Little engine that couldn’t

thelittleengine.JPGIl Wall Street Journal qualche mese fa, per commentare la curiosa vicenda italiana del movimento NOTAV, citava un riferimento classico della cultura americana, il trenino della storia “The little engine that could“, volgendo il titolo in negativo per parlare della realtà italiana. Il trenino era in quella storia il simbolo della frontiera, del mito americano di progresso e di modernità in grado di vincere ogni ostacolo e ogni sfida, realizzando anche le imprese più impossibili. E’ significativo che per rappresentare il paradosso italiano per il quale in tempo di crisi globale, mentre altrove si manifesta per il posto di lavoro, la pensione, il pane, in Italia si manifesta contro una linea ferroviaria, il WSJ tiri in ballo quest’immagine, anche se poi l’articolo parla d’altro. E’ significativo perché la vertenza NOTAV tira in ballo proprio il difficile rapporto che il nostro paese continua ad avere con la modernità e con il modello di sviluppo che la modernità porta con sé. Difficile rapporto di cui il nimbismo, innegabilmente diffuso in Italia, è solo uno degli aspetti: gli altri sono i costi gonfiati, le scelte discutibili in termini di priorità delle opere, la scarsa propensione sia della politica che delle comunità locali alle consultazioni popolari. Il risultato di questa serie di fattori è l’incapacità di trovare una soluzione negoziale, sulla base della quale sviluppare un progetto, e la propensione invece allo scontro più o meno violento.
Non ripercorro quanto già scritto sul movimento NOTAV, ma mi limito a constatare come attualmente la protesta si trovi in sostanza in un vicolo cieco: da una parte c’è una maggioranza schiacciante delle forze politiche che è favorevole all’opera, dall’altra c’è un movimento che si batte contro la stessa, ma sembra poco interessato a qualunque tipologia di conta democratica dei favorevoli e contrari. In questo scenario non c’è nessuna soluzione democratica all’orizzonte e in scenari non democratici difficilmente viene dato ragione a chi protesta. Per questo forse nel modo in cui in Italia si approcciano le controversie tra grandi opere e comunità sociali c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nelle premesse.
Proverò allora a guardare altrove. In Svizzera ad esempio c’è un progetto nazionale che si chiama AlpTransit: è un progetto nato all’inizio degli anni ‘90 allo scopo di realizzare una rete ferroviaria ad alta velocità attraverso la Confederazione. Per prima cosa gli svizzeri pensarono bene di sottoporre l’iniziativa a referendum, giusto per evitare che qualcuno poi dicesse: “l’alta velocità ferroviaria è una stupidaggine, è superata” o altro. Successivamente un ulteriore referendum portò all’introduzione nella Costituzione dell’obiettivo di massimizzare il trasporto su rotaia, anche qui per evitare che si potesse dire poi che “Tanto poi la rotaia non la si usa lo stesso”. Infine, sempre tramite referendum, gli svizzeri decisero di introdurre una tassa sul traffico pesante per finanziare l’opera, anche qui per evitare che poi ci si chiedesse: “Ma dove li tireremo fuori tutti ’sti soldi?”. Partiti da queste premesse gli svizzeri hanno proceduto speditamente verso la realizzazione del progetto che vent’anni dopo è stato in buona parte realizzato e sarà ultimato entro quattro-cinque anni. Magari hanno fatto una stupidaggine, magari non servirà a nulla tutta questa rete, magari in futuro, come prefigura qualcuno, non si viaggerà più ma viaggeranno solo i nostri dati, ma almeno gli svizzeri hanno portato a termine in tempi rapidi e certi un progetto e, cosa che non guasta, hanno anche fatto in modo, tramite leve fiscali e politiche, che l’opera non nasca cattedrale nel deserto, ma nasca in un contesto che la richiede, come oggi è certamente la linea del Gottardo, sulla quale il traffico merci è in crescita costante. Da noi invece per prima cosa si progetta l’opera e si aprono i cantieri, poi, forse ci si chiede se serve davvero e come fare per sfruttarne l’eventuale ricaduta. Non parliamo poi del fatto che, come anche nel caso della TAV, spesso i ridimensionamenti legati a scarsità di fondi o a proteste delle comunità, portano a rendere ancora più limitati i benefici.
Che fare allora? Magari proviamo a vedere quel che fanno in Francia dove esiste l’istituto del Debat Public, che prevede una Commissione deputata a risolvere le controversie determinate dalla realizzazione di progetti, pubblici o privati, esaminandone pro e contro dall’alto di un ruolo terzo tra ente proponente e collettività. L’esperienza ha avuto un discreto successo oltralpe e c’è chi pensa di introdurla in Italia: il governo Monti infatti pare abbia allo studio una soluzione simile. Ci riusciranno? Riuscirà quest’istituto importato in Italia a ricondurre il dibattito sulle opere ad un modello in linea con processi democratici e partecipativi? Ma soprattutto riuscirà questo a ricomporre il conflitto insanabile tra i cittadini di questo paese e un progetto condiviso di futuro che sembra così difficile da costruire insieme? E magari riusciremo magari in futuro ad evitare che si spendano 2 miliardi per un autostrada che fa risparmiare 5 minuti? Vedremo, ma certamente è l’ultima chiamata per un paese in cui si parla spesso di futuro, di terzo millennio, del mondo come lo vedranno i nostri figli, ma che sembra ben poco interessato a costruirlo e morbosamente affezionato al mondo che videro i nostri nonni.

8 Marzo 2012

Un solo commento. a 'Little engine that couldn’t'

Iscriviti con RSS or TrackBack ai commenti a 'Little engine that couldn’t'.

:: Trackbacks/Pingbacks ::

  1. Pingback di La TAV e la secessione : Il colore del grano - on Maggio 27th, 2013 at 08:19

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs