Un cancro nel cuore d’Europa

Visitai per la prima volta l’Ungheria nel 1990, quando il paese si affacciava verso qualcosa che altrove si chiamava democrazia ma che la terra magiara aveva assaporato nella sua storia solo durante la breve primavera della Repubblica Democratica d’Ungheria di Mihály Károlyi. Quella breve esperienza fu interrotta nel sangue dalla rivoluzione comunista e dalla successiva controrivoluzione militarista e antisemita che portò il paese prima al disastro della guerra al fianco del nazismo e poi alla dittatura filosovietica, dittatura interrotta solo dalla breve parabola riformista soffocata dai carri armati sovietici nel 1956. Non avrei mai pensato allora, credo come molti, che dopo aver provato sfruttamento, sangue e distruzione di tutti i colori e orientamenti gli ungheresi potessero riprovare il desiderio di andare verso nuove forme di totalitarismo eppure la situazione dell’Ungheria in questi giorni è tale da presagire il peggio. L’ultimo provvedimento del governo in carica, formato da un monocolore del partito di destra Fidesz, è stata l’istituzione di un comitato di censura autorizzato a colpire fonti di informazione che non rispettino un generico e soggettivo equilibrio dal punto di vista politico, qualcosa che solo in un sistema totalitario può essere concepito. Per dare un’idea della situazione del paese, alle ultimi elezioni il partito Fidesz ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti mentre terzo partito, il partito Jobbik, considerato ancora più estremo del Fidesz, a sua volta ha ottenuto il 16 percento.
orban.jpgIl primo ministro Orban ha respinto le accuse dell’opposizione e dei mezzi di informazione locali e stranieri ma le manifestazioni di protesta sono ovunque e anche la rete si è mobilitata. Il quotidiano Népszabadság è uscito giorni fa, per protesta contro la nuova legge, con una prima pagina che presentava soltanto una scritta ripetuta nelle 23 lingue dell’Unione Europea “La libertà di stampa in Ungheria è giunta alla fine”. Nelle ultime ore anche il Presidente della Commissione Europea Barroso si è mosso per chiedere chiarimenti, anche se una parte dell’ostilità occidentale è sicuramente anche legata a provvedimenti fortemente protezionisti che sono poco in armonia con la presenza del paese nell’Unione Europea.
A proposito di tale vicenda non posso non trovare agghiacciante il silenzio tombale che sulla vicenda osservano la maggior parte dei mezzi di informazione italiani che non mancano mai di riferirci dettagliatamente invece ogni farneticazione dei politici di casa nostra ma si dimenticano degli eventi epocali che avvengono a poche centinaia di chilometri dai nostri confini.
Non saprei proprio come andrà finire, se gli ungheresi scivoleranno un una nuova dittatura, o riusciranno a scrollarsi di dosso chi li governa in questo modo, certamente non è qualcosa che l’Unione Europea si può permettere e può permettere. Il problema è che nella fase critica attuale prendere provvedimenti troppo punitivi, per di più contro il paese che ha appena ereditato la presidenza dell’Unione, rischia di creare attriti e tensioni (anche con governi come quello italiano che probabilmente non disdegnerebbero soluzioni “ungheresi” al rapporto con i media non allineati) che indebolirebbero la già fragile casa europea. Non ci si può però nascondere che in questo come in altri casi, proprio l’assenza di un controllo centrale, di una costituzione che stabilisca principi vincolanti, di un governo europeo forte, è ciò che rischia di far esplodere l’Unione Europea e vanificare lo sforzo che da oltre cinquant’anni facciamo per dare comuni intenti a questo continente. In questo come in altri casi non invidio la posizione di Barroso e dei membri della Commissione: hanno sulle spalle la sorte di un progetto da cui dipende la possibilità dell’Europa di non essere il Terzo Mondo del futuro e hanno pochissime leve e pochissimo potere per portarlo avanti. In bocca al lupo davvero.

7 Gennaio 2011

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