Ce ne freghiamo

250px-denis_verdini.JPGCi sono coincidenze che trovo abbastanza curiose da assomigliare a segni, ad indizi lasciati qua e là per mettere sulla giusta traccia chi li noti. Così la notizia della dichiarazione del coordinatore PdL Denis Verdini “Ce ne freghiamo”, riferita alle prerogative del Presidente della Repubblica, è uscita lo stesso giorno in cui il Censis ha pubblicato il rapporto sull’Italia 2010 in cui si parla significativamente di “nirvanizzazione degli interessi”. C’è un filo conduttore che lega le due notizie? Ho l’impressione di sì, perché credo ci sia un rapporto stretto tra chi se ne frega da una parte delle prerogative delle istituzioni e chi se ne frega dall’altra, di tutto, ma proprio tutto. Il funzionamento di una società umana si basa in realtà su un rapporto di continua legittimazione reciproca, da un lato i cittadini legittimano le istituzioni concendendo loro l’autorevolezza necessaria per compiere quanto loro spetta, dall’altro le istituzioni si legittimano l’un l’altra dando un senso al comportamento dei cittadini anche nei loro più semplici atti quotidiani (che sono, implicitamente o esplicitamente, in gran parte azioni di legittimazione) che consistono nell’andare al lavoro, nel leggere giornali e ascoltare tv, nel mandare i figli a scuola e all’università, nell’affidarsi al sistema giudiziario quando necessita. Quando in una società invece si comincia una guerra tra bande come quella che è da anni in corso in Italia, questo circolo virtuoso si spezza; se la politica, oltre a delegittimarsi al proprio interno, attacca la scuola, l’università, l’impresa, la magistratura, i giornali, perfino l’unità stessa dello Stato, in modo continuato, ossessivo e assoluto, i cittadini si trovano di fronte ad un bivio, o credono agli uni o credono agli altri e se gli uni hanno un forte potere mediatico probabilmente molti cominceranno a non credere più nell’utilità di leggere i giornali, di lavorare per le imprese, di chiedere giustizia alla magistratura, di mandare i figli a scuola o all’università, non crederanno nemmeno più alla necessità di un’unità statuale. Alla fine il tessuto connettivo della nostra società è andato così in pezzi e una buona parte dei cittadini nel nostro paese non hanno più riferimenti stabili, sprofondando in un’apatia nella quale l’individualismo non ha più una contraltare costituito dai rapporti sociali e diventa puro e squallido tirare a campare, nella quale i cittadini si riconoscono solo in chi, a sua volta, dimostra di non credere in nulla se non nel proprio personale tornaconto. Perché è successo? Di chi è la colpa? Sarebbe lungo e forse superfluo chiederselo. Hanno sbagliato in molti e, come in tutti i processi storici, hanno cooperato molte componenti, quasi tutte inconsapevolmente. Il “ce ne freghiamo” di Verdini può ricordare il dannunziano “Me ne frego” e in effetti anche quella era una società in profonda crisi di fiducia nelle sue istituzioni, ma era una società “giovane” che usciva da una guerra mondiale, noi abbiamo vissuto niente più di una crisetta che non conta nulla al confronto: non abbiamo scuse.
Detto tutto ciò non bisogna essere catastrofici: quello che raffigura il Censis è solo un aspetto del paese e quello che rappresenta Verdini è solo una parte dell’elettorato. Dall’altra parte c’è l’Italia che crede ancora nella scuola, nell’università, nel lavoro, nella giustizia e addirittura, strano a dirsi in questi giorni di sua estrema mortificazione, nella politica. L’Italia che crede nell’Italia mi verrebbe da dire. Un’Italia che potrebbe d’improvviso scoprirsi non così minoritaria come oggi si teme. Non sarà oggi, non sarà forse domani ma ho l’impressione che il futuro sia di chi guarda al futuro.

15 Dicembre 2010

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