Vacanze di Natale a Cortina

Cortina Corso Italia 1Non posso che manifestare la mia ammirazione per chi da 28 anni propone al pubblico italiano lo stesso identico film raccogliendo ogni anno successi oceanici. Sono convinto che nemmeno Frankenstein Junior possa vantare appassionati che lo abbiano visto 28 volte, il cinepanettone probabilmente sì. Un’altra volta mi cimenterò magari in un’interpretazione di questo miracolo, oggi però vorrei invece pronunciarmi su un altro panettone ancora meno divertente di quello di Neri Parenti, andato in scena sempre a Cortina d’Ampezzo nell’imminenza del Capodanno: quello che la GdF ha proposto ad un drappello di vacanzieri con poca consuetudine, fino a quel momento, con il fisco. L’evento ha sùbito scalato le prime posizioni nelle fonti di informazioni italiane e dal 30 Dicembre scorso la blogosfera trabocca di pareri in merito. Chi non conosca il nostro paese può chiedersi certamente come mai un così ampio dibattito si sia sviluppato su un evento tanto ordinario quanto una serie di multe a evasori fiscali, chi invece lo conosca non si stupisce e mi piacerebbe provare a capire perché. Prendo a riferimento l’articolo di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa (che fa seguito ad un precedente articolo di Settembre), solo in quanto punta dell’iceberg di una particolare lettura dell’evento diffusa in ampi strati dell’opinione pubblica e anche della politica.
L’articolo di Ricolfi scandisce gli argomenti più abusati: gli evasori come capri espiatori e la priorità che andrebbe data alla riduzione delle imposte piuttosto che alla lotta all’evasione e così via. Sul primo punto posso non gradire esteticamente la spettacolarizzazion fatta dell’evento ma solo perché, per l’appunto, la spettacolarizzazione è data dall’inconsuetudine, esattamente come la spettacolarizzazione delle inchieste sulla corruzione. In un paese in cui colpire gli evasori sia un’attività normale hai un bel da spettacolarizzare… D’altra parte Ricolfi è un sociologo e non dovrebbe sfuggirgli il fatto che quando una società vuole combattere un comportamento deviante, considerato pericoloso, usa dei simboli che rendano visibile questa battaglia per suggestionare il pubblico e indurlo ad assumere un più marcato atteggiamento di biasimo sociale, che è poi l’unica soluzione efficace per combattere l’evasione. L’idea del tizio che va in vacanza in una località esclusiva con una fuoriserie su cui non si è nemmeno preoccupato di pagare le tasse è certamente un bel simbolo da giocarsi per trasmettere il messaggio che c’è chi di fare sacrifici anche minimi non ne vuole proprio sapere. Mi rendo conto che ci va di mezzo viene esposto ad una gogna che va oltre alle sue colpe, ma fa parte dei rischi che si corrono violando le regole. Mi rendo anche conto che c’è chi si infervora su queste cose forse più del dovuto, ma anche questo fa parte dei meccanismi tradizionali attraverso i quali una società evolve verso un differente sistema di valori.
Più degna di approfondimento è la questione riguardante la priorità tra lotta all’evasione e riduzione delle imposte. Per stabilire se abbia senso definire una priorità tra i due aspetti bisogna intanto stabilire se i due aspetti sono davvero correlati. Può essere intuitivo che all’aumentare dell’esazione fiscale aumenti l’evasione eppure i dati empirici sono molto meno chiari da questo punto di vista, sia perché l’andamento storico dell’evasione fiscale in Italia non sembra avere particolare correlazione con il corrispettivo andamento della pressione fiscale, sia perché paesi con modelli fiscali completamente diversi (per esempio Austria e Svizzera) ma con modelli culturali affini hanno tassi di evasione assolutamente paragonabili. Gli studi che mi è capitato di leggere in merito dicono che in realtà la correlazione è molto debole per quanto riguarda i privati mentre è più rilevante per le aziende. Se ci pensate c’è anche una possibile interpretazione: evadere il fisco per un privato significa confrontarsi con il proprio individuale senso civico, prima che con il proprio bilancio familiare: la componente etica è in questo caso quindi prevalente rispetto alla valutazione costo/beneficio; nel gestire un’azienda si tende invece probabilmente a svestirsi di una dimensione etica e a considerare una sorta di rischio di impresa l’evasione. E’ ovvio a quel punto che nel momento in cui il premio al rischio è più elevato (aliquote più alte) la propensione al rischio aumenti. Come Ricolfi sottolinea c’è indubbiamente un’evasione “di lusso” ed un’evasione “di sopravvivenza” ma proprio perché sono due cose diverse mi vien difficile capire il collegamento logico tra le supercar di Cortina e l’azienda che evade l’IVA per non fallire. La piccola azienda che faccia fatica a sbarcare il lunario a cui Ricolfi si riferisce, non prende certo una Ferrari come auto di rappresentanza.
Se poi anche la correlazione tra evasione e pressione fiscale fosse più apprezzabile di quanto non risulta ci dovremmo in ogni caso però spiegare come fare a ridurre l’evasione solo dopo aver ridotto le tasse, quando l’evasione diffusa è ciò che obbliga lo Stato a tenere aliquote elevate. In periodo di rigore finanziario non sembra essere possibile ridurre il gettito fiscale senza nuove fonti certe di entrata e la lotta all’evasione non è tra queste, non so poi se Ricolfi abbia soluzioni creative alternative: di certo nei suoi articoli non se ne intravedono.
Ricolfi ricorda giustamente come il Total Tax Rate dell’Italia sia molto più elevato della media dei paesi europei ma non dice che la Francia ha un dato vicino a quello italiano. Come mai i cugini d’oltralpe non hanno le stesse ripercussioni negative? Mi viene a questo punto da ricordare che il costruire un’amministrazione pubblica efficiente è uno dei modi per facilitare il compito alle aziende e quindi che avere una pressione fiscale elevata può non essere fatale per l’economia di uno Stato che riesca, con quanto racimolato, a dotarsi di un’efficiente rete di trasporto, di un apparato burocratico snello e a disposizione del cittadino, di un sistema giudiziario rapido ed efficace, di costi ridotti di carburanti ed energia. Chi sappia strutturare un’efficiente macchina pubblica può anche mantenere una pressione fiscale elevata ritornando alle aziende e ai privati in servizi quanto sottratto per via fiscale.
Complessivamente quindi quanto vediamo ripetutamente detto qua e là non sembra avere in realtà grosso fondamento. Un governo che voglia efficacemente combattere l’evasione non può che fare quello che si è fatto a Cortina, cioè combattere l’evasione più clamorosa e tracotante con semplicissime correlazioni tra database della Pubblica Amministrazione e parallelamente cercare di ridurre la pressione fiscale, guardando con un occhio al bilancio e con l’altro alla preservazione dell’efficienza già scarsa dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione, dalla Pubblica Istruzione e dalla rete di trasporti.
Rimane alla fine da chiedersi perché un evasore trovi tanti avvocati difensori, dal sociologo all’albergatore cortinese intervistato alla televisione, fino ad esponenti di primo piano della politica. Se il 30 Dicembre ci fosse stato, anziché un blitz della GdF contro gli evasori, un blitz della polizia contro un gruppo di borseggiatori sulla metropolitana di Milano, troveremmo mai Ricolfi o Pionati parlare di “caccia alle streghe”? Troveremmo gli stessi personaggi pronti a spiegare che sono le condizioni sociali a portare i borseggiatori a scegliere questa strada e che loro non vorrebbero? Troveremmo forse i negozianti delle stazioni del metro dichiarare alla televisione di essere preoccupati che in futuro i borseggiatori possano scegliere di operare sull’autobus perché rischiano di rimetterci nella vendita di coltellini a serramanico? Io capisco Bisin che come economista (conscio di farlo da economista) si chiede semplicemente quante sarebbero le aziende che chiudono nel giorno in cui non ci sia più evasione, capisco meno che un sociologo come Ricolfi si dimentichi che il suo strizzar l’occhio agli evasori rallenta un processo culturale di rifiuto dell’evasione e di consapevolezza dei danni che essa porta ad una società, processo che è il modo più efficiente anche dal punto di vista economico per combattere l’evasione stessa. Temo che il problema sia che in ogni strato della nostra società manchi ancora la concezione del rispetto delle regole come valore in sé, valore anche economico in quanto consente di risparmiare in termini di sistema di controllo e sanzione. Molti di noi si fermano a valutare quanto costa nell’immediato alla società passare col rosso, evadere il fisco, borseggiare sul metro e si dimentica quanto costa dover darsi e dare ogni volta una ragione per la quale non commettere ognuna di queste infrazioni alle regole che non sia semplicemente che la legge lo vieta.

13 Gennaio 2012

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