Sei mesi da Papà

Mi hanno sempre raccontato che la prima cosa che facciamo quando, appena nati, veniamo posati sul petto della Mamma è andare a cercarne il seno. Non ricordo se è andata così quando sono stato io l’interessato, ma posso testimoniare che è proprio andata così quando sei mesi fa Matilde, mia figlia, è venuta al mondo.
Per il nostro modo di pensare da adulti tutto ciò è curioso: fino a quel momento non abbiamo mai visto un seno né mai gustato il liquido che ne scaturisce e, anche se ci fosse capitato, non ce ne ricorderemmo perché la facoltà mnemonica non si è ancora formata. Non abbiamo aspettative, il concetto di causa-effetto ancora non l’abbiamo assimilato, eppure ci trasciniamo verso quella strana protuberanza mossi da quel curioso meccanismo che si chiama istinto. Per un po’ funziona ancora tutto così, dormiamo quando ci viene sonno, mangiamo quando ci viene fame, piangiamo quando qualcosa ci disturba, non ci sono perché, non ci sono scopi, nulla di tutto questo… Piano piano però cominciamo a indovinare quello che sta per succedere, cominciamo ad avere delle aspettative, ci attacchiamo al seno sicuri che ne sgorgherà il latte, iniziamo a piangere convinti che arriverà la Mamma. Lentamente entriamo in una dimensione mentale in cui tutto ciò che facciamo ha delle conseguenze, e prevedendo quelle conseguenze diamo ad esse valore e sulla base di quel valore cominciamo a prendere addirittura delle decisioni, a fare delle scelte. Ci vorrà un po’ di tempo, ma inizieremo a dormire perché il giorno dopo ci dobbiamo alzare presto, a mangiare perché se no rischiamo di saltare il pranzo, a piangere per commuovere la ragazza che ci vuole lasciare. Finiamo per riempire la nostra vita di cose che hanno uno scopo, un senso, un significato e allora finiamo per applicare lo stesso meccanismo alla vita stessa, sforzandoci di dare un senso alla vita attraverso i modi più vari: l’amore, la religione, il lavoro, i passatempi. Verità assolute? Illusioni? Non lo sappiamo e forse non ci interessa saperlo perché lì per lì è solo un modo per rendere la vita coerente al nostro modo di pensare, per evitare di litigare con i nostri istinti primordiali che sotto sotto sono ancora lì all’opera: la cosa importante alla fine è che il tutto funzioni.
Poi, tra i tanti modi per dare senso all’esistenza ti viene un giorno in mente quello di fare un figlio e così ti ritrovi a rivivere, attraverso gli occhi di un’altra persona, l’affannosa ricerca del seno materno e tutto quello che viene dopo. Ecco: sei mesi da papà sono stati un po’ tornare quarantatrè anni indietro quando sul petto della Mamma c’ero io, tornare a vedere la realtà liberi della schiavitù del senso, del significato: pura scoperta della vita e meraviglia di fronte ad essa. E’ un’avventura che non dà solo emozioni profonde, dà le vertigini, e che consiglio anche ai più scettici.
Buoni sei mesi, Matilde!

8 Aprile 2011

2 commenti a 'Sei mesi da Papà'

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  1. Flavia afferma:

    E’ uno dei pochi tuoi scritti che ho avuto il tempo di leggere… e devo dire che mi e’ veramente piaciuto. Ma proprio tanto! Io non ho vissuto la tua esperienza, ma grazie a te l’ho potuta vivere lo stesso ;)
    ciao!

  2. Coloregrano afferma:

    Ciao Flavia e grazie mille per l’apprezzamento!

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