Sorgi, o sole, e uccidi l’invidiosa luna

GiuliettaSuccesse, quando ero ancora un bambino, che, in un pomeriggio in cui vagavo per casa alla ricerca di qualcosa che colpisse la mia curiosità, mi finì tra le mani non so perché (forse per la colorita copertina rossa della sua edizione) una copia della tragedia di Romeo e Giulietta di Shakespeare e la lessi, sorpreso che mi piacesse una cosa che suonava così da adulti e che forse capivo poco. Sarà per quello, sarà per altro, ma la mia adolescenza è stata popolata da sogni di grandi amori, animati da infuocate passioni. Poi venne il materialismo, il razionalismo, lo scontro con la durezza dell’esistenza e le disillusioni che l’amore inevitabilmente porta. Il tutto cadenzato dalla progressiva scoperta di un fatto banale ma fondamentale: che cioè l’amore non si consuma con icone della Giulietta Capuleti che fu, ma con persone reali che come ogni persona reale, compreso il sottoscritto, tende immancabilmente a sfuggire ad ogni modello ideale a cui tu cerchi vanamente di ricondurla. Fu forse per quello che quando verso i trent’anni iniziai a dilettarmi con il teatro i miei riferimenti erano diventati altri: Pirandello, Ionesco, Beckett. Fu così che mi parse di sentirmi massimamente realizzato come attore recitando il maestro de La Lezione, il pompiere della Cantatrice Calva o uno dei Personaggi in Cerca d’Autore. Poi però un uomo di teatro che ritengo eccezionale come Toni Mazzara mi propose di recitare Romeo e così di lì a poco mi ritrovai seduto tra il pubblico a raccontare, con tutto l’ardore che potevo, ad un ragazzino che smanettava con il suo telefonino che “E’ la mia donna, è il mio amore….” guardando verso un immaginario balcone. Con mia grande sorpresa la cosa mi entusiasmò quanto poche altre nella mia vita e se oggi penso alla mia esperienza con il teatro penso sempre a quel momento come il suo apice, come il momento in cui ho rivoltato me stesso per buttare sulla scena quanto di più profondo avessi dentro. Questa è davvero, per me, la parte più bella del recitare, ce ne sono altre: inventare, esibire, giocare, ma è quello che senti e che scopri dentro di te, con il pretesto di far divertire il pubblico, che mi ha più entusiasmato e che forse mi ha anche più arricchito. E’ stato in quello stanzone in cui ho recitato Romeo che ho scoperto che, abbandonate sia le illusioni fanciullesche che le disillusioni adulte, contemplare l’oggetto del proprio amore resta quanto di più emozionante la vita ci riservi, guardare la propria compagna di vita con la meraviglia con cui si osserva il sole che sorge è mettere in movimento tutte le rotelle che muovono il nostro spirito, è far risuonare le note più soavi che la nostra interiorità possa produrre.
Non c’è né illusione né disillusione, funzioniamo semplicemente così (almeno credo) e anche oggi, tra un pannolino e un biberon, ogni tanto ritrovo in me l’energia per far girare quelle rotelle, per rinnovare quello sguardo verso la persona che è compagna della mia vita, come se attorno a me ci fossero il balcone, la luna, le mura di Casa Capuleti. Devo al teatro l’avermelo fatto scoprire e non è assolutamente poco, anzi forse è quasi tutto.

28 Luglio 2011

Un solo commento. a 'Sorgi, o sole, e uccidi l’invidiosa luna'

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  1. cri afferma:

    …nonostante biberon e pannolini, quelle emozioni sono uniche anche sotto la luce dell’invidiosa luna…

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