Radical chic

donne_roma1_ign-400x300.jpgCommentando la manifestazione di Domenica scorsa il ministro dell’Istruzione e Università Mariastella Gelmini ha affermato: “Sono solo poche radical chic“. Al di là del concetto molto personale che il Ministro ha dell’espressione “poche”, visto che si parla più o meno di un milioncino, quando un termine non tradizionale comincia ad essere usato anche dalla Gelmini direi che ha raggiunto davvero le parti più recondite della nostra cultura e val la pena di soffermarcisi. Sembra che il termine “radical chic” nasca dalla definizione che un giornalista americano dava dei borghesi locali che sostenevano i Black Panther e che il termine fu importato in Italia da Montanelli. Negli ultimi anni questo termine è stato rivalutato ed è diventata un’espressione usata ed abusata dall’establishment berlusconiano.
Il termine storicamente aveva preso a designare quei rappresentanti della borghesia che, in un’epoca di scontro di classe, prendevano le parti dei più umili anziché della borghesia stessa e che venivano considerati quindi alla stegua di traditori. Adesso però lo scontro di classe non c’entra più nulla, anzi i valori che la manifestazione di ieri propugnava sono quelli cari alla borghesia: di misura, etica, moralità, tanto da far definire i suoi partecipanti moralisti da molti dei generali berlusconiani. Che c’entra allora il termine “Radical chic”? C’entra perché il termine negli anni ha trasformato il suo significato a designare, da parte dei boiardi della politica, quella borghesia che non sta in riga, che non si fida, che non se ne sta a casa, che sfida il potere. Qui bisogna ricordarsi che l’Italia è un paese nel quale la borghesia non ha mai avuto l’autorevolezza che altrove in Europa è stata sua. La borghesia italiana ha sempre preferito defilarsi dalla politica, delegata nel ventennio alla rassicurante gerarchia fascista, e nel quarantennio della Prima Repubblica ad una struttura politica fortemente burocratica come quella democristiana che la rassicurava contro il pericolo comunista. La borghesia è quasi sempre rimasta davanti al focolare domestico, preoccupandosi di portare a casa la pagnotta e mai troppo concentrata su quanto succededeva negli oscuri palazzi della politica. Sparito il pericolo comunista la borghesia provò a far la voce grossa nei primi anni ‘90 ma si disperse rapidamente tra chi seguì il cammino progressista e chi gli slogan leghisti o quelli berlusconiani, in una posizione comunque subalterna. Cambiate così le facce della politica, la borghesia si ritirò per lo più di nuovo attorno al suo focolare, alla sua fabbrichetta, al suo quotidiano, lasciando che chi era stato messo al posto della classe politica precedente non facesse altro che rioccupare gli spazi lasciati liberi, con lo stessa segreta convinzione di chi l’aveva preceduto: ovvero che il segreto della politica italiana sia quello di guadagnare abbastanza potere da non poter essere più scalzato dalla propria seggiola.
Oggi siamo giunti di nuovo ad un punto di rottura, ad un punto nel quale quella borghesia si è decisamente rotta i maroni: si è rotta i maroni di continuare a starsene di fronte al focolare per mandare avanti un paese i cui governanti passano le giornate ad arricchire i propri sodali e le serate con donnine di facili costumi. In quella borghesia c’è un’ala progressista che da un pezzo si è rotta i maroni, ed un’ala conservatrice, che se li era rotti più o meno allo stesso modo, ma che conteneva la propria frustrazione per paura di far vincere l’avversario e oggi, probabilmente nella speranza nel Terzo Polo, può dar voce al proprio sdegno. Ci sono certo altre componenti certo tra chi è sceso in piazza Domenica e non voglio sottovalutare la caratterizzazione femminile, ma la notizia è soprattutto che c’era la borghesia ed è la notizia più allarmante per chi si ostina ad occupare lo Stato.
Di tutto questo si è evidentemente accorta la Gelmini, che non è una cima, ma ha capito che la rivolta non è più solo rivolta della sinistra, ma rivolta della classe media, e contro di essa vale ben poco mobilitare il popolo dei pensionati e delle casalinghe. Per questo, di fronte all’esito di Domenica, la reazione dei berluscones è disorientata: si va dall’insulto (più o meno camuffato) a chi invece invita a tornare proprio al focolare borghese.
Sarà insomma la volta buona per la borghesia italiana? Sarà l’inizio di una nuova era o la classe media, dopo aver fatto la voce grossa, tornerà a casa a guardare Domenica In, dopo esser stata rassicurata da qualche nuovo imbonitore? Non ci vorrà molto per scoprirlo…

16 Febbraio 2011

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