Non poteva che non sapere

Dopo lunghi mesi è giunta alla chiusura delle indagini l’inchiesta sulle intercettazioni in Telecom. La conclusione è quella che già si annunciava. L’ex-carabiniere Tavaroli, responsabile della sicurezza di Telecom e grande accusato per lo scandalo delle intercettazioni, aveva fatto tutto di propria iniziativa. Aveva quindi trasformato il sistema di intercettazione di Telecom, dedicato teoricamente a supportare le inchieste della procura, in un sistema di compravendita di intercettazioni senza che il resto dell’azienda ne avesse il minimo sentore.
Ci sono certo alcuni fatti curiosi in questo modo di raccontare la vicenda. Come già scritto su questo blog, secondo le testimonianze dell’inchiesta, esisteva in Telecom un meccanismo clandestino e fuorilegge per il quale, se la procura avesse messo sotto intercettazione il telefono di un manager Telecom, compreso Tronchetti-Provera, Tavaroli ne sarebbe stato avvertito immediatamente. Viene da chiedersi perché Tavaroli avrebbe fatto realizzare un simile marchingegno di sua spontanea volontà senza nemmeno informarne i beneficiari. Inoltre è stato confermato dall’inchiesta che tra le utenze intercettate c’erano aziende di telecomunicazioni concorrenti di Telecom (Vodafone, H3G, Fastweb), così come Luciano Moggi (concorrente in quanto Carlo Buora, amministratore delegato di Telecom all’epoca, era anche vice-Presidente dell’Inter). Perché Tavaroli si preoccupava di raccogliere informazioni che sarebbero stati utili ai suoi capi senza poi diffonderle? Era una sua iniziativa o qualcuno glielo chiedeva?
In definitiva i dubbi sono tanti, rafforzati dal fatto che mentre la procura solleva da ogni addebito Tronchetti-Provera ed i suoi stretti collaboratori, il processo va avanti sulle pagine dei giornali, di Repubblica in particolare, che pubblica una serie di interviste a Tavaroli, dal quale emerge un quadro che non pare affatto in armonia con le conclusioni della Procura.
Sembra proprio che per la magistratura italiana il vecchio teorema del “Non poteva non sapere”, a forza di spallate ricevute dalla classe politica, sia diventato il teorema del “Non poteva che non sapere”. L’ipotesi che chi è capo di un’azienda non possa non sapere che all’interno della stessa azienda si compiono con regolarità reati gravissimi, che una volta alcuni PM avevano vanamente provato a considerare realistica, oggi è diventata ufficialmente peregrina.
Quelle procure che un tempo non esitarono ad arrestare o inquisire Gardini, De Benedetti, Romiti, fanno oggi un passo indietro, si muovono con prudenza e circospezione. Quale che sia la verità dell’inchiesta su Telecom rimane l’impressione, avvalorata da questa vicenda, che la denigrazione sistematica della magistratura, che in questi anni ha compiuto una parte della classe politica, ha lasciato dietro di sé le sue macerie, e sotto le macerie è rimasta una magistratura timida e paurosa di mettere il naso in cose più grandi di lei. Da ciò si capisce anche come quella parte della classe politica abbia potuto prosperare in questo paese: grazie all’alleanza preziosa di buona parte del resto della classe dirigente italiana che alla fine mirava alla stessa intoccabilità.

22 Luglio 2008

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