Il pesce non puzza solo dalla testa

bell-guardian-berlusconi.PNGIeri la notizia della salita di Berlusconi al Quirinale si è incrociata con la sentenza di Calciopoli che ha condannato a pene draconiane i principali imputati del processo, risparmiando ben pochi dei molti accusati. Ho scorto un interessante simbolismo in questa casuale sovrapposizione tra una sentenza e l’episodio che nell’immaginario di tanti chiude l’epoca del berlusconismo (sarà poi vero? Mah…). Eh sì, perché il craxismo prima e il berlusconismo poi. attribuendo una veste politica alla magistratura, avevano finito per farcela collocare sullo stesso piano assiologico su cui si colloca la contrapposizione politica. Dire magistratura era arrivato quindi ad evocare, per i berlusconiani un oscuro coacervo di cospiratori, pronti a sovvertire il potere costituito sulla base di chissà quale grande disegno, per gli antiberlusconiani l’ultimo baluardo dello stato di diritto contro malaffare ed immoralità. Eravamo talmente abituati a sentire politici colti con le mani nella marmellata negare ogni addebito e bollare le inchieste come complotti, da arrivare a percepire i magistrati come idealisti senza macchia e le sentenze come unico autentico criterio veritativo.
Oggi che Berlusconi si avvia verso il tramonto possiamo forse augurarci che da domani si tornerà a prendere atto tutti, a prescindere dalla propria collocazione politica, che il problema della massiccia presenza di grumi di illegalità nella nostra politica e nella vita pubblica in generale è uno dei più grandi problemi del nostro paese e possiamo augurarci conseguentemente che tale constatazione smetta di avere un colore politico. Allora potremo tornare a elogiare o censurare un magistrato nel merito del suo operato senza, in ciò, fare una scelta di campo politico. Si accorgeranno gli ex-berlusconiani che nelle Procure ci sono grandi professionalità che hanno strenuamente lottato in questi anni per un paese migliore, ma si accorgeranno anche gli ex-antiberlusconiani che nelle Procure, come in ogni altro ambito della vita pubblica italiana, ci sono personaggi senza scropuli in cerca di visibilità e potere. Se in Italia ci sono intoccabili che per quanto facciano in galera non ci metteranno mai piede, nonostante la buona volontà di magistrati e procure, il processo di Calciopoli ha detto anche, come tanti altri processi, che però, per contro, ci sono tutti gli altri cittadini che in galera rischiano di finirci senza sapere nemmeno perché, maciullati dagli ingranaggi del sistema giudiziario.
teresa_casoria_giudice_calciopoli.jpgNon ho nessuna intenzione di profondermi in una apologia di Moggi. Dal processo sono emerse oggettivamente pratiche poco chiare: appuntamenti clandestini con arbitri, SIM svizzere distribuite senza una chiara spiegazione dei motivi e degli obiettivi e una sensazione generale di chi rimesta nel torbido. Nulla però di tutto ciò rende credibile la bislacca ricostruzione fornita dall’accusa dell’associazione a delinquere “a singhiozzo”, nella quale gli associati entravamo e uscivano pressoché liberamente: tutto questo per spiegare come mai i presunti associati spesso e volentieri danneggiavano gli interessi della associazione medesima. Condannare su questa base a 5 anni e 4 mesi di reclusione il cittadino di un paese nel quale gli assassini di Federico Aldrovandi se la sono cavata con 3 anni e 8 mesi non sembra francamente avere un senso. Non ha però soprattutto un senso condannare a 1 anno e 5 mesi uno come Dattilo che nel processo pare proprio entrato per sbaglio. Gli elementi a carico di costui paiono essere davvero minimi: in primis il fatto di essere sospettato di essere stato un destinatario, in base alla ricostruzione dei movimenti trovata sui tabulati, di una delle SIM svizzere, senza nessun elemento certo sull’effettivo possesso della SIM né tantomeno sul contenuto di quanto detto con quella SIM (tra l’altro il deus ex-machina delle SIM svizzere Fabiani è stato assolto il che lascia dei dubbi che la cosa possa essere stata considerata rilevante dal tribunale); poi di una frase detta da Moggi al moviolista de LA7 Baldas in cui gli chiedeva di essere generoso con Dattilo; infine l’avere espulso il giocatore dell’Udinese Jankulovski (reo di aver colpito con un cazzotto un avversario) durante Udinese-Brescia, provocandone quindi la squalifica per il successivo incontro con la Juventus. Quest’ultimo elemento, l’unico che poteva aver un senso, è poi caduto durante il processo allorché è stato chiamato a testimoniare l’assistente di Dattilo in quella partita, il quale ha affermato di aver segnalato lui a Dattilo il pugno che era sfuggito all’osservazione dell’arbitro stesso, come peraltro notato e segnalato da numerosi organi di stampa nel passato. Tra l’altro Dattilo stesso arbitrò poco in Serie A quell’anno e mai la Juve, quindi non si capisce in che modo avrebbe potuto aiutare la presuntissima associazione e quale giovamento avrebbe tratto dall’associazione stessa. Eppure il Dattilo si trova adesso con una condanna a 1 anno e 5 mesi di reclusione da scontare. Forse in un sistema di potere come quello italiano, nel quale ogni ingranaggio è intrecciato inestricabilmente ad ogni altro, in un domino nel quale al cadere di una tessera rischiano di cadere tutte le altre, un Tribunale non può sputtanare una Procura che per anni si era vantata di aver rivoltato come un calzino il calcio italiano, liquidando il tutto con una assoluzione in primo grado. Forse il rischio di richiesta risarcimento da parte delle società danneggiate dal processo sportivo era troppo alto. Forse in appello almeno anche i torti più grossi di questa sentenza saranno riparati. Forse…
Di sicuro mi è difficile non pensare a Dattilo quando sento Berlusconi annunciare, ritirare e poi riannunciare le proprie dimissioni. Sarà pur vero che il pesce puzza dalla testa, ma risolto il problema della testa, per poter ridare dignità al nostro paese, dovremo iniziare a scovare almeno alcune delle metastasi che si aggirano per il resto del corpo e rendono ogni cittadino del nostro paese esposto non solo ai mercati e alla crisi, non solo all’inefficienza della politica, ma anche al sopruso di chiunque abbia un po’ di potere e creda di poterlo usare a proprio totale arbitrio.
C’è però una speranza e la speranza sta nel fatto che oggi, nel 2011, siamo un po’ più protetti di ieri, perché è più difficile colpire il singolo senza che nessuno se ne accorga. Oggi un processo non è più un misterioso rito che si celebra nella semiclandestinità ma è seguibile interamente online e se i media tradizionali fanno finta di nulla e oggi perfino Tuttosport, fino a ieri unico quotidiano che sollevava dubbi sul processo di Napoli, china la testa, sulla rete sono in tanti a levare la loro voce. D’altronde i casi Aldrovandi o Cucchi furono proprio propagati dalla Rete, senza la quale le istituzioni non si sarebbero mai mobilitate. Qui quindi sta la speranza: nel tamtam, ma il tamtam naturalmente lo dobbiamo suonare noi.

9 Novembre 2011

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