Redistribuire o no?

E’ abbastanza comune nei momenti di crisi che ci sia qualcuno che mette la propria bandierina sul quadro economico per spiegarlo a proprio uso e consumo delle proprie convinzioni.
Da noi l’ha certamente fatto in una recente intervista al Corriere della Sera Guido Rossi, personaggio che, quando non si fa nominare Commissario di federazioni sportive per attribuire scudetti alla sua squadra del cuore,  è uno stimato… non so bene cosa, visto che ha fatto un po’ di tutto. Nell’intervista al Corriere, Rossi espone la sua teoria secondo la quale l’origine della crisi stia nella crescente diseguaglianza creatasi all’interno delle società paesi occidentali negli anni ‘90 e all’inizio del nuovo secolo, che ha portato l’economia al collasso. Onestamente l’intervista mi pare molto frammentaria e Rossi sembra più pronunciare delle formule che seguire un discorso logico ma questo ovviamente non esclude che possa avere ragione. Certamente la sua intervista ha suscitato reazioni contrastate nella blogosfera: Gilioli e Civati l’hanno portato ad esempio, Sandro Brusco su Noisefromamerika l’ha stroncato senza pietà criticando tra l’altro proprio i sopracitati apologeti.
Cambiando radicalmente sponda, leggo che il Tea Party, che sta rastrellando ampi consensi negli Stati Uniti, sostiene invece l’esatto contrario, ovvero che è stata la farraginosità dello Stato a determinare la crisi e se il reaganismo avesse completato il suo smantellamento della struttura statale oggi l’America sarebbe ancora la grande potenza che fu.
paperino_paperone.jpegChi ha ragione e chi torto? Non ho elementi sufficienti per rispondere a questa domanda con certezze e forse in effetti non ve ne sono, per cui non mi addentro in analisi economiche che d’altra parte non saprei svolgere, ma mi accontento di manifestare la franca impressione che la causa della crisi, come di tante altre crisi, a partire da quella settecentesca dei bulbi dei tulipani, sia stato l’uso disinvolto di crediti e debiti e non tanto la redistribuzione o la presenza dello Stato nell’economia. Semmai la mia impressione è che la disparità sociale renda più aspra la crisi dal punto di vista psicologico proprio perché trasmette l’impressione che a pagare sia solo chi ha di meno. Quando io ho uno stipendio fisso, per quanto modesto, e delle certezze sul futuro, accetto più benevolmente che qualcuno guadagni cento volte tanto. Quando vengo licenziato e vedo i dirigenti dell’azienda che mi ha licenziato continuare a vivere nello sfarzo magari mi irrito un po’. In effetti il paradosso del motto berlusconiano “I ristoranti sono pieni” è che, lungi dall’essere consolatoria, la formula è ulteriormente beffarda nei confronti di chi al ristorante non ci è mai andato.
Preso per buono che l’attribuzione della crisi ad un deficit redistributivo sia strumentale, non si può negare che la redistribuzione sia un fattore che incide profondamente nell’economia di una società. I meccanismi redistributivi sono un volano per il funzionamento del cosiddetto “ascensore sociale”, cioè la possibilità per chi nasce poco abbiente di ascendere fino ai più alti gradi della gerarchia sociale. L’efficienza dell’ascensore sociale assicura produttività e competitività ad un paese, senza contare che un paese a ricchezza diffusa ha un mercato di consumi diffusi e questo non può che favorire la domanda interna e quindi, secondo una formula abusata, “far girare l’economia”. Allo stesso tempo però un’eccessiva redistribuzione appiattisce il quadro sociale, svilisce i meccanismi di meritocrazia e di competitività che si traducono in efficienza economica. Dove sta quindi l’equilibrio ottimale tra queste opposte tendenze? Prima di tutto sta in un punto che si sposta nel tempo, perché il contesto culturale determina quanto peso abbiano i fattori sopra descritti e quando quindi gli effetti contrari si compensano. C’è però soprattutto un elemento soggettivo, perché ai meccanismi di valutazione economica sovrapponiamo delle valutazioni etiche personali. C’è quindi chi preferisce una società in cui ognuno viene premiato secondo i suoi meriti e c’è chi preferisce una società nella quale nessuno viene lasciato indietro: in definitiva siamo disposti quindi a vivere in una società un po’ meno efficiente dal punto di vista economico ma che appaghi un po’ di più il nostro modello etico. Oltre a questi elementi non dimenticherei infine che anche i nostri modelli etici sono a loro volta mutevoli, sulla base degli sviluppi storici, economici e culturali, e questo rende ulteriormente instabile e fluttuante il punto di equilibrio di cui sopra. E’ un equilibrio talmente instabile e fluttuante che la società non riesce a tenergli dietro e oscilla intorno ad esso creando crisi, scompensi e insoddisfazione. Temo in definitiva che dovremo metterci tutti il cuore in pace: non esiste una facile ricetta per evitare le crisi e chi crede di averla trovata probabilmente ci sta prendendo per il naso, solleticando le nostre aspirazioni e i nostri sogni. Anche a me piacerebbe che un economista mi dimostrasse che il modello di società che più appaga le mie preferenze etiche ed estetiche sia anche quello che funziona meglio, così come vorrei che i cibi che preferisco fossero anche quelli che sono più giovevoli alla mia salute, ma mi aspetto che non sia così.
Tutto questo non significa che ci dobbiamo rassegnare al periodico disastro, ma che contro la crisi è preferibile adottare un approccio meramente scientifico nel cercare di prevedere asetticamente (per quanto ciò sia possibile) le conseguenze delle nostre politiche e, solo una volta delineati gli scenari, fare scelte sulla base delle nostre preferenze valoriali. Se cerchiamo di far dire all’economia quello che ci piacerebbe dicesse, perdiamo solo tempo. Dall’esplosione della crisi non faccio dall’esplosione della crisi che cercare di ricordare chi fosse quell’economista al quale, verso la metà degli anni ‘90, in pieno clintonismo, sentii dire che gli Stati Uniti avevano un debito privato superiore all’intero debito del terzo mondo e che questo era un elemento di debolezza che rischiava prima o poi di far esplodere l’economia del mondo occidentale. Se qualcuno in più l’avesse ascoltato, anziché rincorrere neoliberismi o neokeynesianismi, forse oggi staremmo tutti un po’ meglio.

25 Novembre 2011

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