29 Maggio

mole-39.jpgDa ieri esiste un nuovo luogo a ricordare il 29 Maggio e chi perse la vita per vedere una partita di calcio. A Torino, tra Lungo Dora Agrigento e Strada del Fortino, c’è una piazzetta che da ieri si chiama “Piazzetta Vittime dello stadio Heysel”. Da quando, 10 anni fa, è nato questo blog, ho cercato di ricordare, ad ogni sua ricorrenza, un evento di cui sembrava importare poco all’opinione pubblica, se non per aberranti discussioni da bar. Sono contento che oggi le cose siano decisamente cambiate. A dispetto di quanto potrebbe apparire ascoltando altre vicende odierne, forse un po’ in questi 10 anni l’opinione pubblica è cresciuta.

Il racconto

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

Sono strano

di-maio.jpgForse sono proprio io che sono strano. Mi viene questo dubbio perché vedo attorno a me persone, apparentemente simili, ma evidentemente molto diverse e, siccome sono la “maggioranza”, lo strano evidentemente sono io.
No, voglio dire. Io ho fatto recentemente altre scelte in termini elettorali, ma provo ad immaginarmi in un’altra veste. Provo ad immaginarmi, magari un po’ più giovane e sognatore, a sostenere la battaglia di un partito che annuncia un grande cambiamento per il paese. Sembra un’impresa irrealizzabile per un partito che all’inizio raccoglie pochi voti, ma piano piano i voti crescono e crescono e crescono e quel partito arriva ad un passo dal governo del paese, il “governo del cambiamento”, il “governo del popolo”, roba storica. Non è semplice neanche l’ultimo passo, per carità, ma dopo lunghe settimane di sofferenza, ecco finalmente la squadra dei ministri: non sto nella pelle, il cambiamento è lì dietro l’angolo, da domani inizia un’era nuova, facciamo la rivoluzione e….
No, non se ne fa niente. Non se ne fa niente? E perché? Perché l’ottantenne ex-boiardo di Stato che era stato indicato come Ministro dell’Economia non piace a Mattarella? Eh, beh. Ne nominiamo un altro. No, quello o niente… No, aspetta. Dopo anni di lotte, di volantini, di campagne elettorali estenuanti, di trionfi insperati, possiamo governare finalmente questo paese e ci fermiamo perché condicio sine qua non è il “vecchio ex-boiardo di stato” sia ministro?
No, dico, io non ce la farei. Io andrei in piazza sì, ma solo per protestare contro chi forse mi ha preso per i fondelli in tutti questi anni e si sta inventando clamorosamente una scusa per tirarsi indietro.
Ma… appunto. Sono strano…

Il rottamatore che rottamò il progressismo italiano

renzi-strizza-locchio.jpgEra Novembre 2011, Matteo Renzi cominciava la sua irresistibile ascesa e questo blog sollevava forti dubbi sulla solidità del suo progetto. Oggi che quella ascesa si è definitivamente trasformata in tracollo è utile rileggere nelle premesse di allora il seme del suo fallimento. L’assenza di un progetto per il paese, la mancanza di un’analisi dei problemi da affrontare, l’appuntare il suo programma su cose semplici, di “buon senso” appariva già allora la sua debolezza. Un partito progressista ha nella sua capacità di progettare il futuro la sua ragione sociale. E’ vero che in molte parti della sinistra si è sempre aggirato un idealismo che le ha impedito di essere una valida guida del paese ma Renzi, convinto che questo fosse l’unico problema, si è rifugiato nell’estremo opposto, ovvero un pragmatismo miope, spesso accoppiato ad una strizzata d’occhio alla famosa “pancia del paese”, effetto collaterale dell’assenza di progetto: è comprensibile infatti che quando perdi di vista il progetto, quando ti dimentichi del tuo weltanschauung, la tua politica diventi puramente reattiva rispetto all’emotività del momento e allora ecco fioccare i “burocrati di Bruxelles”, “i furbetti del cartellino”, l’”omicidio stradale”. Solo che a forza di occuparti di “poche cose di buon senso” a qualcuno viene il dubbio che chi lo fa di mestiere possa farlo meglio di te, a forza di parlar male dell’Europa a qualcuno viene il dubbio che abbia ragione chi vuole uscirne, a forza di strizzare l’occhio all’emotività finisce per vincere chi a mobilitare l’emotività dedica tutte le sue energie, a forza di avere un’agenda tipica dei partiti conservatori gli elettori finiscono per preferire i partiti coerentemente conservatori. A quel punto le Unioni Civili o lo Ius Soli diventano solo una foglia di fico, ancor più se l’ultimo dei due provvedimenti viene poi abbandonato perché misura non abbastanza popolare, coerentemente con la ricerca ossessiva del facile consenso di cui sopra.
Il consenso verso un partito progressista e misure progressiste passa sempre anche attraverso un contrasto, anche duro, alle emozioni della piazza, perché la tendenza conservatrice è dentro ognuno di noi e soprattutto nella nostra pancia. La non comprensione di questo punto fondamentale rende Renzi incompatibile con un partito che si muova in ambito progressista.
Il resto lo ha fatto la scarsa propensione alla collegialità del segretario PD che ha progressivamente svuotato il partito di tutti quelli che non la pensavano come lui. Il risultato finale è avere un elettorato molto simile a Renzi, privo di un progetto e di un’idea di paese, parte del quale si è limitato a cambiare il proprio fornitore di “buon senso”, il proprio solleticatore di “pancia”. renzi-e-agnese.jpgUn’altra parte, quella autenticamente progressista se ne è andata verso l’astenionismo o verso altri partiti di sinistra che però a loro volta non sono riusciti a costruire un’identità forte, il caso di LeU è abbastanza significativo.
Adesso che quest’uomo ha lasciato il campo si tratta di capire da cosa e chi ricostruire un’idea di progressismo in Italia. E’ importante, è necessario ed è anche urgente, perché in balìa dei manipolatori della nostra pancia il nostro paese non va da nessuna parte.

Il modello “tavolo imbandito per pochi”

Il trickle down rappresenta, nella tradizione politico-economico americana, l’idea, molto radicata in ambienti conservatori, per la quale la ricchezza dei più abbienti ha come inevitabile effetto la diffusione del benessere anche agli strati più umili della popolazione. E’ un’idea originariamente americana, ma ha trovato negli anni molti estimatori anche a casa nostra. Il problema di questo modello è che funziona fino ad un certo punto, nel senso che in genere gli strati sociali meno abbienti delle società che lo fanno proprio risultano essere poi più poveri dei loro pari nelle società più egualitarie, Quindi anche se poi, in taluni casi, il modello garantisce una ricchezza media più elevata (e non sempre è vero) la maggioranza della popolazione non ne ha vantaggi, spesso ne ha svantaggi.
Ho trovato molto interessante uno studio che lessi tempo fa sul diverso livello di imposta sul reddito nei vari paesi europei per fascia di reddito. Guardate queste tabelle: notate come a fronte di imponibili crescenti, la tassazione in Italia passi da un record europeo, superato solo dal Belgio, per quanto riguarda il tipico lavoratore con 20.000 di imponibile annuo, a una tassazione invece tra le più basse in Europa per chi ha un imponibile di 2 milioni.

Imponibile 20.000 €   Imponibile 60.000 €   Imponibile 100.000 €   Imponibile 200.000 €   Imponibile 300.000 €  
Paese Tassazione Paese Tassazione Paese Tassazione Paese Tassazione Paese Tassazione
Belgio 6.491 € Belgio 25.739 € Belgio 45.739 € Belgio 95.739 € Belgio 145.739 €
Italia 5.206 € Italia 20.608 € Spagna 38.831 € Spagna 88.931 € Spagna 139.931 €
Spagna 5.070 € Irlanda 17.712 € Italia 38.400 € Olanda 86.109 € Olanda 138.109 €
Irlanda 4.000 € Spagna 15.992 € Irlanda 34.112 € Italia 83.640 € Italia 128.869 €
Regno Unito 4.000 € Grecia 15.600 € Olanda 34.109 € Grecia 76.600 € Regno Unito 122.828 €
Grecia 1.680 € Regno Unito 15.234 € Grecia 31.600 € Irlanda 75.112 € Grecia 121.600 €
Germania 1.679 € Olanda 13.309 € Regno Unito 31.324 € Regno Unito 72.828 € Irlanda 116.112 €
Francia 1.461 € Francia 12.469 € Francia 27.642 € Francia 68.642 € Germania 115.547 €
Olanda 483 € Germania 9.272 € Germania 26.073 € Germania 68.072 € Francia 109.642 €


Imponibile 500.000 €   Imponibile 1.000.000 €   Imponibile 1.500.000 €   Imponibile 2.000.000 €  
Paese Tassazione Paese Tassazione Paese Tassazione Paese Tassazione
Belgio 245.739 € Spagna 503.931 € Spagna 763.931 € Spagna 1.023.931 €
Spagna 243.931 € Olanda 502.109 € Olanda 762.109 € Olanda 1.022.109 €
Olanda 242.109 € Belgio 495.739 € Belgio 745.739 € Belgio 995.739 €
Regno Unito 228.828 € Regno Unito 472.828 € Regno Unito 722.828 € Regno Unito 927.828 €
Italia 216.606 € Grecia 436.600 € Grecia 661.600 € Grecia 886.600 €
Grecia 211.600 € Italia 435.912 € Italia 655.337 € Germania 876.547 €
Irlanda 198.112 € Germania 426.547 € Germania 651.547 € Italia 874.703 €
Germania 195.265 € Irlanda 403.112 € Irlanda 608.112 € Irlanda 813.112 €
Francia 191.642 € Francia 396.642 € Francia 601.642 € Francia 806.642 €

E in effetti, nel caso ci fossero dubbi, la conseguenza di questo modello si vede nella classifica degli stati per uguaglianza di reddito nella quale l’Italia, in Europa, risulta in coda, seguita solo da Portogallo e Estonia. Il nome corrente di questo modello è trickle down ma a me piace chi lo raffigura, in modo ancora più icastico, come un tavolo riccamente imbandito a cui è seduta una ristretta minoranza di cittadini, sotto al quale invece si trova la grande maggioranza dei contribuenti, pronta a rincorrere e a combattere per le poche briciole che cadono giù, un po’ come i capponi di Renzo nei Promessi Sposi. lazzaro-e-il-ricco-epulone.jpgSembra un modello di altri tempi eppure stiamo parlando di oggi e stiamo parlando soprattutto di un modello che la coalizione che si avvia a vincere le prossime elezioni si propone di ampliare ulteriormente con la famigerata “flat tax” che appiattirà ulteriormente la tassazione, rendendo più ricchi i più ricchi e più poveri i più poveri, il tavolo ancora più ricco e le briciole ancora di meno. Non è un caso se la stessa coalizione in oggetto è quella più pronta a creare conflitti e contrapposizioni tra questi ultimi: nord contro sud, dipendenti pubblici contro dipendenti privati, italiani contro stranieri. Tutte modalità per sviare l’attenzione dal tavolo imbandito e per concentrarla invece sulla lotta per la spartizione delle briciole.
Si badi bene, se gli uni fanno di questo modello una bandiera, non è che gli altri lo abbiano mai attaccato. Tra le forze politiche con una rappresentanza prevedibile superiore all’1% solo Liberi e Uguali (e con toni molto sommessi) parla di progressività della tassazione. Questo mi fa venire il dubbio che il modello piaccia agli italiani. Forse la maggior parte di noi davvero preferisce specchiarsi nel benessere altrui, convinto fatalisticamente di non poter migliorare il proprio. O forse ha ragione chi sostiene che il neoliberismo ha raggiunto una tale prevalenza culturale da rendere impossibile, anche a chi si collochi in area di sinistra, il perseguire una più equa distribuzione della ricchezza tramite la leva fiscale.
Certamente il fatto che in Italia siano sopravvissuto le attività industriali nei settori di “eccellenza” e abbiano invece abbandonato il campo le grandi produzioni di massa, potrebbe anche aver a che fare con la progressiva concentrazione della ricchezza in quelle aree sociali che rappresentano la clientela dei settori di “eccellenza”. Di certo il voto di Domenica rischia di rappresentare l’ennesimo passo avanti nel processo di ampliamento della sperequazione sociale nel nostro paese, che va di pari passo, contrariamente a quanto atteso dai sostenitori del “modello del tavolo imbandito”, anche al suo progressivo e complessivo impoverimento.

Immigrazione: opportunità, ansie e truffe

immigrati4.jpgLa mia nonna paterna non era proprio una persona di vedute progressiste e conservo il ricordo di bambino di una sua frase ricorrente quando si parlava di immigrazione (ovviamente a quei tempi si parlava di immigrazione dal Sud Italia): “Non ce li togliamo più”. Nella sua apparente ingenuità questa frase affermava in realtà una caratteristica fondamentale dell’immigrazione (la cui negazione è un elemento basilare del dibattito sul tema), ovvero la sua ineluttabilità. L’impostura di fondo che domina il dibattito sull’argomento è che l’immigrazione sia stato il frutto di politiche di questo o quel partito, di questo o quel paese e chi la brandisce promette in modo truffaldino che ripristinerà lo status quo ante. La realtà è che l’immigrazione è un fenomeno inevitabile in qualunque contesto nel quale si determini uno squilibrio di ricchezza e stabilità sociale. Negli ultimi cinquant’anni si è creata una voragine tra la qualità della vita del Nord e del Sud del mondo e questo, non la decisione di qualcuno, ha determinato fenomeni di immigrazione più o meno marcati. Qualunque politica di muro contro l’immigrazione è destinata a fallire sia materialmente che politicamente, ovvero da un lato l’immigrazione ce l’hanno anche quelli che costuiscono i muri (in Italia la presenza dimmigrati ha avuto una crescita costante anche negli in cui la Lega Nord era al governo), dall’altro politiche di chiusura spingono un paese verso l’isolamento e producono una cura peggiore del male. Ma è poi un male l’immigrazione? In parte lo è, ma non certo per i motivi che spesso sono addotti (perdita di identità, criminalità, ecc.) ma per il dumping salariale che determina nei paesi interessati, ma di nuovo è difficile convincere il proprietario di una fabbrichetta a resistere alla tentazione di assumere un operaio che si accontenta di uno stipendio pari alla metà di quello che pagherebbe ad un equivalente operaio italiano.
Una volta accettata l’ineluttabilità dell’immigrazione viene a galla il vero spartiacque, ovvero come l’individuo si pone emotivamente di fronte all’immigrazione. C’è chi la vive come una opportunità di allargare i propri orizzonti, venire in contatto con culture diverse, fare esperienze nuove, e c’è chi la vive come un’aggressione alla propria identità, ai propri modelli sociali e culturali destinati ad essere “contaminati”. L’ambiente in cui viviamo, con i suoi modelli sociali e culturali, fa parte della nostra identità individuale: la nostra capacità di riconoscere il luogo dove viviamo e di sentirci a casa in esso è un elemento fondamentale della nostra stabilità psicologica. Elementi dissonanti rispetto a ciò che ci aspettiamo di vedere quando al mattino usciamo di casa possono essere fonte di stress per tutti. C’è chi gestisce questo stress e chi se ne fa travolgere. E’ un po’ come prendere l’aereo: per ognuno di noi stare con i piedi a 2000 metri da terra può essere un’esperienza disorientante. C’è chi la gestisce senza problemi e chi ne è terrorizzato. Credo che però a nessuno di noi, allorquando vediamo il nostro vicino di posto inchiodato al sedile dal terrore, venga la tentazione di apostrofarlo, aggredirlo verbalmente, dirgli che è un ignorante; tuttalpiù lo rincuoriamo ricordando che l’aereo è il modo più sicuro di viaggiare. Questo è appunto l’errore che molti fanno allorché si parla di immigrazione: dimenticarsi che chi sta dall’altra parte non è un novello genocida, ma semplicemente una persona che ha un problema e aggredirlo non serve a nulla, anzi peggiora le cose.
le-pen-e-salvini.jpgSe però chi è afflitto da ansie e fobie va compreso ad aiutato, non userei la stessa indulgenza con chi soffia volontariamente e premeditatamente su queste ansie per perseguire propri disegni di potere, esattamente come non biasimo il malato che si rivolge al santone ma biasimo il santone che lo truffa lucrando sulla sua malattia e la sua ingenuità. Quei movimenti politici che cercano studiatamente di dare una raffigurazione distorta della realtà del nostro paese non sono che delle associazioni a delinquere finalizzata alla truffa e come tali vanno considerati. Non ci spenderei sopra il mare di parole che invece spesso vi dedichiamo.
In definitiva il dibattito sull’immigrazione è complicato dalla presenza di fattori emotivi in proporzione spesso prevalente. Proprio per questo però ribadisco il consiglio. La prossima volta che vi troverete davanti qualcuno che vi parla di “invasione”, provate a non trattarlo come se fosse un colonnello delle SS ma come se fosse un anziano a cui due finti incaricati dell’ENEL hanno appena svuotato la casa. Farete del bene a lui e al paese.

Catalogna, Europa e democrazia. Proviamo a ragionare

Spagna e CatalognaLa vicenda della Catalogna, che da giorni riempie i nostri notiziari, sembra aver ottenuto come principale risultato comunicativo quello di creare due schieramenti ben definiti. Il primo, occupato principalmente da “gentisti” e “populisti”, che sostiene che il popolo ha sempre ragione e se il popolo catalano ha votato, la decisione va resa immediatamente esecutiva, pena la fine della democrazia. L’altro, occupato principalmente da persone che si collocano genericamente in area progressista, secondo il quale ciò che viola la Costituzione non può essere nemmeno preso in considerazione e va combattuto se non represso. Come spesso succede, i temi molto “divisivi” tendono a polarizzare chi li sostiene e così, non solo in Spagna, ma anche in Italia, sento contrapposizioni molto nette. Così come dopo un rigore contestato che decide un big match del Campionato di calcio, tutti si concentrano nello stabilire se era rigore o meno e pochi riescono a sottrarsi alla contrapposizione tra i due fronti di tifosi, limitandosi a lamentarsi della vaghezza con cui il regolamento disciplina la casistica; allo stesso modo qui tutti si adoperano per sostenere le tesi degli unionisti o dei separatisti e pochi provano a riflettere sul problema da cui è nato questo dissidio. Provo a posizionarmi tra quei pochi ed a chiedermi perché mai almeno il 36% degli elettori catalani vorrebbe separarsi dalla Spagna, perché gli spagnoli non vogliono lasciarglielo fare e perché tutto questo, secondo alcuni, è un problema di democrazia.
benedict-anderson.jpgVediamo intanto perché i catalani vorrebbero separarsi proprio adesso. In fondo sono circa quarant’anni che la Spagna è una democrazia e, se sotto la dittatura, di separarsi non si poteva parlare magari avrebbero potuto pensarci dopo. Ed invece è successo proprio in questo periodo storico, nel quale, guardacaso, altre regioni (Scozia, Corsica, Vallonia, Veneto) si stanno muovendo nella stessa direzione, pur con diversi approcci. Tra l’altro molte fonti descrivono questo movimentismo indipendentista come retrogrado e anacronistico, ma è curioso che questo anacronismo si verifichi in una regione, la Catalogna, che è considerata da molti (me compreso) una terra straordinariamente progressista e cosmopolita. A mio avviso per provare a capire perché tutto ciò sta accadendo proprio ora è bene riportare alla mente cosa Benedict Anderson diceva delle “nazioni”. Ad una comunità reale, quella che si basa sulla reale interazione tra le persone che porta ad una “familiarità” con gli altri componenti della comunità stessa o quantomeno con l’ambiente in cui si muovono, egli contrapponeva la “comunità immaginata“, ovvero quella delle nazioni, frutto, secondo Anderson, di un processo artificiale di creazione di miti, di simboli comuni, di un comune sentire, spesso sostenuto anche da una lingua (in molti casi, anch’essa costruita artificialmente attraverso l’omogeneizzazione di vari dialetti). Questo processo chiaramente visibile nella storia dell’ottocento e novecento, è stato in genere guidato dall’alto, ma ha ricevuto un diffuso consenso e supporto dai cittadini, giustificato, da una parte ai vantaggi economici prodotti dai meccanismi cooperativi che si sviluppano all’interno di una nazione, dall’altra alla percezione di una comunità concreta (e non solo immaginata) più estesa di quella del proprio quotidiano, costruita nelle relazioni professionali, nei viaggi (per lavoro o per svago) o prodotta dall’immigrazione interna che ci portava in contatto con persone che venivano da altre aree della stessa nazione. Abbiamo cominciato a sentirci italiani non solo da quando abbiamo avuto una bandiera, un inno, dei simboli, ma anche e soprattutto da quando abbiamo cominciato a spostarci lungo lo stivale per esigenze di lavoro o per le vacanze, e magari quando queste esigenze di lavoro hanno portato alcuni a spostarsi definitivamente in altre regioni dove gli abitanti del luogo iniziavano ad entrare in confidenza con tali persone, sentendoli infine come parte della propria comunità.
Cosa è cambiato da allora? La comunità sopradefinita come “reale” non è cambiata più di tanto, forse ci muoviamo un po’ di più sul territorio, ma la stragrande maggioranza delle persone trascorre la gran parte della sua vita all’interno dei confini della propria regione. La comunità “immaginata” invece ha subito forti modificazioni. Resistono certo gli inni, le bandiere, i simboli, le “nazionali” sportive, ma nel nostro quotidiano la situazione è molto cambiata. Molti di noi viaggiano per lavoro all’estero, parlano altre lingue, vanno in vacanza in altri paesi, incontrano nel proprio quotidiano persone che non sono nate in Italia, notando spesso più analogie che differenze con lo stile di vita di altri paesi. E allora la comunità “immaginata” di Anderson tende ad indebolirsi, perché in una sua componente rilevante tende ad allargare i propri confini, sentendo meno esclusivo il legame con i propri connazionali. Questo accade in modo ancora più marcato laddove, come in molte realtà europee, tra cui la Catalogna, questo legame non sia cementato, e reso appunto esclusivo, nemmeno da una lingua comune. All’allargamento di questa percezione di comunità fa da contraltare però la resistenza dei simboli sopracitati, della barriera linguistica, di quei tratti emotivi di cui la retorica patriottico-nazionalistica ci ha colmato lasciando qualche residuo anche in coloro i quali siano apparentemente più refrattari e non dimentichiamoci delle elite politiche non muoiono dalla voglia di veder spostare potere altrove. Non è strano anzi è ovvio che in questo contesto si creino aspirazioni ad altre modalità di organizzazione dei rapporti gerarchici tra poteri esecutivi locali, nazionali e sovranazionali e che queste aspirazioni entrino in conflitto con la cultura patriottico-nazionalista.
Catalogna europaCerto, fuori dai confini nazionali si rischia, e i catalani lo sanno, perché una serie di meccanismi cooperativi, di tipo economico, politico, diplomatico, militare, vengono meno, però il progressivo, seppure lento, spostamento di simili meccanismi a livello sovranazionale danno la percezione che il salto nel buio potrebbe non essere così pericoloso. E’ vero che ad oggi l’Unione Europea considera accidentato il cammino verso l’adesione di un nuovo stato indipendente, ma questo non è importante nella testa di molte persone. E’ importante che ci sia un approdo anche se difficile. I catalani probabilmente pensano: “Alla fine l’Unione Europea ha accolto anche paesi molto eterogenei da quelli che costituivano il nucleo originario, figuriamoci se non accoglierà anche la Catalogna indipendente”.
Tutto questo, più che ogni altra considerazione tendente a collocare queste discussioni su categorie preesistenti, è quello che spiega gli eventi della Catalogna e spiega anche perché non è affatto solo il parto di alcuni pazzi nazionalisti e, anche se lo fosse, porrebbe comunque un problema perfettamente reale e razionale, ovvero se i confini tra gli stati nazionali stabiliti dalle guerre dell’Ottocento e Novecento, sono quelli che meglio consentono di governare l’Europa e, se una revisione fosse consigliabile, quale meccanismo democratico potrà governarla. Nelle parole sentite pronunciare da chi si oppone all’indipendenza si sente tanta retorica nazionalistica: la Spagna, 500 anni di storia, la bandiera, eccetera, ma davvero poche motivazioni reali per le quali l’indipendenza non sia una buona idea. Questo, si badi, non significa che sia per forza una buona idea, ma solo che gli strumenti con i quali i suoi oppositori la attaccano sono di solito strumenti della retorica patriottico-nazionalistica e quasi mai analisi razionali. E quelli che pensano non sia una buona idea dovrebbero essere invece i primi a sgombrare il campo dai nazionalismi che non fanno altro che contrapporsi a contronazionalismi senza affrontare razionalmente la questione. Non a caso molti osservatori credono che Rajoy, con la sua politica miope, sia stato il maggior fattore di proliferazione dell’indipendentismo. L’evidenza di questo problema si manifesta nel circolo vizioso che caratterizza la discussione politica sul tema. Il dibattito ruota sempre, senza affrontarlo, attorno al tema vero, cioè se abbia ancora senso il dogma dell’indissolubilità dello Stato, dogma stabilito dalla maggioranza delle Costituzioni, compresa quella spagnola. La difficoltà con la quale molti affrontano apertamente il tema è significativa dell’imbarazzo con il quale si vive la contrapposizione tra una razionale valutazione di quale sia la più efficiente distribuzione dei vari livelli di governo e l’irrazionalità della retorica patriottico-nazionalistica. Non so quando si arriverà ad un domani nel quale ci saremo sbarazzati di buon parte del nostro retaggio patriottico-nazionalista e affronteremo la riorganizzazione democratica dei confini di uno stato con lo stesso spirito con cui ridefiniamo i confini di una regione, ma è evidente che non possiamo che arrivare lì e dobbiamo fare ogni sforzo per arrivarci senza essere passati attraverso conflitti armati di ogni genere che invece il nazionalismo è pronto a destare, come i manganelli ai seggi elettorali ci ricordano minacciosamente.
democracia.jpgNel momento in cui arriviamo al punto in cui si parla di processo di riorganizzazione democratica dei confini di uno stato, si tocca l’altro problema, l’altro nervo scoperto che la vicenda catalana tocca: il nostro rapporto con la democrazia e la sovranità popolare che ne è la base. Questo perché il fatto stesso che a molti non sembri strano che ci siano cose che non si possono fare, benché nulla abbiano in contrario con i principi basilari della nostra società, nemmeno se un’ampia maggioranza di cittadini lo desidera, vuol dire che abbiamo un problema con il concetto di democrazia. Forse il diffondersi dei movimenti populisti ci ha confuso le idee, forse ci hanno spaventato al punto da rifuggire come sommo pericolo il concetto di sovranità popolare ma non possiamo dimenticarci che la Costituzione, come tutto l’impianto istituzionale che disegna, serve a incanalare nel modo più efficace la sovranità popolare, non a scongiurarla o negarla. Se quindi la maggioranza dei cittadini di un’entità geopolitica chiede qualcosa e quel qualcosa non cozza con i valori fondamentali della nostra società, è dovere di chi governa le istituzioni di uno Stato di prestare attenzione e ascolto a questa istanza, per quanto bizzarra e autolesionista possa essere soggettivamente considerata. E se la nostra Carta Costituzionale non lo consente non vuol dire che non si può fare ma che forse la Carta Costituzionale è perfettibile e che è il momento di perfezionarla. E’ vero che il contratto sociale di cui Rousseau parlava non può essere rescisso dal cittadino, ma almeno vi deve essere un margine di negoziazione e più vincoli poniamo alla negoziazione e meno il cittadino sentirà quel patto come equo. La grande forza della democrazia, come sistema di governo, risiede proprio nella percezione del cittadino di essere parte di esso e questo dipende dall’equità percepita nel bilanciamento tra diritti e doveri, tra costi e benefici dell’appartenere alla società civile. Una delle ragioni del diffondersi del populismo è, a mio avviso, proprio la difficoltà di continuare a percepire noi stessi come parte influente della società in una società frammentata come quella odierna, in cui il singolo non ha più la percezione di avere un peso. Se la reazione al populismo sarà posizionarci sull’estremo opposto, ovvero un giuspositivismo che contrappone un corpus legislativo immacolato ad un popolo, ignorante e pericoloso, non faremo che peggiorare le cose, un po’ come ha fatto Rajoy che, negando ogni concessione, ha reso maggioranza quegli indipendentisti che pochi anni fa rappresentavano solo una minoranza dell’elettorato.
seggi-elettorali.jpgMi preoccupano infine quelli che giustificano il ricorso alla violenza, da parte della Guardia Civil, in nome del rispetto della legge. La democrazia esiste, in primo luogo, proprio per evitare che in una società civile le controversie si risolvano con il ricorso alla violenza. Per questo la violenza, in democrazia, va usata dalle istituzioni titolate a farlo solo ed esclusivamente quando ogni altra risorsa è stata esperita senza successo e il non farlo sarebbe pregiudizievole per l’incolumità o i diritti di altri cittadini. In tutti gli altri casi la violenza non va e non può essere giustificata, perché è un primo passo verso l’uscita dal consesso democratico, e questo per motivi ben più profondi della semplice figuraccia che quei infelici hanno regalato al paese che sostengono di amare. Questo, è bene sottolinearlo, vale per tutte le circostanze, indipendentemente dalla soggettiva posizione che abbiamo sul tema oggetto di scontro perché una caratteristica dello Stato di Diritto è che i principi valgono per tutti e per tutte le circostanze, indipendentemente dalle nostre soggettive preferenze e simpatie.
In definitiva, in un’epoca in cui l’emotività sta restituendo forza all’autoritarismo e ad una visione accentratrice del potere politico, è importante su questo come su altri problemi, non smettere di ragionare, di prendere distanza dalle nostre emozioni e di riappropriarci dei valori fondamentali della democrazia. La constatazione che la vicenda catalana ci suggerisce di quanto sia semplice, anche in democrazia, finire allo scontro se perdiamo i fondamenti del sistema in cui viviamo, deve essere un occasione per la riflessione e non per l’ennesima contrapposizione da stadio. Se non lo facciamo, come con tutti i problemi non affrontati tempestivamente, ci ritroveremo a gestirlo tardi e male e forse, purtroppo, con molti danni.

22 Ottobre 2017

La rabbia e l’orgoglio

oriana_fallaci.jpgOggi ricorre l’anniversario della morte di Oriana Fallaci. Questo mi ha ricordato che tempo fa, parlando con mia figlia di due nostri familiari che avevano litigato e non si parlavano, mi ha chiesto come fosse possibile una cosa simile. Io, improvvisando una risposta sul momento, le ho detto: “Sai purtroppo c’è una cosa bruttissima che si chiama orgoglio. E’ quella cosa che fa sì che tu non guardi più il punto di vista degli altri ma solo il tuo, ti chiudi come fa il riccio, e non senti, non vedi. Purtroppo è una cosa figlia di quell’altra cosa brutta che è la rabbia. Quella cosa che ti fa spegnere il cervello e ragionare solo più con la pancia, che è brava a digerire la pappa ma non a ragionare e allora fai delle stupidaggini”.
L’ho detto e poi, riflettendoci, ho concluso che inconsapevolmente avevo espresso involontariamente, nel modo più completo e preciso, il mio pensiero sulle opere degli ultimi anni di Oriana Fallaci. Voglio precisare che ritengo che per il resto della sua vita sia stata una grandissima giornalista ed una enorme personalità pubblica e proprio per questo considero un peccato il fatto che oggi venga ricordata, nel bene o nel male, solo per i suoi ultimi anni, per me estremamente bui.

Cittadinanza e Ius vari

cittadinanza-italiana1.jpgDa quando la maggioranza che attualmente guida il paese ha deciso di rivolgere la sua attenzione ai diritti di coloro che sono nati e cresciuti in Italia, ma da genitori di nazionalità non italiana, sul concetto di cittadinanza se ne sono sentiti di tutti i colori. Onde evitare di pronunciare parole in libertà, cerchiamo di capire cos’è la cittadinanza, perché è importante e perché va data o non data.
La cittadinanza è un concetto che nella società moderna ha sostituito quello di sudditanza, caratteristico del rapporto tra individui e sovrano nella società preottocentesca. Lì l’individuo era sottoposto ad una serie di doveri: riconducibili al pagamento delle tasse e al rispetto delle leggi e dei rapporti sociali. In cambio l’individuo veniva sì protetto, in certa misura, e tutelato, ma era una tutela che può essere concessa o tolta a seconda delle circostanze e dell’arbitrio di chi deteneva il potere. Nella società moderna si parla propriamente di diritti, come garanzie di cui l’individuo gode per il solo fatto di essere appunto cittadino. Il contratto tacito tra individuo e Stato garantisce l’individuo e garantisce lo Stato alle cui leggi ed al cui ordinamento l’individuo promette obbedienza. A differenza delle altre forme contrattuali però quello tra individuo e Stato è un contratto che è pressoché obbligatorio stipulare. Se nasci in un paese da genitori che hanno la sua nazionalità è ben difficile sottrarsi al contratto di cittadinanza, a meno che tu non ne acquisisca una di altro paese, processo comunque in genere non semplice. Non è un caso se gli stati di solito non lasciano a chi nasca nel proprio territorio una “opt-out”: accade perché per un paese è ben difficile far convivere cittadini con semplici abitanti del proprio territorio. I secondi rischiano di sentire come meno vincolanti le leggi e i rapporti sociali di quel paese e possono andare incontro ad un’emarginazione che determina alla lunga instabilità sociale. L’America delle Leggi Crow è un buon esempio di società moderna in cui vivevano sacche di cittadini senza diritti e non è solo per motivi umanitari che alla fine quel modello fu abbandonato.
Per questi motivi la società moderna tollera a fatica cittadini senza cittadinanza. La cittadinanza non è quindi un premio a chi si allinei a un certo modello culturale e sociale ma, al contrario, è un mezzo che uno stato utilizza per spingere gli abitanti del suo territorio all’adesione a quel modello.
ius-soli-cittadinanza.jpgIl caso dei migranti è un esempio di caso limite, perché non sono cittadini del paese che li ospita, ma, in questo caso, essi conservano la cittadinanza del paese di origine e considerano scientemente i minori diritti un prezzo noto da pagare per un migrante, controbilanciata dalla speranza di migliorare il proprio tenore di vita. Molto diverso però è il discorso che riguarda i figli di migranti nati e/o cresciuti nel paese in cui i genitori si sono spostati. Per loro non vale né la consolazione dell’avere volontariamente rinunciato al pieno status di cittadini, né un aggancio ad un paese di origine che magari nemmeno conoscono. Il loro status è, ad oggi, di cittadini di Serie B, penalizzati, rispetto ai propri vicini di casa o compagni di scuola, per il solo fatto che i loro genitori vengono da un altro paese. Partendo quindi dall’argomento tipicamente usato dagli oppositori del principio della concessione della cittadinanza a questa categoria di persone, ovvero che rischiamo di concedere la cittadinanza a persone che non hanno nulla a che fare con il modello culturale di riferimento in Italia, ci si rende conto che in realtà è vero il contrario. La cosa peggiore che possiamo fare è proprio lasciare le cose come stanno, lasciando queste persone nel loro status di inferiorità e votandoli all’emarginazione e davvero ad una tendenza al contrasto più che all’integrazione con il nostro sistema socio-culturale. Se qualcuno è spaventato dalla presunta eterogeneità di queste persone rispetto al nostro quadro sociale e culturale, lasciarli in uno stato di emarginazione rende questo rischio certezza.
Come in molti altri casi, anche in quello in oggetto, capire un istituto come la cittadinanza e un fenomeno sociale come l’immigrazione ha come immediata conseguenza la smitizzazione di molti degli slogan che certi strilloni ci ripetono quotidianamente e la comprensione dei motivi per i quali certi passi vadano compiuti quanto più rapidamente possibile.

Perché un’altra maledetta finale?

achille-e-ettore.jpgLa letteratura italiana e non solo, sia di alto che basso profilo, ha in Omero una sorta di capostipite e il nostro immaginario collettivo riguardante gli eroi attinge molto alla vicenda del Pelìde Achille. Quando pensiamo ad un eroe il nostro modello di riferimento si ispira infatti spesso, inconsciamente, ad una delle più celebri vicende dell’Iliade, ovvero quando Achille, che si era ritirato dalla battaglia dopo un litigio con Agamennone, avendo appreso della morte del suo amico Patroclo, si getta a capofitto contro i nemici, facendone strage. E’ forse questo retaggio culturale che fa sì che gli eroi moderni, i calciatori, ce li immaginiamo un po’ così, magari pronti a ritirarsi dalla battaglia per un litigio, ma pronti a ridiscendere in campo, animati da sacro furore, ed a stravincere la battaglia, non appena ritrovino le motivazioni per farlo. Detto diversamente, tendiamo ad attribuire un peso molto alto alla variabile psicologica nei risultati sportivi. In realtà il mito in questo risulta, a mio modo di vedere, piuttosto fallace e la mia impressione è che invece i nostri eroi calcistici assomiglino più, per restare al repertorio mitologico dell’antica Grecia, a Filippide, l’emerodromo che, secondo la leggenda, sarebbe corso da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria contro i persiani. Corrono finché hanno fiato e, quando non ne hanno più, stramazzano a terra.
copertina-allegri-finale-840x401.jpgCredo che questo meccanismo giustifichi il fatto che le parole più ricorrenti, per commentare la sconfitta della Juventus nella finale di Champions League di Cardiff, siano state “approccio”, “mentalità” o “crollo psicologico”. Ci immaginiamo Dybala ossessionato da chissà quale crisi interiore, senza la quale avrebbe gonfiato la porta una dozzina di volte. Ci immaginiamo Pjanic che non dorme di notte pensando: “Sarò all’altezza della finale?”. O ci immaginiamo Bonucci che prepara incautamente già il posto per la coppa sul mobile del suo salone, convinto di avere la vittoria in tasca. E invece ho l’impressione che tutti e tre abbiano avuto semplicemente un problema comune: una insostenibile stanchezza, sopraggiunta dopo aver, nella prima mezzora, speso tutte le loro poche residue energie, rimanenza di una stagione lunga, faticosa anche se vincente. Questo può spiegare tra l’altro il motivo, altrimenti oscuro, per cui la Juventus, dopo un inizio più che incoraggiante, inizia a crollare proprio dopo aver raggiunto un immediato pareggio e quindi quando era nella condizione psicologica ideale.
Ma proviamo ad addentrarci un po’ di più nella storia delle competizioni europee per capire meglio come una squadra possa arrivare senza energie all’appuntamento più importante della stagione per una squadra di club. Sommando la vecchia Coppa dei Campioni e la moderna Champions League, da quando il 13 giugno 1956 al Parco dei Principi il Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Miguel Muñoz conquistò la prima edizione del trofeo, se ne sono assegnati 62 esemplari. Solo in trenta occasioni (quindi meno della metà) la squadra vincente si è anche aggiudicata il proprio Campionato nazionale. La percentuale si abbassa ulteriormente se si restringe l’osservazione alle squadre appartenenti ai tre Campionati che hanno espresso maggiori vincitrici (e che sono anche probabilmente i più competitivi) ovvero Italia, Spagna e Inghilterra. Qui il cosiddetto “double” (Coppa e Campionato) è riuscito solo in 18 occasioni su 41. E’ un dato, a pensarci, sorprendente, perché ci si aspetterebbe, al contrario, che il doppio successo sia quasi una regola; parrebbe infatti strano che la squadra più forte d’Europa non riesca a dimostrarsi anche la più forte del suo paese. E invece pensate che il Real Madrid, che ha vinto ben 12 volte la competizione, solo 4 volte ha accoppiato il successo europeo con quello nel massimo campionato spagnolo, mentre sulle tre finali perse due hanno visto la consolazione del successo in Campionato. Altrettanto significativo il curriculum del Milan, che ha conquistato ben 7 volte la Coppa dei Campioni, riuscendo però solo in un’occasione, nel 1994, ad accoppiarla allo Scudetto. La Juventus è poi un caso ancora più interessante. Delle nove finali disputate gli unici due successi sono maturati in stagioni nella quali, non solo la Juventus non aveva vinto il Campionato, ma aveva addirittura perso le speranze di competere con largo anticipo. Delle 7 finali perse invece ben sei si sono invece verificate in anni in cui la Juventus aveva vinto il Campionato e il settimo caso, quello della finale di Atene nel 1983, comunque in una stagione nella quale la Juventus aveva conteso fino all’ultimo lo Scudetto alla Roma e in cui si sarebbe consolata, pochi giorno dopo la finale di Coppa Campioni, vincendo la Coppa Italia. In definitiva, da che esistono le competizioni europee, competere con gli stessi risultati su tutti i fronti è estremamente faticoso e non è affatto strano che, giocando su tre fronti, si arrivi all’episodio finale, nonostante sia il più importante, in condizioni fisiche ben lontane da quelle ideali.
real-madrid.jpgCi si chiederà però, perché il Real non era altrettanto stanco. Sicuramente c’è un problema di ampiezza dell’organico. Se tra l’undici titolare bianconero e quello madridista non c’è un grosso gap, non c’è dubbio che c’è, ed enorme, tra i rispettivi rincalzi. Fa impressione pensare che sulla panchina del Real, a Cardiff, stessero seduti due talenti strapagati come Gareth Bale e James Rodriguez. Per di più la scelta di Allegri del tridente e il successivo grave infortunio di Pjaca (l’unico attaccante di riserva rimasto ad Allegri) ha messo i tre attaccanti bianconeri, Higuain, Dybala e Manduzkic, nella condizione di dover giocare quasi sempre negli ultimi tre mesi. Nella stagione appena conclusa Higuain ha disputato, alla fine, 55 partite, Manzdukic 50 e Dybala 48. Per avere un riferimento con i giocatori più talentuosi del Real, Ronaldo ne ha giocate 46, Modric 41 e Isco 42. E’ una differenza che pesa, al termine di una stagione così lunga e può essere determinante, specie considerando che il Real ha obiettivamente un livello tecnico superiore e la Juventus avrebbe dovuto sovrastare gli avversari fisicamente per colmare il gap.
Insomma, è forse più ragionevole lasciare da parte aspetti psicologici o, ancor più, metafisici e rendersi conto che ci sono ancora consistenti differenze tra il Real e la Juventus, che forse, come successo due anni fa con il Real stesso e con il Barcelona quest’anno, in una partita allo Stadium, schiacciata tra vari impegni di Campionato e Nazionale, possono anche essere ribaltate; ma che in una finale, preparata con calma e massima concentrazione difficilmente non emergono. Ho l’impressione che, se la Juventus non riuscirà a colmare il gap tecnico che ancora la divide dal Real, dovrà rassegnarsi a correre qualche rischio in più in Campionato, magari rinunciando ad arrivare al settimo scudetto consecutivo, ma concentrarsi sulla competizione che i suoi sostenitori sognano di poter un giorno riconquistare.

29 Maggio

Molte altre volte ho scritto su questo blog quanto trovi strano che in un paese solitamente piuttosto generoso nel ricordare chi se ne è andato, per molti anni così poco si sia fatto per ricordare le vittime dell’Heysel. Negli ultimi anni però, grazie all’energia di tanti che hanno cercato di smuovere certe sensibilità dormienti, si sono moltiplicate iniziative in questo senso tra le quali quella di intitolare alle vittime di quella folle strage le piazzetta antistante alla biblioteca Italo Calvino. La cosa non può che fare piacere a chi, come chi scrive, è così sensibile a quegli eventi. biblioteca-calvino.jpg
Come ad ogni ricorrenza, racconto ancora una volta lo svolgimento, dal mio punto di vista, di quegli eventi.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
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