L’eterna giovinezza

In lunghi anni di governi di estrazione politica siamo stati bombardati dalla stampa schierata che, con tono pomposamente e fastidiosamente celebrativo, commentava ogni provvedimento del Governo come la panacea a tutti i mali. Avrei sperato adesso di prendere una boccata d’aria e invece ecco che la pomposa e fastidiosa celebratrività raddoppia, giacché ora non sta solo di casa in una porzione del sistema informativo, ma nella sua totalità, tranne poche eccezioni. Così, di fronte alla prospettiva della riforma delle pensioni, i vari maitre-a-penser di destra e sinistra sono impegnatissimi a spiegarci, finalmente all’unisono, perché la riforma che il governo Monti ha appena annunciato è una grande idea e perché chi vi si oppone non capisce nulla. Non vi spiegherò di seguito che la riforma è una boiata e chi vi si oppone è un illuminato, sia perché non credo né all’una cosa che all’altra, sia perché non credo sia facile fare controproposte a chi ci fa notare che il sistema pensionistico così com’è oggi non sta in piedi. Ci sono tuttavia alcune cose che vorrei precisare a proposito di un paio di argomenti molto usati in queste ore.
Il primo argomento frequentemente usato è che chi va in pensione sia un mantenuto parassita che vive alle spalle del sistema e in particolare dei giovani che lavorano per lui. Chi si lascia andare a queste affermazioni forse si dimentica che le pensioni sono finanziate con il denaro che chi lavora fornisce allo Stato durante i suoi decenni di militanza lavorativa. Il pensionato solitamente è un ex-lavoratore che ha a lungo contribuito a finanziare la previdenza sociale. Il fatto che, arrivato ad un’età opportuna, possa godere di quanto ha versato mi pare un criterio di mero rispetto di un contratto, in assenza del quale la contribuzione previdenziale può essere a buon diritto definita una truffa ai danni del contribuente. Il punto è esattamente quale sia l’età opportuna e vedremo di seguito di capirlo.
Quando ho iniziato a versare i contributi previdenziali le idee in merito di pensione e quindi le condizioni per andarci erano molto diverse da quelle attuali e ancor più da quelle che usciranno dalla riforma appena presentata. E’ giusto che le condizioni cambino “in corsa”? Non è forse vero che “Pacta sunt servanda”? Qualcuno mi dirà di no, perché c’è il superiore interesse dello Stato e altre considerazioni di questo tenore. Tutto vero, però quantomeno non mi si venga a dire poi che sono io che chiedo la pensione il truffatore.
Vengo a questo punto però al secondo punto tipico degli “incensatori” della riforma, ovvero che la vita media si è allungata e quindi dobbiamo conseguentemente ristrutturare il sistema pensionistico. Chi sostiene l’avanzamento dell’età pensionabile ne fa una questione meramente economica: se sono troppi quelli in pensione e pochi quelli che lavorano (e quindi finanziano le pensioni) il sistema pensionistico non sta più in piedi. Non dimentichiamoci però che la pensione viene incontro al problema per il quale il fisiologico decadimento fisico dell’individuo lo rende sempre meno abile al lavoro e lo mette quindi nella condizione di avere, con l’avanzare dell’età, sempre più difficoltà a guadagnarsi il necessario per vivere. Se la soluzione è far avanzare l’età della pensione siamo sicuri che poi il sistema previdenziale svolga ancora la sua funzione? E’ vero infatti che la vita media si è allungata, ma non si è allungata perché abbiamo trovato l’elisir dell’eterna gioventù, si è allungata perché è migliorata la qualità delle cure mediche e quindi molte persone aggirano ostacoli che una volta sarebbero stati fatali, superano molto spesso le disavventure tipiche dell’età avanzata (disturbi cardiaci, tumori, calcoli) e sovente arrivano ad età molto avanzate, ma non ci arrivano con la freschezza del ventenne o almeno del quarantenne, ma con i piccoli e grandi malanni tipici, ieri come oggi, del sessantenne. Non ho elementi, e non credo ce ne siano, per dire che un sessantacinquenne di oggi, che goda di buona salute, sia in grado di lavorare più di quanto non lo fosse un sessantacinquenne di trent’anni fa. Se trent’anni fa si riteneva che il sessantacinquenne non avesse più la resistenza alla fatica o la prontezza, fisiche o intellettuali, per competere sul mercato del lavoro, non vedo perché dovrebbe essere in grado di farlo oggi. E’ opinione comune del resto che nel mercato del lavoro di oggi sia difficile trovare un posto di lavoro dopo i quarant’anni, figuriamoci dopo i sessanta.
alchimisti.jpgQuello a cui rischiamo di andare incontro quindi, è una società nella quale ci sia una massa di persone ultrasessantenni che non possono andare in pensione, ma che in realtà occupano una posizione marginale nel mercato del lavoro, o faticando a trovare un lavoro, se non ce l’hanno, oppure, se ce l’hanno, occupando il posto di un giovane che potrebbe svolgere le sue stesse mansioni con efficacia e produttività maggiore. Non varrebbe la pena allora di sforzarsi di trovare una soluzione diversa, magari creando una fase di accompagnamento alla pensione nel quale il pensionato riceva solo una parte della pensione e continui parallelamente a lavorare con un contratto di lavoro ad hoc che garantisca pensionato e datore di lavoro?
La mia può essere solo una provocazione, ma certamente è necessario fare uno sforzo di fantasia per trovare una soluzione che non sia socialmente devastante come quella a cui stiamo andando incontro. L’alternativa può essere solo scoprire il segreto dell’eterna gioventù, magari portando alla luce finalmente la celebre pietra filosofale: scelga il nostro nuovo Premier quale può essere la strada più percorribile.

5 Dicembre 2011

Un solo commento. a 'L’eterna giovinezza'

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  1. Carmelo Maugeri afferma:

    Penso che hai perfettamente ragione. Ma, vedrai, che fra qualche anno scopriranno che questo artificioso prolungamento della vita lavorativa si tradurrà in una crescita della mortalità che sarà conseguenza dell’effetto dirompente che lo stress fisico e psicologico produrrà sull’organismo degli ultrasessantenni che, vedendo scemare progressivamente quella qualità che gli inglesi chiamano “resilience”, non saranno in grado di sopportare i ritmi della vita lavorativa che risultano già impegnativi per i ragazzi di ventanni e che finiranno per catalizzare l’aggravamento di quelli che tu chiami “piccoli e grandi malanni tipici, ieri come oggi, del sessantenne”.
    Così fra qualche anno, ai lavoratori precoci del 1952 che riusciranno a sopravvivere a questa immonda riforma, resterà con ogni probabilità soltanto un riso amaro dinanzi ai nuovi soloni che verranno ad illustrare in TV i riscontri statistici che daranno conto della flessione degli indici di sopravvivenza che avrà colpito questa generazione. In fondo, se vogliamo, anche più fortunata di tante altre che l’hanno preceduta e che forse è giusto, per una strana nemesi della storia, che paghi anch’essa il suo piccolo e tardivo contributo in termini di attonita sofferenza.

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