Fatevi prendere dal panico

ok-panic.png“L’aereo più pazzo del mondo” (Airplane) è un film cult nell’ambito del genere della commedia demenziale, soprattutto in quanto tra gli iniziatori del genere. Una scena particolarmente celebre della pellicola è quella in cui, di fronte al panico dei passeggeri, il pannello luminoso esibisce la scritta: “Okay, panic”. Il senso del contrario rispetto al tradizionale “Don’t panic” faceva molto ridere chi, come il sottoscritto, era allora ragazzino e si trovava per la prima volta di fronte ad un film simile. Adesso rivedere quello schermo mi fa meno ridere e non solo perché sono più vecchio e scafato, ma soprattutto perché il messaggio “Okay, panic” è uno dei più comuni tra quelli passati dai media.
In questi giorni il primo argomento sui notiziari è rappresentato dagli sbarchi di migranti a Lampedusa, in un fiorire di scenari sempre più apocalittici: le invasioni barbariche sembrano essere cosa minima in confronto all’afflusso devastante di stranieri che giungeranno nella nostra martoriata penisola, almeno secondo la percezione trasmessaci. Eppure le stime del governo parlano alla fine di 50mila persone: quando nel ‘91 ci fu la crisi albanese dal paese balcanico arrivarono 27mila persone in pochi giorni. Non mi pare che quello sia stato un evento apocalittico, non si capisce perché lo debba essere questo. Eppure i notiziari sembrano obbligati a cercare di seminare il panico, sembra necessario passare il messaggio che ognuno di noi si ritroverà un gruppo di immigrati sul divano del salotto.
Ci sono poi le vicende di cronaca che costituiscono un ottimo generatore di panico: i delitti efferati riproposti cento volte nei loro particolari più agghiaccianti che ci inducono a pensare che gli assassini siano ovunque e che ogni volta che si gira l’angolo bisogna essere sul chi va là, pronti a fuggire in caso di pericolo. A tal proposito scopro, grazie ad un articolo di Leonardo su L’Unità, che c’è un blog che si occupa specificatamente di lotta contro la pedofilia, ma lo fa non tanto per fare chiarezza sul tema, quanto per esibire le violenze, linciare mediaticamente i presunti colpevoli prima ancora della loro condanna, per armare emotivamente l’opinione pubblica contro tutti i casi confermati o meno di pedofilia o maltrattamenti nei confronti dei minori, come in una continua mobilitazione emozionale e ansiogena.
Questo bisogno di panico e di irrazionalità è talmente vasto e ossessivo che non si placa nemmeno quando ci sono elementi materiali non da poco che consiglierebbero la prudenza. Parlo della crisi nucleare giapponese, nella quale i vasti interessi economici in gioco parrebbero un buon motivo per minimizzare, mettere la sordina ad un evento che rischia di far sfumare un progetto come quello del nucleare in Italia, che avrebbe fruttato un bel po’ di denaro ad alcuni costruttori e sicuramente qualcosa di grosso in cambio a molti politici. Tuttavia anche qui il desiderio di seminare il panico pare essere prevalente e così pochi giorni fa i media hanno preannunciato l’arrivo di una “nube radioattiva” seminando il panico: il giorno successivo nel mio ufficio non si parlava di altro, chi cercava informazioni sui siti dell’ARPA, chi sosteneva che “Non ci stanno dicendo tutto…”, chi proponeva pastiglie miracolose… Alla fine si trattava di una minima variazione della radioattività sostanzialmente appena rilevabile dagli strumenti.
Tutto questo spesso viene spiegato con una tesi complottista: il potere ha interesse a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla politica e dalle sue quotidiane degenerazioni proponendo emergenze allarmanti, sollecitando paure diffuse. C’è una componente di verità sicuramente in questo, ma ho l’impressione che una componente importante sia data anche dai meccanismi comunicativi della società odierna. Nel vertiginoso caleidoscopio della comunicazione mediatica diventa sempre più difficile superare la soglia di attenzione di un pubblico sempre più disattento e allora bisogna colpire, spaventare, rendere ansiosi, per rendere i notiziari interessanti, per far salire l’audience dei talk show, per rendere ancora appassionante una comunicazione di massa che probabilmente lo è sempre di meno.

31 Marzo 2011

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