Viva l’improvvisazione

Giuseppe De RitaSul Corriere della Sera di qualche giorno fa il sociologo Giuseppe De Rita ha esposto ai lettori un’interessante tesi. Secondo lui infatti nella realtà di oggi ci troviamo a “fronteggiare solo delle contingenze: la ripresa degli sbarchi di immigrati, la esplosione politica del Nord Africa, il rientro dal debito impostoci dalle nuove direttive europee, l’egoismo aziendale di molte imprese che vivono di globalizzazione, la risistemazione della finanza locale in vista del federalismo, l’incidenza del permanere della crisi occupazionale sulle decisioni economiche delle famiglie, la bolla dei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano“. La conclusione profonda che trae è che “siamo obbligati a introiettare la contingenza come riferimento strutturale di una cultura di governo meno nobilmente ambiziosa e più faticosamente quotidiana di quella che ha ispirato la politica negli ultimi decenni.”
Che cosa significa tutto ciò? Dove andiamo a finire seguendo il ragionamento del dottor De Rita? Direi esattamente dove siamo. Non so francamente dove abbia visto in Italia De Rita una “politica nobilmente ambiziosa” ma se oggi ci troviamo a dover affrontare una buona parte di quanto De Rita definisce contingenze è appunto perché la politica in questi anni è stata ben poco ambiziosa. Le emergenze che De Rita cita non sono state determinate da un meteorite che è piombato sulla terra, non stiamo parlando dell’invasione degli alieni, stiamo parlando dell’immigrazione, un fenomeno i cui rischi ci sono noti da decenni, della caduta di una serie di regimi i cui scricchiolii erano udibili anche dai meno avvertiti, del debito pubblico contro il quale Cossiga ci ammoniva già sul finire degli anni 80, della globalizzazione sulla quale si dibatte da metà degli anni ‘90. Solo la crisi del 2008 è forse (e dico forse) qualcosa che è caduto su di noi in modo imprevedibile ma l’aver derubricato i problemi di cui sopra ci ha impedito di affrontarla nei tempi e nei modi più efficaci, come gli altri paesi europei hanno invece fatto. Non c’era tempo per riforme, per programmi di lungo termine, per politiche che guardassero un po’ più avanti, bisognava controllare i giudici, i giornali, accaparrarsi appalti e nel frattempo non perdersi nemmeno un punto di consenso perché perdere il potere poteva voler dire la fine, visto che gli armadi erano pieni di scheletri pronti a spuntar fuori come in un film horror. Oggi che anche i meno attenti si rendono conto di quanto la nostra classe politica abbia spinto nel baratro il paese, dopo anni di improvvisazione, di immobilismo, tutti presi a guadagnare posizioni di potere, a difendere il proprio diritto di farsi gli affari propri, qualcuno arriva e ci dice: “Perché non concludiamo che le riforme e i programmi sono inutili?“. Perché non elaboriamo il disastro dicendo a noi stessi cha abbiamo ragione noi e non quegli infelici che hanno che hanno programmato il futuro dei loro paesi e oggi non si trovano spiazzati come noi di fronte alle contingenze? E’ un bel modo per risolvere il problema e anche assolvere (perché no?) quella classe politica che è responsabile per prima di questo disastro, ma all’interno della quale chiunque conti un po’ in questo paese ha almeno qualche amico.
Intendiamoci, non vorrei banalizzare il tema, vi è un dibattito da almeno un secolo su quanto la politica debba limitarsi ad affrontare di volta in volta le ondate che la storia riserva ai sistemi sociali, o su quanto invece deve interpretare l’evoluzione della società e seguirne il corso modellando i sistemi sociali sulle base della direzione in cui la storia si muove. Non molto tempo addietro lessi un pezzo dello storico Edward Carr di critica verso un grande pensatore come Karl Popper, in cui affermava che la linea di intervento politico propugnata da Popper: “corrisponde a quello di un funzionario dell’amministrazione statale inglese che ha il compito di porre in atto la politica del governo […] ma non quello di mettere in dubbio i presupposti fondamentali e gli scopi ultimi. Si tratta di un’attività utile ma questa subordinazione della ragione alle condizioni poste dall’ordine esistente mi pare, alla lunga, del tutto inaccettabile“. Sarebbe quindi utile ripercorrere queste critiche e magari, per contro, l’esegesi di Popper. Ma lasciando per tempi migliori la dotta discettazione mi vien da dire che quando, dopo vent’anni di politica dell’improvvisazione nei quali abbiamo visto il nostro paese sfilarsi dal gruppo dei paesi più sviluppati come un ciclista in crisi, qualcuno mi dice che l’improvvisazione è il modo giusto di muoversi, mi sento come quello che è immerso nello sterco fino al collo ed a cui dicono che ciò che lo circonda non sono escrementi ma squisito cioccolato fondente. Per carità, Dottor De Rita, l’opinione pubblica non ha dimostrato in questi anni una sopraffina sagacia, ma prenderci tutti per idioti non è mai elegante.

23 Febbraio 2011

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs