La palla al piede

palla-al-piede.jpgIn questi giorni una parte dell’opinione pubblica italiana ha riscoperto che la palla al piede italiana sono i sindacalisti o chi comunque difende le pretese (altrimenti detti diritti) di chi lavora, pretese che si ripercuotono negativamente su costo del lavoro e competitività. Altri invece al contrario pensano che la palla al piede siano quegli industriali che considerano ogni vincolo, sotto forma di diritti sindacali, come un lusso che non ci possiamo permettere, generando una continua conflittualità sindacale che riduce la produttività delle imprese. Per altri ancora la palla al piede è costituita dalla politica che media tra le parti sociali in funzione dei propri interessi di bottega e giammai in funzione degli interessi dello Stato. Ho la vaga impressione che ci sia una palla al piede in realtà che le riassume tutte o meglio riassume ciò che genera i comportamenti sopra citati. E’ la palla al piede che ci porta a vedere ogni atto solo alla luce del nostro punto di osservazione della realtà, che ci crea una lente deformante della realtà che ci fa interpretare ogni azione con un filtro che è quello delle nostre idee di riferimento, che alla lunga si fossilizzano in ideologia che è in molti, credo soprattutto in Italia, talmente forte da cancellare ogni altro punto di vista che non sia quello su cui siamo focalizzati. Così se guardiamo la realtà dal punto di vista dell’impresa vediamo i lavoratori solo come degli scansafatiche che non hanno altra ambizione che quella di non lavorare, se guardiamo la realtà del punto di vista dei lavoratori vediamo gli imprenditori come degli aguzzini che godono sadicamente a causare sofferenze, la qual cosa pone le premesse perché la soluzione delle contese diventi quasi sempre un braccio di ferro giocato con le armi solite della politica, ovvero propaganda dall’una e dall’altra parte, piuttosto che una franca discussione alla ricerca di una soluzione che massimizzi la soddisfazione o di un’analisi che ci faccia capire costi e benefici delle diverse soluzioni.
Lo stesso atteggiamento settario porta, rispetto alla politica, gli elettori ad essere straordinariamente indulgenti con i governi della parte politica a cui stabililiscono di appartenere e severissimi con quella opposta. Questo fa sì che i nostri governanti in buona sostanza debbono rendere conto del proprio operato non alla totalità dell’elettorato ma solo a quella piccola parte disponibile a cambiare partito o schieramento di volta in volta. Tutti gli altri li rivoteranno a prescindere, così come continuano a sostenere la loro squadra di calcio indipendentemente dai risultati e da quanto bravi siano i suoi giocatori.
Ho l’impressione che politica e rapporti sociali non siano però gli unici ambiti nei quali domina la tendenza a fossilizzare le proprie posizioni sul proprio personale punto di vista, ciò accade spesso anche su concetti molto più materiali. Tendiamo infatti a far entrare nella sfera dell’ideale anche oggetti prettamente materiali che diventano icone di uno schieramento politico o di un gruppo sociale fino a essere oggetto di preferenza ideologica ben prima che funzionale.
Il problema dell’energia è uno di quegli àmbiti nei quali spesso le tecnologie hanno finito per diventare la bandiera di uno schieramento, sfuggendo completamente ad un ambito scientifico al quale competerebbero. Ricordo perfino il professor Tullio Regge autodenunciarsi involontariamente da questo punto di vista, in un’illuminante intervista in cui ammise come il suo cambiamento di punto di vista sul nucleare, passato da antinuclearista a sostenitore dell’atomo, non fu dovuto a nuove scoperte scientifiche ma a contrasti avuti con esponenti della sinistra durante la sua esperienza politica. Se l’antinuclearismo ha rivestito spesso e riveste ancora una posizione politico-ideologica per converso le energie rinnovabili hanno sempre rappresentato il fiore all’occhiello di una parte politica e quindi hanno da sempre raccolto lo scetticismo della parte opposta. Ancora quando l’europa siglò l’accordo 20-20-20 ci furono molte perplessità e, appena ritornato al governo, Berlusconi si adoperò per limitare l’accordo in omaggio alla convinzione, tutta ideologica, diffusa nella destra italiana che spendere in energie rinnovabili sia un lusso, mentre investire nel nucleare sia invece espressione di lungimiranza. Oggi scopriamo che quell’accordo che sembrava visionario rischia di essere scavalcato da una potenza economica come la Cina, solitamente poco attenta all’ambiente ma evidentemente molto meno condizionata di noi, in un senso o nell’altro, da questioni ideologiche e più propensa a valutare le scelte sulla base di convenienza economica e strategica. Per un paese come il nostro che non ha rilevanti giacimenti di uranio, petrolio, metano ma ha invece cospicue quantità di vento e sole non sarebbe strano puntare su tecnologia che stanno riducendo progressivamente i suoi costi e che potrebbero, tra dieci anni, costituire il modo più economico (in termini complessivi) di produrre energia, per di più (nel caso del fotovoltaico) in buona parte prodotta sul tetto di casa propria. Da noi però l’ideologizzazione delle forme di energia ha dato il destro a chi ci governa per imboccare altre strade come quella del nucleare, più interessanti per i propri affari ma molto meno in proiezione strategica, e l’Italia, contro ogni logica, continua ad essere il maggior freno in Europa per lo sviluppo delle rinnovabili.  Insomma ho l’impressione che sia proprio questa la vera palla al piede del nostro paese: il bisogno di vivere di bandiere, di icone, di simboli, anziché capire cosa è davvero preferibile per il nostro futuro. Ne guariremo mai?

15 Gennaio 2011

2 commenti a 'La palla al piede'

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  1. Marco afferma:

    Hai scritto un capolavoro.
    Complimenti.

  2. Coloregrano afferma:

    Grazie mille! :-)

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