Guerra o non guerra?

roma13febbraio2003.JPGDevo ammettere che sono un po’ confuso. Sono passati 8 anni da quando andai a Roma con qualche centinaio di migliaia di altre persone (se ben ricordo secondo la questura eravamo io e un mio amico) per manifestare contro la guerra in Iraq. A distanza di 8 anni siamo di nuovo ad ascoltare il tuono dei cannoni, ma questa volta le bandiere multicolori sono rimaste per il momento nel cassetto, lo stesso dove fino a pochi giorni fa c’era ancora il tricolore. Di fronte ai bombardamenti su Tripoli le voci dissenzienti sono poche e nemmeno troppo stentoree. Da una parte c’è la Lega che si oppone, un po’ per isolazionismo a tutti i costi, un po’ per poter alimentare il terrore di un’invasione di immigrati, un po’ forse perché l’idea di accorrere a sostegno dei ribelli dà a costoro la patente di buoni e l’idea che ci sia un arabo buono alla Lega non può andare giù. Poi c’è Vendola che ci spiega che se fosse in Parlamento voterebbe contro, ma naturalmente non sta in Parlamento e allora pazienza. C’è naturalmente Grillo che è contrario ma Grillo è contrario a troppe cose per fare testo. Di sicuro l’orientamento dell’opinione pubblica rispetto a questa guerra è molto diverso rispetto a quello che accompagnò la guerra in Iraq. Perché questo cambiamento? Ci sono delle ragioni concrete?
Iniziamo col dire che il contesto è sicuramente diverso. L’Iraq era un paese in cui non mancavano le tensioni contro Saddam ma era in pace. Portarci la guerra è stato un atto di mera aggressione: il fatto che il pretesto per questa aggressione fossero le celebri “armi di distruzione di massa” e che si trattasse di una truffa vergognosa i cui responsabili dovrebbero rispondere di genocidio è un discorso più ampio, ma anche se le motivazioni fossero state più fondate e più nobili, di aggressione si sarebbe comunque trattato. In Libia invece c’è la guerra civile e l’intervento può essere spacciato, almeno in teoria, come intervento teso a por fine ad un conflitto, e minore anche il rischio di sollevare il risentimento antioccidentale delle masse arabe. Nella realtà però l’attacco occidentale pare molto di più come un intervento teso a parteggiare per uno dei due fronti piuttosto che un intervento di pacificazione: è pur vero che è ben difficile intervenire militarmente limitandosi a dividere, perché per dividere devi in genere colpire chi sta vincendo e se stessero vincendo quelli per cui parteggi non ci sarebbe bisogno di intervenire. E’ da considerarsi illegittimo intervenire in un conflitto per qualcuno che ritieni abbia ragione? Era illegittimo intervenire a fianco della Polonia contro la Germania di Hitler? La nostra etica ci dice che Gheddafi è un pessimo elemento e chi vi si oppone deve essere per forza migliore, ma ne siamo proprio certi? E anche se lo fossimo, questo ci dà questo diritto ad entrare in Libia e decidere chi deve vincere la guerra civile? Non ci esponiamo all’arbitrio del primo bulletto a cui prudono le mani? Non rischiamo allora di giustificare anche Mussolini solo perché era soggettivamente convinto che Hitler fosse migliore della Francia e della Gran Bretagna?
L’attacco occidentale alla Libia farà delle vittime, militari e civili. Dobbiamo considerarci responsabili di quelle vittime? Certo, forse se non fossimo intervenuti le vittime sarebbero state molte di più, forse la Libia sarebbe stata riempita di fosse comuni di ribelli giustiziati, ma è un’ipotesi, una scommessa, nulla di più…
Ma allora qual è il principio che dobbiamo seguire? Non si aggredisce nessuno, ma se c’è già una guerra siamo autorizzati a parteciparvi al fianco di chi ci piace di più? Oppure la guerra non la si fa mai, se non per difendersi? Ma se pensi che dopo toccherà a te, anticipare le mosse del nemico attaccandolo può configurarsi come legittima difesa?
Oppure possiamo pensare che, così come il monopolio dei mezzi coercitivi in una società moderna è detenuto dalla polizia, ci sia una polizia internazionale che intervenga laddove si compiano atti violenti? Ma gli atti violenti sono sparare sulla folla o anche solo ammazzare una giornalista che fa inchieste scomode? Nel secondo caso, e forse anche nel primo, temo che una lunga di lista di paesi sarebbero poco propensi a stare sotto l’egida di una tale polizia…
Troppe domande, vero? D’altronde l’avevo scritto all’inizio che ero confuso. Le alternative a questa ridda di domande e dubbi sarebbero non far la guerra mai, neanche in caso di aggressione, ma poi il primo invasato può conquistarti ed imporre lo svedese come lingua ufficiale, oppure la guerra la puoi fare sempre, senza tanti problemi, come usavano fino a qualche secolo fa, ma nel frattempo ci siamo civilizzati e la guerra con tutti quei morti ci dà un po’ fastidio.
Non rimane nulla? Beh, una cosa mi viene in mente. Proviamo a mettere da parte questioni di principio e guardiamo al cinico perseguimento di determinati obiettivi che poi è quello che fa chi ci governa. Quali sono i nostri obiettivi? Poter vivere in pace e importare materie prime ai costi più favorevoli, direi. Fino a ieri abbiamo puntato su qualche dittatorello locale che ammansivamo con qualche perlina, avendo in cambio stabilità e bassi costi energetici; adesso scopriamo che invece i dittatori, almeno dalle parti del mondo arabo, cominciano a non essere più tanto popolari: la gente si ribella, ci sono disordini: meglio qualche bella democrazia che faccia stare tutti più tranquilli allora? Sicuramente, però a differenza del dittatorello, la democrazia è molto più complicata da installare, ci vogliono delle premesse socio-economiche e culturali perché una democrazia funzioni, senza le quali un sistema politico istituzionalmente democratico implode presto in un sistema autoritario e siamo daccapo con le proteste, gli spari sulla folla e il prezzo del petrolio che ricomincia a salire. E allora come possiamo fare? Aprire scuole e università, favorire la nascita di una classe media finanziando l’imprenditoria locale? Sembra molto costoso (anche se pare che la prima notte di bombardamenti sia costata già 58 milioni di Euro) e ci vuole molto tempo, nel frattempo il costo dell’energia rimane alto e noi come facciamo? Bisognerebbe forse muoversi prima, iniziare a porre come condizione degli accordi commerciali le riforme, la modernizzazione, lo sviluppo sociale e civile ma è una roba complicata da gestire come merce di scambio: non si vede, non si tocca, non porta popolarità e consenso.
Il problema di fondo è che nell’immenso scenario della storia i Gheddafi, i Bin Laden, i Saddam Hussein sono solo miseri figuranti che si possono mettere e togliere senza che cambi molto: sono i processi storici, è l’evoluzione di tali processi (evoluzione della società, dell’economia, della cultura) il toro che bisogna prendere per le corna se si vuole cambiarne il corso. Prendere per le corna un toro senza usare violenza è piuttosto difficile e presuppone una delicatezza ed una strategia di lungo termine che è dote molto rara tra i politici di casa nostra (e anche quelli non di casa nostra), ma rinunciare a prendere il toro per le corna può significare consentire a qualcun altro di farlo al posto nostro e magari di aizzare pure il toro contro di noi.
Nel mio piccolo continuerò ad essere fermamente contrario a quelle guerre che portano distruzione e morte senza dare nulla in cambio a chi la subisce, e semmai perplesso sull’alea che sta dietro ad altre come a quella che andiamo a combattere in Libia, escludendo comunque che l’idea di sparare missili su qualcuno possa mai entusiasmarmi. Continuerò anche però a ricordare che anche le guerre più ineluttabili sono il frutto di superficialità, di scarsa programmazione, di incapacità di guardare abbastanza lungo da evitare che si creino le condizioni perché la guerra diventi l’unica risorsa rimasta.

22 Marzo 2011

2 commenti a 'Guerra o non guerra?'

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  1. Claudio afferma:

    Grazie Alberto per aver scritto queste riflessioni che condivido molto, ed averle scritte in maniera comprensibile.
    A sottolineare il fatto che anche in questo caso sono convintamente contro l’intervento armato riporto quanto sintetizzavo nella mia mail (e che riprende le tue conclusioni):
    > Affrontare per vie pacifiche la crisi libica vuole dire fare il contrario di quello che sta facendo l’Italia oggi:
    - adoperarsi preventivamente per evitare che prendano e mantengano il potere dittatori repressivi, in particolare NON stringendo accordi commerciali, NON baciando le mani, NON vendendo armi e aerei da guerra a tali personaggi;
    - non rimanere per un mese INDIFFERENTI al massacro di civili ribelli di fronte a un comandante che usa le bombe e gli aerei contro la popolazione (basti leggere i giornali per vedere su cosa era impegnato il nostro governo da un mese a questa parte …);
    - NON USARE LE ARMI per risolvere i conflitti e le controversie internazionali. Anche se benedette dal Vaticano, dall’ONU, da Napolitano.
    - Sostenere materialmente (ospedali, mezzi di comunicazione, progetti lavorativi) e moralmente (parlandone come se le stesse cose capitassero in una regione italiana) le vittime dei soprusi.

    > La trappola in cui ci portano è il “fatto compiuto”: è abbastanza ovvio pensare che l’ultimo punto diventa pericoloso, oltre che arduo, se non si sono effettuati i primi tre, quindi dicono “Vorrete mica lasciare massacrare inermi civili ? Vorrete mica che rimaniamo senza gas e petrolio? Vorrete mica che resti al potere un dittatore sanguinario che ha responsabilità all’ONU addirittura in materia di Diritti Umani?
    > Vorrete mica che andiamo con la bandiera bianca e rossa a farci ammazzare? ”
    > Basterebbe rispondere ” E chi ce l’ha messo e lasciato in tutti questi anni? “

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