Sventolare la bandiera

Da che l’uomo ha iniziato a sentire l’esigenza di organizzare la propria convivenza in società complesse, si è creato un fiosiologico legame tra la conflittualità di una società e la sua organizzazione politica e sociale. Più una società è soggetta a conflitti militari, più l’organizzazione sociale diventa gerarchica e verticistica, più una società vive in pace e più la società tende ad essere piatta ed a distribuire il potere tra i suoi membri. E’ significativo il caso della Repubblica Romana che prevedeva costituzionalmente la modifica provvisoria del suo assetto istituzionale durante  i periodi di guerra. Questa tendenza è motivata dall’effettiva necessità di una società in guerra di prendere decisioni velocemente e di fare fronte comune contro il nemico, per l’unico obiettivo del momento, ovvero vincere il conflitto. Una società in pace invece ha come obiettivo quello di massimizzare la propria ricchezza e quindi la propria capacità produttiva e per farlo è essenziale che le decisioni siano condivise, che si valorizzino diversità e competizione piuttosto che omogeneità e unità di intenti. Questa tendenza, ben consolidata anche nell’immaginario collettivo, porta istintivamente le persone a stringersi attorno a chi li governa ogni qualvolta si verifica un conflitto di qualunque genere e livello di violenza. Per questo spesso i conflitti portano popolarità ai governi (talvolta effimera ma chi se ne frega! Carpe diem) e per questo spesso i governi provocano i conflitti per salvarsi da momenti di particolare crisi.
battisti.jpgDa settimane è in corso un conflitto diplomatico (più o meno reale) tra l’Italia e il Brasile per l’estradizione di Cesare Battisti. Non entro nel merito dei dubbi da molti espressi sulla sentenza che ha condannato Battisti, sia perché non conosco gli atti processuali, sia perché, anche se può esser stato vittima di un errore giudiziario, Battisti non è comunque una vittima di persecuzione politica visto che faceva conclamatamente parte di un’organizzazione criminale, sia soprattutto per non scimmiottare in modo esattamente speculare quei tristi personaggi di casa nostra che considerano il magistrato Armando Spataro un paladino della giustizia da difendere a spada tratta quando fa condannare Battisti ed un eversore quando fa processare Berlusconi. Mi limito semmai a sottolineare come Battisti sia uno degli innumerevoli terroristi pluriomicidi che non sono in galera, o perché esuli all’estero in paesi che non ci concedono l’estradizione, o ancora perché, pur avendo raccolto una collezione di condanne all’ergastolo, sono già oggi a piede libero.
E allora qual è il motivo per cui la mancata estradizione di Battisti costituisce la scintilla per un conflitto diplomatico che in Italia non si era mai visto prima nemmeno di fronte a fatti luttuosi o a violazioni della nostra sovranità? Perché era il momento in cui serviva qualcosa che riportasse l’opinione pubblica a fianco del suo governo, che facesse imbracciare la bandiera, che facesse sentire agli italiani che la loro classe politica non si limita a passare il tempo trastullandosi con donne di facili costumi o con litigi da pollaio ma che è impegnatissima a tenere alto il nome del Paese, perché andava stimolato il meccanismo sociale prima descritto. Ingrediente fondamentale per la riuscita dell’effetto è anche la quantità cospiscua di media direttamente manipolabili dalla maggioranza di governo, quantità che garantisce una straordinaria capacità di dettare, se non i contenuti, almeno l’agenda all’intero sistema dell’informazione.
Il risultato è che siamo qui, come tanti automi, a sentire in noi risvegliato improvvisamente un orgoglio nazionale che normalmente teniamo sotto un paio di strati di naftalina, a chiedere giustizia quando l’Italia è piena di criminali a piede libero, a ribellarci quando solitamente incassiamo ogni nefandezza. Certo, c’è chi vorrebbe stravincere e allora Michele Brambilla su La Stampa non ha nascosto il suo dispetto per la scarsa partecipazione popolare alle manifestazioni di piazza e ha accusato di ignavia gli italiani che non sono corsi in piazza e bruciare le bandiere brasiliane. Eh no, Brambilla, distinguiamo: una cosa è sciropparsi le sciocchezze alla televisione e mormorare “Che vergogna!”, una cosa è poi scomodarsi a scendere in piazza. Far vincere agli italiani la loro riluttanza a impegnarsi in una qualsivoglia battaglia è uno sforzo che supera le potenzialità di qualunque sistema mediatico.

10 Gennaio 2011

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