La TAV e la lotta tra il bene e il male

notav.jpegDa anni provo a misurarmi con le ragioni del NOTAV, sforzandomi di capirne fino in fondo le motivazioni nel loro complesso, alcune condisivisibili, altre meno. Tuttavia non sono mai riuscito a trovare una vera coerenza tra la veemenza con la quale il movimento si oppone all’opera e le ragioni di tale opposizione. Nella realtà le motivazioni della contrarietà alla Torino-Lione sono spesso diverse, anche se poi comprensibilmente coalizzate sotto uno stesso cappello. Ci sono i meri nimbisti che semplicemente non vogliono un’opera con ovvi impatti ambientali nella loro valle, qualcunque essa sia e qualunque beneficio essa porti; ci sono altri, vicini alle idee della decrescita felice, che considerano qualunque opera di questo genere superflua, indipendentemente dal posizionamento geografico; ci sono quelli che avversano ogni opera pubblica agitando la paura che ci mettano il naso speculatori e mafie; ci sono infine quelli che non hanno nulla contro l’alta velocità in astratto ma che considerano la tratta Torino-Lione una tratta ferroviaria non strategica e quindi tale da non meritare massicci investimenti (ho fatto una categorizzazione sicuramente rozza e imprecisa ma era solo dare dei contorni al ventaglio delle opinioni). Spesso poi le posizioni si mescolano, come è normale d’altronde quando su un tema lo scontro si radicalizza e si comincia a creare una forte contrapposizione tra pro e contro che alimenta la simpatia verso le posizioni di chi sta dalla tua parte, questo anche se magari il giorno prima la pensavi diversamente. Sta di fatto che questo coacervo di posizioni diverse si è radunato negli anni attorno ad un movimento che ha accresciuto via via la radicalità del suo posizionamento, forse anche perché, con il successo del Movimento 5 stelle, ha cessato di essere trasversale alle varie forze politiche, trovando una collocazione precisa al fianco di uno schieramento politico che, per il momento, si conserva impermeabile ad alleanze e quindi compromessi con altre forze.
Ogni volta che però che provo a fare il bilancio delle ragioni del No alla Torino-Lione non riesco a non trovarle assolutamente deboli. Parto col dire che la linea Torino-Lione non è una cattedrale nel deserto, come potrebbe essere ad esempio il ponte sullo Stretto, ma una delle tante linee ad alta velocità che stanno sorgendo in Italia e in Europa. Sono da poco stati conclusi i lavori per la nuova linea ad alta velocità che passerà sotto il Gottardo e che poi verrà completata con la tratta italiana per congiungere Zurigo con Milano (costo 7 miliardi per la tratta svizzera). Stanno per partire i lavori per la tratta che collegherà Genova a Milano con 39 chilometri di galleria (costo più di 5 miliardi). E’ inoltre da pochi anni in esercizio la linea Bologna-Firenze (costo 6 miliardi). E’ difficile sostenere che questi lavori abbiano avuto impatti ambientali diversi da quelli che avranno quelli per il nuovo traforo del Frejus e quindi ci si aspetterebbe dai NOTAV un coerente rifiuto di tutte queste opere che invece paiono non sollevare grosse riserve. Opporsi poi all’opera per le possibili inflitrazioni mafiose o speculative che potrebbero approfittare dei molti cantieri è anche qui poco originale, la stessa cosa varrebbe certamente per qualunque altra opera pubblica sorta sotto il sole italico. L’unica motivazione solida da opporre specificatamente alla linea ad alta velocità che dovrebbe congiungere l’Italia alla Francia pare quindi essere quella strategica, facente capo a chi ci spiega che la Torino-Lione è una tratta ferroviaria che, sia per il traffico merci che quello passeggeri, ha visto negli ultimi anni calare il proprio utilizzo e che quindi difficilmente può essere considerata un investimento sensato. Questa argomentazione si scontra ovviamente, da un lato con l’ipotesi non irrealistica che lo scarso utilizzo della linea sia legata non tanto ai pochi rapporti tra Francia e Italia ma alla concorrenzialità di altri mezzi di trasporto, dall’altro soprattutto con la debolezza fisiologica di qualunque valutazione di ritorno economico su un’opera che sarà pronta, se va bene, tra quindici anni. La realtà è che gli uni e gli altri fanno una scommessa su come saranno Italia e Francia tra quindici anni, ci si può divertire a fare ipotesi ma è difficile spacciarle per verità incontrovertibili. Può essere infine rispettabile l’opinione di chi non si sente di spendere 20-30 miliardi per una scommessa, ma valeva la pena allora di spenderne più di 10 per l’EXPO a Milano del 2015?
Non scrivo tutto questo per sostenere le ragioni dell’alta velocità, non certo meno fragili di chi vi si oppone, ma per sottolineare quanto questo è un tema ben lontano dalle più profonde idealità, un tema che si può tranquillamente discutere confrontandosi su numeri, ipotesi, proiezioni future; nulla che sembrerebbe poter scatenare conflitti di popolo e invece da quanto si legge pare che stiamo andando alle crociate, con gli uni che annunciano atti di disobbedienza civile, gli altri che minacciano l’invio dell’esercito.
Perché siamo arrivati fin qui? La risposta ce l’abbiamo forse nei referendum di Domenica scorsa che ci hanno detto fondamentalmente una cosa: la perdita di credibilità a cui è giunta la nostra classe politica è enorme e qualunque altro quesito fosse stato sottoposto ai cittadini lo scorso weekend avrebbe probabilmente ottenuto il sì. Tutto questo potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a chi, come il sottoscritto, da anni si lamenta della propensione degli italiani a concedere ai propri politici cambiali in bianco. Ma la realtà è che c’è il grosso rischio che questa non sia altro che l’ennesima oscillazione del pendolo dell’opinione pubblica italiana, capace di passare dal totale asservimento alla ribellione più radicale per poi far ritorno al punto di partenza senza che nulla sia cambiato. Mi domando e domando a chi legge se può esserci una società italiana più matura che non si fida né di chi lo governa, né di chi vi si oppone, ma che entra nel merito delle questioni ed esprime la propria opinione indipendentemente dalle bandiere che sventolano di qua o di là o dalla simpatia di chi sostiene le diverse posizioni. Dopo 17 anni di berlusconismo, di ideologizzazione e radicalizzazione di qualunque tema discussione, sono nauseato all’idea che stiamo solo passando da uno scontro all’altro, da una radicalizzazione ad un’altra, che quelli che ieri erano “coglioni” perché votavano a sinistra oggi siano stupidi perché sono a favore del nucleare, della gestione privata dell’acqua, della Torino-Lione. Questa necessità di creare spartiacque tra bianchi e neri, scemi e illuminati, buoni e cattivi è forse, più che Berlusconi, il morbo dal quale in Italia dovremmo guarire, ma ho l’impressione che la strada sia ancora lunga.

16 Giugno 2011

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