Dogmi

Ogni tanto la parte razionalista di me mi chiede come mai io segua il calcio con così grande fervore. Uno degli alibi più ricorrenti che mi dò è che il calcio è davvero interessante soprattutto in quanto è una dimensione semplificata della realtà, è un campo nel quale ci si esercita a mettere in gioco quegli stessi vizi e virtù morali e intellettuali che la realtà propone, con il vantaggio di essere un gioco, vantaggio che si concretizza nel fatto che qui è più facile che in ogni altro ambito sganciarsi dal vortice delle passioni, prendere distacco dalle cose ed osservarle con occhio analitico. Se gli affetti, il lavoro, la politica coinvolgono comunque nostri interessi personali dai quali è difficile riuscire ad estraniarsi, col calcio è molto meno arduo provare per un attimo a non essere coinvolto emotivamente e guardare quindi a quanto accade da una posizione superpartes. In realtà non è affatto per questo né per nessun altro motivo razionale che il calcio mi appassiona, ma credo sia assolutamente vero quanto fin qui scritto ed è proprio questa caratteristica del calcio che mi spinge spesso, oggi come molte altre volte, a scrivere su questo blog, mescolando temi pallonari a caratteristiche generali della nostra società.
Mi tocca tornare, ad esempio, a parlare di Calciopoli, per dire che se guardo da tifoso bianconero alle vicende del processo su Calciopoli non posso che essere poco originale, irritandomi a pensare ai due scudetti vinti meritatamente (perché si era di gran lunga i più forti) e sfumati a causa di quanto accaduto sui giornali e nelle aule di giustizia sportiva, in un processo di piazza fatto di frasi distorte e di pesantissime omissioni ed in un processo sportivo la cui sentenza era già stata emessa prima di iniziare. Se provo però ad abbandonare per un momento la visuale della contesa sportiva non posso non riconoscere che qualcosa che non andasse c’era indubbiamente e che renderlo pubblico non è stato un male per il calcio, né per la società italiana in generale. E tuttavia, anche prima delle ultime novità uscite dal processo di Napoli, non ero mai riuscito a trovare un solo elemento che mi convincesse che ci fosse tra le maggiori società calcistiche una così abissale disparità. Le cene segrete di Galliani con Collina, le velate minacce agli arbitri di Facchetti erano davvero meno gravi delle SIM svizzere di Moggi? Ma soprattutto erano meno gravi delle incazzature di Foti (presidente della Reggina) che valsero una disperata rincorsa ai calabresi contro una penalizzazione di nove punti, mentre il Milan veleggiava tranquillo in Champions League e l’Inter sfoggiava uno scudetto mai vinto? Forse è comprensibile che il rutilante batage mediatico che aveva accompagnato l’esplosione dello scandalo avesse confuso molti e che quanto emerso successivamente non sia stato sufficiente a cancellare l’imprinting che il 2006 aveva lasciato nella testa dei meno attenti. Francamente però pensavo che, dopo le ultime nuove intercettazioni scovate dalla difesa di Moggi, i maitre-a-penser paladini di Calciopoli facessero qualche passo indietro, cominciassero a scricchiolare le certezze sul Sistema-Moggi, qualche “Forse ci siamo sbagliati” uscisse. Niente di tutto ciò invece: alcuni sembrano avere scelto la ritirata non parlando più dell’argomento, altri invece rimangono in trincea come se niente fosse accaduto. Tra i primi c’è Michele Serra, del quale non sono riuscito a trovare un articolo su Calciopoli che non sia vecchio meno di tre anni (se non questo), ma anche Beppe Severgnini evita ultimamente di pronunciarsi (questa l’ultima sua comparizione). Chi invece non si rassegna è Marco Travaglio (tra l’altro juventino, a dimostrazione che l’incapacità di rivedere le proprie convinzioni talvolta è più forte del senso di appartenenza) il quale continua a tuonare dalle colonne del Fatto Quotidiano contro quelli che vogliono equiparare la Juve di Moggi all’Inter di Facchetti.
Insomma mi sono letto un po’ di fonti sul tema, ci ho riflettuto e alla fine mi sono reso conto dell’origine di questa impermeabilità, come d’altra parte di molte altre impermeabilità intellettuali: un dogma. In effetti in tutte le ricostruzioni innocentiste nei confronti dell’Inter aleggia sempre uno spettro dogmatico, ovvero che in quegli anni la Juve rubava e l’Inter veniva derubata. Questa è l’asserzione, non dimostrata, di partenza, questa è le prospettiva ineludibile in funzione della quale poi si interpretano tutti gli elementi processuali. Chiunque, credo, sentendo un designatore dire ad un dirigente di società: “Non ti preoccupare: Domenica vincete, ci parlo io con l’arbitro” ne concluderebbe che il tentativo di illecito sia conclamato, una squadra normale sarebbe stata retrocessa senza discussioni, ma, visto che il dirigente in questione era della squadra sbagliata, la dissonanza dal dogma obbliga a ridefinire la realtà e l’illecito diventa una sorta di “contentino offerto per digerire ben altro”. Con questo procedimento qualunque evidenza contraria si può assorbire, il fatto che l’Inter procurasse colloqui di lavoro agli arbitri amici diventa un modo per difenderli dalle angherie del sistema Moggi, il fatto che l’arbitro designato per Inter-Juve fosse istruito a favorire i nerazzurri era solo un modo per indurlo a non esagerare in senso opposto, e così via. In fondo è un procedimento che funziona anche al di fuori del contesto calcistico. Non è forse vero che milioni di italiani hanno ridefinito negli anni le proprie convinzioni, la propria morale, le proprie fonti di informazioni per difendere, man mano che uscivano gli scandali, il dogma secondo il quale Berlusconi è tanto una brava persona? Che dire della guerra in Iraq? Non è forse vero che molti paesi hanno combattuto una guerra in Iraq mandando a morire migliaia di giovani in base al dogma che Saddam avesse le armi di distruzioni di massa e quando abbiamo scoperto che le armi di distruzioni di massa non c’erano e probabilmente i governi sapevano non ci fossero, nessuno ha battuto ciglio, accontentandosi semmai di riposizionare gli scopi della guerra sulla famosa “esportazione della democrazia”?
Come nascono però questi dogmi? Perché ad un certo punto una parte dell’opinione pubblica viene così profondamente penetrata da una convinzione da non potersene più liberare?
Il meccanismo mi si è palesato qualche mattina orsono quando il barista dove prendo il caffé al mattino, che solitamente parla poco di calcio ed è pure milanista, mi ha accolto dicendo: “Certo che ’sto calcio è proprio marcio. Ho visto che hanno dato di nuovo contro l’Inter un rigore che non c’era”. Questo è quello che fitra: possono esserci anni di “zeru riguri“, di “aiutini”, di polemiche da più parti sui favori arbitrali all’Inter passate regolarmente sotto silenzio, giuste o sbagliate che fossero. E’ bastato qualche risultato negativo, qualche scontata lamentazione contro gli arbitri e il filtro mediatico ha rimesso in piedi il complottismo dei tempi migliori. Non è difficile: è sufficiente che i mezzi di comunicazione attribuiscano in gran maggioranza gli sbagli in una direzione alla fallibilità dell’uomo e a quelli in direzione opposta ad un complotto globale e la convinzione si instilla in molti, in quasi tutti. cartesio.jpgNon che le voci contrarie siano censurate, ma diciamoci la verità: quante migliaia di volte è passato in televisione il rigore negato a Ronaldo e quante volte (due o tre) il gol sottratto a Trezeguet che regalò all’Inter una Supercoppa (e qui già un dogmatico direbbe: “Eh già! Vuoi mettere uno scudetto con una Supercoppa!”). Così Rocchi, protagonista di un paio di errori a favore del Napoli nel recente incontro contro l’Inter, diventa l’arbitro che espulse l’anno passato Sneijder (peraltro in modo sacrosanto) dal derby con il Milan e non l’arbitro che risolse a favore dell’Inter il Campionato di qualche anno fa. E’ una polarizzazione continua dell’informazione che come una goccia d’acqua, a lungo andare può bucare anche la pietra: è questione di tempo e di lavorìo ai fianchi ma alla fine il dogma è servito e nessun dato, nessuna evidenza contraria potrà cancellarlo fino in fondo.
Che possiamo fare? Dialogare, discutere, ascoltare criticamente, in questi e altri campi è l’unica arma che abbiamo contro lo spettro del dogma. Certo il dogma spesso non è uno spettro simpatico, spesso diventa un elemento così identitario per chi lo assorbe che se cerchi di attaccarlo rischi di risultare irritante, fastidioso, il tuo interlocutore si infuria, digrigna i denti, ti dà del folle o del rompicoglioni. Ecco, alla fine forse la colpa è tutta del nostro vecchio caro Descartes e delle sue idee sul dubbio sistematico, in fondo coi dogmi si vive anche bene, almeno per un po’.

21 Ottobre 2011

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