L’Europa mandarina

Se nelle nostre esistenze c’è uno strumento di cui si parla poco è quello che usiamo in assoluto di più, ovvero il linguaggio. Ognuno di noi passa le sue giornate a parlare di auto, televisioni, computer, anche Governo, magistratura e perfino riforma elettorale ben di più che di lingua, eppure la lingua è ciò che ci permette di parlare di tutti gli altri argomenti sopra citati. Poco spazio è parimenti dato dai mezzi di comunicazione ai problemi connessi alla lingua, il suo uso, l’evoluzione delle lingue, la scelta di una lingua piuttosto che un’altra. Proprio in quanto strumento così direttamente connesso alla nostra esistenza tendiamo a darlo per scontato e preoccuparci di qualunque altra cosa prima che della lingua. Ho del resto l’impressione che sia proprio il frequentare la lingua così di rado in termini problematici a farci dimenticare della sua importanza sociale in una sorta di circolo vizioso logico.
Eppure i problemi che la lingua solleva sono spesso devastanti. Pensate al Belgio, un paese minuscolo caratterizzato dall’essere diviso tra da due gruppi etnici che si guardano in cagnesco, eppure vivono insieme da secoli: che cosa li divide allora così pronfondamente se non la lingua? D’accordo, ci sarebbe anche la confessione religiosa, ma nell’Europa contemporanea così laicizzata ho l’impressione che le divisioni religiose siano davvero labili. Ho trovato interessante due dati: l’uno il numero di matrimoni misti tra valloni e fiamminghi (sotto al 10% del totale) e l’altro il numero di matrimoni misti tra belgi e stranieri (che hanno raggiunto il 17%). Sto probabilmente confrontando patate con carote perché non è chiaro quali siano i criteri con cui le due statistiche sono state calcolate ma l’impressione che la barriera etnica (che nell’immaginario collettivo sembra un baluardo inespugnabile) sia meno solida della barriera linguistica è abbastanza forte.
Oggi che la crisi induce molti a chiedere un’accelerazione del processo di integrazione europea alcuni (ma sempre pochi) si accorgono che la lingua potrebbe essere un ostacolo a tale processo. Eh già, perché un governo europeo non può essere forte senza una legittimazione democratica e questa dovrebbe passare al vaglio degli elettori di tutta l’Unione: ma come faccio a fidarmi, ad apprezzare e quindi votare per un certo Van Rompuy se parla una lingua che nemmeno tutti i belgi conoscono, come il fiammingo? E’ allora evidente che un processo di unificazione dell’Europa difficilmente può prescindere dall’esistenza di una lingua comune europea. Per molti la soluzione c’è già: si tratta dell l’inglese che moltissimi hanno studiato a scuola e che molti parlano già per lavoro, o utilizzano comunque durante viaggi e scambi internazionali. Potrebbe essere anche un’ottima idea se l’inglese non fosse già la lingua ufficiale in un paio dei paesi dell’Unione. Come potrebbero un italiano o un lituano competere ad armi pari con un inglese o un irlandese in una società in cui la lingua ufficiale sia l’idioma di Shakespeare? Per contro ogni proposta di una lingua comune neutrale (Esperanto, Latino o una lingua creata ex-novo per dare un po’ di lavoro ad un equipe di consulenti) naufraga contro l’obiezione “Ma come? Centinaia di milioni di persone dovrebbero imparare una lingua nuova? Impossibile!”. E’ inutile ricordare all’interlocutore che è proprio quanto successe in Italia quando si decise che l’italiano doveva diventare la lingua nazionale (e allora non c’era Internet): non c’è verso di smuoverlo. E allora, baloccandosi su questa incertezza, su questi scenari diversi ma tutti considerati impraticabili, l’Europa continua a rimandare ogni tentativo di soluzione del problema linguistico e quindi, contemporaneamente, di soluzione del problema politico.
Chi come il sottoscritto, data la sua lunga militanza nel movimento esperantista, si è trovato spesso a parlare di “lingua di scambio”, non può però non aver notato come lo status dell’inglese come lingua di scambio sia erroneamente percepito dai più come un elemento immutabile. Essere nati e cresciuti in un’epoca storica caratterizzata dalla posizione di dominio di potenze anglofone, prima il Regno Unito, e poi gli Stati Uniti, ci porta a pensare che sia ovvio che quando un italiano e uno spagnolo si incontrano parlino in inglese. La realtà è invece che si tratta in realtà di un fenomeno transitorio e infatti sembrerebbe che il dominio dell’inglese cominci a scricchiolare: almeno a giudicare da un articolo uscito qualche tempo fa su Repubblica nel quale si prefigura un futuro molto vicino (2015) nel quale la lingua più nel mondo studiata cesserà di essere l’inglese a beneficio del cinese mandarino. Diffido degli articoli su Repubblica in cui si disegnano scenari imprevedibili, quasi sempre ottenuti manipolando acrobaticamente i numeri. Se però non sarà il 2015 sarà magari il 2020, ma la potenza economica della Cina rende assolutamente realistico che tra non molti anni il cinese sorpassi l’inglese come lingua oggetto di studio.
carrilho-europe-china.jpgPreso atto di ciò mi viene da disegnare uno scenario paradossale ma che sembra l’unico che permetta di trovare una quadra. Se infatti nell’Europa del futuro fosse il cinese e non più l’inglese la lingua più diffusamente studiata e conosciuta, la lingua di scambio e la lingua degli affari, ci ritroveremmo tra le mani una lingua del tutto neutrale che potrebbe tranquillamente, quella sì, essere adottata come lingua dell’Unione Europea senza avvantaggiare nessuno, senza creare figli e figliastri. Sarebbe certo divertente vedere Merkel, Sarkozy e Monti disquisire di Eurobond nella lingua mandarina o scambiarsi pizzini scrivendoci sopra ideogrammi, sarebbe ancor più buffo trovarci a chiacchierare con uno spagnolo o con un portoghese usando quella bizzarra lingua che fino a pochi anni fa ci sembrava una cantilena per bambini, fatta di un sacco di vocali per noi indistinguibili, sarebbe paradossale ma forse potrebbe essere l’unica soluzione. Sarebbe sì amaramente divertente, ma sarebbe anche una terribile nemesi storica per l’indolenza che l’Europa dimostra nell’affrontare il proprio futuro in questo ed in altri campi, e sarebbe anche simbolico della subalternità a cui l’Europa, con questo atteggiamento, si sta inesorabilmente votando.

29 Novembre 2011

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