Perché ho festeggiato

150-anni-unita-italia.jpgTra moltissime bandiere tricolori esposte alle finestre, tanta retorica certo, ma anche tanta sincera emozione e autentico fervore, si è consumata la festa per il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Anche le contestazioni non sono mancate e non parlo solo di quelle più note dei leghisti ma anche di quelle meno pubblicizzate degli autonomi napoletani contro l’”annessione” del 1861. Se vi interessa: io ho festeggiato, con tanto di bandiera al balcone e ci terrei a raccontarvi anche il motivo per cui ho festeggiato.
Prima di farlo però provo a fare una premessa sul concetto di patria così spesso tirato in ballo in questi giorni: patria è un termine con connotazione prettamente emotiva associato al concetto di nazione. A sua volta per nazione si intende solitamente un insieme di persone che, condividendo una serie di elementi comuni (lingua, sistema culturale, sistema sociale, caratteristiche etniche, cammini storici)  condividono un sentimento di solidarietà reciproca che li porta con naturalezza a ritrovarsi nelle istituzioni di uno Stato, detto appunto Stato nazionale. Tuttavia in una visione più materialista, in cui personalmente mi trovo più a mio agio, si possono anche rovesciare i termini del discorso e ipotizzare che invece la nazione sia un insieme di persone che, volenti o nolenti, la storia ha posto di fronte alla necessità di condividere comuni istituzioni statuali e che quindi si ritrovano ad andare in cerca di comuni radici culturali, storiche, linguistiche, rituali o simboliche, per dare un senso ad un progetto di convivenza sotto uno stesso tetto politico. Meno si è predisposti, per abitudini e cultura, ad accogliere con entusiasmo un’entità statuale (qualunque sia il suo nome e la sua origine) e l’organizzazione sociale che la presuppone con le sue regole e le sue costrizioni, e maggiore sarà la freddezza con cui si accoglieranno eventuali iniezioni di simboli e rituali tesi a cementare un istinto nazionale. Ho l’impressione che, se nei centocinquant’anni della patria italiana ce n’è fregato ben poco, non è tanto perché i suoi promoter non sono stati all’altezza, ma perché gli italiani sono per abitudine culturale (questa sì estesa all’intero stivale) restii ad accogliere una qualunque organizzazione sociale che si estenda oltre ad una ristretta cerchia di conoscenze che corrisponda al concetto di clan. Oggi il padano ci spiega che non festeggia perché l’unità d’Italia è stato un tragico errore che ha portato un peso intollerabile al Nord, peso senza il quale sarebbe una delle principali potenze europee (dimenticandosi che se il Nord è così sviluppato è perché ha avuto un mercato privilegiato nel Sud); il partenopeo invece ci spiega che non festeggia perché con l’unità d’Italia il sud è stato assoggettato ad un regime di colonizzazione che l’ha votato ad un destino di sottosviluppo (dimenticandosi che, quando le è stato consentito di esprimere un consenso, l’Italia del Sud non ha mai mancato di dare il suo sostegno alla classe dirigente italiana) . La mia impressione è che gli uni e gli altri farebbero gli stessi ragionamenti anche se la bandiera che sventola sul balcone di fronte al loro fosse diversa. Ho l’impressione che in un’ipotetica Repubblica di Sardegna i veneti si scaglierebbero contro Torino ladrona ed in un’ipotetica repubblica delle Due Sicilie i siculi si lamenterebbero dello sfruttamento che ne fanno i campani. Escludo che questa caratteristica possa essere iscritta nel DNA degli italiani, ma sono portato a pensare che l’avere avuto a lungo entità statuali deboli se non controllate dalle potenze straniere abbia contribuito a questo rigetto nei confronti del concetto di nazione e quindi di patria.
Così ho sbandierato anch’io, ho cantato l’inno e mi sono un po’ commosso. Sì, lo so che Garibaldi era un avventuriero, che Cavour era un vecchio volpone e che a Vittorio Emanuele II gli puzzava pure l’alito. Lo so che molte delle forze che hanno unito il paese lo hanno fatto per interesse e che lo si poteva fare senz’altro molto meglio. Lo so che dall’unità d’Italia in poi Nord e Sud hanno intrapreso un rapporto malato di reciproca dipendenza e reciproca insoddisfazione. Lo so che in Germania sono bastati meno di 20 anni per riequilibrare Est e Ovest mentre in Italia lo squilibrio tra Nord e Sud è rimasto enorme. Ma non è tenendo la bandiera nel cassetto che cambieremo la storia.
Lo so anche che il concetto di stato nazionale è in fase di decadenza e che gli stati cederanno sempre più potere alle entità sovranazionali, il cui potere crescente è necessario a controbilanciare quello sovranazionale dell’economia, e che quindi tra entità di dimensione regionale e istituzioni continentali il livello intermedio diventerà in futuro sempre meno necessario. Che però la storia ci obblighi in futuro ad essere europei o ad essere padani, qualunque sia la bandiera che ci troveremo a sventolare, se verso le bandiere continueremo ad avere l’attuale allergia ci ritroveremo più deboli e più fragili degli altri.
Alla fine quindi il motivo per cui ho messo la bandiera al balcone è fondamentalmente terapeutico: è la speranza che una overdose di simboli nazionali aiuti gli italiani a sentirsi, almeno per un po’, una nazione, una qualunque.

21 Marzo 2011

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