La militanza del Corriere della Sera

Ci sono limiti, travalicati i quali il giornalismo, da mite e servile, si trasforma in militante. Succede quando non ci si limita più ad omettere verità scomode o ad invitare a mandar giù bocconi indigesti in nome della ragion di stato, della stabilità o altri simili concetti astratti. Succede quando l’esigenza non è più solo quella di non schiacciare i piedi sbagliati ma è quella di tenere in sella chi governa e quindi di affossare chi vi si oppone. Succede quando la verità non è più solo omessa ma è stravolta in modo che potrebbe apparire quasi ingenuo se non contasse sull’ingenuità di chi legge. Succede quando il boccone indigesto viene presentato come un piatto da superbo gourmet. Il segnale si ha evidente quando contenuti ed argomentazioni, per quanto discutibili, spariscono e vi si sostituiscono affermazioni dogmatiche, slogan e luoghi comuni che restino rigorosamente sulla superficie e altrettanto rigorosamente distanti da ogni ragionamento ed approdofondimento.
Ho scritto altre volte sulla differenza tra equidistanza e indipendenza e su quanto una posizione equidistante sia impraticabile in un contesto come quello italiano all’insegna del “O con me o contro di me”. La progressiva trasformazione del Corriere della Sera da equidistante (almeno negli intenti dichiarai dal direttore De Bortoli) a testata militante a fianco del governo rafforza questa mia convinzione e trovo che questa trasformazione abbia avuto la sua apoteosi in un paio di editoriali pubblicati sul Corriere di Mercoledì 29 che sembrano fatti apposta per dare un colpo al cerchio (il governo) ed uno alla botte (FIAT) in un’alleanza Berlusconi-Marchionne mai siglata ma evidente nei fatti.
Inizia Panebianco che scrive un lungo editoriale nel quale attacca la sinistra per la sua opposizione alle riforme del governo ed in particolare a quella dell’Università, attribuendo questa opposizione ad una volontà di conservazione dello status quo e attribuendo a questo presunto conservatorismo le sue sconfitte elettorali. L’articolo è infarcito di luoghi comuni, affermazioni non giustificate e conclusioni senza un nesso apparente con le premesse. Si basa sostanzialmente sull’assunto che se non si condivide una riforma introdotta dal governo si è conservatori, il che equivale a dire che se non ti piace il vino del discount sei astemio. Panebianco afferma che dalla sinistra non viene mai alcuna controproposta, affermazione del tutto opinabile, visto che proprio sull’università il PD ha pubblicato un documento di riforma alternativa a quella della Gelmini. Ovviamente il documento è stato ignorato dall’informazione che va per la maggiore ma almeno Panebianco dovrebbe essere al corrente… Partendo da queste  premesse Panebianco si dilunga in una dissertazione dalle basi non ben chiare sul legame tra la sinistra, gli anni ‘70 e il vecchio PCI. Purtroppo si dimentica probabilmente che l’università che la Gelmini ha stravolto non era affatto quella degli anni ‘70 ma quella prodotta dalla riforma del ‘99, introdotta dai governi di centro-sinistra, mentre ignora forse che l’Università che esce dalla riforma Gelmini assomiglia molto più a quella degli anni ‘70 che a quella attuale, visto il deciso ridimensionamento del ventaglio dell’offerta formativa e visto l’indebolimento dei meccanismi di difesa del diritto allo studio. Ho spesso manifestato riserve sulla politica del PD ma non posso negare che, su una riforma più condivisibile, come quella federale, abbia dimostrato uno spirito di collaborazione raro nella storia democratica italiana. Non dimenticherei, per contro, quanto la coalizione di centro-destra cavalcò la rivolta dei tassisti o dei notai contro le liberalizzazioni di Bersani, quale opposizione strenua portò anni prima alla finanziaria necessaria per l’ingresso nell’Euro o come votò contro l’accordo di Schengen. Con questo non voglio ribaltare la frittata ma semplicemente affermare che la contrapposizione muro contro muro è un dato della politica dell’era berlusconiana e un trattato non basterebbe a chiarire chi ha iniziato prima. A prescindere dall’eventuale specificità italiana è chiaro comunque che Panebianco usa strumentalmente una dialettica caratteristica di ogni democrazia, ovvero il fatto che la maggioranza propone e l’opposizione critica, come elemento per attaccare l’opposizione attuale. Sarei curioso di trovare qualcuno che formuli simili accuse ai repubblicani americani per essersi opposti alla riforma sanitaria di Obama o ai socialisti francesi per l’opposizione alla riforma delle leggi sull’immigrazione introdotta da Sarkozy.
Ti riprendi dalla lettura di Panebianco ed arriva Pierluigi Battista che bacchetta chi, a sinistra, ha utilizzato l’aggettivo “fascista” per qualificare l’accordo per Mirafiori, sulla base di alcune analogie con il Patto di Palazzo Vidoni; patto con il quale il fascismo esautorò i sindacati confederali di allora CGL e CIL dalla negoziazione sindacale, riconoscendo come unico sindacato quello fascista, prima della successiva messa al bando delle confederazioni sindacali stesse. Si possono fare tanti distinguo su questa analogia ma Battista non le fa e si limita a condannare l’uso a suo dire troppo disinvolto che a sinistra si fa del termine fascista, come se il fascismo fosse un concetto astratto e non un riferimento storico chiaro di cosa sia nel contesto italiano l’autoritarismo e l’accentramento dei poteri e come se la cultura che pose le premesse all’avvento del fascismo fosse un ricordo di un lontano passato e non un germe ancora presente nella società italiana.
corriere-della-sera-due-giorni-di-sciopero-le-ragioni-dei-giornalisti.jpgAl di là dell’ormai chiara militanza del giornale milanese al fianco della compagine governativa, quello che trovo emerga dai due editoriali è un fatto che contraddistingue, questo sì, il nostro paese nel suo complesso dal punto di vista culturale e quando dico “nel suo complesso” intendo al di là e a prescindere da sinistra e destra politica, categorie meno importanti di quanto non lo sia la caratterizzazione della cultura nel suo complesso. Mi riferisco all’insofferenza per l’opposizione, per la critica, per la contrapposizione, mi riferisco al fatto che per molti la pluralità di voci è un fastidio non una ricchezza, mi riferisco al fatto che molti sognano un paese in cui la politica è una messa cantata in cui l’opposizione si limita a fare tappezzeria. Costoro dimenticano che la forza della democrazia è la possibilità di confrontare posizioni diverse, anche diametralmente, nella continua sfida a chi governa portata dall’opposizione, dalla continua competizione che caratterizza la politica. I sistemi politici nei quali tutti suonano la stessa canzone, in cui tutti vogliono le stesse riforme ed elegiano chi le propone hanno un solo nome: totalitarismo. Non dobbiamo quindi stupirci se in un paese in cui due editorialisti del quotidiano italiano più diffuso auspicano l’avvento di un sistema simile il termine fascista, usato propriamente o meno, sia ancora così in auge.

31 Dicembre 2010

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