La camicia di forza di Loretta Napoleoni

482px-loretta_napoleoni.jpgE’ girato in rete e su alcuni quotidiani un editoriale dell’economista Loretta Napoleoni sulla situazione dell’economia greca che, riassumendo all’osso, identifica nell’Euro l’origine delle sventure dello stato ellenico, o meglio ciò che impedisce alla Grecia di risollevarsene. Non sono un economista e non ho intenzione di giocare a farlo, tuttavia sono sempre molto irritato quando chi si qualifichi come tale mi racconta ciò che mi appare essere, a lume di naso, una grossa fesseria. Mi irrito perché i casi sono due: o è davvero una fesseria e l’economista la sta raccontando scientemente, credendomi tanto ingenuo da bermela, oppure sono talmente stupido io da prendere per fesseria un ragionamento in realtà finissimo. Entrambe le ipotesi le trovo irritanti, sebbene per motivi comprensibilmente diversi.
Il ragionamento della Napoleoni, riassunto più in esteso, è più o meno il seguente: se la Grecia non fosse nell’Euro, quindi avesse una politica monetaria indipendente, potrebbe fare come hanno fatto Islanda e Argentina, ai tempi delle rispettive crisi finanziarie, ovvero consolidare il debito estero e svalutare la moneta. In questo modo potrebbe salvare e rilanciare la propria economia. Invece la Grecia non può farlo a causa di vincoli monetari e politici e quindi la soluzione sarebbe uscire dall’Euro (definito dall’economista una “camicia di forza”).  Da profano mi pare francamente una teoria che ha delle debolezze evidenti per non dire di più. La principale è che le due mosse fondamentali, svalutazione e consolidamento del debito, vengono presentate come azioni sostanzialmente senza conseguenze ed invece sono due mosse devastanti, in confronto alle quali la “Finanziaria lacrime e sangue” di Papandreu è uno scherzo.
Ricordo che l’Argentina durante la crisi del 2002 fu costretta a svalutare la propria moneta del 300%, questo significa che non ci fu solo un aggravio della fiscalità, come succede oggi in Grecia, ma i cittadini si ritrovarono in mano carta straccia: è vero che da allora il PIL argentino è ricresciuto a gran ritmo, ma è anche vero che il buco è stato così profondo che solo recentemente il paese è rientrato ai livelli di PIL precedenti alla crisi del 2002 e nel frattempo ha avuto un’inflazione a due cifre. E’ infine vero che l’Argentina ha rinegoziato lungamente il proprio debito, con concessioni pesanti all’FMI.
Il caso dell’Islanda è un po’ diverso anche perché l’entità della bancarotta è stata meno devastante rispetto a quello Argentina ma anche lì la svalutazione è stata pesantissima. Il consolidamento del debito poi è stato il risultato di un referendum, a cui ovviamente la maggior parte dei cittadini ha risposto negativamente, negando quindi ai principali creditori, Regno Unito e Olanda, il dovuto. E’ una mossa possibile e che ha salvato populisticamente la faccia ad una classe politica per altri versi squalificata, ma altamente scorretta e che, in una teoria dei giochi a livello internazionale, mette l’Islanda nella condizione di perdere in futuro qualunque affidabilità e quindi fascino come cassetta di sicurezza, ruolo che aveva fatto la sua fortuna nello scorso decennio. Non è poi escluso che quello che non è uscito dalla porta non debba poi uscire dalla finestra, visto che l’azione piratesca compiuta ha reso estremamente più complicato l’avvicinamento dell’Islanda all’Unione Europea, avvicinamento considerato necessario da chi ritiene che l’Islanda non possa tornare ad essere una grande isola di pescatori. Non escludo che possa esser vero che sia psicologicamente diverso vedersi aumentare le tasse del 10% o svalutare del 10% la moneta, perché è diverso vedersi sottrarre ciò che ritieni tuo o vedersene semplicemente sottratto l’equivalente valore, e non escludo che ciò possa giustificare, ad esempio, il fatto che in Grecia ci siano rivolte di piazza e in Islanda no (ma magari è anche una questione di latitudine), ma forse un’economista non dovrebbe fermarsi alle conseguenze di ordine pubblico di una scelta economica. Sono conscio del fatto che l’Euro presenta molte debolezze, prima fra tutte quelle di una valuta che ha, sotto di sé una struttura politica troppo debole per sostenere quella finanziaria. Che però l’Euro non solo non sia uno scudo per i paesi finanziariamente più esposti, ma addirittura un peso mi pare davvero una tesi poco credibile, per non dire grottesca.
Alla fine mi viene un dubbio che non vale solo per la Napoleoni e non vale solo per l’economia e che nutro ogni volta che sento, ad esempio, su uno stesso argomento due studiosi pronunciarsi in modo diametralmente opposto. Davvero la scienza, ogni scienza, è ormai totalmente inesatta? Oppure tale e tanta è la polarizzazione che caratterizza il nostro modo di pensare che la scienza ha smesso ormai di essere uno strumento per formarci delle convinzioni ed è diventato solo uno strumento per rafforzare convinzioni di tutt’altra origine?

1 Luglio 2011

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