Stavolta pensiamoci prima

Gli scontati effetti delle azioni dei “cappucci neri” di Sabato si fanno già sentire, non solo nell’ovvio oscuramento mediatico della manifestazione degli Indignati, le cui rivendicazioni sono quasi completamente sparite anche dagli organi di stampa a loro più vicini, ma soprattutto nel tentativo da parte delle forze politiche di sfruttare il clima di rabbia dell’opinione pubblica per introdurre leggi repressive e restringere i diritti civili (e c’è chi a sinistra fornisce assist al bacio per alimentare questa strategia). Tra pochi giorni ci sarà una nuova manifestazione in Val di Susa contro il cantiere della linea Torino-Lione e già c’è chi prospetta nuovi incidenti. Proviamo a capire se non sia il caso di porsi qualche interrogativo in merito.
L’intervista al cappuccio nero pubblicata su Repubblica dice tante cose, ma soprattutto a mio modo di vedere una: ovvero il retroterra culturale di questi personaggi. Il linguaggio, il modo di esprimersi, il modo di concepire il proprio operare ha tutte le caratteristiche di un videogioco. Perché un videogioco? Perché una battaglia vera ha sempre uno scopo finale, occupare un territorio, impossessarsi di una risorsa, arrecare danni al nemico. Gli anarchici di un tempo, così come le BR successivamente, puntavano ad attentati, a colpire obiettivi mirati, a far sentire al potere che la sua intangibilità era soltanto apparente. Far la rivoluzione in quel modo era pura illusione, ma almeno si facevano danni al fronte “nemico”. Invece per i “cappucci neri” la vittoria è occupare una piazza per una mezzoretta, spaccando tutto, con l’unico effetto concreto di obbligare qualche povero cristo a ricomprarsi la macchina, a rifare la vetrina del negozio, a ridipingere la facciata della casa. Non ci vuole un genio per capire che l’esito politico della cosa sarà solo ricompattare sul potere chi magari se ne stava lentamente allontanando, ma non ha importanza, perché l’obiettivo è solo raggiungere il livello successivo del videogioco, non c’è una vittoria finale a cui puntare, ci sono solo delle sfide personali da vincere, come in un qualunque videogioco di strategia. Può essere un’analisi sociologica semplicistica ma ho l’impressione che si tratti di personaggi cresciuti attaccati ad una console e che adesso non vedono nessuna prospettiva di lungo termine ma solo dei livelli di sfida personale da superare uno alla volta. Mi pare di capire che il livello successivo qui sia il cantiere di Chiomonte, ovvero tranciare qualche pezzo di rete, sfondare qualche ruspa e così via: non so quanti punti vale ma forse varrebbe la pena di far ritornare costoro a sfogarsi solo su una Play Station, e per far ciò varrebbe la pena che chi fa parte di quella protesta facesse una riflessione in merito.
chiomonte_notav.jpgIn quest’ottica le parole apologetiche nei confronti delle possibili violenze pronunciate dal leader NOTAV Perino fanno rabbrividire. Nutro non da oggi molti dubbi sul progetto della Torino-Lione ed in generale su quanto si è speso in Italia sull’alta velocità, tuttavia non ho mai compreso l’emotività che circonda l’opposizione all’opera, una delle tante linee ad alta velocità in corso di costruzione in Europa ed una delle tante opere pubbliche in Italia costruita a dispetto dei dubbi sulla sua efficacia e il suo rapporto costo/benefici. Pur essendo quindi piuttosto freddo rispetto alla irruenza del movimento, ritengo che l’esito violento della manifestazione che Perino prefigura e pregiustifica significherebbe gettare al vento l’entusiasmo di migliaia di persone, che meriterebbe almeno un minimo di riflessione mediatica sul tema delle opere pubbliche: riflessione che invece sarebbe ancora una volta oscurata dall’ennesimo dibattito su violenze, insurrezione e altre amenità.
Di fronte a questo si impone una presa di posizione chiara di chi a Chiomonte ci va per opporsi alla TAV e non per superare il livello di un videogioco, presa di posizione da assumere prima di Domenica, dicendo che quanto dichiarato da Perino è delirante e che non rappresenta il movimento. Non serve a nulla adombrare presunti complotti o mistificazioni, come fa il blog di Beppe Grillo: l’intervista di cui sopra di Repubblica può essere autentica o il frutto di un’invenzione, ma di certo il personaggio e i toni che assume riecheggiano il clima che si respira sui siti dell’area “antagonista”. Non serve nemmeno rimarcare come le strategie di chi organizza l’ordine pubblico sembrano fatte apposta per lasciare libero campo ai devastatori, sappiamo che è sempre stato così e che tutti i cortei sono lasciati a sé stessi: non in tutti i cortei però si verificano gli incidenti e questo è un fatto. Serve ancor meno lamentarsi poi Lunedì prossimo perché giornali e tv parlano delle violenze e non delle ragioni del NOTAV, sarebbe solo l’ennesimo pianto del coccodrillo che personalmente trovo ormai solo ridicolo. Serve invece oggi dire con chiarezza se si sta con i videogiocatori oppure si crede davvero in quello che il movimento ignazio_la_russa_4a5d.jpg propone e lo si vuole portare avanti con l’unica strada oggi possibile, cioè quello del confronto e del dibattito civile e democratico. Ad esempio sarebbe interessante capire come mai Perino, che dice di parlare a nome della gente, e il movimento in generale, si è sempre dimostrato poco interessato ad un referendum consultivo sul tema della TAV, che sarebbe l’unico modo per verificare cosa ne pensa davvero la “gente”.
Mancano tre giorni, non c’è molto tempo per evitare di regalare un’altro successo a chi vorrebbe farci andare alle manifestazioni passando per i tornelli. Vedere un’altra volta Larussa gongolante e Maroni trionfante sarebbe una cocente sconfitta per tutti: SITAV, NOTAV e NITAV.

20 Ottobre 2011

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