Questa sentenza non s’ha da fare

Quando si parla di sentenze e del tentativo di differirle, si pensa subito ai processi a esponenti politici e magari a quelli a Berlusconi, ma il caso di cui vorrei parlare non c’entra con la politica ed ha soprattutto una straordinaria peculiarità: al contrario di quanto avviene di solito, non sono le difese a allungare i tempi in modo artificioso, ma sono i PM a cercare ogni modo per dilazionare i tempi, in vista di una possibile prescrizione. Si tratta del processo di Napoli a Luciano Moggi e agli altri coinvolti in Calciopoli.
narducci.jpgGià mesi fa il PM Narducci aveva tentato la ricusazione del giudice Teresa Casoria, adducendo il pretesto di sue dichiarazioni tendenti a sminuire l’impianto accusatorio, dichiarazioni che avrebbero anticipato in qualche misura il suo verdetto. Nelle settimane scorse è arrivata poi una nuova richiesta di ricusazione che pare ancor più strumentale, in quanto non direttamente correlata al processo, ma legata a presunti comportamenti poco in linea con la deontologia professionale tenuti dal giudice stesso e per il quale è sottoposto a procedimento disciplinare. Questa richiesta è giunta subito dopo che l’accusa aveva proposto nuovi testimoni, tra i quali alcuni già sentiti durante il processo, come l’ex-arbitro Nucini o l’ex-dirigente del Parma Baraldi, che avrebbero avuto improvvisi ritorni di memoria. Alcuni dei testimoni in oggetto, i due più attesi: lo stesso Danilo Nucini e Gianfelice Facchetti, non si sono presentati all’ultima udienza, mentre i testimoni che si sono presentati hanno riferito di episodi difficilmente considerabili attinenti con il processo o di voci e dicerie senza alcuna fonte certa, confermando ulteriormente la tattica dilatoria dei Pubblici Ministeri.
Ma perché mai un Pubblico Ministero tenta in tutti i modi di far arrivare a prescrizione un processo che aveva istruito lui stesso? La risposta è abbastanza evidente, ovvero in un impianto accusatorio già di per sé molto debole, ulteriormente indebolito dalle intercettazioni scoperte dalla difesa e mai trascritte che testimoniano dell’imperizia e superficialità con cui l’inchiesta è stata condotta. La domanda successiva è allora: ma come è possibile che un PM istruisca un processo in cui lui stesso non crede? La risposta potrebbe essere nella valanga mediatica che ha fatto seguito alla diffusione delle intercettazioni e al conseguente processo sportivo che ha obbligato sostanzialmente la Procura di Napoli a proseguire come se si trattasse di un’inchiesta con solide basi, oltre che nella possibilità di visibilità personale che l’inchiesta ha offerto alle persone coinvolte. Insomma, l’impressione è che, da una parte la paura di una figuraccia, dall’altra l’ebrezza delle luci della ribalta, abbiano incaponito i PM e l’intera macchina giudiziaria nel portare avanti un processo inconsistente. La speranza era probabilmente che, allorquando i nodi fossero venuti al pettine, l’Italia avesse già dimenticato i fatti in oggetto e che l’assoluzione potesse a quel punto occupare al massimo qualche trafiletto. Purtroppo per gli stessi così non è stato e ci si è ritrovati a dover far arrivare a sentenza un processo quando non c’erano nemmeno le premesse per un rinvio a giudizio; il risultato è che ci ritroviamo alla vigilia della sentenza in un contesto nel quale un verdetto di assoluzione parrebbe quantomeno imbarazzante per la Procura di Napoli e per tutti quelli che hanno prosperato per anni sul dogma di Calciopoli.
Se ritengo che la richiesta (avanzata da Alfano) di estensione della responsabilità civile dei giudici, prevista oggi per dolo o colpa grave, sia irricevibile e frutto semplicemente del desiderio di una parte della nostra classe politica di intimidire chi deve indagare o decidere su chi abbia denaro e potere, è proprio perché un giudice (sia inquirente che giudicante) deve,a mio avviso, essere messo in condizione di lavorare serenamente, senza la preoccupazione di dover risarcire chi sia stato condannato su base di proprie soggettive valutazioni. Tuttavia la serenità di giudizio del magistrato deve essere garantita anche dai mezzi di informazione che invece trasformano ogni processo in un processo di piazza portando alcuni magistrati, non dotati evidentemente di troppo coraggio, a venir meno ai propri doveri pur di assecondare le aspettative dei media. Non so quali motivazioni abbiano portato Narducci e i suoi collaboratori in questo vicolo cieco, ma ho l’impressione che il condizionamento mediatico abbia avuto un peso determinante e, se è grave il fatto che la politica possa cercare di determinare l’iter dei processi, il fatto che lo determinino i mezzi di comunicazione non lo è di meno.

14 Marzo 2011

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