Torni la prossima volta

Chi, tra quanti hanno frequentato da studenti l’Università, non ha sentito almeno una volta rivolgere a sé stesso o ad altri il sinistro invito: “Torni la prossima volta”? La dinamica è più o meno sempre la stessa: ti viene fatta una domanda che ti prende in contropiede (pensavi non lo chiedesse, avevi perso quel foglio degli appunti, ti sei addormentato sul libro mentre ripassavi e ti sembrava di saperla, hai un’amnesia selettiva…), balbetti una risposta, il docente comincia ad interromperti, ad assumere ostentate espressioni che oscillano tra lo schifato e l’indignato e infine la proposta finale: “Senta… Torni la prossima volta”.
“Ok - ti vien da dire - non sono andato bene su questa domanda, ma ho studiato, il resto del programma lo so, mica c’è solo quello che mi hai chiesto nel programma d’esame, non prenderò 30 ma a me non interessa prendere 30, un 18 o un 20 mica mi sporcano la media, fammi un’altra domanda. Dai”
studente_scheletro_2.jpgProporlo però non serve, se non a posizionarsi in un piano inclinato dal quale scivolerai sempre più in basso nella considerazione del docente, perché il bisogno di perfezionismo che affligge molti docenti dei nostri atenei non consente di accettare che passi l’esame chi l’ha iniziato così male. Credo infatti che sia essenzialmente un bisogno estetico quello che spinge chi hai davanti a proporti di cancellare questa pessima esibizione con una rapida ritirata, nella speranza che non rimanga traccia del tuo passaggio; sembrerebbe quasi che nella concezione del docente la sociologia o l’elettronica applicata non potrebbero sopportare oltre di essere così maltrattate.
Ora, nulla mi infastidisce di più di coloro i quali scoprono i difetti dell’università solo allorquando si preparano all’assalto alla dirigenza dei finanziamenti alla ricerca, e quindi mi hanno infastidito alquanto coloro i quali hanno partecipato per appartenenza politica al fuoco incrociato contro i professori “baroni” che ha avuto luogo negli ultimi anni, tuttavia non nego che i mali dell’università siano tanti e siano gravi. Ho l’impressione che uno di questi sia il fatto che molti docenti vivano in una dimensione anacronistica nella quale il tempo è una dimensione di relativa importanza e nella quale tutto ruota intorno ad un senso essenzialmente estetico del sapere. Ed invece al di fuori delle porte dell’ateneo il tempo ha una straordinaria importanza e concretezza e il sapere è speculativamente ciò che mi serve per conseguire gli obiettivi di vita che mi prefiggo; ciò vuol dire che se oggi non passo l’esame perderò tempo, mi laureerò più tardi, inizierò a lavorare più tardi e rischierò di perdermi delle occasioni che non torneranno più. E allora io studente ho pieno diritto ad una seconda ed anche una terza domanda e ho pieno diritto ad essere congedato, con un invito a ripresentarmi la prossima volta, se e solo se nella valutazione complessiva delle mie risposte non raggiungo una preparazione sufficiente, anche se qua e là ho fatto rivoltare nella tomba Thévenin o Durkheim.
Vivere un’istituzione fondamentale come l’università come se là fuori si vivesse con i ritmi della Roma antica fa male a sé e fa male all’università, ma fa male soprattutto agli studenti che scoprono solo quando ottengono il sospirato pezzo di carta che il mondo esterno somiglia poco a quel microcosmo che per molto (spesso troppo) tempo hanno frequentato.

29 Settembre 2011

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