Il Quarantotto e quel che ne seguirà

Il quarantotto (il 1848, quello autentico) è stato il momento-fulcro del processo storico che ha visto il rovesciamento delle monarchie europee e l’avvento dei sistemi repubblicani che si sarebbero progressivamente trasformati in sistemi democratici, cioè con una forte distribuzione e livellamento del potere. E’ stato il fulcro per un motivo molto semplice: ovvero che in quell’anno in una quantità enorme di paesi europei si sono avuti moti rivoluzionari con significativi impatti politici. Il paradosso è che benché quell’anno sia considerata la chiave di volta di un processo storico così rivoluzionario, gli effetti permamenti di quell’anno possono apparire, ad una sommaria panoramica storica, pari a zero. Tra Febbraio e Marzo di quell’anno si sollevarono contro i propri governanti la Francia, la Sicilia, il Lombardo-Veneto, la Prussia, l’Austria, l’Ungheria e la Polonia. Si formarono qua e là governi rivoluzionari e si promulgarono costituzioni, ma entro un anno dalla sua esplosione solo in Francia si era effettivamente instaurata la Seconda Repubblica, mentre negli altri paesi i rispettivi poteri monarchici erano stati ripristinati e la stessa Seconda Repubblica sarebbe francese stata entro breve (1851) cancellata dal colpo di stato di Luigi Napoleone. E allora perché il quarantotto è così popolare e così importante? Probabilmente perché dimostrò che quelli che fino ad allora erano singoli focolai di rivolta, improvvisati impeti rivoluzionari, si stavano costituendo come nuovo assetto naturale dello stato europeo e da allora furono i regimi conservatori a dover giocare in difesa, soffiando sui temi del nazionalismo e del populismo per arrestare il cambiamento, causando disastrosi e tragici conflitti prima di finire fortunatamente travolti dalla storia. Dopo il ‘48 le trasformazioni politiche avvennero in modo quasi fisiologico con la caduta progressiva dei sistemi autoritari, o attraverso la loro pacifica implosione o attraverso la cruenta sconfitta del loro ultimo disperato tentativo militare. Quel che conta è che la restaurazione che il ‘49 portò non fu che il tappo apposto alla caffettiera, ma era chiaro che in un modo o nell’altro le energie che il ‘48 aveva liberato si sarebbero riconvogliate in altro modo in un processo storico inarrestabile.
primavera_araba.jpg Tutto questo sproloquio per dire che quello che definiamo il quarantotto arabo non deve lasciare troppe illusioni ma nemmeno troppe disillusioni.  Non dovrebbe sfuggire ai più attenti come la rivolta in Egitto sia stata propiziata dall’ostilità dell’esercito verso il regime e che se l’esercito fosse stato dalla parte di Mubarak i manifestanti sarebbero finiti come in Siria. Non dimentichiamoci poi che in Libia i ribelli hanno vinto grazie all’intervento europeo e che le componenti progressiste non sono assenti ma nemmeno prevalenti nella ribellione contro Gheddafi. Non dimentichiamoci infine che una parte delle protesta è una protesta populista che non chiede modernità ma semplicemente pane e che può essere acquietata facilmente da un regime nazionalista che dispensi in modo più generoso favori e privilegi. Se quindi l’ottimismo ingenuo di coloro i quali hanno narrato quello del 2011 come un grande movimento verso la democrazia lascia il tempo che trova, credo non si possa nemmeno dire, come fanno altri, che siano solo lotte intestine, conflitti tribali o chissà cos’altro. Alle stesso modo il “nostro”quarantotto fu propiziato anche da lotte intestine all’ala conservatrice, come quelle che portarono alla caduta di Luigi Filippo in Francia per mano anche dei monarchici legittimisti e dei bonapartisti, o da strategie espansionistiche militari, come gli appetiti dei Savoia sulle terre lombarde e venete. Con tutto ciò era però chiaro che in quelle rivolte aleggiasse un chiaro messaggio progressista e che questo messaggio progressista, pur sconfitto sul campo, stava indicando in modo irreversibile il destino dell’intera Europa.
E’ chiaro quindi il messaggio che ci lanciano i nuovi disordini scoppiati al Cairo, è chiaro il messaggio che ci manda chi assalta una televisione privata tunisina colpevole di aver trasmesso il film Persepolis (peraltro tanto critico con la società islamica quanto con quella occidentale), è chiaro il messaggio che lancia il leader del CNT Jalil annunciando l’introduzione della Sharia in Libia, è chiaro perfino il messaggio che ci viene dalle elezioni in Tunisia vinte dagli islamisti. Lo sviluppo storico di quell’area verso sistemi caratterizzati da giustizia sociale e ridistribuzione più equa del potere troverà molti nemici e molti ostacoli anche tra coloro che hanno collaborato a spodestare i dittatori fino a ieri in carica. L’accelerazione verso il futuro spaventa molti, inducendoli a tirare il freno della storia. Quando però leggo di un convegno salafita in Egitto per discutere l’opportunità di accettare il suffragio femminile mi viene in mente che una delle più massicce estensioni del suffragio nel Regno Unito fu introdotta dai conservatori capeggiati dal celebre Primo Ministro Disraeli. La realtà è che alla fine delle rivoluzioni quasi mai restano al potere i progressisti: quello che le rivoluzioni, violente o pacifiche, in genere fanno invece è spostare lo spartiacque tra progressisti e conservatori e se questo è quello che sta succedendo in quei paesi non possiamo che guardare con ottimismo alla stabilità futura di quell’area ed alla possibilità per il mondo arabo di entrare finalmente nel terzo millennio.

26 Ottobre 2011

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