Il male e la malattia

Il noto regista Lars Von Trier è stato, nelle settimane passate, al centro di un caso, in seguito a sue dichiarazioni rilasciate durante il Festival di Cannes. Tali dichiarazioni hanno destato scalpore soprattutto in quanto tradotte in un primo momento come “Ho simpatia per Hitler”. In realtà una traduzione più attenta riconduceva i sentimenti di Von Trier verso il dittatore a semplice compassione. Rimaneva comunque lo scandalo, per la verità rafforzato durante la stessa conferenza stampa da un atteggiamento costantemente fuori dalle righe del regista danese. Non mi addentro nella complessa psicologia di Von Trier e dei motivi che lo hanno spinto a pronunciare dichiarazioni così estreme. Provo invece a domandarmi perché avere compassione per Hitler sia un fatto di per sé squalificante.
Visto che oggi è così facile per un blogger beccarsi un’accusa di revisionismo, sottolineo subito che non voglio minimizzare in nulla l’atrocità della Shoah e della seconda guerra mondiale tutta, tuttavia è interessante sociologicamente notare che Hitler e il nazismo hanno un caratteristica pressoché unica nel ampio ventaglio della storia: rappresentano qualcosa di molto vicino al male oggettivo, la condanna del nazismo è qualcosa che accomuna quasi tutti e quei pochi che non lo condannano sono votati all’isolamento. Non a caso l’argomento nazismo è oggetto di teorie in ambito comunicativo come quella del Reductio ad Hitlerum o della Legge di Godwin. Se Von Trier avesse espresso compassione per Pinochet, per Stalin o per Gheddafi, avrebbe riscosso probabilmente reazioni contrastanti, con Hitler no, perché il male assoluto non si può compatire. Ma se, per ipotesi, invece che una creatura malvagia consideriamo lui o qualunque altro dittatore un folle, prigioniero di un suo obiettivo politico divenuto ossessione, al punto da sacrificare senza esitazione vite umane a milioni, pur di non fallire, allora possiamo considerarlo degno di compassione? Forse no, forse è davvero segno di squilibrio far arrivare a tanto la nostra capacità empatica però lo stesso problema, in piccolo, ce l’abbiamo nel nostro quotidiano con i protagonisti dei delitti che spesso riempiono i nostri telegiornali: la ragazza che uccide la cugina per gelosia, il padre che uccide le proprie figlie per la impossibilità di accettare un matriomonio finito, il prete pedofilo, sono semplici autori di comportamenti devianti o sono malati? Dobbiamo averne disprezzo o compassione?
psycho.jpegAnche se solo una minoranza di noi considerano ancora certi comportamenti riconducibili ad una generica entità chiamata “Male”, rimane connaturata alla nostra organizzazione sociale la condanna etica dei comportamenti devianti, con particolare enfasi quando si tratta di delitti attuati contro la persona (omicidio, stupro, pedofilia, violenza personale). C’è una sterminata letteratura su quanto atti di violenza, apparentemente inspiegabili, siano giustificabili con vere malattie mentali o piuttosto con forti forme di disturbi psicologici, correndo lungo la linea di una separazione tra una dimensione fisiologica e una psicologica non sempre chiara. Ma se consideriamo anche il disturbo psicologico come una patologia, come sempre più accade nella cultura contemporanea, siamo poi sicuri di trovare una linea di confine rispetto alla semplice devianza sociale? Il figlio che uccide i genitori perché spera di averne l’eredità soffre di disturbi mentali o ha solo una scala di valori completamente dissonante rispetto a quelli prevalenti nella nostra società? Se definiamo la malattia come un’alterazione delle condizioni normali di funzionamento del corpo (ivi compresa anche la mente), possiamo arrivare a pensare che il funzionamento normale della mente sia quello di aderire alle norme sociali e quindi anche il mafioso, il borseggiatore, perfino l’evasore fiscale è un malato?
Sono tutte domande interessanti e stimolanti ma, alla fine, ho l’impressione che le risposte abbiano più a che fare con il nostro personale atteggiamento nei confronti dell’atto, con la reazione emotiva che la notizia determina in noi, che con la sostanza del problema. La sostanza è infatti che il malato e il criminale sono in fondo sottoposti ad un trattamento simile: vengono ovvero sottratti alla società, per difenderla dal possibile reiterarsi del comportamento deviante, e isolati in luoghi nei quali si auspica possano superare le ragioni (che siano fisiologiche, psicologiche o magari culturali) che li hanno portati al loro stato anormale. Che poi raramente il carcere sia un luogo di recupero è verissimo, ma l’intento ufficialmente dovrebbe essere questo, e d’altra parte nemmeno dalla casa di cura o dalla comunità di recupero si esce necessariamente emendati dalle proprie problematiche. L’individuazione della ragione del comportamento (fisiologica, psicologica, sociale) ha alla fine un’utilità semplicemente terapeutica, serve a capire come trattare l’individuo e la sua devianza, la sua anomalia. La devianza rimane comunque un fattore che la società di propone di eliminare, di qualunque natura essa sia.
Quando quindi sentiremo parlare dell’ennesimo folle omicidio o incomprensibile atto di violenza non stupiamoci di provare sentimenti contrastati verso il suo autore. Da una parte di considerarlo un poveretto bisognoso di cure, dall’altra un criminale degno di provare le stesse sofferenze che ha arrecato. Si tratta del nostro perenne conflitto tra la preservazione del nostro edificio etico e l’empatia verso il nostro prossimo: lo stesso contrasto, se ci pensiamo bene, che su, una dimensione completamente diversa, affligge ogni genitore che accoglie il proprio che figlio giunto a casa a testa bassa per un brutto voto preso a scuola, o la moglie che scopre il marito mentre guarda costernato e contrito i cocci del piatto preziosissimo che ha appena fatto cadere a terra.

8 Giugno 2011

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