Basta un’assoluzione per fare il ministro?

saverio-romano.jpgIl caso del neo-ministro Saverio Romano è significativo ed emblematico perché accomuna tutta una serie di pratiche politiche e di espressioni di valori che caratterizzano profondamente la realtà politica italiana attuale. Intanto il ministro deve il suo incarico al fatto di aver semplicemente cambiato gruppo: non c’è competenza, non c’è valore politico, c’è solo un tradimento monetizzato. Questo di per sé dovrebbe generare indignazione ma non basta. Infatti al Ministro non è stato semplicemente assegnato il ministero del Ministro dimissionario, Sandro Bondi, ma è stato destinato al Ministero dell’Agricoltura, quello al quale era stato destinato a sua volta Galan per evitare che si ricandidasse, come aveva ventilato, alla Regione Veneto in concorrenza con il leghista Luca Zaia. Anche qui un’inutile rotazione di un ministro in carica da neanche un anno che testimonia l’assoluto primato della convenienza rispetto ad ogni espressione di efficienza e di salvaguardia degli interessi del governo del Paese. Ultimo, ma non in ordine di importanza, è il fatto che la scelta sia caduta su un personaggio con un passato e un presente di rapporti non cristallini con la giustizia. Qui una pletora di giornalisti inchinati hanno già spiegato che, per l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso rivolta al Romano, è stata richiesta l’archiviazione da parte del PM (pur respinta dal GIP). L’altra accusa di corruzione è però ancora in piedi, ma soprattutto non sono mai stati smentiti i rapporti intrattenuti con personaggi di Cosa Nostra (la famiglia dei Mandalà di Bagheria), rapporti non sufficienti probabilmente ad un rinvio a giudizio ma sufficienti a rendere torbida la figura del personaggio ed inopportuno quindi l’incarico a Ministro della Repubblica, carica alla quale si richiede una moralità cristallina, non semplicemente la fedina penale pulita. E qui il coltello entra nella piaga: su che valori basa la propria convinenza civile un Paese nel quale ci viene spiegato, come Porro Martedì scorso a Ballarò, che è un assurdo moralismo avanzare perplessità sull’incarico a Ministro di un uomo che ha avuto tra le sue frequentazioni noti Boss mafiosi? Se queste voci arrivassero solo dall’accolita che si stringe attorno a Berlusconi si potrebbe pensare alla solita difesa a priori del capo, ma ho l’impressione che opinioni simili siano tutt’altro che rare anche all’interno dell’opposizione.
Giusto per chiarire: frequentare un Boss mafioso è un reato? No, se non ci si fanno affari illeciti o almeno se non si lasciano in giro delle prove. E’ tuttavia appena normale che chi ha tra i suoi amici un Boss mafioso non può fare il Ministro. Non tanto per un giudizio in merito, quanto per la consapevolezza che il giudizio in merito sarà espresso da una parte cospicua dell’opinione pubblica, nazionale e internazionale, togliendo credibilità al governo. Quindi scegliere per Ministro un tipo che non abbia mai avuto a che fare con Boss mafiosi è semplicemente una misura di cautela, esattamente come un’azienda che vende prodotti per smettere di fumare non assumerà come venditore un accanito fumatore. Un governo che voglia veicolare un messaggio di legalità, di onestà, di distacco da ogni fenomeno malavitoso non solo non recluterà pregiudicati ma nemmeno “pregiudicabili”.
A questo punto però nasce il dubbio: ma perché allora così frequentemente i volti nuovi che si affacciano alla politica sono personaggi con torbidi precedenti? Perché gli apparati di partito, non solo quelli del PdL, scelgono in modo così leggero i propri rappresentanti? Credo che la risposta sia nella caratteristiche di una struttura, di un sistema politico, nel quale il legame personale, lo scambio di favore, il do ut des, sono il criterio fondamentale di scelta. La competenza, l’efficienza, il modo in cui ci si presenta all’opinione pubblica diventano secondari e rimangono solo l’oggetto di articoli di giornali d’opposizione o di blog come questo.
Forse se non avessimo avuto la sfortuna di vivere sotto la cupola di vetro dei media berlusconiani, pronti a coprire i vizi della nostra politica, questa struttura sarebbe stata fatalmente scardinata, il sistema sarebbe crollato, forse. Dico forse perché si tratta di superare un modello culturale consolidato in secoli di cultura e i cui sostenitori sono ancora oggi molti ma molti di più dei sostenitori di Berlusconi.

4 Aprile 2011

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