Il mostro che è dentro di noi

Quando cerco di immaginarmi la strage di Oslo e Utoya, quando provo a vedere la follia omicida di Anders Breivik le immagini che finisco per accostarvi sono quelle di un film dell’orrore: non c’è null’altro che più mi ricordi l’occhio gelido di chi pianifichi una strage come puro atto dimostrativo quanto quello dei personaggi che popolano i classici del genere. Questo accade probabilmente perché quanto accaduto in Norvegia del film dell’orrore ha la stesse caratteristiche, ovvero la materializzazione dei mostri che si agitano in fondo al nostro io che, liberi da ogni condizionamento ed inibizione sociale, si manifestano allo stato puro nella loro devastante forza violenta.
587px-medusa_by_carvaggio.jpgDi fronte ad atti come quello di Breivik siamo tutti pronti a dissociarci, a dire che è un pazzo, che è disturbato, che è un criminale, ad augurarci la pene più terribili per il colpevole, ma su quante bocche si sono uditi gli stessi slogan che abbiamo letto nel memoriale di Breivik? E soprattutto in quante menti gli stessi slogan hanno fatto almeno una volta capolino? Se l’editorialista di un quotidiano tra i più letti in Italia sente il bisogno di specificare che anche le vittime in fondo hanno le loro colpe, forse significa che nella mente di tante persone c’è una vocina piccola piccola, flebile flebile, che sta con Breivik, che dice che in fondo ha avuto le sue ragioni e Feltri non fa altro che alimentare quella vocina, visto tra l’altro che su quella vocina ci campa.
Ma vorrei allargare il tiro per evitare la solita logica di buoni e cattivi: anche chi come me considera Feltri un delinquente e non si sogna di considerare l’Islam un pericolo, non ha forse mai ceduto alla tentazione di augurarsi il peggio per chi gli è antipatico? Non c’è dentro ognuno di noi una vocina che gli dice che il suo avversario politico, professionale, sportivo, che il suo vicino di casa rumoroso o quello che non gli da la precedenza alla rotonda si meriti il peggio? In alcuni si tratta di una vocina quasi impercettibile e non le daremo fortunatamente mai ascolto ma quella vocina c’è e pensare che Breivik sia una specie animale diversa, distinta da noi, con cui non abbiamo nulla a che fare, non ci aiuta, anzi ci conferma nella convinzione errata che una volta in carcere lui e tutti quelli come lui il problema sarà risolto.
oslo-norvegia-110725130953_medium.jpgCi aiuterebbe invece considerare Breivik come la personificazione di quella vocina che c’è anche dentro di noi, considerarlo un uomo come tanti altri che per qualche strano meccanismo psicologico ha smarrito per strada tutto ciò che consente agli altri uomini di zittire quella vocina, ci aiuterebbe confrontare Breivik con noi stessi, con quanto facciamo, pensiamo, auspichiamo, ci aiuterebbe anche a smascherare chi alimenta quella vocina per proprie convinzioni o per tornaconto.
E’ dura da farsi, comporta l’emersione di mostri che i più preferiscono tenere ben nascosti in fondo alla propria personalità. E’ una sorta di grande psiconalisi collettiva, che farebbe però tanto bene a chi la fa e renderebbe forse meno vano il sacrificio di quanti purtroppo la follia di Anders Breivik ha strappato al mondo.

26 Luglio 2011

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