora un pacchetto azionario suo, ha tra i suoi obiettivi quello di offrire un riferimento all’azionariato della società. Qui il riferimento è ovviamente alle esperienze di azionariato popolare di Real e Barcelona, che più vincenti di così non si può.
Alla fine si tratta di un cambio culturale profondo: in fondo il calcio italiano l’hanno fatto gli Agnelli, i Berlusconi, i Moratti, non certo le cooperative, e gli scieicchi sono tutt’oggi una bella tentazione. Tuttavia quello del mecenate è un modello che ha sempre meno senso, perché non è competitivo, perché il mecenate può scegliere solo sé stesso, invece il Presidente del Real Madrid è scelto dai soci e molti presidenti italiani sarebbero già stati cacciati a calci se non fossero i proprietari dei rispettivi club. Ha sempre più senso quindi che il calcio diventi proprietà dei suoi appassionati, che sia il pubblico di una squadra a dettarne le scelte strategiche e ai mecenati non rimarrà che sedersi in tribuna come qualunque normale tifoso. E’ il terzo millennio, funziona così.

12 Marzo 2012

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