Piantare la bandiera

iwojima.gifAvete presente la famosa immagine della battaglia di Iwo Jima nella quale un gruppo di soldati americani piantano la bandiera a stelle e strisce? Che senso può avere quell’atto? La battaglia è ancora in corso (o almeno così avrebbe dovuto essere anche se forse la storia non è come ce l’hanno raccontata) e un gruppo di soldati rischia la vita per piantare un drappo colorato. Eppure in quel momento qualcuno era convinto che quell’atto puramente simbolico potesse valere il rischio della vita di chi ne fu l’autore. Non posso non pensare che altrettanto simbolico sia l’attacco all’articolo 18 che in questi giorni è stato riscoperto come atto di liberazione dai vincoli sindacali.
Da una parte non sono convinto che l’articolo 18 sia quanto di più essenziale vi sia per tutelare i diritti di un lavoratore. In fondo la peculiarità dell’articolo 18 è di permettere al lavoratore che lo richieda di essere obbligatoriamente reintegrato in azienda dal datore di lavoro che lo ha licenziato ingiustamente. Non augurerei a nessuno di essere reintegrato in un’azienda che lo ha licenziato e contro la quale lo stesso ha intentato un’azione legale presso il Tribunale del Lavoro. In una situazione normale preferirei senz’altro una buon’uscita ragguardevole al ritornare in un ambiente di lavoro che evidentemente non aveva bisogno più di me e che non mancherà di farmelo pesare anche in futuro e non a caso normalmente c’è una percentuale superiore al 90% di scelte per il risarcimento. C’è però da dire che un risarcimento è interessante in un contesto nel quale facilmente troverò entro breve un altro posto di lavoro, nella situazione attuale di crisi probabilmente al lavoro non rientrerò più per un lungo periodo e quindi la reintegrazione mi permette di avere garanzia di sopravvivenza.
Dall’altra però non ho nemmeno l’impressione che l’articolo 18 sia la salvezza delle aziende. Non lo è sicuramente in un contesto in cui le aziende fanno ampio uso (e più ampio ne faranno in futuro) di contratti a tempo determinato e nella quale solo il sottoinsieme di lavoratori a tempo indeterminato nelle aziende con più di 15 dipendenti possono essere assoggettati alla normativa. E’ chiaro che nella testa di molte aziende c’è, per uscire dalla crisi, o una riduzione di personale o una riduzione dei redditi del personale da eseguirsi con un turnover tra personale meglio pagato da licenziare e personale peggio pagato da assumere, ma questa logica finisce con il deprimere anche i consumi e siamo alla fine sicuri che non si ritorca contro le imprese medesime? Però, si dirà, quando le imprese vanno in crisi cosa possono fare se non lasciare la gente a casa? Giusto, e infatti non c’è una soluzione per tutti, ci sono solo compromessi che scontentato gli uni e gli altri in misura non troppo sbilanciata.
Nel giro c’è da considerare anche la Previdenza Sociale e i suoi impatti sul bilancio dello Stato. Questo perché le imprese, in alternativa al licenziamento, possono mettere le persone in Cassa Integrazione, facendo sì che lo stipendio gli venga pagato in misura ridotta dalla previdenza sociale. A questo punto però i lavoratori gravano sulla previdenza sociale e allora ecco che anche per chi è al Governo fa comodo rispolverare l’articolo 18, immaginando magari nella libertà di licenziamento un modo per ridurre l’uso strumentale della Cassa Integrazione da parte delle aziende e quindi ridurne i costi.
Sia come sia non posso non ravvisare che in quanto scritto sopra ci sono solo ipotesi ma nessuno ha detto come intenderebbe riformare l’articolo 18, né il Ministro Fornero, né Emma Marcegaglia; né d’altro canto i sindacati hanno detto cosa eventualmente sarebbe accettabile mettere in discussione e cosa no. Non sappiamo se nella testa di chiede una riforma c’è una rimozione totale dei vincoli al licenziamento (ma allora che senso ha parlare di assunzione a tempo indeterminato?), di abolizione del reintegro o di altro tipo di revisione.
Alla fine non posso che confermare quanto scritto sopra: l’articolo 18 è importante dal punto di vista simbolico perché considerato, forse a ragione, una pietra miliare di quel processo storico che ha concretizzato il concetto di certezza del posto di lavoro, che ha fatto dello status di assunto un punto d’arrivo fondamentale nella scala sociale, che consente al lavoratore di avere certezze sul proprio reddito futuro. Toccarlo significa toccare un impianto ideologico ma anche economico su cui si è retta l’economia italiana e parte di quella europea, ovverosia: se io fornisco ai cittadini delle certezze sul futuro spenderanno, consumeranno, nella convinzione che il loro futuro sarà garantito come il presente. Non so quali siano gli elementi per dire che oggi quel sistema non può più funzionare, probabilmente gli unici elementi che abbiamo sono la concorrenza di paesi con un sistema del lavoro diverso che rendono non più concorrenziale il nostro, che ci sfidano sul costo del lavoro da una parte, mentre dall’altra sfruttano il nostro (ancora) opulento mercato di consumatori per poter crescere. Laddove anche si veda l’abbattimento di quell’impianto come un ineluttabile destino non possiamo dimenticarci che farlo significa rivoluzionare il modo di vivere di molte persone, votarci ad un futuro pieno di incertezza e di precarietà nel senso più desueto e più interiore del termine. Per questo oggi chi sta da una parte vede l’articolo 18 come la collina da conquistare e dove piantare la bandiera e chi sta dall’altra lo vede come la trincea da difendere fino all’ultimo uomo.
Di fondo c’è la considerazione che forse, da qualunque parte la si veda, viene da chiedersi se sia il caso, nel pieno di una tempesta finanziaria, di stimolare gli animi sulla modifica di un impianto sociale così sensibile  come quella del posto di lavoro, rischiando un ulteriore effetto reattivo su consumi, produttività, conflittualità sindacale, sostegno al Governo, per di più senza avere apparentemente un piano preciso. La retromarcia tardiva dà ulteriormente l’impressione che quella della Fornero sia stata una mossa azzardata, più che una voluta provocazione. Ho l’impressione che se la Ministra si fosse tenuta per sé i suoi dubbi sull’articolo 18 ne avremmo guadagnato tutti.

22 Dicembre 2011

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