Lapidare Gramellini?

limitidemocrazia.jpgUn paio di giorni fa Gramellini, nella sua rubrica Buongiorno, ha proposto di restringere il diritto di voto a coloro i quali dimostrano di conoscere la Costituzione. Non so se si trattasse di una provocazione oppure lui ci creda davvero: la proposta è talmente grottesca in effetti che mi pare di poter propendere per la prima ipotesi. In ogni caso a me basta constatare che quello che ha scritto sottolinei una cosa che molti dimenticano, ovvero che quel potere contro il quale oggi così fieramente ci scagliamo l’abbiamo scelto noi, noi con il nostro voto, con il nostro consenso ad alcuni modelli di sviluppo, con le nostre azioni quotidiane, dal comprare il giornale al far la spesa al supermercato. Ovviamente nel noi indistinto c’è chi ha fatto delle scelte e chi ne ha fatte altre ma la sommatoria ha prodotto quel potere e non altro e non servirebbe a molto cercare di stilare delle categorie tra quelli che hanno più o meno collaborato. E’ pur vero che nel noi indistinto c’è chi aveva previsto dove saremmo finiti, che una società basata sul debito (pubblico o privato che sia) non sarebbe rimasta in piedi a lungo, che un signore che era entrato in politica per non andare in galera (e che c’è rimasto per poter continuare a fare quello che faceva prima senza andare in galera) avrebbe portato, se eletto Premier, il paese che governava alla rovina. Ci può allora stare che chi aveva profetizzato, inascoltato, queste sventure oggi si lasci andare alla reazione emotiva di chiedere che si sottragga il diritto di voto a chi non c’era arrivato prima. E’ però una razionalità limitata, simile a quella di chi chiede la pena di morte perché spera, sopprimendo chi uccide, di avere in futuro una società senza assassini.
In realtà la risposta non può essere limitare il modello partecipativo della democrazia (che è anzi semmai il suo punto di forza), ma piuttosto capire che le scelte sbagliate sono parte del gioco della democrazia e che il rischio che un elettorato poco avveduto possa scegliere come propri governanti dei mascalzoni incompetenti esiste ed è il motivo per cui la democrazia non è un sistema politico che si possa calare dall’alto, ma che presuppone un tessuto civile e sociale maturo e responsabile, in grado di capire cosa sia bene scegliere e perché. Anche se Berlusconi se ne dovesse andare presto a casa, se i cittadini di questo paese non faranno un’opportuna autocritica, non ne godremo alcun vantaggio e ci sceglieremo altri Berlusconi, altri Bossi, altri Scilipoti.
Non lapiderei quindi Gramellini, contrariamente a quanto da lui ipotizzato, ma mi rallegrerei piuttosto (quale che fosse il suo vero intento) perché quanto da lui scritto ha sollevato un dibattito che evita di acquietarci su un rassicurante rullo di tamburo che preannuncia la caduta di Berlusconi, ricordandoci che l’Italia ricadrà nelle stesse mani dalle quali sta cercando di liberarsi se non cresceranno nel frattempo gli italiani. Val però certo la pena di ricordare a Gramellini e soprattutto ai tanti che hanno applaudito al suo pezzo che una società forte e solida è una società che cresce nel suo complesso: ricchi e poveri, imprenditori e operai, colti e illetterati, progressisti e conservatori, senza lasciare indietro nessuno.

4 Novembre 2011

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