Il turismo della diffamazione

giudice1.jpgNon saltate alle facili conclusioni, non sto per parlare di Lavitola, Frattini e Santa Lucia. Il turismo della calunnia, traduzione dell’originale “libel tourism”, non ha a che fare con i pataccari di casa nostra; trattasi invece di quell’attività redditizia che alcuni personaggi facoltosi hanno intrapreso avvalendosi delle leggi britanniche in merito alla competenza dei processi per diffamazione. Si dà infatti il caso che la normativa vigente nel Regno Unito consideri i tribunali britannici competenti anche per atti diffamatori che siano avvenuti al di fuori dei confini nazionali. Succede quindi che un magnate ucraino o un attore hollywoodiano non abbiano difficoltà a denunciare per diffamazione, presso una corte inglese, un giornalista loro connazionale che abbia scritto un articolo non troppo generoso su di loro. Le spese legali per il malcapitato giornalista sono soverchianti e spesso non è quindi in grado nemmeno di difendersi. Quando questa legislazione era stata introdotta pare fosse volta a difendere chi, in paesi poco democratici, venisse sottoposto ad attacchi mediatici (anche se non è da escludersi che gli avvocati inglesi la benedicessero in vista di ricche parcelle). Ovviamente però è difficile discernere da paese a paese ed alla fine questa pratica ha causato soprattutto giuste proteste e discredito al Regno Unito, tanto che è alle viste una revisione della norma.
Spesso da noi si cita il Regno Unito come modello di sistema democratico ma questa vicenda ci ricorda che anche là qualche problema ce l’hanno. Ce l’hanno anche perché il tema del rapporto del cittadino del terzo millennio con i mezzi di comunicazione è sentito come delicato anche lassù. Il punto fondamentale attorno al quale si avvita questo rapporto è la facilità con la quale, nella società contemporanea, l’informazione circola: fenomeno molto positivo quando ciò consente di smascherare personaggi pubblici corrotti o mendaci, ma che assume risvolti sgradevoli quando ciò che circola sono informazioni mendaci o tendenziose, tese a prender di mira chi non abbia altra colpa di aver schiacciato qualche piede di troppo. Come fare quindi?
Indietro sicuramente non si torna e non ci vorrei affatto tornare. Ho l’impressione che siano ben più i vantaggi che gli svantaggi che la società delle comunicazioni ci offre. Se quindi non possiamo evitare che qualcuno brandisca la sua fonte di informazione come una clava per colpire chi non gli piace, proviamo almeno a far sì che la clava non sia troppo pesante. Questo è possibile se consideriamo i mezzi di comunicazione un’istituzione come un’altra e quindi se ne limitiamo per via legislativa le concentrazioni di potere mediatico esattamente come ogni costituzione democratica fa con le concentrazioni di potere politico. Quando parliamo di limitazione le concentrazioni di potere sui mezzi di comunicazione in Italia pensiamo subito a Berlusconi, ma quello è solo un caso estremo di un problema che esiste in tutti i paesi sviluppati e che tutti i paesi dovrebbero provare ad affrontare.
Tornando al tema del “libel tourism” però è abbastanza ovvio che i britannici non possono certo pensare di limitare le concentrazioni mediatiche nei paesi esteri e quindi temo che dovranno abbandonare le loro velleità di portare sostegno alle vittime di campagne mediatiche oltrecondine. Qui più che altro i sudditi del Regno Unito dovrebbero rassegnarsi al fatto che non sono più una potenza coloniale e che il tentativo di esportare la democrazia, che lo si faccia con le armi o  con le carte bollate, continua a non funzionare.

8 Febbraio 2011

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