Le radici dei bavagli

In questi giorni si incrociano nelle cronache, tra gli altri, due tra i tanti esempi del lavoro continuo ai fianchi che certa politica fa da anni alla nostra libertà di informazione, entrambi contenuti nel cosiddetto “DDL intercettazioni” . Da una parte è stato riproposto (e poi ritirato) l’obbligo di rettifica per i siti web entro 48 ore, dall’altra è stata rilanciata l’introduzione di sanzioni penali per i giornalisti che diffondono le intercettazioni.
Partirei dal primo punto per provare a spiegare perché questi interventi sono particolarmente strategici nel panorama mediatico dell’Italia di oggi. In sostanza si sarebbe trattato di obbligare chiunque faccia affermazioni su qualcun altro su un sito Internet (di qualunque genere) di correggerle entro 48 ore, laddove tali affermazioni siano ritenute offensive dall’interessato. L’aspetto ridicolo della norma è che la valutazione dell’”offensività” delle affermazioni è del tutto lasciata all’interessato. Se io faccio un’affermazione assolutamente vera e verificabile ma che l’interessato mi chiede di rimuovere perché la ritiene insultante io devo farlo entro 48 ore anche se io nel frattempo sono partito per un viaggio in Polinesia. La norma è quindi di per sé piuttosto bislacca, ma è soprattutto del tutto assurdo che tale obbligo sia esteso anche a siti blog amatoriali, ovvero non registrati come organo di stampa.
Ogni volta che io, normale cittadino, al bancone di un bar, sull’autobus, in coda alla posta, faccio un’affermazione in luogo pubblico, sto rendendo nota la mia opinione. Facendolo posso offendere qualcuno ma non avrebbe senso una legge che mi ingiungesse di tornare entro 48 ore nello stesso bar o nello stesso ufficio postale smentendo, usando lo stesso volume di voce, quanto precedentemente affermato: eppure qualcuno ha potuto pensare di richiedere che tale assurdità sia prevista laddove un caso simile si verifichi su Internet. Perché si arriva a tanto? - ci si chiederà.
Provo a risalire al cuore del problema. Ognuno di noi forma le sue opinioni sulla base di una mole di informazioni che riceve dall’esterno che interagiscono con un suo orizzonte di convinzioni e attese. Un tempo tale mole informativa era costituita prevalentemente dal passaparola realizzato attraverso i contatti sociali diretti, esisteva parallelamente un canale informativo ufficiale, accreditato e credibile, (i giornali prima, la radio poi, la televisione successivamente) che arrivava però solo ad una parte della popolazione e per un tempo limitato della giornata. Poi gradualmente i mass media, e la televisione in particolare, hanno eroso questa quota fino a diventare fonte prevalente nella formazione delle opinioni e quindi del consenso, facendo anche leva sulla propria immagine di fonte credibile ed accreditata. In realtà le fonti ufficiali sono sì più credibili, ma anche più facilmente controllabili perché la possibilità di informare tramite esse è limitata strutturalmente (ad esempio da temi di costo) o artificiosamente (ad esempio da leggi di regolamentazione orientate o, nel caso dei giornalisti, dalla presenza degli ordini professionali). Internet ha sconvolto questi equilibri: aprire un sito Internet è qualcosa alla portata di tutti e permette una visibilità pressoché universale. Questo non significa però che aprire un blog o anche solo un gruppo su Facebook significhi accreditarsi come fonte affidabile, non significa accollarsi oneri più pesanti di quelli di una chiaccherata al bancone del bar, ma significa farlo verso  una platea estesissima. Questo ha rispostato l’ago della bilancia verso il passaparola, verso la comunicazione interpersonale, con una fondamentale differenza: che oggi puoi comunicare interpersonalmente non solo col barista del bar sottocasa o con il tizio che incontri all’Ufficio Postale ma con un ampia platea di persone che ti possono spiegare che a Napoli i rifiuti ci sono, anche se la tv ti dice che non ci sono più, o che L’Aquila è ancora un cumulo di macerie, anche se i giornali ti dicono che il terremoto è solo più un lontano ricordo. Certamente chi comunica con te non è un giornalista accreditato, non ha studiato, non ha sostenuto degli esami ed è mediamente meno affidabile di una fonte ufficiale, ma è anche più libero, meno controllabile. Questa non significa che la comunicazione ufficiale sparirà: anzi nell’era di Internet la comunicazione ufficiale ha un suo preciso ruolo, come elemento di riscontro, ma avrà un ruolo decisamente ridimensionato rispetto al passato recente.
bavaglio_4_01.jpgNon deve suscitare sorpresa che ci siano tanti a cui questo nuovo equilibrio non piace, che preferirebbero tornare al dominio di un ristretto coro di voci e che ci provano in tutti i modi a trasformare Internet in un canale controllato e controllabile.
Non troppo diverso è d’altronde il tema delle intercettazioni. E’ abbastanza evidente che una cosa sbagliata, anche se sostanzialmente inoffensiva, detta nel modo sbagliato rimbalzando qua e là sulla Rete, può generare effetti devastanti sulla reputazione di qualunque personaggio pubblico. Non posso negare che questo aspetto del sistema mediatico contemporaneo sia assolutamente sgradevole, anche perché le fonti di informazione, di qualunque colore o clan, sembrano non veder l’ora di presentare in modo manipolatorio e fuorviante quanto dichiarato da personaggi pubblici nel proprio privato per ottenere determinati effetti comunicativi. Tuttavia non c’è un modo di evitarlo che non sia di vietare tout court le intercettazioni, cosa che avrebbe evidentemente conseguenze enormemente più gravi del male che combatterebbe. Non funziona nemmeno il rendere più efficaci nelle procure i controlli sulla riservatezza del materiale intercettato giacché, nella stragrande maggioranza dei casi, le intercettazioni vengono diffuse nel momento in cui vengono messe a disposizione delle difese, né sono accettabili i filtri che con il DDL si volevano introdurre sulla diffusione del materiale alle difese. Il processo di Napoli su Calciopoli ci ha dimostrato ricorda quanto sia un fondamentale principio di difesa quello per il quale l’intero materiale intercettato debba essere a disposizione della difesa per un’eventuale controindagine. Il semplice divieto di pubblicare le intercettazioni da parte delle fonti di informazione è anch’esso anacronistico nell’epoca di Wikileaks. Un file audio su un sito web negli Stati Uniti diventerebbe comunque di dominio pubblico nel giro di mezza giornata. L’unico sbocco praticabile sarà di avere nel futuro un modello diverso di personaggio pubblico, che non potrà più permettersi, a differenza di quanto accade oggi e accadeva ieri, una doppia vita. Chi cerca il consenso delle masse non potrà più pensare di dedicarsi al Family Day di giorno e al bunga bunga di notte, di essere proibizionisti di giorno e cocainomane di notte e così via. Sarà una società più trasparente di quella di oggi. La cosa avrà vantaggi e svantaggi ma credo tutto ciò che possiamo fare è adattarci a questa ineluttabile trasformazione storica.
rogo_giordanobruno.jpgIl problema però non è tanto nel merito dei danni che questo o quel provvedimento potrebbero fare, quanto nella furia ossessiva con cui chi ci governa sforna a ritmo incalzante proposte di legge che hanno un unico comune denominatore: quello di voler fermare la storia, quello di ergere una diga contro le trasformazioni a cui la società sta andando incontro. Il rischio non è tanto che ci riescano, che effettivamente la diga tenga, che effettivamente la storia si fermi: le vittorie degli oscurantismi sono sempre state effimere. Il rischio è semmai che costituiscano, come altri oscurantismi in passato, un freno tirato in una competizione mondiale nella quale altri avanzano con l’acceleratore premuto, che siano un tappo ad un processo di adattamento al nuovo nel quale in Italia non certo solo negli ultimi venti anni siamo sempre arrivati un po’ più tardi.

13 Ottobre 2011

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