Morire di musica

amy_winehouse.jpgDoverosa premessa: chi si aspetta un pezzo celebrativo su una che è morta per un cocktail di farmaci e alcolici non legga oltre. Un elogio dell’idiozia non è nelle mie corde. Però la storia quarantennale dei musicisti prematuramente scomparsi fa impressione, non c’è nulla di simile in nessun ambito. Fama, celebrità e denaro in tenera età investono anche altri: calciatori, attori, soubrette, eppure bene o male si barcamenano ed invece la lista dei cantanti prematuramente scomparsi è troppo ricca per non farsi delle domande. Ci sono stati gli anni ‘60 e i primi anni ‘70 con l’impazzare di droghe e modelli di vita sregolata eppure gli attori sono sopravvissuti quasi tutti, per i musicisti invece è stata una decimazione. Poi è venuta l’epoca del salutismo, delle cinture di sicurezza, del palloncino, eppure i musicisti hanno continuato a cadere come pere mature. Non sempre il colpevole è un cocktail di alcol e droghe, qualche volta c’è di mezzo un omicidio, qualche altra volta addirittura un incidente aereo a delineare i contorni di una maledizione, ma non si può negare che il comun denominatore sia un vita di eccessi.
Cosa distingue allora un musicista da un calciatore o da un attore? Ho un dubbio: non è che la fregatura è che grande musicista si nasce, molto più che qualunque altra cosa? Intendiamoci: anche se mi fossi allenato dal mattino alla sera ogni giorno dall’età di 6 anni probabilmente non sarei mai diventato Messi, ma certamente per aver successo nello sport è necessaria, anche se non sufficiente, un’applicazione continua; forse recitare è una dote che non è altrettanto faticoso coltivare, ma bisogna passare attraverso scuole di recitazione e poi studiare il copione, provare e riprovare. Invece la musica leggera sembra scaturire così, dall’inconscio: certo, anche qui si deve imparare uno strumento, qualche prova bisogna farla, ma l’impressione è che sia molto meno faticoso, che richieda molti meno sacrifici, che alla fine uno si possa riempire di sostanze alteranti e suonare lo stesso divinamente.
Non vorrei far risuonare un mito in cui non credo: non è che se Jim Morrison fosse stato un salutista i Doors non avrebbero avuto successo, né che i Nirvana non sarebbero mai stati un gruppo di grido se Kurt Cobain avesse condotto una vita regolare, però l’autodistruzione non impediva loro di produrre, di creare, di avere successo, fama e denaro. Ma allora, mi chiedo, è per questo che tutti gli altri, quelli che si devono alzare presto tutte le mattine feriali (e magari molte di quelle festive), quelli che “se no il capo comincia a rompere”, che “oggi ero rincoglionito, stasera vado a dormir presto”, che “ho una responsabilità…”, che insomma tutti questi qua sono così attenti a non pregiudicare la propria salute? Non è autoconservazione, conservazione della propria salute, della propria persona, ma è conservazione del proprio ruolo sociale che diviene in realtà la propria vera ragione di vita, di autoprotezione. Se il ruolo si concilia con il poco sonno, alcol, droga e ogni altra sfrenatezza va bene tutto, anche se questo ti porta ad una spirale depressiva che apre la strada alla distruzione finale. Non è così per tutti, intendiamoci, la maggior parte dei musicisti gode di buona salute e molti conducono una vita abbastanza regolare, ma per i più deboli, i più inclini a farsi travolgere dalla vita, la musica rischia di diventare un veleno letale.
Alla fine mi viene quindi il sospetto che i musicisti di successo non siano altro che persone che hanno inaspettatamente vinto alla lotteria della vita ed a molti dei quali questa vincita finisce per rovinare l’esistenza. Mi ricorda un po’ la storia di quel tale che vinse 9 milioni di sterline alla lotteria e che finì la sua vita solo e in miseria pochi anni dopo. Mah…

1 Agosto 2011

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