Calciatori e demagogia

striscione_sciopero_sampdoria_bari_ansa.jpgLe vicende estive riguardanti il rinnovo del contratto collettivo dei calciatori hanno consentito di rispolverare un bel po’ di demagogia sul Calcio e soprattutto sui calciatori. Non è mancato certo all’appello Calderoli, che quando si tratta di parlare del nulla non fa mai mancare il proprio contributo, ma altre voci si sono levate per rimettere in riga i calciatori sindacalizzati e ieri è arrivato perfino Gramellini.
Mi rendo conto che mettersi a scrivere un articolo apologetico nei confronti della categoria calciante pare davvero tempo perso, sicuramente ci sono vertenze sindacali più coinvolgenti dal punto di vista empatico, ma è forse utile chiedersi perché il genere delle polemiche contro i calciatori sia così di successo.
Inizierei col chiarire i contorni della vicenda, giusto per capire di cosa parliamo. I calciatori hanno un contratto collettivo che disciplina i rapporti tra calciatori e società di calcio ed a cui i contratti dei singoli calciatori fanno riferimento, non troppo dissimilmente da ogni altra categoria. Va precisato che il contratto collettivo riguarda non solo i calciatori di Serie A ma tutti i calciatori professionisti, quindi anche quelli di categoria inferiore che guadagnano quanto un impiegato. Entrando più nel merito della vertenza i punti di scontro tra Associazione Calciatori e Lega Serie A sono legati all’eventuale contributo di solidarietà e ai calciatori fuori rosa. Il primo punto è ben spiegato da un articolo su Il Post di Francesco Costa e si riferisce a quei contratti calciatore-società per i quali il calciatore concorda una retribuzione netta. In tali contratti è previsto che il prelievo fiscale sul reddito del giocatore sia comunque pagato dalla società e l’effettivo reddito del giocatore sia quindi indipendente dall’aliquota in vigore: in presenza quindi di un aggravio dell’imposizione fiscale la differenza sarebbe interamente a carico delle società e non dei calciatori. Le società di calcio sostengono adesso invece che il Contributo di Solidarietà (peraltro ancora da approvare) stia fuori da quest’ambito e dovrà essere pagato interamente dai calciatori. Al di là di quanto guadagnino i calciatori, la posizione dell’AIC mi pare abbastanza ragionevole e quella delle Società di difficile comprensione.
L’altro punto riguarda la “messa fuori rosa”: succede infatti abbastanza sovente che un calciatore, pur essendo ancora sotto contratto, non rientri più nei piani tecnici della società ma non accetti il trasferimento ad altra squadra. In questo caso i calciatori chiedono che comunque il giocatore possa continuare ad allenarsi con i suoi compagni di squadra o comunque assistito da personale tecnico della società, in modo tale da permettergli di conservare la massima efficienza fisica. Le società qui lamentano i costi che devono sostenere per gli allenamenti di giocatori che non giocando, non portano alcun valore aggiunto alla società. Ho l’impressione però che tali costi siano minimi e l’obiettivo sia semmai fare pressione sui giocatori perché accettino di essere ceduti quando ancora il loro contratto è in vigore, questo perché mentre un giocatore sottocontratto può essere venduto ad altra compagine con conseguente ricavo per la società, a scadenza del contratto invece il giocatore diventa libero di accasarsi dove vuole senza alcun vantaggio economico per la società originaria. Qui è più difficile definire la questione: sarebbe come se si chiedesse che un operaio messo in cassa integrazione ricevesse comunque dal datore di lavoro un training periodico che gli consentisse di mantenersi aggiornato. Una società calcistica ha lo stesso problema di una qualunque azienda: in caso di crisi (che per la società di calcio può esser rappresentata ad esempio da un’inattesa retrocessione e un’esclusione dalle competizioni europee) la società si trova ad avere una voce costi per retribuzione dipendenti elevata ed una contrazione dei ricavi. Per evitare il fallimento a quel punto la società può sfruttare la possibilità che hanno le squadre di calcio di cedere i suoi giocatori sotto contratto, ma questi ultimi hanno la facoltà di rifiutare il trasferimento e questo mette poi la società calcistica in difficoltà. Non vado oltre nell’approfondire la questione ma basti questo capire che è una normalissima vertenza tra datori di lavoro e dipendenti.
Il fatto che poi i calciatori scioperino non è nemmeno questo sorprendente: lo sciopero come arma di pressione è riconosciuto a tutte le categorie sociali, non si capisce perché i calciatori non ne abbiano diritto. Abbiamo avuto nel passato scioperi di notai e di avvocati, alcuni dei quali percepiscono redditi pari a quelli di un calciatore di Serie A, quindi anche qui nulla di nuovo.
D’altronde non si può dire che manchino le critiche ai calciatori anche quando non scioperano: quante volte ci sentiamo dire a proposito dei calciatori che guadagnano troppo, che è una vergogna che un calciatore guadagni mille volte di più di un ricercatore e così via. Eppure lo stipendio di un calciatore non è pagato dallo Stato, ma da una società privata (anche se sul fatto che sia privata molti tifosi avrebbero da ridire) che ritiene che quell’emolumento sia congruente con i ricavi che può generare; d’altronde se tali ricavi non venissero ridistribuiti ai calciatori rimarrebbero semplicemente nelle tasche dei proprietari di società che non sono certo persone più bisognose di un ragazzo nato magari nelle favelas brasiliane. Anche trascurando il contesto economico e rimanendo su una dimensione puramente estetica non si capisce comunque perché lo stesso argomento non venga sollevato altrettanto frequentemente anche a proposito di intrattenitori televisivi o altre categorie che percepiscono anch’essi redditi milionari senza svolgere compiti essenziali per le sorti dell’umanità.
Non mi convince nemmeno l’argomentazione di Gramellini per il quale i calciatori sarebbero dei mercenari che tradiscono i sogni di noi tifosi. Francamente quando entro allo stadio, sognando una vittoria della mia squadra, so perfettamente che il centravanti che sto osannando tra pochi mesi, con le stesse espressioni di felicità e amore per la maglia, potrebbe festeggiare i successi della compagine rivale solo perché gli da un po’ di soldi in più. Non è troppo diverso da apprendere che l’attore che mi fa commuovere davanti allo schermo per la delicatezza dei suoi sentimenti va a prostitute e picchia la moglie: non è per lui come persona che piango ma per quello che rappresenta nel momento in cui interpreta un ruolo, esattamente come non è per il calciatore come persona che mi emoziono ma per quello che rappresenta nel momento in cui veste la maglia della mia squadra. Il mondo dello spettacolo (anche quello sportivo) è finzione e nessuno di noi credo sia così ingenuo da non rendersene conto.
Completato questo excursus arrivo al punto perché, come premesso all’inizio, la cosa interessante è chiedersi per quale motivo uno sciopero o generiche rivendicazioni suscitino tanta indignazione solo quando sono opera di calciatori. Ho un po’ l’impressione che la categoria dei calciatori abbia un peso mediatico troppo sbilanciato rispetto alla controparte. Nell’ambito delle vertenze industriali da una parte c’è l’impresa e dall’altra ci sono i lavoratori, che non hanno nessun peso singolarmente ma valgono molti voti e qualcuno che li difenda, conseguentemente, lo trovano. Altre categorie sindacali hanno poi come controparte lo Stato, e quindi il Governo, e trovano ancora facile sostegno nelle fonti di informazione di opposizione. Il problema dei calciatori è che sono pochi numericamente, che se si blocca il Campionato in fondo non succede nulla anzi un sacco di mogli sono contente, e soprattutto che hanno come controparte il fior fiore dell’imprenditoria italiana, corrispondente alla proprietà della stragrande maggioranza dei mezzi di informazione in Italia.
In definitiva ho l’impressione che questo confermi quanto già visto su tanti altri tavoli: ovvero che i nostri giudizi di valore si formino ormai sempre meno su principi generali e sempre di più su quanti siano gli opinion maker al servizio dell’una o l’altra delle parti in causa e i calciatori di opinion maker al momento ne hanno pochini. A Tommasi, Presidente dell’Associazione Calciatori, bisognerebbe forse consigliare di investire un po’ in comunicazione: in fondo, basta pagare, e qui i soldi direi che non manchino.

26 Agosto 2011

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs