L’hai notato anche tu?
Il Presidente della Camera Fini, commentando la sua espulsione dal PdL decretata dal “Consiglio di Amministrazione” del partito, ha espresso alcune valutazioni sul Presidente del Consiglio Berlusconi, ad esempio che ha una mentalità illiberale, che ha una visione della politica aziendalistica, che ha progressivamente trasformato il suo schieramento politico nel partito dell’illegalità e del malaffare. Verrebbe certo un po’ da fare i saputelli e dire: “Bravo, ci hai messo solo 16 anni a notare quello che milioni di persone notano la prima volta che lo sentono parlare.”, ma perché fare i primi della classe? Perché far notare a chi magari lo stima ancora che sta sostenendo ora quello che per lunghi anni aveva bollato come prodotto dell’odio? In fondo, paradossalmente, rappresenta forse l’ultima speranza di questo sgangherato paese di rinnovare la sua classe dirigente.
E allora mi viene da dire: “Bravo, Gianfranco. L’hai notato anche tu? Eh, certo che tu hai occhio per certe cose…”.
I tempi son cambiati, Pupone!
Qualche giorno fa, commentando gli ultimi campionati della squadra della Roma, il suo Capitano Francesco Totti ha fatto riferimento alla coincidenza per la quale due degli ultimi tre Campionati hanno visto l’Inter superare la Roma proprio sul traguardo e sempre tra forti polemiche arbitrali. Totti ha sostenuto che l’Inter gli “ha rubato due scudetti”. La Federazione ha reagito immediatamente deferendo alla Commissione Federale il calciatore che ha dovuto rettificare quanto dichiarato, facendo entrare in campo persino il suo allenatore Ranieri che ha spiegato essersi trattato di una battuta. Insomma, nel calcio di oggi chi mette in discussione il sistema va incontro a provvedimenti.
Non è sempre stato così: nel 2000, durante il Campionato che poi vinse la Lazio il Presidente della Roma Sensi ed il suo allenatore Capello potevano tranquillamente dichiarare che il calcio italiano era nelle mani di Milan e Juventus (che per la cronaca erano l’una la ex squadra di Capello e l’altra la squadra che Capello avrebbe diretto di lì ad un paio di anni) senza essere deferiti. Ma la pratica di scagliarsi impunemente conto la Federazione non è mai stata esclusiva della capitale, nel 1998 Ancelotti, allora allenatore del Parma, non fu nemmeno ripreso per aver dichiarato che la Juve bisognava prima batterla fuori dal campo (alludendo a favoritismi arbitrali) : l’unica ripercussione negativa per la sua carriera fu che quando un anno e mezzo dopo decise di andare ad allenare proprio la Juventus i tifosi biancoeneri non si erano dimenticati delle sue uscite e i due anni a Torino furono assai poco piacevoli per l’attuale allenatore del Chelsea. Chi però negli anni non ha mai lesinato attacchi e insinuazioni nei confronti di arbitri e Federazione è proprio chi ora è sul banco degli accusati: ovvero Moratti e l’Inter. Sono passate mille volte in televisione le immagini dell’allenatore Simoni urlare “Vergogna” all’arbitro Ceccarini nello Juve-Inter del rigore su Ronaldo, senza nessuna ripercussione disciplinare, né l’hanno mai avuta i tanti tesserati dell’Inter che quell’anno stesso parlarono di “campionato falsato”, di “scudetto morale” e così via, né l’ha mai avuta Moratti in uno dei suoi tanti atti di accusa verso i vertici della Federazione.
Non so bene se allora come oggi le polemiche sono supportate da dati relativamente oggettivi che dicono che senza errori arbitrali le cose sarebbero andate diversamente, oppure no. Sicuramente allora i soprusi, veri o presunti, si potevano denunciare, oggi no. Che cosa è cambiato rispetto ad allora? Sicuramente l’obiettivo: la Juventus di allora era forte sul campo e indiscutibilmente anche nei palazzi del calcio, ma era estremamente debole a livello mediatico ed un’eventuale squalifica a chi la attaccava avrebbe scatenato un putiferio sui giornali. Oggi l’Inter estende il proprio potere ai media e se ne è avuta una prova nell’operazione di normalizzazione realizzata da tv e giornali rispetto alla vicenda di Calciopoli bis, fatta di un numero spropositato di editoriali che minimizzavano il tutto e culminata con una mirabile puntata di Sky Sport 24 (il telegiornale sportivo di Sky) apertasi con una lunga intervista a Narducci, PM del processo di Napoli a Moggi, che affermava, senza ovviamente fornire alcuna spiegazione, che l’impianto accusatorio a Moggi era una fortezza incrollabile e che invece gli elementi emersi sull’Inter erano del tutto inconsistenti.
A parte però la differenza tra la Juve di allora e l’Inter di oggi, ho l’impressione che ci sia anche un altro elemento di carattere più generale. Proprio Calciopoli ha infatti fatto comprendere a chi regge le leve del calcio che con la piazza non si può scherzare. A molti ha fatto piacere che alla Juve siano stati sottratti due scudetti, credo che però a molti non abbia fatto invece piacere che la squadra che per dodici anni aveva tenuto alto il nome del nostro calcio in Europa, conquistando finali di coppe praticamente ad anni alterni, improvvisamente si sia ritrovata ridimensionata a squadra da Europa League con conseguenze per il calcio italiano che gli ultimi mondiali hanno ben mostrato. Il batage mediatico che si è avuto nella primavera del 2006 è però stato talmente incessante che la piazza voleva lo scalpo, e che ancora oggi, nononostante ciò che è emerso successivamente, moltissimi ritengono che la pena nei confronti della Juve sia stata mite. In altre parole, anche chi non abbia cari i colori nerazzurri, non vuole correre alcun rischio che si ripeta qualcosa di simile a quanto accadde allora a ruoli invertiti.
Sia come sia, i tempi delle sfuriate contro i direttori di gara e la Federazione sembra siano finiti. Nel futuro il popolare Pupone dovrà limitarsi a sfogarsi a casa propria, magari con Ilary, chissà…
Il silenzio degli avvoltoi
Ogni volta che si verifica una tragedia ognuno di noi entra in uno stato d’animo particolare, c’è la ricerca di un senso, di una motivazione, di una causa. E’ come se si aprisse un varco nella nostra razionalità perché si è giunti a qualcosa che non sappiamo gestire con il fatalismo con cui accogliamo gli eventi quotidiani. C’è chi conosce e sfrutta questo meccanismo psicologico per innestare nella testa delle persone tarli che lì rimangono poi lì a categorizzare quello e altri eventi. Costoro si definiscono solitamente avvoltoi.
Intendiamoci, proprio perché abbiamo bisogno di risposte ognuno di noi cerca di darle e cerca quindi di farsi un’idea delle ragioni di quanto accaduto e di quello che si sarebbe potuto fare per scongiurarlo, in ciò rischiando di essere scambiato per un avvoltoio ma chi cede ad una umana tendenza non va confuso con chi cerca di manipolarla per fini propri.
Che il sottosegretario Bertolaso avesse una discreta propensione alla professione di avvoltoio era già emerso ai tempi della polemica sui soccorsi al terremoto di Haiti, in occasione della quale aveva criticato l’intervento americano causando un mezzo incidente diplomatico, ma soprattutto invitando i media internazionali a scoprire la vergogna della non-ricostruzione seguita al sisma in Abruzzo, a scoprire il fatto che dopo un anno le macerie erano ancora in mezzo alle strade dell’Aquila e che sono state poi sgomberate, in parte, solo grazie ai volontari locali. Dopo aver quindi fatto allora, di fronte a mezzo mondo, la figura del più borioso dei ciarlatani, il capo della protezione civile, noto per la sua abitudine di farsi curare i dolori alla cervicale da fanciulle brasiliane, non si è tirato indietro nemmeno dopo la strage di Duisburg, spiegando che siccome in Italia i Grandi Eventi sono gestiti dalla Protezione Civile certe cose non succedono e spiegando che questo era appunto l’intento della legge che regolamentava il settore e non era invece, come qualcuno maliziosamente pensava, di aprire una corsia preferenziale nella quale ogni speculazione e violazione delle legge era permessa.
Non ho idea se anche questa volta l’uscita del Bertolaso ha causato un caso diplomatico o meno ma, anche solo per rispetto nei confronti dei parenti delle vittime che possono non avere piacere nel vedere il proprio cordoglio sfruttato per motivi elettorali, mi sento di fare una modesta proposta. Abbiamo fatto tante leggi ad-personam, perché non farne una anche ad-Bertolasum, imponendo al sottosegretario il silenzio stampa per almeno il mese successivo ad ogni grande calamità? Sarebbe di giovamento a tutti e potrebbe raccogliere forse anche un consenso bipartisan.
Segni di vita
Tra una maggioranza di governo che quando si libera un attimo dall’occupazione di intrallazzare, si mette subito a litigare, ed un’opposizione che dorme un sonno profondo, svegliata solo ogni tanto dagli sproloqui di Di Pietro, di speranze al Paese rimangono poche. Ogni tanto un qualche segno di vita della vita pubblica lo si percepisce ed uno di questi mi è provenuto dalla lettura dell’intervista su “Piovono Rane” ad Ignazio Marino, il quale dice esattamente quello che la maggior parte degli elettori dell’area del PD probabilmente pensano: il problema è che la maggior parte di quegli elettori nell’autunno dell’anno scorso, quando avevano la possibilità di farlo, non sono andati a votare alle primarie per l’elezione del Segretario.
Giusto per sgombrare il campo, non penso che Marino sia un fenomeno, magari è anche pessimo, e probabilmente se fosse diventato segretario avrebbe potuto mettere in pratica appena una minima parte di ciò che sostiene. E’ però vero che tutti coloro che desiderano un’opposizione più autorevole e forte di quella attuale hanno avuto la possibilità l’anno scorso di fare una scelta di rottura e pochi l’hanno fatta. Non essere andati a votare o essere andati ed aver votato per candidati che esprimevano una piena continuità con l’esistente, significa aver posto le premesse per l’attuale PD e l’attuale opposizione. E’ la storia dell’Italia, da sempre insoddisfatta di come viene gestita la politica, e che da sempre vota ad ogni tornata elettorale per gli stessi.
Il ritorno della dittatura in Russia
Vi fu un tempo, non molti anni fa, in cui pensavamo che i processi storici avrebbero portato tutto il mondo a dimenticare quella parola sinistra che si chiama “dittatura” e che, prima o dopo, la democrazia si sarebbe imposto come unico modello di governo di un paese. Gli anni zero hanno portato molti dubbi su questo punto: un po’ perché un paese molto lontano dalla democrazia come la Cina è diventato il protagonista dello scacchiere mondiale, un po’ soprattutto perché molti paesi hanno intrapreso una strada a ritroso recuperando progressivamente meccanismi tipici della dittatura: restrizione della libertà di stampa, potere ai servizi segreti, limitazioni alla libera diffusione di Internet, persecuzione degli oppositori, prolungamento dei termini di scadenza dei mandati e così via. Tutti elementi che non si sono fatti mancare i gerarchi della Repubblica Russa che da anni conducono una lenta erosione di quei meccanismi democratici che negli anni novanta avevano concesso un breve spiraglio di democrazia a quel paese.
Sulla brutale eliminazione dei giornalisti di opposizione, a partire dalla celebre Anna Politkovskaja, si è detto già molto; anche in questo 2010 il dossier dei giornalisti eliminati si è arricchito di altri sei nomi. Al di là di questa situazione dai contorni ben poco chiari, più esplicitamente sono state introdotte numerose riforme che vanno nella direzione di restringere l’influenza dei cittadini sul governo del paese, tra le quali ad esempio l’estensione del mandato presidenziale. Inoltre recentemente la Duma (il parlamento russo) ha approvato una riforma dei servizi segreti che ne amplia il potere. E’ stata perfino diffusa la notizia che si starebbe lavorando ad un motore di ricerca nazionale, alternativo a Google, che filtri i siti ritenuti “politicamente non idonei”, esattamente come già succede in Cina.
Gli ottimisti della democrazia ricorderebbero a questo punto che in Russia si vota ancora in modo relativamente libero, ma la dittatura non si distingue dalla democrazia per la assenza di elezioni ma per quanto il potere è accentrato in poche mani: se questo accentramento del potere si attua, come si è attuato in Russia, nonostante multipartitismo ed elezioni democratiche, l’impossibilità di qualunque ricambio politico trasforma le elezioni in nulla di più che un rito celebrativo del potere.
In realtà il processo di restrizione della democrazia in Russia nasce da una scelta precisa delle classi dirigenti, non ideologica ma commerciale. Putin, nei suoi lunghi anni di presidenza, ha infatti seguito una politica tesa a concentrare l’economia del paese sullo sfruttamento delle immense risorse energetiche a sua disposizione, cosa che gli ha consentito di arricchire il paese ma ha anche ha consegnato la nazione ad un’elite di grandi società di estrazione che si sono impossessate dei mezzi di produzione, di telecomunicazione e del sistema finanziario, e che hanno inibito lo sviluppo industriale del paese da un lato e bloccato quello democratico dall’altro. Il risultato è che la Russia di oggi è come un grande emirato, la cui ricchezza è legata indissolubilmente alle schizofrenica fluttuazioni del costo di petrolio e gas naturale, nell’assenza di un sistema industriale. I due terzi delle esportazioni sono legate infatti a combustibili fossili e pochi punti di riduzione del costo di tali materie prime sono sufficienti a costringere il paese a tirare la cinghia, figuriamoci il crollo che si è avuto negli ultimi mesi. Se pensiamo alla crescita in occidente delle fonti di energia alternative le prospettive per la Russia si fanno decisamente fosche. Sarà anche per questo che negli ultimi mesi qualche novità si è avuta sia riguardo a piccoli successi dei partiti di opposizione, sia a cambi di politica economica e proposte riformatrici da parte di Medvedev. Sono però cose minime rispetto a quanto necessario per invertire una china che in Russia sta portando non solo verso la dittatura ma verso una dittatura molto debole, perché molto esposta alle congiunture internazionali e quindi a rischio di collasso che è molto pericoloso anche per chi non vive in Russia, sia in quanto potrebbe risvegliare una serie di conflitti quiescenti che il potere centrale ha finora tenuto sotto controllo, sia in quanto si tratta pur sempre di una forza militare non da poco che, in mani improvvide, potrebbe fare molti ma molti danni.
I giornalisti a cui piace il bavaglio
In questo periodo il mondo della stampa si è sollevato con una certa compattezza contro la cosiddetta Legge Bavaglio, altrimenti detto DDL sulle intercettazioni. Anche alcune testate solitamente piuttosto pavide nei confronti della compagine di governo, hanno preso posizione contro la legge. Non c’è però principio, nemmeno il più caro, che in Italia resista agli interessi di bottega e così anche tra i giornalisti ecco emergere qualche distinguo laddove la sparizione delle intercettazioni potrebbe fare comodo anche ai giornalisti.
Si dà il caso che nel mare magnum di intercettazioni scottanti emerse nel processo su Calciopoli ne sia stata diffusa una in cui il giornalista della Gazzetta dello Sport Ruggiero Palombo faceva la predica al designatore arbitrale Bergamo su chi e come avrebbe dovuto designare per le varie partite di Campionato. Tentativo di influenzare o consiglio da amico? Non ci sono elementi per determinarlo come peraltro nemmeno per la pletora di altri addetti ai lavori che facevano la stessa cosa (tra i quali Moggi), benché giustizia sportiva e ordinaria abbiano trattato in modi molto dissimili i vari casi. E’ certo però curioso che proprio il giornale che cavalcò le vicende di Calciopoli si ritrovi con un proprio giornalista nel ruolo di sospetto anche perchè accade quanto segue. Sulla Gazzetta viene infatti pubblicato un articolo di precisazione del giornalista interessato in calce al quale viene pubblicato un trafiletto a firma Andrea Monti, direttore del quotidiano. Il Monti bolla come “diffusione illegale di un’intercettazione” quello che invece è perfettamente legale in quanto agli atti del processo e chiude il suo intervento rivalutando la Legge Bavaglio: “Ciò che deve cessare è l’uso dissennato delle intercettazioni” dice e aggiunge: “La Legge Bavaglio ci butta in faccia una sacrosanta verità“. Nella ferma condanna per l’uso disinvolto delle intercettazioni fatte da alcune fonti di informazioni il Monti sembra dimenticarsi che proprio l’uso disinvolto delle intercettazioni che lo stesso quotidiano, da lui diretto oggi, fece nel 2006, lo portò a rivoltare come un calzino il calcio italiano.
Anche in quest’ambito quindi, come in tanti altri, quello che guida le prese di posizione dei più è il proprio interesse personale che si traveste da principio generale solo quando casualmente le esigenze coincidono. Mi ricordo di aver parlato anni fa con un signore che faceva l’imprenditore e che mi disse: “Ho votato per Berlusconi, anche se so che si farà i propri interessi. Però, visto che è un imprenditore, spero che i suoi interessi coincidano con i miei.”. Così ragionano i più ed anche Andrea Monti, anche quando perseguire i propri interessi può portare a dover indossare un bel bavaglio.
Produttore di energia
Da qualche mese ho smesso di essere solo un consumatore di energia, per diventarne un produttore e pochi giorni fa ho ricevuto la mia prima fattura dal GSE. Ho infatti installato sul tetto di casa mia un set di pannelli fotovoltaici.
La cosa ha avuto una serie di complicazioni, prima della quale è stata convincere i vicini, visto che abito in un condominio. Fortunatamente il condominio è costituito solo da 4 alloggi e le soffitte sono lottizzate tra i proprietari degli alloggi: essendo quindi la varie porzioni di tetto associabili ad un singolo proprietario è stato più semplice ottenere una porzione di tetto da destinare ai pannelli ma ho dovuto comunque avere l’autorizzazione del condominio. Purtroppo la porzione di tetto sopra la mia soffitta è esposta a Nord-Ovest e le resistenze dei vicini mi hanno obbligato ad optare per una soluzione non ottimale: ho fatto installare 8 pannelli policristallini Suntech 270, per un totale di 16 metri quadrati di superficie, con una produzione attesa di circa 2000 KWh annui.
Per chi non conosca i termini del “Conto Energia” con i pannelli fotovoltaici avrò un pagamento dal GSE di 0,48 Euro per ogni KWh prodotto, mentre Enel mi rimborserà della bolletta la quota di KWh corrispondente a quanto da me prodotto. (Esempio: se produco 2000 KWh in un anno e ne consumo 2500, avrò il pagamento del GSE di 0,44*2000=968 €, mentre Enel mi rimborserà la bolletta per l’ammontare di 2200 KWh.
Alcuni caveat: il rimborso dell’Enel è condizionato al fatto che la quota di energia prodotta sia inferiore a quella consumata, in caso contrario non ho diritto al rimborso, anche se posso recuperare il rimborso negli anni successivi purché il consumato cumulativo superi quanto prodotto (esempio: se io il primo anno consumo 2000 e produco 2200, non ho rimborso, ma se i secondo anno produco 2200 e consumo 3000, mi vengono rimborsati sia i 2200 del primo anno che i 2200 del secondo) ; il rimborso dell’Enel non è sull’intero ammontare della bolletta (solitamente 0,18 per KWh) ma sulla sola parte netta, le tasse e spese varie non vengono rimborsate; i rimborsi dell’Enel sono tutt’altro che puntuali e so di molti in contenzioso con Enel appunto per ritardi in merito.
L’impianto è attivo da Novembre ed ora attendo la fine dell’estate per tirare un primo bilancio in merito, ad Aprile comunque avevo prodotto 563 KWh. Sicuramente ci sono molti vincoli che rendono piuttosto aleatorio l’investimento, ma pensare di aver fatto comunque qualcosa per spingere una tecnologia che rappresenta una salvezza non solo per questioni ambientali ma anche per questioni geopolitiche (il sole è sufficientemente distribuito sul globo) e democratiche (è difficile sottrarre allo sfruttamento privato il sole) rende un po’ meno ansiosi di fronte al rischio di rimetterci. Secondo calcoli fatti negli scenari peggiori possibili dovrei rientrare nell’investimento in 11 anni, vedremo.
Nel frattempo scopro che in Italia nel 2009 c’è stato il boom delle fonti rinnovabili: è una notizia quasi incredibile vista la totale assenza del tema dall’agenda della politica, se non per boicottarlo come ai tempi delle trattative sul 20-20-20. Viene da pensare che, contrariamente a quanto spesso scrivo su questo blog, è un bene che coloro i quali ci governano pensino a tutt’altro che a governare: forse è l’unica maniera perché non facciano danni irreparabili.
Legalità e sinistra
Devo confessare che Marco Travaglio non è un giornalista per cui provo un desiderio di emulazione. Non lo trovo particolarmente simpatico con questo suo ghigno un po’ arrogante, il suo modo di scrivere ricco di iperboli non è quello che più corrisponda ai miei canoni giornalistici, non mi piace nemmeno il suo modo di raccontare i fatti sempre tendenzioso e, quanto mi è capitato di riscontrarli, spesso impreciso. Con tutto ciò non posso negargli la mia stima, visto quanto ha contribuito a tenere vita l’attenzione del paese sulla corruzione politica anche quando gli italiani sembravano più che propensi a voltarsi dall’altra. Sia come sia, Travaglio ha solleticato la mia curiosità giorni addietro attaccando dalle colonne de “Il Fatto Quotidiano” quella parte della cultura di sinistra che non lo può vedere e che, oltre a non poterlo vedere, non vede nemmeno ciò che Travaglio denuncia.
Il fastidio di una parte del mondo della sinistra per Travaglio è abbastanza evidente da lungo tempo, le ragioni lo sono un po’ di meno ed ho provato ad indagarle.
Innanzitutto Travaglio nasce come allievo di Montanelli, grande nemico della sinistra italiana, almeno fino all’apparire di Berlusconi, questo già non lo presenta bene. Un’altra caratteristica di Travaglio è il negare a sé stesso ogni appartenenza politica tra sinistra e destra: in genere a chi fa della scelta di campo la sua chiave di lettura della realtà, nulla dà più fastidio di chi invece scelte di campo non ne vuol proprio fare, e questo è un altro elemento di possibile spiegazione. Alla fine però ho l’impressione che più che il personaggio Travaglio disturbi il posizionamento del giornalista torinese, tutto incentrato sul conflitto tra legalità e illegalità, magistratura e politica, corruzione e anti-corruzione. In certi contesti culturali questa contrapposizione probabilmente sa un po’ troppo di manicheismo “bene contro male”per non risultare fastidiosa. Sono tutte ipotesi ma sembrano un po’ deboli per armare la penna di svariati scrivani e scaricarne le pallottole contro Travaglio e quelli come lui, che in fondo rappresentano un alleato contro un nemico comune. Ho l’impressione che il problema abbia più a che fare con quello che Bernard Cohen definiva l’”agenda setting“.
L’agenda setting, nella teoria omonima, è quel meccanismo che all’interno di un sistema culturale genera gli argomenti di cui le persone parlano, discutono ed attorno alle quali si dividono. Da quando Berlusconi è entrato in politica con i suoi mille scheletri nell’armadio, i suoi mille scandali e quindi le sue mille battaglie contro la magistratura impicciona, l’agenda si è spostata dai temi consueti della politica tra capitale e lavoro, tra liberismo ed equità sociale, a quelli meno consueti del dualismo tra politici e giudici, tra legalità e intrallazzo. Da un lato ci sono le sparate di Berlusconi contro i magistrati, le leggi bavaglio, ed i vari giornalisti di Casa Berlusconi pronti ad attaccare i giudici, ma dall’altro non ci sono solo i magistrati ma anche uno stuolo di giornalisti e perfino molti cittadini che giustamente si indignano di fronte al fatto che ci siano personaggi ai vertici della nostra politica in confronto ai quali Gambadilegno è un onest’uomo. Il problema è che a forza di parlare di legalità e illegalità non si parla dei licenziamenti in FIAT o di quanto la manovra di Tremonti depredi le famiglie. E’ chiaro che chi ha passato la sua vita a difendere i diritti dei lavoratori non celi il suo disappunto di fronte alle prime pagine dei giornali occupate dagli scandali dell’eolico o delle escort per relegare alle pagine interne i temi che interessano i diritti ed il portafoglio dei più umili.
Purtroppo per loro però il fatto che questi temi siano in testa all’agenda non è sbagliato ma è il segno che la battaglia in Italia si gioca su questi temi. L’anomalia italiana non è costituita dalla FIAT che licenzia o da una manovra impopolare, ma da una classe politica che si alimenta della sua stessa corruzione e che messa di fronte alle sue responsabilità non sa far altro che chiudersi nel suo palazzo, che cercare di limitare quella democrazia che parassita e dalla cui possibile reazione è però sempre terrorizzata. Una volta che questa anomalia sarà rimossa, se mai accadrà, allora l’agenda italiana tornerà a riempirsi dei temi consueti. Fino ad allora, purtroppo per loro, gli avversari di Travaglio dovranno rassegnarsi a sentir parlare di processi e di sentenze e non di crescita e diritti.
Un giorno in Università
Lunedì scorso era previsto l’appello di esame di Semiotica per il quale il sottoscritto si era prenotato. A dir la verità le premesse non erano state le migliori: qualche settimana fa mi ero recato a ricevimento dal docente, prendendo una mezza giornata di permesso dal lavoro, ed avevo trovato un biglietto sulla porta dell’ufficio che mi annunciava che il ricevimento non ci sarebbe stato…
Sta di fatto che alle 10 ero a Palazzo Nuovo (per chi non lo conosca, sede principale dell’Università di Torino) davanti all’aula 36, luogo deputato al mio esame, che però presentava tutte le caratteristiche di chi sta ospitando un esame scritto. Quando poco dopo arrivava il docente, accertata l’indisponibilità dell’aula, ci si metteva, in un gruppone tipo pulmann di turisti giapponesi, alla ricerca di un’aula che ospitasse la cinquantina di persone che eravamo. Alla fine un’aula si trovava ma solo per radunarci e sentirci dire che l’esame sarebbe stato al pomeriggio e solo per i candidati alla Teoria della Narrazione. Per quanto riguarda gli studenti di Semiotica se ne sarebbe parlato il 19 p.v.
Nell’incapacità di commuovere qualche studente di Teoria della Narrazione ed indurlo a passare al posto mio, passavo all’approccio implorante e chiedevo al professore di farmi passare lo stesso al pomeriggio: gli strappavo un sì e mi godevo un breve momento di gioia. Me lo godevo per poco perché in breve mi rendevo conto che sarei stato l’ultimo di un numero sterminato di persone.
Alle 14 ero di nuovo a Palazzo Nuovo, questa volta in aula 6, e l’affluenza in effetti era cospicua in un’aula piuttosto piccola e caratterizzata da una temperatura fuori scala. Passavo tutto il pomeriggio lì, meravigliandomi di quanti pc portatili avessero gli studenti di Scienze della Comunicazione. Mi meravigliavo anche di come l’aria condizionata, di cui oggi è dotata anche l’azienda più scalcinata, sia ancora una tecnologia del tutto sconosciuta presso gli Atenei.
Passavo alla fine alle 19.15 facendo una breve chiacchierata con il docente e fuggendo poi a casa con il solo desiderio di una doccia tonificante.
E’ giusto che l’Università sia ancora un luogo in cui i giovani forgiano la loro capacità di resistere agli imprevisti più disdicevoli e inconsueti, a sopportare l’ansia del fluire vano del tempo, a sostenere condizioni altrove considerate intollerabili? O forse sarebbe meglio che fosse un luogo nel quale si cerca nel modo più rapido ed efficace possibile di entrare nel mondo del lavoro, senza una corsa ad ostacoli tra mille problemi organizzativi?
Dieci anni fa fu svolta un’indagine in alcuni paesi europei che evidenziava come, nonostante in Italia il peso dell’Università sia quasi completamente sulle spalle delle famiglie e non sempre le famiglie ce la facciano, siano comunque pochi gli studenti che lavorano rispetto agli altri paesi. Non mi pare peregrina l’ipotesi che ciò accada proprio a causa delle condizioni disagevoli con cui la maggior parte degli studenti italiani devono fare i conti e che rende difficile far convivere il modo imprevedibile in cui si sviluppano gli eventi in Università con il mondo del lavoro che richiede scadenze e tempi solitamente piuttosto rigidi.
Immagino che se chiedeste ad un componente del nostro Governo un parere in merito, direbbe che una migliore organizzazione dell’Università è da considerarsi una “pretesa” da parte degli studenti e dei professori che devono pensare a studiare ed a insegnare invece che all’aria condizionata. Ho l’impressione che questa diffusissima cultura dello sgobbonismo, questa convinzione che noi italiani siamo meglio degli altri perché abituati dalla disorganizzazione della nostra società a sapercela cavare nelle situazioni più difficili, sia uno dei tanti freni del nostro Paese.
P.S. Comunque l’esame l’ho passato! Evvai!!
Giocare male e vincere
Da che mondo è mondo quando una squadra di calcio pratica un gioco brutto, scorretto, povero di contenuti, dimostrando scarso impegno da parte dei giocatori e nonostante tutto vince, la vittoria è considerata quasi una mezza sconfitta. Si dice che ha vinto, sì, ma immeritatamente e prima o poi i nodi verranno al pettine e alla fine saranno dolori… Io l’ho sempre vista diversamente, ovvero se una squadra nonostante scarso impegno, scarsa forma fisica, schemi noiosi e ripetitivi, vince allora vuol proprio dire che per gli avversari non ce n’è.

Se guardo alla squallidissima vicenda della nomina a Ministro di Una Cosa Qualunque di Aldo Brancher, allo scopo di farlo sfuggire alla giustizia, mi viene da dire in effetti che è quanto di peggio possa fare una classe politica per la sua immagine. Non siamo abituati certo a comportamenti virtuosi dalla nostra classe politica che sembra non perdere occasione per mostrarsi come dedita ad ogni genere di illiceità e per manifestare il suo totale disinteresse per il destino del paese, ma in ognuna delle tante vicende di malcostume se non di delinquenza vera e propria, c’è sempre alla fine una foglia di fico che permette, a chi non vuole proprio muovere un passo per scoprirle, di non vederne le vergogne. Questa volta però non c’è stata nessuna foglia di fico, nessun vago tentativo di nascondere le cose, si è detto chiaro e tondo che i ministeri si fanno e disfano secondo le necessità personali dell’amico dell’uno e dell’altro con una totale sfrontatezza. E’ come se Messi entrasse in campo sbronzo, fumando uno spinello. Se però poi vince lo stesso ed esce tra il tripudio della folla non si può dire che abbia i giorni contati, si può semmai dire che gli avversari sono molto deboli ed il pubblico è troppo prono al campione per potere assumere un atteggiamento critico per concludere quindi che rimarrà il dominatore indisturbato ancora per molto tempo.
Questo è quello che personalmente desumo dalla vicenda Brancher; quando un sistema politico palesemente e senza nessuna ragione istituzionale (nemmeno la più pretestuosa) usa nel modo più spregiudicato possibile la cosa pubblica ha toccato veramente il fondo. Se quel fondo toccato non corrisponde che ad un debole calo per la popolarità di questi signori significa che la loro forza nel paese reale è sempre più solida.
Intendiamoci: non penso che non ci sia speranza di un ricambio in Italia ma la speranza, come accade in genere nei sistemi democraticamente immaturi, non risiede purtroppo in una rivolta dal basso ma da una congiura di palazzo. Il fatto che perfino l’ONU cominci a manifestare una certa preoccupazione per una possibile involuzione autoritaria nel nostro paese potrebbe essere un buon viatico. Purtroppo la classe media italiana, dai tempi dell’avvento del fascismo, vede il rinnovamento come il peggiore dei mostri possibili e, pur di scongiurarne i rischi, si è sempre concessa al potere più sclerotizzato. Se congiura ci sarà c’è solo da sperare che quella classe media smentisca la sua storia e riesca a sfruttare la situazione per provare a rinnovare davvero questo paese senza limitarsi, come ha fatto in passato, a gettarsi acriticamente tra le braccia di un nuovo potere.


