Il tavolo della pace

tavolodellapace.jpgQualche giorno fa il gotha del calcio italiano si è riunito insieme a Federazione e CONI a Roma attorno ad un tavolo definito pomposamente “Il Tavolo della Pace”. Dovessi provare a dire quale fosse l’argomento di discussione non saprei fare di meglio che dire che l’oggetto era la storia del calcio italiano degli ultimi vent’anni. E’ quasi ovvio dire che non si è risolto nulla. Se la trasponiamo su ambiti ben più seri è un po’ come se esponenti politici di destra o sinistra si incontrassero per arrivare ad una lettura comune della caduta del comunismo o del fascismo, o, passando alla gastronomia, è un po’ come se un napoletano ed un piemontese si incontrassero per discutere se è più buona la Mozzarella o il Castelmagno, la Pastiera o il Bonet.
Ma cosa spinge i rappresentanti di alcune delle più grandi aziende italiane a riunirsi per chiedersi se cinque anni fa lo scudetto lo meritasse la Juve, l’Inter o qualcun altro? Li spinge qualcosa che nel calcio riveste un’assoluta sacralità: l’Albo d’Oro. L’Albo d’Oro è, in ogni sport, la lista dei vincitori di una competizione nelle sue varie edizioni. Nel caso del Campionato di Calcio l’Albo d’Oro è il mantra che ogni appassionato di calcio ripassa periodicamente perché, per quanto si possa protestare, mugugnare, elevare proteste ed invettive all’organizzazione, l’Albo d’Oro è quello che fa fede: chi ha vinto ha vinto e tutto il resto rimane col tempo confinato alla chiacchiera da Bar Sport, al limite tra storia e leggenda metropolitana. Anche per questo forse, in tante edizioni di Campionato e su tanti casi di illeciti che hanno determinato penalizzazioni e retrocessioni, solo una volta (nel 1927) la Federazione ha revocato uno scudetto e la cosa è ancora talmente controversa che da più di una parte c’è chi ancora reclama quel titolo. Figurarsi revocare in una volta sola due scudetti due, per di più stravinti da una squadra colonna portante della nazionale campione del mondo nel 2006 in Germania, e colonna pure della Francia vicecampione, una squadra che quello scandalo distrusse proprio quando viveva il suo apice. Sovvertire l’esito di quei campionati sarebbe stato un mezzo vulnus nella storia del calcio anche se avessero scoperto un arbitro con un assegno firmato da Moggi con il risultato finale della partita indicato come causale; figuriamoci cosa poteva accadere nel momento in cui tutto ciò è accaduto a seguito di un processo sportivo che, così come quello penale, per stessa ammissione dei giudici, è stato puramente indiziario e nel quale, per di più, gli indizi e gli elementi erano simili per tutte le maggiori squadre, comprese formazioni nemmeno toccate dalle inchieste.
Oggi ci ritroviamo con un tavolo al quale gli uni si approcciano intimamente convinti che Calciopoli sia stata una somma manifestazione di giustizia che ha liberato il calcio da una gang di “truffatori” senza i quali il calcio ha ritrovato la sua genuninità perduta, un’epurazione che ha evitato che il contagio di codeste mele marce potesse far marcire tutto il cesto calcistico. Gli altri invece approcciano il tavolo considerando Calciopoli una congiura di palazzo destinata a colpire chi aveva meritatamente conquistato i suoi successi e che al massimo si era dovuto adeguare ad un malcostume diffuso e imperante. E’ ben difficile trovare un punto di incontro tra gli uni e gli altri in questo contesto. Eppure gli uni e gli altri sono le colonne del calcio italiano, gli uni e gli altri portano entusiasmo e denaro sugli altari del Dio Pallone ed il fatto che gli uni e gli altri si fregino dello stesso Scudetto toglie fascino al rito dell’Albo d’Oro e quindi a quello dell’intero calcio.
Può la Federazione lasciare aperta questa voragine senza perdere completamente di credibilità di fronte al mondo dei sostenitori calcistici? Ma come può d’altronde rimediarvi senza in ciò scontentare pesantemente gli uni o gli altri?
Quando ci si caccia in un vicolo cieco in genere ci si chiede dove stava l’errore che ha portato a questa conclusione. Certamente nello specifico l’errore fu a suo tempo organizzare un processo di piazza sulla base del tamtam mediatico, senza andare a fondo in quanto era successo e in quanto non era successo. L’errore fu ignorare quello che già nel 2006 si intuiva, ripetendo il dogma di Moggiopoli, del bene contro il male, della giustezza delle sentenze sportive e del calcio finalmente ripulito. Chi non lo fece ed in questi anni ha scavato sotto l’apparenza della narrazione mediatica si è ritrovato con una verità molto diversa e pressoché inconciliabile con quella ufficiale. Tutto questo però è figlio, a sua volta, di un errore di fondo, cioè della debolezza cronica della Federazione Gioco Calcio. Nel Campionato di Calcio la Federazione riveste poco più che un ruolo di arbitro, di giudice di pace tra le parti: non ha una reale autorevolezza, non ha un reale potere di dissuasione e spesso nemmeno di persuasione. Per questo la Federazione ad ogni scandalo si trova trascinata dal batage mediatico, si trova messa in croce dai presidenti scontenti, si trova tirata per la giacchetta da questo e da quello. Per questo il calcio italiano si sentì in dovere di infliggere pene esemplari nel 2006, pur non avendo ben capito perché, solo perché il sistema mediatico glielo chiedeva ed oggi non se la sente di fare un passo indietro perché il sistema mediatico la invita, nella sua maggioranza, a desistere. Per questo nel passato, in tantissimi altri casi in cui importanti interessi erano in gioco, la Federazione ha deciso in modo ambiguo e accomodante. Non dimentichiamoci che quelli che hanno preceduto il 2006 erano anni in cui il primo che si alzava a dire che c’era un complotto, che era tutto fasullo e che la Federazione era in mano a quattro fantocci riscuoteva solo applausi e consensi. Una Federazione che tolleri tutto ciò non può essere credibile, non può essere autorevole e diventa un vaso di coccio tra i vasi di ferro risultando odiosa sia ai vasi di ferro che agli altri vasi di coccio.
Ho l’impressione che al tavolo della pace più che discutere delle telefonate di Moggi o di Facchetti si dovrebbe discutere di un riequilibrio che faccia della Federazione un organismo realmente direttivo, e della Serie A un campionato fatto per essere equo, competitivo, e soprattutto non sia più un tavolino fatto apposta per ospitare il braccio di ferro tra le famiglie più potenti del paese. Se questo si fosse discusso su quel tavolo della pace probabilmente si sarebbe trovato un punto di accordo tra i presidenti di società presenti, solo che sarebbero stati probabilmente tutti d’accordo nell’opporvisi.

20 Dicembre 2011

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