Leinonsachisonoismo

Fresco di ritorno in Italia scopro che un’altra giunta regionale si è fatta prendere con le mani nella marmellata, in una storia di tangenti in cui è stato coinvolto anche il Presidente dell’Abruzzo Del Turco. Come può reagire un paese civile all’ennesimo caso di corruzione che coinvolge apparati di governo regionali? Con una ferma condanna, una dolorosa autocritica da parte delle istituzioni, una promessa di interventi per dare più strumenti alla magistratura per combattere corruzione e malaffare, un inasprimento delle pene. L’Italia no. In Italia la classe politica sotto accusa non si sente in dovere di fare nulla di ciò, non lo fece nemmeno dopo Mani Pulite, figuriamoci adesso. Anzi, oggi il nostro Presidente del Consiglio parla di teorema e si sente rafforzato nella sua battaglia contro la magistratura, nonostante il processo nasca invece dalla denuncia di un imprenditore che non pare essere né inaffidabile, né orientato politicamente. Nel frattempo Veltroni evita di dire alcunché che non sia pura ovvietà e chi si scandalizza viene etichettato subito come giustizialista, termine che un tempo aveva un’accezione negativa solo in ambienti di estrema sinistra e che oggi invece pare il peggiore degli epiteti.
Ma forse è anche comprensibile che una classe politica permeata di corruzione e malaffare fatichi a combattere quello stesso cancro di cui si alimenta. Il problema è il resto della nostra società, quello al quale il sistema delle tangenti non porta vantaggi, anzi li costringe a vivere in un paese sempre più povero, sempre più lontano dal resto d’Europa, sempre più considerato buono per andarci a fare la vacanze ma assolutamente inaffidabile per un’attività commerciale o industriale. Ma la società italiana è talmente affetta da una cultura del leinonsachisonoismo che di fronte al ladro più matricolato, purché occupi posizioni di potere, è pronta a chiudere un occhio, a perdonare ed anzi è infastidita dai magistrati impiccioni che continuano ad intralciare queste brave persone nell’esplicamento delle loro attività. Questa visione ben si concilia poi con il cialtronismo per il quale chi fa rispettare le leggi è un moralista, essenzialmente un represso, mentre chi le vìola è un animo libero. Non stupisce che in un paese come questo su un grande giornale che ha sempre fatto dell’equidistanza dagli schieramenti politici la propria bandiera, come il Corriere della Sera, compaia un articolo delirante come quello di Angelo Panebianco, segnalatomi da Bruno (grazie) che rappresenta, a mio parere, un campionario dei vizi intellettuali peggiori del nostro paese.
Nell’articolo il giornalista invita con toni accorati Veltroni a “smetterla di fare il pesce in barile sulle questioni della giustizia e dei rapporti fra magistratura e politica”, che poi significa affiancarsi finalmente a Berlusconi nella battaglia contro la magistratura per infliggerle una sconfitta che riporti finalmente la magistratura al suo ruolo, ovvero ad indagare sui delitti passionali e sui furti in appartamento. Il giornalista riunisce in poche righe i pezzi forti del leinonsachisonoismo, Riesaminando l’ultimo ventennio, per Panebianco la sinistra ha “finto che non ci fossero veri problemi nel rapporto fra giustizia e politica. Ha negato l’esistenza di un potere discrezionale eccessivo dei pubblici ministeri, ha finto di non vedere le continue invasioni di campo” e segnala che la priorità nel nostro paese è “riequilibrare i rapporti (squilibrati ormai da quasi un ventennio) fra magistratura e politica”. Quindi il fatto che la corruzione sia dilagante nel nostro paese è un falso problema, un volo onirico di pochi magistrati che si inventano passaggi di mazzette e cannoli siciliani che mai sono esistiti, o di pochi istituti specializzati sulla corruzione che immaginano chissà perché che in Italia ci siano livelli di corruzione sudamericani. Il fatto che in venti anni da Mani Pulite non sia stato fatto assolutamente nulla da questa classe politica per combattere la corruzione e che la situazione è la stessa del 1992 non è un problema. Il vero problema per Panebianco non è la corruzione, ma i magistrati che la scoprono, un po’ come quel tizio che non va mai dal medico perché è convinto che finché non ci va non si accorgerà mai di essere malato. Probabilmente secondo Panebianco se i magistrati si facessero i fatti propri la corruzione sparirebbe da sé. Un paese nel quale il massimo successo editoriale è un libro che denuncia le nefandezze della classe politica, in cui i governi cadono per un’inchiesta sulla moglie di un ministro, la massima priorità è tenere sotto controllo la pericolosissima magistratura. L’affondo finale di Panebianco è naturalmente sul grande sogno dei leinonsachisonoismo: ovvero l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale ed il demandare all’esecutivo le indicazioni su quello su cui si deve indagare e quello che non si deve. Ad una classe politica che ha dimostrato di considerare la propria impunità l’unica vera priorità del paese vorremmo assegnare lo strumento per garantirsela: questo è quello di cui stiamo parlando, non di altro.
Il problema è che il resto del mondo non è così miope e continua ad urlarci che siamo un paese dalla corruzione dilagante e del tutto inaffidabile e sono pronto a scommettere che non lo fa solo perché ci invidia la pizza o le belle donne. E quel resto del mondo non è così miope da non rendersi conto che l’unica risposta che la nostra classe politica sa dare è stendere una foglia di fico davanti alle proprie vergogne. Di quel resto del mondo fa parte l’Economist, che fotografa perfettamente la situazione in Italia con il titolo “Berlusconi suona il violino, l’Italia brucia”. Vi invito a leggerlo soprattutto perché fa sempre bene a chiunque, indipendente dalle preferenze politiche, provare a vedere le cose da un punto di vista esterno rispetto alla stucchevole contrapposizione politica di casa nostra.

17 Luglio 2008

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