Una mesta conclusione

La stagione della Juve che si era aperta con limitato entusiasmo lo scorso Agosto, si è virtualmente chiusa ieri sera nella più nera tristezza. Se riguardo alle sensazioni di inizio stagione, perplesse e dubbiose, che solo raramente si sono sciolte nelle speranze e illusioni di cui si nutre il tifoso di calcio, mi viene l’impressione che addirittura questa stagione non sia mai iniziata e che si sia trattato solo di un lunghissimo incubo.
Il copione della serata di ieri è stato quello al quale le ultime due stagioni ci hanno abituato. In tutte le circostanze nodali di queste due ultime stagioni la Juve si è fatta regolarmente rimontare proprio quando il successo pareva a portata di mano. Successe l’anno scorso nell’ultima gara del girone di Champions quando la Juve era sul punto di sbattere fuori il Bayern (che sarebbe poi diventata vicecampione d’Europa), in un incontro nel quale alla Juve bastava un pari e che pur, aperto da un gol di Trezeguet, la Juve riusci a perdere 4 a 1. Qualcosa di simile accadde a Londra con il Fulham: 3 a 1 all’andata e gol ancora di Trezeguet in apertura: anche qui sconfitta 4 a 1. Infine la gara interna contro il Siena, decisiva per rientrare nella lotta per la zona Champions: anche qui Juve sul tre a zero dopo 10 minuti e prodigioso 3  a 3 del Siena a finale. Quest’anno, ogni qual volta si prospettava un riaffacciarsi della Juve nella zona Champions, magari attraverso vittorie insperate come quelle a Roma con Roma e Lazio, gli sforzi sono stati puntualmente vanificati dalle follìe maturate contro Cesena, Catania e ieri sera Chievo, tre incontri che la Juve aveva già vinto e che si è trovata a pareggiare.
delneri_r400.jpgTutto ciò pare soprattutto dirci che i problemi da cui è affetta la Juventus non sono solo la cifra tecnica dell’organico ma anche equilibri psicologici ancora tutti da trovare ed il fatto che un anno sia passato senza apparenti cambiamenti non depone a favore di chi ha guidato la squadra. Quanto dichiarato da Delneri dopo la partita, “Alla Juve è difficile giocare: se vinci hai fatto il minimo indispensabile, se pareggi storcono la bocca, se perdi è una tragedia“, la dice lunga sul personaggio che probabilmente non era all’altezza, caratterialmente, di allenare la Juve e il cui ingaggio è solo uno dei tanti errori commessi dalla dirigenza in carica, così tanti da far quasi rimpiangere quella precedente.
L’inizio della partita non della Juve non era certo da applausi: il gioco era svagato e impreciso. Aquilani metteva una seria ipoteca sul suo ritorno a Liverpool con una serata pressoché disastrosa, Marchisio era il solito giocatore evanescente degli ultimi mesi, Pepe e Krasic non sfondavano mai e Matri e Del Piero stavano troppo distanti tra loro per poter aiutarsi a vicenda, Motta era più efficace del solito in fase offensiva ma difendeva con la solita imprecisione. Eppure un generoso rigore fischiato da Gervasoni, per una cintura a Pepe, regalava ai nostri un primo vantaggio (definisco il rigore generoso e mi rendo conto che se tale aggettivo è stato usato in queste ore da alcune fonti di informazione è solo perché è un rigore per la Juve, altrimenti sarebbe stato sacrosanto, ma tant’è…). Nulla però cambiava e l’incontro procedeva sonnolento: noi provavamo con convizione altalenante a raddoppiare, ma qualche imprecisione in zona gol vanificava i pochi sforzi almeno fino alla fine del tempo.
Ad inizio ripresa però improvvisamente un passaggio in profondità del Capitano trovava un guizzo di Matri che sciabolava in rete, mettendo apparentemente il cuore in pace ai volenterosi veneti. Si poteva pensare a quel punto ad un incontro concluso, ma al contrario la partita si vivacizzava d’improvviso e Krasic sbagliava a porta vuota il gol del 3 a 0. Poi, tutto d’un tratto, succedeva l’incredibile: una punizione da trequarti fatta spiovere in mezzo all’area da Bogliacino trovava una deviazione improvvisata di Sardo che mandava il pallone a sbattere sul palo dal quale Uribe ribadiva in porta. C’era appena il tempo di preoccuparsi per l’ennesima possibile rimonta che la rimonta era già realtà: il tutto grazie ad un secondo colpo da biliardo dei veronesi. Questa volta era Pellissier a fare sponda sul palo e Sardo ad imbucare. Di lì alla fine poi succedeva di tutto: due pali e mischie furibonde davanti alla porta veneta, ma non c’è nulla di più autodistruttivo della disperazione ed era solo la disperazione che guidava i piedi bianchieneri in quel momento. La disperazione portava perfino il nostro Gigi ad abbandonare i pali offrendo al Chievo il gol della vittoria che con malaccortezza oratoriale Uribe sbagliava. Il fallimento della gestione tecnica di questa squadra stava proprio qui: nella frenesia che portava la squadra, dopo aver subito abbastanza occasionalmente il 2-1, a perdere completamente il controllo tattico dell’incontro, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto invece serrare le fila per portare in porto il risultato, così vitale per i destini della squadra.
E’ finita così: con la Juve fuori dalla Coppa Campioni e forse anche dalla Coppa Europa (dobbiamo sperare che il Milan vinca questa sera a Palermo in Coppa Italia). E’ finita con una squadra da ricostruire, un nuovo allenatore da trovare. Insomma è finita più o meno come l’anno scorso ma con un anno in più che è passato del tutto inutilmente. Se l’errore fondamentale è stato, nel mercato dell’anno scorso, affidarsi ad una pletora di giocatori mediocri senza nessuna concessione al talento e alla qualità, quest’anno proprio questo deve cambiare. Marotta, o chi altro farà la campagna acquisti, dovrà spendersi per portare in bianconero uno/due giocatori che facciano la differenza, a costo di dovere poi fare con quello che abbiamo in casa negli altri ruoli. Il calcio è talento, è genio, è invenzione, non basta correre e sgobbare. Avrei desiderato che non ci volesse un anno di amarezze perché chi ha la direzione tecnica della società se ne ricordasse, ma non ci resta che sperare che costoro se ne siano infine resi conto.

10 Maggio 2011

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