Un solo commento. a 'Orgoglio piagnone'
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Qualche mese fa mi è capitato di piangere, ascoltando la fine de “L’eleganza del riccio” (uso il verbo ascoltare perché l’ho acquistato e ascoltato in audiolibro ma questo non c’entra con il tema che vorrei trattare). Ho pianto non tanto per il finale drammatico quanto per la profondità e la bellezza delle parole che sgorgano dalla penna di Muriel Barbery nelle ultime pagine del libro (o nelle ultime tracce dell’audiolibro). Perché mai raccontare ai lettori di questo blog questo evento? Non si tratta di trasferire sulla rete la tv verità, il dolore in rete, si tratta al contrario di dire con forza che un uomo adulto e padre di famiglia può manifestare le sue emozioni anche attraverso il pianto senza per questo sentirsi in difetto. Rivelerò a chi mi legge che ho pianto leggendo le ultime pagine de Il maestro e Margherita di Bulgakov, de Le mille luci di New York di McInerney e perfino di Alta Fedeltà di Hornby che non è certo un libro drammatico. Ho pianto al finale de L’Attimo Fuggente e mi sono commosso perfino vedendo Avatar. Ho pianto ascoltando Khorakhané di De André, mi sono commosso ascoltando La Leva Calcistica della Classe ‘68 di De Gregori o cantando “Stanco e Perduto” di Capossela. Mi sono commosso rivedendo Platini in campo all’Olimpico nel Novembre 2006. Ho pianto tante altre volte, anche quando non c’era di mezzo un personaggio famoso, ma semplicemente qualcuno che aveva saputo in qualche modo toccare le corde più tese della mia emotività. Ho pianto di dolore, ho pianto di gioia, ho pianto d’amore. Piangerò ancora: so che piangerò caldissime lacrime la prima volta che mia figlia, che al momento non padroneggia ancora tutte le sillabe necessarie, mi dirà che mi vuole bene. Lacrime, lacrime, lacrime, lacrime.
Non è stato facile, non è stato facile affatto, perché già quando sei in fasce il pianto è vissuto come una tragedia: un bambino che piange è spesso percepito come una calamità mentre è solo il più genuino e naturale dei modi per comunicare, per manifestare le proprie emozioni. Se poi sei uomo un ulteriore motivo di repressione nasce nel momento in cui ti avvicini all’adolescenza e ti viene spiegato che piangere è segno di poca virilità, e non vorrai mica essere poco virile: sarebbe una catastrofe per il tuo io…
E allora inghiotti la tua commozione, rifuggi le tue emozioni, tieni a debita distanza il dolore per non rischiare che qualche lacrima ti rovini la reputazione e l’autostima.
Poi recuperi un po’ della tua infanzia, della capacità liberatoria delle tue lacrime, della forza emotiva del pianto. Scopri che le emozioni che generano il pianto non sono sintomo di debolezza, ma di ricchezza, della ricchezza delle tue passioni che non ha senso reprimere. Fai la pace con tutte le tue emozioni, perfino con il dolore che è una presenza che ci eviteremmo volentieri, ma con il quale dobbiamo comunque convivere e tanto vale allora farlo in modo sano e consapevole. E allora ecco che le lacrime, al momento opportuno, riprendono a sgorgare senza problemi, senza remore e senti che in fondo piangere fa bene (e se lo dice perfino il Corriere possiamo stare tranquilli). Alla fine, come di tutte le conquiste, ne vai quasi orgoglioso. Beh sì, un po’ di orgoglio l’ho provato mentre le ultime splendide parole di Renée Michel, la protagonista de L’Eleganza del Riccio, venivano bagnate dalle mie coraggiose lacrime.
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certe volte il mio nipotino piange
non li sotoporto piu
anche ale
sempre
ce il padre che
lo porta
sempre via
quanto
lo vorrei
mandare
cagare
per bene