Il congresso di Rifondazione

Il congresso di Rifondazione è secondo me interessante dal punto di vista storico perché dimostra come i movimenti politici abbiano una tendenza straordinaria ad ignorare gli eventi ed i processi storici (volontariamente o involontariamente) ed a proseguire come se nulla fosse. In quest’ottica ben si inserisce l’intervento di Bertinotti che per prima cosa ha rimarcato il fallimento del tentativo di unificare la sinistra, come se di fronte al fallimento della rianimazione di un cadavere si concludesse che è stato un errore cercare di rianimarlo. La realtà è che l’attuale sinistra radicale poteva attrarre ancora l’elettorato solo in quanto sfumatura più sociale dello schieramento Unionista. Nel momento in cui si è ritrovata a dover formulare una proposta politica autonoma si è manifestata come totalmente inadeguata a farlo.
Perché questo? Il problema, a mio parere, non sta solo in un radicalismo che mal si concilia con il governo di un paese, non sta solo in un’ambiguità tra il chiamarsi “comunista” ed il proporsi al governo di un paese capitalista, non sta solo nel non voler chiarire se lavoro o capitale siano due categorie che hanno uguale dignità o se il lavoro viene sempre prima del capitale nelle priorità della sinistra. Credo che il problema principale stia in un’ambiguità non oggettiva ma che soggettivamente percepisce come tale una gran parte dell’elettorato.
Nel mondo che sta ormai alle nostre spalle il principale elemento che gli elettori si aspettavano dalla politica era una difesa della propria categoria all’interno della scala sociale. Quindi lo spartiacque tra gli schieramenti politici seguiva la linea di demarcazione delle categorie sociali ed il diverso atteggiamento che le diverse forze politiche avevano riguardo ai diritti di tali categorie, e quindi riguardo alla redistribuzione, all’erogazione di servizi pubblici, ai diritti sindacali. Negli ultimi due decenni gli effetti di una serie di fenomeni storici hanno scompaginato questo quadro portando una serie di trasformazioni difficilmente reversibili nel nostro modo di vivere che rappresentano un trauma, grave, per la maggior parte dei cittadini, quanto se non di più di una perdita di posizione della propria categoria sociale. Riassumendo questi fenomeni in tre concetti-guida sto parlando della globalizzazione, dell’immigrazione, dell’integrazione europea. La globalizzazione ha portato a mercati più concorrenziali nei quali si compete con paesi senza diritti e senza garanzie sindacali e questo sta riducendo anche da noi diritti e garanzie oltre a creare un efficientismo che finisce con l’abbassare comunque la qualità della vita. L’immigrazione ci porta a dover convivere con persone provenienti da culture diverse con abitudini e ritmi diversi e soprattutto concorrenti terribili sul mercato del lavoro poco qualificato. L’integrazione europea ci porta a dover ridurre via via la nostra specificità culturale per armonizzarci con il resto dell’Europa anche in considerazione del fatto che, pur essendo tra i padri fondatori dell’Unione Europea, siamo tra i paesi più eterogenei al resto d’Europa, ed i temi della giustizia, sui quali siamo continuamente tenuti sulla graticola europea, ne sono solo un esempio.
Tutto questo ha portato una gran massa di cittadini a vedere in queste trasformazioni la principale preoccupazione e quindi la principale fonte di domande alla quale la politica deve rispondere. Nell’idea di costoro queste trasformazioni, che pure hanno cause ed origini diverse, sembrano obbedire ad un’unica logica, ad un unico fronte che spesso i cittadini confondono vedendo l’immigrazione come causa della precarizzazione del lavoro o l’Europa come causa della perdita di diritti. E’ quindi su questo unico fronte che i cittadini si rivolgono per avere rassicurazioni. Per questo i due principali schieramenti politici nel nostro paese si sono disassati rispetto alla consueta contrapposizione sociale tra destra e sinistra per contrapporsi sul tipo di risposta a queste domande. I “popolisti” si sono lentamente orientati su un fronte di resistenza al cambiamento: protezionismo contro la globalizzazione, misure restrittive sull’immigrazione, ostilità o comunque inazione sull’integrazione europea. I democratici al contrario si impegnano a dare risposte rassicuranti su questi temi: “il cambiamento deve andare avanti ma noi lo sapremo governare”. Il cittadino comprende le due risposte chiare e coerenti e sceglie quella che lo convice di più.
La sinistra, radicale e non radicale, rimane invece a metà del guado, ferma sulla difesa della categoria dei meno abbienti che però nel frattempo ha smesso di essere una categoria ed è un insieme eterogeneo che comprende chi è povero e dà la colpa ai padroni, chi è povero e dà la colpa agli immigrati e soprattutto chi dà la colpa a tutti e due. Su questo, Bertinotti dice che l’operaio che vota Lega ha delle attese e che la sinistra deve disgregare quelle attese. Vero, ma le attese che ha sul tema del lavoro potrebbero non essere scorporabili da quelle che ha sul tema dell’immigrazione. Ed a quel punto ti troverai a spiegare all’operaio che vota la Lega che l’immigrazione porta ricchezza culturale e anche sostanziale ma, nel frattempo, devi anche spiegargli che se oggi non approvi un piano di risanamento di Alitalia che prevede 5000 esuberi, domani ne dovrai approvare uno da 10.000, se oggi non approvi l’accordo sul Welfare probabilmente domani ne avrai uno peggiore (come vediamo in queste ore) e così via.
In definitiva ho la sensazione che in questa fase storica del nostro paese, e non solo del nostro paese, la nicchia biologica della sinistra, così come siamo abituati a concepirla, si stia erodendo e le soluzioni per fermare l’erosione dovranno essere molto ma molto creative per essere efficaci ed al momento quello che si vede è: Ferrero eletto nuovo segretario di Rifondazione, Diliberto che invoca l’unità dei comunisti, i verdi in cui l’uomo che vuole portare una ventata di innovazione è Boato, i socialisti che si interrogano se sia il momento per un ripensamento sul craxismo; sostanzialmente il deserto.
E’ un epoca storica che si chiude? Non lo so ma il dubbio è legittimo.

27 Luglio 2008

3 commenti a 'Il congresso di Rifondazione'

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  1. andrea afferma:

    Vorrei iniziare la mia riflessione ponendo(mi) qualche domanda: la sinistra in senso lato, senza sigle, marchi o logo, non ha davvero più ragione di esistere? In altre parole: le istanze sociali di cui la sinistra è portatrice sono obsolete? I diritti che difende sono superati? Le battaglie che sostiene sono inutili? Davvero il PD (+Idv) ed il PDL (+Lega) rappresentano il 99% degli italiani? E siamo sicuri che i governi (quello al sole e l’altro in ombra) rappresentino soluzioni e proposte diverse, dinstinguibili ed antagoniste riguardo al problema della precarizzazione del mondo del lavoro, alla questione immigrazione e così via fino alla difesa dell’ambiente (inceneritori/rigassificatori/Tav/etc.) e della laicità (diritti civili come i Dico, il testamento biologico, il matrimonio tra gay, etc.)?
    Io credo di no.
    E credo che la sinistra, per dare significato alla sua esistenza nel terzo millennio, debba ripartire dalle questioni che sono la sua ragione d’essere: la difesa degli ultimi, la tutela dei più deboli, la conquista di nuovi diritti civili.
    La sinistra è in crisi profonda. Come lo è questa nostra società in cui sguazzano personaggi che più sono sqallidi, più hanno successo. E non potrebbe essere diversamente: la sinistra è destinata a decadere in una società che riversa nel degrado civile.
    Un esempio? Come puoi parlare di diritti per gli extracomunitari quando questi vengono percepiti dalla stragrande parte dei nostri concittadini un pericolo pubblico? Difendere i rom dalla schedatura significa perdere consensi.

    Ma, d’altro canto, del degrado civile è responsabile, in parte, anche la sinistra che non ha saputo avviare e sostenere una politica che lo contrastasse efficacemente neppure tra i suoi simpatizzanti: anche l’ottusità, la miopia e l’incompetenza della sinistra hanno facilitato la deriva civile della nostra società.
    Ad esempio, ignorare del tutto la questione sicurezza (fino a confondere la delinquenza e la microcriminalità con la legittima protesta e ribellione dei poveri contro il sistema economico che li opprime) ha dato il fianco all’attuale criminalizzazione degli immigrati.

    Insomma, la sinistra è in come. lo è anche la nostra società.
    E secondo me, il destino dell’una è legato a quello dell’altra.

  2. Coloregrano afferma:

    Andrea, prima di darti la mia risposta alle tue domande faccio una premessa. La suddivisione del quadro politico in schieramenti non è un dato immutabile ma dipende dal quadro sociale. Dalla rivoluzione industriale in avanti la principale contrapposizione sociale si è presentata tra le istanze dei più umili e quelle delle classi medie ed elevate. Questo ha elevato a fondamentale della scelta democratica la contrapposizione tra i portatori di queste istanze, contrapposizione che non a caso si è delineata in diversi contesti in tempi e modi differenti. Ad esempio negli Stati Uniti solo con la grande depressione ed il successivo new deal i due maggiori partiti hanno assunto connotati di questo genere mentre prima si differenziavano più che altro su temi specifici. Questa suddivisione non ha mai in realtà rappresentato l’intero quadro politico ma è sempre stata piuttosto l’unico modo per rappresentare in modo semplice e quindi comprensibile a tutti la scelta, anche se ha portato spesso ad intrecci ed alleanze tra portatori di idee, a livello di struttura economica, quasi antitetiche, (come ad esempio nazionalisti e liberali nella destra dello schieramento politico) con evidenti conseguenze di instabilità. Questo vuol dire che non è scontato che la linea divisoria tra gli schieramenti politici sia sempre quella che è stata nel passato.
    Fatta questa premessa, le istanze di cui la sinistra si fa portatrice sono sempre attuali. E’ sempre necessario mettere la democrazia al servizio dei più umili. Il problema è che i più umili sono un’area che si sente oggi pochissimo omogenea e questo rende difficile che uno schieramento politico riesca a raccogliere grossi consensi su una linea di semplice difesa di una categoria sociale. E’ necessario che la sinistra prenda una posizione chiara sui cambiamenti in corso, posizione che non può che essere pragmatica in particolare su temi come il lavoro e la sicurezza.
    Non si può pensare che il lavoro precario che è una realtà ormai radicata nella nostra società sia solo un cancro da estirpare, non si può pensare di tenere in piedi un’azienda in crisi con soldi pubblici, non si può pensare che la sicurezza sia un’esigenza secondaria. Si deve lavorare per limitare quanto più possibile il lavoro precario, per limitare i danni sociali del ridimensionamento di un’azienda, per spiegare quanto più è possibile che la sicurezza non è l’unica priorità del paese. Contestare l’accordo sul welfare, contestare le proposte di Amato nell’ambito della sicurezza, rimanere freddi se non ostili all’accordo con Airfrance, dichiarare il governo Prodi un’esperienza fallimentare, ha messo le premesse per il ritorno dello schieramento populista al governo ed i risultati li vediamo in questi giorni.
    Non ho idea se alla fine la sinistra così fatta riuscirà a ritrovare una massa critica per vivere di vita autonoma o se alla fine ha più senso che le istanze sociali rivivano in correnti interne ai due partiti maggiori. Rimanendo però fortemente scettico sul fatto che un partito come il PD, a forte componente confessionale, possa essere credibile come partito progressista, mi viene il dubbio che lo spazio per un altro schieramento in quell’area esista ma con altre idee ed altri uomini.

  3. andrea afferma:

    Sottoscrivo la tua visione, le tue critiche e le tue speranze.

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