Il nuovo quarantotto

Di fronte alla deposizione del dittatore Ben Alì in Tunisia e le contemporanee rivolte in Algeria e Egitto c’è chi parla di ‘48 del mondo arabo. E’ vero? C’è davvero la possibilità che il mondo arabo imbocchi con decisione la strada dello sviluppo democratico proprio mentre la via militare alla democrazia denuncia il suo fallimento?
Per rispondere a mio avviso dovremmo provare a ricordare come è nata in Europa la democrazia e perché è nata. Nel lontano ‘48 ciò che accadeva è che la classe media si rivoltava contro lo strapotere del ceto nobiliare che sosteneva il carrozzone parassitario delle Corti, ormai privo di qualunque funzione che non fosse puramente simbolica. Già allora si distinguevano economie come quella russa ancora basata prevalentementea sullo sfruttamento delle risorse e meno su industria e servizi e quindi meno condizionata dai malumori del ceto medio. La Tunisia ha la caratteristica di avere una disponibilità di materie prime bassa e questo l’ha orientata prima di altri paesi dell’area araba su un’economia di mercato. E’ abbondantemente il paese che ha maggiori scambi commerciali con l’Europa, con un alto livello di scolarizzazione e con i migliori servizi che attraggono nel paese frotte di turisti. La conseguente ridistribuzione delle ricchezze ha bruciato il terreno sotto i piedi del fanatismo religioso che non ha mai avuto molto successo nel paese. Le proteste di piazza ci sono state in Tunisia, come in Egitto o in Algeria, ma la differenza l’ha fatta in Tunisia il tacito o meno tacito appoggio della classe media alla protesta che infatti è nata, tra le altre cose, da una protesta degli avvocati.
La scintilla tunisina sicuramente minaccia di diffondere l’incendio anche ai paesi limitrofi ma la possibilità è resa remota dall’assenza in Algeria, Egitto e Libia dei presupposti presenti sotto il regime di Ben Alì. Un’economia di sfruttamento delle risorse tende infatti a limitare il potere del ceto medio e la massa critica per spodestare i regimi in carica conseguentement non c’è. Non aiuta certamente l’atteggiamento dell’Europa che guarda con indifferenza, mista ad un po’ di preoccupazione, l’evolvere della situazione nel Nord Africa. Indifferenza da parte dei governi che semplicemente si interessano di democrazia solo quando si tratta di giustificare azioni militari, preoccupazione da parte di quei governi che hanno sfruttato i dittatori per farci affari e adesso hanno paura che qualcuno rompa loro le uova nel paniere. Si è fatta sentire per una volta Miss PESC, Catherine Ashton, condannando le violenze e promettendo alla Tunisia democratica il concreto aiuto dell’UE. Ovviamente da noi non ne ha parlato nessuno, questo forse perché facendo vedere che l’Europa è immobile a qualcuno potrebbe venire il dubbio che l’immobilità del nostro governo sia il risultato di una direttiva europea o forse perché l’Europa varrà poco a livello politico ma sicuramente non vale nulla a livello mediatico.
Da questo punto di vista è interessante il parallelo tra Tunisia e Italia: là si protesta ancora oggi, dopo la fuga di Ben Alì, per scongiurare qualunque continuità tra il regime corrotto al potere e quello che porterà il paese alle prime libere elezioni, qui si considera un compromesso accettabile che a Berlusconi succeda il fido Gianni Letta o Giulio Tremonti che dal lontano ‘94 ha costantemente accompagnato la carriera politica del Premier. Siamo abituati a pensare alle società europee come a società che hanno una reattività sociale superiore a quelle del sud del mondo. Forse dovremmo riconsiderare questa nostra presunzione.

21 Gennaio 2011

2 commenti a 'Il nuovo quarantotto'

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  1. treb afferma:

    mha..forse il problema è piu complesso a mio avviso..
    http://coriintempesta.altervista.org/blog/tunisiacomanda-sempre-la-banca-mondiale/

  2. Coloregrano afferma:

    Sicuramente ci sono molte più variabili in gioco di quelle che ho citato. Per la mia conoscenza della Tunisia però è indubbio che abbia caratteristiche sociali ed economiche diverse dagli altri paesi del Nord Africa e credo che questo spieghi almeno in parte quando accaduto e perché potrebbe non accadere altrove.
    Sul fatto che organismi sovranazionali o governi nazionali di paesi democratici spesso sponsorizzano i dittatori o manovrano per spodestarli è certo, questo non rende i dittatori meno dittatori. Non è infatti vero, come citato nell’articolo, che un dittatore “decide e comanda”, un dittatore concentra in sé alcuni poteri che in sistemi pluralistici sono distribuiti, ma deve comunque sempre trovare un accordo con chi detiene le leve dell’economia. Succedeva anche nel passato, la differenza oggi sta solo nella caratteristica sovranazionale dei potentati economici che li rende più forti spesso di qualunque concentrazione di potere locale.

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