Lettera al Presidente del Consiglio da un genitore

Gentile Presidente del Consiglio,
giannini-e-la-buona-scuola.jpgchi Le scrive è uno dei tanti genitori in tutta Italia che nella settimana entrante vedranno i propri bambini varcare per la prima volta la soglia della Scuola Primaria (alias Elementare). E’ un passo fondamentale nel percorso delle nostre esistenze e ogni buon genitore non può, credo, che attenderla con qualche ansia e con il profondo desiderio che vada tutto bene e che il percorso che il proprio figlio o la propria figlia (nel mio caso) inizierà sia un percorso felice e non una corsa ad ostacoli. In vista di questo passo avevo un anno fa accolto con molto interesse i Suoi annunci sulla “Buona Scuola”. Cosa può desiderare di meglio un genitore per i propri figli che una scuola “Buona” anzi possibilmente ottima? Qualche dubbio me l’aveva lasciato invero ma non creda che voglia tediarla su lunghe dissertazioni sulla meritocrazia. Personalmente sono decisamente favorevole al merito, sarei ben contento se sulle cattedre italiane Lunedì al posto delle tanti insegnanti incapaci ci fossero le tanti insegnanti in gamba che purtroppo invece ancora vivono nella precarietà. Non mi spaventava nemmeno il fatto che il Preside avesse più poteri che in passato. Se i criteri di selezione con cui si sceglie un Preside e i meccanismi di controllo con cui si verifica il suo operato fossero tali da essere certi delle sue capacità non avrei nulla in contrario al fatto che possa avere più potere di scelta sulle insegnanti. Però non avevo visto nessun intervento strutturale che potesse dare certezze a noi genitori e il modo in cui sono stati trattati coloro che avevano sostenuto il TFA non mi ha dato molte speranze sulle buone intenzioni in questo senso. Di fronte a questi dubbi ho però preferito sospendere il giudizio perché in fondo ad ognuno va data una possibilità e ho atteso Lei e la sua Ministra Giannini alla prova dei fatti.
Adesso che è passato un anno e che mia figlia sta iniziando a frequentare proprio adesso la scuola italiana vengo a scoprire cose che trovo almeno incredibili. Vengo a scoprirle, tra l’altro, solo perché mia moglie lavora nella scuola, non certo perché ce lo raccontino i media, tutti concentrati su altro. Per carità, le bombole in un auto a Parigi, un assessore indagato, una cabinovia bloccata meritano qualche notizia, ma forse anche il futuro dei nostri figli è importante. Pensi che proprio nella scuola che mia figlia frequenterà ci sono ben 20 posizioni di insegnanti scoperte (no, dico: 20!) e 3 di collaboratori scolastici. E pensi che nella scuola dove lavora mia moglie su 12 insegnanti di sostegno solo 3 sono stati nominati mentre gli altri 9 posti sono ancora vacanti e le rispettive classi inizieranno quindi l’anno con comprensibili grosse difficoltà nella didattica, stessa cosa vale per i ruoli amministrativi ancora in gran parte scoperti. Tutto questo perché nel generale ritardo delle nomine, diffuso in tutta Italia (a Milano sono state fatte Venerdì 9), la provincia di Torino pare brillare per inefficienza, non avendo ad oggi nemmeno indicato una data in cui le nomine verranno fatte. C’è già addirittura chi vocifera che alcune delle nomine previste non si faranno proprio.
20150601_115958.jpgOra, gentile Presidente, reclutare le risorse necessarie per far partire l’anno scolastico nella sua imminenza trovo sia qualcosa di inaccettabile, di per sé una dimostrazione lampante di inefficienza da parte della scuola italiana. Ma arrivare addirittura all’inizio della scuola senza sapere nemmeno quando si completeranno gli organici, pare davvero una farsa. Sicuramente ci saranno dei motivi, magari come nel caso della funivia del Monte Bianco si sono incrociati due cavi, ma comunicarne le ragioni, indicarne i responsabili, spiegare cosa si sta facendo per rimediare e chiedere scusa a chi ha subito i disagi per la situazione è davvero il minimo che il Ministero può fare per salvare la faccia. Se non lo farà e se la Ministra Giannini rimarrà nel suo incarico, mi permetta di ipotizzare che ciò voglia dire che il Suo concetto di Buona Scuola e il mio (e quello credo di molti come me) sono molto ma molto distanti e che per Lei impreparazione, improvvisazione e disorganizzazione non sono un problema.
Certo, forse Lei penserà che in fondo la scuola deve anche abituare i bambini a cavarsela anche nelle situazioni più difficili, a capire che nel mondo non è tutto semplice, (come qualche volta credono vivendo nell’ovattata vita familiare) a convincersi che le cose si possono fare anche nelle condizioni più ostili. La mia preoccupazione è però proprio questa: cioè che i nostri bambini credano, come molti adulti italiani, che anche nella condizione di massima improvvisazione, disorganizzazione e impreparazione le cose si riescano, alla fine, a fare lo stesso, e che in fondo organizzarsi e prepararsi è tempo perso; per scoprire invece più avanti, spesso troppo tardi, che laddove invece le cose si preparino e si organizzino, si riescono a fare in meno tempo e con meno fatica. Considerando che tempo e fatica sono risorse limitate, questo è quello che fa la differenza ed una delle cose che purtroppo relega il nostro paese in una posizione di retroguardia.
Mi permetta in definitiva di dirLe che quando Lunedì mattina lascerò mia figlia in una scuola con infrastrutture fatiscenti e per giunta senza il personale necessario, non avrò affatto la sensazione di averla lasciata in buone mani come lo slogan “Buona Scuola” poteve lasciare sperare, ma anzi in mani pessime e comprenderà che, da genitore, è una sensazione assai sgradevole.
Distinti Saluti
Alberto Capella

Il sole d’Agosto

Si sa che il sole di Agosto fa brutti scherzi. E in effetti la discussione che ha tenuto banco durante il mese d’Agosto sembra essere il frutto dell’influenza del sole, quel sole che abbronza i bagnanti, più o meno, a seconda anche di quanta porzione del proprio corpo espongono, e sembra che ci siano persone che ne espongono meno degli altri, per motivi religiosi. Secondo qualche sindaco della Costa Azzurra tutto ciò non è accettabile ed ecco che prima il sindaco di Cannes e poi altri decidono di vietare l’esposizione di “simboli religiosi” in spiaggia. La cosa tra l’altro, mirata alla proibizione del burkini, finiva in realtà col proibire le spiagge anche a preti, suore o paradossalmente anche a chi esibisse semplicemente una catenina con crocifisso sul petto. Se accade spesso che in giro per l’Europa ci siano sindaci folcloristici che emanano disposizioni strampalate, la cosa si è fatta molto più seria quando addirittura il Primo Ministro francese Valls ha deciso di prendere posizione sulla questione, sostenendo che questa disposizione era in linea con i valori della Francia. burkini.jpgProvo di seguito a ripercorrere a beneficio di Valls e di quanti si sono pronunciati sul tema le mie modestissime conoscenze di diritto.
I valori fondanti di uno Stato di Diritto corrispondono con le fondamenta del suo impianto giuridico, diversamente avremmo un grosso problema di “schizofrenia istituzionale”. Le fondamenta dell’impianto giuridico dei paesi che l’hanno ratificata è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (che tra l’altro trae ispirazione dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789 a Parigi durante la rivoluzione) che i trattati europei hanno poi assorbito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea a cui fa riferimento la Corte di Giustizia dell’UE, supremo organo giudicante per i paesi facenti parte dell’UE, ivi compresa la Francia e ovviamente anche l’Italia. La succitata Dichiarazione recita all’articolo 18: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.”. L’unica limitazione a tali diritti che la Dichiarazione contempla è quella enunciata nell’articolo 29, comma 2 che dice: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.” Mentre la Carta recita all’articolo 10, comma 1: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.“. Insomma, direi che l’unico motivo per il quale si possa derogare (in Francia o in Italia) alla libertà di utilizzare capi di abbigliamento che manifestino la propria appartenenza religiosa è che ne sia arrecato danno “alla morale, all’ordine pubblico, o al benessere generale“. Escluso quindi che il burkini o simile abbigliamento possano rientrare in queste eccezioni, le fonti primarie di diritto, a cui le nostre società si ispirano, lasciano libertà ad una donna di vestirsi come vuole, in spiaggia come altrove. E allora? E allora tutto il dibattito che è seguito è stato surreale, in particolare quando si sono pronunciate alti rappresentanti politici italiani e francesi. E’ il sintomo di società europee che stanno un po’ smarrendo le basi culturali e valoriali su cui si sono costruite e che, a forza di radicalizzare tutto, stanno radicalizzando anche valori come la laicità che storicamente si è trovata più spesso semmai a combattere contro il radicalismo religioso. Chiarisco che chi scrive è cosciente che farsi il bagno completamente vestita è molto scomodo ed il fatto che alcune donne si infliggano questa scomodità è sintomo e simbolo delle limitazioni imposte alle donne dal radicalismo religioso, e chiarisco che trovo personalmente che si tratti di una pratica ripugnante. Però sono conscio che la mia personale visione del mondo sia mia e diversissima da quella di molti altri e i succitati elementi fondanti del nostro diritto sono lì per permetterci di vivere in pace anche con coloro i quali hanno costumi che consideriamo inaccettabili (sempre se non travalicano i limiti sopracitati).
naturisti.jpgTra gli abbagliati dal sole d’Agosto devo fare purtroppo rientrare anche l’ottimo (di solito) Luca Sofri che avvicina, in modo francamente acrobatico, la disposizione dei sindaci della Costa Azzurra al modo in cui trattiamo o consideriamo altre pratiche. La prima è la nudità ed il fatto che in molte società moderna vi è la proibizione del mostrare il proprio corpo nudo (che pure molti considerano comunque un atto illiberale); “Il divieto di mostrarsi nudi in spiaggia presente e assai applicato e condiviso nelle nostre società, a partire dal rispetto per le persone che possano sentirsi imbarazzate, infastidite, o addirittura minacciate dalla esposta nudità altrui. Le nostre culture hanno – con sviluppi e modificazioni continue – condiviso un’idea di limite e di “norma” in nome di una sensibilità diffusa e che è loro propria.“. La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo appena menzionata include tra i limiti previsti alle nostre libertà per l’appunto la “morale”, che è ciò che rende tollerabile (anche se discutibile, ma non voglio andare fuori tema) la proibizione della nudità, in nome appunto di una sensibilità offesa. Difficile invece sostenere che una persona vestita offenda la “sensibilità diffusa” o che violi la “morale”, almeno quella delle nostre società europee.
Il secondo paragone è ancora più folcloristico nelle sue premesse anche se poi atterra sul fulcro del problema. “Un altro paragone è quello con la cintura di castità, paragone che pone il tema della discriminazione femminile, molto trascurato, mi pare, dai sostenitori della libertà di vestirsi e lasciar vestire come si vuole.” . In realtà la cintura di castità pare essere un falso storico ed oggi tale attrezzo è più che altro simbolo di pratiche erotiche cosiddette BDSM (più volgarmente definite sado-maso). Ma proprio le pratiche BDSM e i vari pronunciamenti giudiziali che ne hanno sempre confermato la liceità, stante che la scelta di tale pratica sia stata fatta in piena libertà, ci conferma che la autolimitazione di un diritto è lecita, e se lo è per chi si arreca dolore, lo è a maggior ragione per cose più triviali quali il costume con cui si fa il bagno.
gendarmi.jpgChe poi quel costume sia il simbolo di una cultura che deprechiamo è un punto condivisibile e invito a scrivere tutto il peggio possibile di quella cultura, ma i sistemi culturali che non ci piacciono si combattono con le idee non con i gendarmi. Combattere un sistema culturale con i gendarmi è l’anticamera dell’autoritarismo, non dimentichiamocelo. Questa è la democrazia liberale, questo è lo Stato di Diritto, questi sono i valori fondanti della nostra società. Il laicismo (con tutto l’apprezzamento che posso tributarvi), così come tutti gli altri costrutti culturali che caratterizzano la nostra società, ne sono conseguenza e vengono, giustamente, gerarchicamente dopo.

Un’assurda storia italiana

salone_libro_torino.jpgImmaginatevi cosa pensereste se scopriste che in un’altra città francese che non sia Cannes, che so, Tolone, hanno deciso di organizzare un Festival del Cinema in concorrenza con il celeberrimo rivale, così, tanto per fare un dispetto ai connazionali. Pensereste probabilmente che sono dei pazzi, che hanno del tempo e dei soldi da sprecare. Invece in Italia simili follìe sono talmente all’ordine del giorno che non ci facciamo più caso, come nella circostanza del delirante progetto di istituire un Salone del Libro a Milano concorrente del quasi trentennale Salone di Torino.  Detto così sembra folle in effetti: tra l’altro il Salone del Libro di Torino gode apparentemente di buona salute in un contesto, quello editoriale, al contrario tutt’altro che in grande spolvero. E’ vero che è in corso un’inchiesta giudiziaria per turbativa d’asta che ha colpito i vertici della Fondazione che governa il Salone; ed è vero che qualche altra polemica sui dati di affluenza gonfiati aveva avvelenato l’organizzazione, ma alla recente edizione di Maggio la presenza dei visitatori era stata, come sempre, più che abbondante, anzi in crescita rispetto agli anni passati (considerando i dati non gonfiati), confermando il Salone di Torino il secondo in Europa per numero di espositori e il terzo per affluenza, dopo il Salon du Livre di Parigi e il Buchmesse di Francoforte. Eppure pare che l’associazione italiana editori (AIE), nella persona del suo presidente Federico Motta abbia idee ben chiare in merito, e infatti ha messo recentemente ai voti la decisione di organizzare il nuovo Salone MiBook a Milano, decisione che pare in realtà fosse in attesa da mesi dell’esito delle elezioni per comunicarlo (mah….).
federicomotta.jpgHo provato a chiedermi quali possano essere le ragioni di un’azione apparentemente tanto scriteriata. Sono andato alla ricerca di tali ragioni nelle fonti ufficiali, cominciando proprio da Federico Motta che pare il grande sponsor del nuovo Salone. Costui parla a ruota libera di un progetto ma non spiega in cosa consista questo progetto e perché il Salone del Libro di Torino non possa realizzarlo. Più dettagliata la nota di Feltrinelli (che pare però fosse tra i più restii) che suona tuttavia come una lunga supercazzola. La nota comincia ancora con un riferimento ad un’assenza di progetto, senza specificare di che progetto si tratta: “E’ innegabile che il Salone di Torino è stato gestito in modo inadeguato senza una pianificazione che lo facesse crescere ma nemmeno senza la cura che consentisse all’intero comparto di sentirsi parte di un progetto.” e poi prosegue con cose che non si  possono sentire come: “Milano, dal canto suo, ha dimostrato di saper “fare le cose”, con Expo e il Salone/Fuorisalone del mobile”. Ora, di per sé stabilire che a Milano “sappiano fare le cose” citando un solo un paio di eventi mi pare ridicolo, citare l’Expo come un esempio organizzativo mi pare poi patetico. All’Expo ci sono stato l’anno scorso tre volte e ho apprezzato il lavoro splendido che è stato fatto nel progetto e nella realizzazione artistica di alcuni stand e di altre attrazioni, ma ho trovato l’organizzazione dell’Expo quanto di più dilettantesco si possa immaginare, che si faccia fare nel 2015 tre ore di coda sotto il sole fuori da uno stand, quando ci sono mille sistemi di prenotazione piuttosto semplici e ampiamente collaudati, è qualcosa al quale posso credere solo perché ne ho avuto testimonianza diretta. A modello di organizzazione perfetta di un grande evento, di nuovo non per motivazioni territoriali ma per testimonianza diretta, ho trovato semmai l’ostensione della Sindone, pur con diverse dimensioni.
Tornando però alle motivazioni dell’istituzione del Salone milanese, tirando le somme, sembra che delle motivazioni ufficiali concrete non ci siano proprio, tra l’altro le previsioni più ottimistiche parlano di un’affluenza di circa 90.000 visitatori, quindi molti di meno che a Torino. Le motivazioni reali, anche se non ufficiali, sono probabilmente, come suggerisce Il Post, da trovarsi in una di quelle guerre tra bande, triste consuetudine dell’imprenditoria nazionale, confermata dalla scissione nell’AIE che il tutto ha determinato. Il Salone del Libro di Torino era gestito infatti da una Fondazione, ente terzo che mediava tra esigenze dei grandi e piccoli editori, il nuovo Salone di Milano sarà gestito direttamente dall’AIE, associazione nella quale le grandi casi editrici sono sovrarappresentate e che potrà quindi schiacciare sotto il suo peso economico i piccoli editori.
Un’altra motivazione spesso citata è quella territoriale, ovvero il fatto che la maggior parte delle grandi case editrici hanno sede a Milano, tra cui quella fondata appunto dalla famiglia Motta (sorta alla cronache anni fa per una questione giudiziaria) e si ritiene che questo le abbia spinte ad avvicinare a sé il Salone. E’ un’ipotesi che è confermata dal fatto che la case editrici che si sono opposte (Einaudi, Lindau, Nottetempo, Fazi) hanno sede a Torino o in altre città. Parrebbe surreale che nel 2016 i centoventicinque chilometri che separano Milano da Torino elemento significativo in una decisione tanto devastante, ma il provincialismo che affligge l’imprenditoria italiana è tale da non poter escludere nemmeno che la decisione sia motivata dal voler avere il Salone a portata di mano.
dario_franceschini.jpgIn tutto questo il grande assente è, come spesso accade, il Governo. Le dichiarazioni ufficiali sono poche e scarne e certamente non tali da indirizzare la vicenda. E invece ci si aspetterebbe qualcosa di diverso, non solo perché si sta mettendo in crisi un’eccellenza italiana, ma anche perché il Salone di Torino era un’iniziativa culturale organizzata da una Fondazione legata al Ministero della Cultura. Nel nuovo Salone di Milano sembra non sia previsto invece un controllo pubblico con il prevedibile effetto di ridurne la veste culturale ed incrementarne quella commerciale, peraltro quella meno interessante tutto sommato. L’idea di fare del Salone una grande libreria con ingresso a pagamento mi parrebbe probabilmente destinata al fallimento e certamente sarebbe un danno culturale per il paese, di cui però, in questo caso, il nostro Premier, che blatera spesso di cultura, sembra non preoccuparsi.
Alla fine pare proprio che le uniche vittime di questa assurda vicenda siamo noi lettori, non tanto in quanto lettori torinesi che dovranno farsi un’ora e mezza di auto (più consuete code milanesi) per raggiungere il Salone, ma noi lettori in generale che avremo, secondo le ultime notizie, due Saloni, uno delle piccole case editrici a Torino e uno dei grandi a Milano, con il risultato di avere un quadro incompleto e frammentario. Se questo è quello che la maggioranza degli editori italiani hanno acutamente pensato per rilanciare un settore in difficoltà, credo che si capisca anche bene perché è in difficoltà.

La democrazia può commettere errori?

Sintetizzo con questo titolo le domande che sembrano aleggiare nel dibattito che si è sviluppato dopo la Brexit. Ammesso che davvero l’elettorato britannico abbia commesso un errore, come molti (me compreso) pensano, è proprio vero che questo deve portarci a fare delle considerazioni su quanto sia opportuno mettere il destino del proprio paese nelle mani di un referendum? E se la conclusione delle considerazioni fosse che non è opportuno, questo avrebbe qualcosa di contraddittorio rispetto al modello democratico in cui la stragrande maggioranza di noi (sempre me compreso) si riconosce? Come sempre, conviene ragionare non per luoghi comuni né per formule, ma riconoscendo quello che davvero è la democrazia.
democracy.jpgLa democrazia, in termini molto generali, è un modello organizzativo basato sulla risoluzione delle controversie, che in tutte le organizzazioni emergono, attraverso il valore della maggioranza e l’aggregazione della maggioranza attraverso il dibattito e il confronto. Questo vale non solo per uno Stato ma anche per organizzazioni molto più piccole e semplici quali una associazione di volontariato o un semplice gruppo di amici. Illustri studi di sociologia delle organizzazioni ci spiegano che l’organizzazione su base democratica ha come difetto la lentezza nel prendere le decisioni (ed è il motivo per cui in ambito militare, così come negli sport di squadra, l’organizzazione di tipo democratico non riscuote molto successo), ma ha come pregio la rapida circolazione delle idee che determina capacità innovativa. Essendo in grado di raccogliere il parere di tutti e non cristallizzandosi facilmente su una struttura precostituita, l’organizzazione democratica riesce a rinnovarsi più facilmente, sia in termini di persone, che di organizzazione, che di pensiero. Nella storia dell’umanità ci sono molti esempi di sistemi politici che si sono date organizzazioni di carattere democratico (non solo in Europa come invece molti credono), ma solo a partire dalla rivoluzione industriale il modello democratico è diventato progressivamente prevalente. Perché è successo? Le motivazioni sono molteplici. Molti di noi sono convinti ad esempio che la democrazia sia qualcosa di connaturato alla civiltà europea (da considerarsi ovviamente estesa all’America per evidenti ragioni storiche), magari all’influenza del messaggio cristiano che si focalizza sull’amore per il proprio prossimo che si declina, a sua volta, in una maggior predisposizione a vedere il proprio destino unito a quello degli altri. Nella realtà la storia recente dell’Asia e lo sviluppo della democrazia in realtà come quella dell’estremo oriente sembrerebbero dimostrare che la democrazia sembra andare molto d’accordo con lo sviluppo economico e industriale e dove c’è l’una c’è l’altra. La Cina rimane oggi la grande eccezione, anche se non è l’unico regime autoritario che ha avuto un grande sviluppo economico (pensiamo alla Germania nazista), ma certamente i casi contrari sono molti di più. In definitiva sembra proprio che la democrazia sia soprattutto il sistema politico che meglio si sposa con lo sviluppo economico e la conseguente crescita del livello di benessere materiale medio dei cittadini. Ovviamente in Occidente abbiamo rivestito il successo della democrazia di contenuti ideali, anche perché la nostra cultura cristiana ed il suo comunitarismo ne hanno fatto un modello portatore anche di un valore morale, ma se continua a prosperare è anche, e forse soprattutto, perché funziona.
trump-democracy.jpgMa come funziona più precisamente? Il fatto che oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgano in effetti delle elezioni, ma non tutti i paesi del mondo si possano dire democratici (almeno secondo studi quali quelli del Democracy Index), ci suggerisce la possibilità che non basti che le decisioni discendano da un voto dei cittadini, per rendere un paese democratico. Questo perché la forza della democrazia è proprio il fatto di sfidare continuamente chi sta al comando, obbligandolo a dedicare i propri sforzi al bene comune e non al proprio tornaconto o al consolidamento del proprio potere, come invece avviene nelle dittature. Un paese nel quale ciò sia scoraggiato o impedito non può dirsi democratico, ma la mancanza di pressione sul potere può anche essere legata non ad una impossibilità materiale di attuarla ma ad un’assenza di informazioni sulla base del quale farlo. Di qui la necessità che alla libertà di espressione si accoppi una libertà di stampa che consenta alle persone di avere accesso all’informazione sulla realtà che le circonda: da questa poi discendono tutte le altre libertà e i diritti sanciti in varie sedi dalle democrazie moderne. In definitiva la forza della democrazia dipende proprio dalle libertà fondamentali, senza le quali la democrazia ed i suoi processi di controllo di chi ci governa non possono funzionare.
Adesso che abbiamo capito, forse, perché la democrazia ha tanto successo e perché abbiamo ragione di affezionarvici, giova ritornare alla domanda iniziale: “La democrazia può commettere errori?“, ovvero la maggioranza degli elettori può prendersi un abbaglio? Sappiamo che ognuno di noi, anche le persone più ragionevoli e informate, possono commettere errori e quindi non si vede come una maggioranza di persone possa non commetterne collettivamente. In particolare gli individui tendono a commettere più facilmente errori quando sono poco o male informati sulle possibile alternative tra cui scegliere e questo vale sicuramente per molti temi della politica, non solo per l’uscita dall’Unione Europea. Come sopra menzionato la libertà di informazione tutela la democrazia, perché permette alle persone di informarsi e sfidare quindi il potere costituito, ma se la maggioranza delle persone, pur nella piena libertà, non è informata sull’argomento, per propria pigrizia o perché trattasi di argomento che richiede competenze non a tutti accessibili, il risultato è lo stesso e non è un risultato “democratico”, nel senso che non mette in moto quei meccanismi virtuosi di cui una democrazia si giova. Se in molte democrazie, non solo in quella italiana, l’istituto del referendum è stato limitato e confinato a certi ambiti è proprio perché il rischio è di lasciare alla diretta decisione dell’elettorato temi tecnici che avrebbero richiesto una competenza molto approfondita per poter pronunciarvisi in modo opportuno e, come già detto, in assenza di una corretta informazione, la democrazia perde tutta la sua forza. Tutto questo per dire che non necessariamente la democrazia diretta è meglio o più “democratica” di quella indiretta e che lasciare decidere al “popolo”, come spesso si sente dire con espressione molto infelice in questi giorni, non è necessariamente “democratico”, perché una maggioranza non informata è molto più facilmente manipolabile di una minoranza informata. La democrazia diretta disinformata quindi non è affatto “democratica” ovvero non si giova dei vantaggi che la democrazia promette. Per questo anche in una società migliore e più informata di questa, ci saranno sempre degli ambiti di decisione di difficile accesso all’elettorato e sarà quindi comunque utile che corra un confine tra ciò che ha senso sia deciso sentendo direttamente il parere dei cittadini e ciò che invece è meglio decidano delle persone più competenti, pur comunque nominate dai cittadini stessi. E’ un po’ quello che sperimenta ognuno di noi quando, ammalatosi, decide se curarsi da solo, comprando qualche medicinale in farmacia, oppure se rivolgersi ad un dottore, pur ovviamente nella libertà di scelta tra diversi medici.
A questo punto la domanda potrebbe essere: “Sì, ma la scelta se stare nell’Unione Europea o no da che parte sta del sopracitato confine?“. Dipende naturalmente dai cittadini e da quanto si spinge la loro competenza. I britannici agli occhi di molti, anche ai miei, hanno dimostrato probabilmente che è un tema sul quale non c’è ancora una sufficiente maturità. Però dipende anche dall’obiettivo della domanda. Perché se la risposta che ci aspettiamo è una mera analisi di costi e benefici economici, è evidente che si tratta di un compito inaccessibile ai più. Se invece la risposta attiene al desiderio dei cittadini britannici di condividere il proprio destino con il resto d’Europa allora sì che è qualcosa su cui i cittadini possono pronunciarsi ma, di nuovo, quello che i sondaggi ci dicono è che chi ha votato per il Leave è in grande maggioranza costituito da persone anziane e meno istruite che, presumibilmente, sono anche quelle che hanno meno contatti con persone di altri paesi e quindi, di nuovo, meno informate su chi siano costoro ed è normale non essere disposti a condividere il proprio destino con degli sconosciuti. Non a caso molti osservatori hanno criticato la campagna del Remain per l’essersi concentrata più sui vantaggi economici che dall’adesione all’Unione Europea vengono al Regno Unito, che sulla vicinanza culturale e sociale del Regno Unito al resto d’Europa, che dia senso ad una vicinanza politica.
Questo è appunto il fulcro della questione da cui dipende la salute della democrazia nel mondo di oggi: la capacità di combattere la dicotomia di cui vive la politica contemporanea tra una parte di popolazione maggioritaria esclusa o coinvolta in modo solo superficiale dai processi culturali e informativi ed in balìa delle politica populista, che si limita a registrare gli umori del “popolo” per farne piattaforma politica, e l’altra parte, quella minoritaria, che segue invece i processi informativi e che, votata all’essere minoritaria e quindi sconfitta, si limita a manifestare disprezzo e sarcasmo per la maggioranza, chiudendosi in un’autoreferenzialità che le vale l’accusa di elitarismo. Il compito dei sostenitori del Remain sarebbe stato, così come quello in generale delle forze progressiste, di assolvere alla funzione di socializzazione della cultura politica a cui la politica tradizionale assolveva, socializzazione che non può passare attraverso l’enunciazione di formule astruse o di principi di alta economia, ma attraverso concetti accessibili senza i quali i cittadini diventano elettorato disinformato e questo sì che è profondamente anti-democratico. Il vero rischio della democrazia è quello appunto di consegnarsi ad un’accolita di venditori di fumo e, per evitare questo, è fondamentale che il resto della politica torni ad abbeverarsi soprattutto di grandi ideali e, solo in subordine, di analisi costi-benefici. Per questo temo che chi oggi pensa bene di spiegarci che non è il momento per parlare di grandi cambiamenti ma bisogna concentarsi sulle emergenze del momento dimostri di non avere capito nulla di quello che è successo e sta succedendo.

Refendum Brexit ovvero la fine dell’ambiguità

cameron.jpgMancano pochi giorni alla fatidica data nella quale la Gran Bretagna sarà chiamata a decidere sulla sua adesione all’Unione Europea. E’ un referendum che sta avendo un eco mondiale perché, per la prima volta, l’Unione Europea, uno degli attori centrali dello scacchiere mondiale, potrebbe perdere un aderente anziché aumentarli e certamente non è un aderente di secondo piano ma una delle più solide economie al mondo. Questa sua posizione ha scatenato molte preoccupazioni proprio perché il Regno Unito deve alla propria tradizionale stabilità e affidabilità una parte importante della forza del suo sistema economico e, al di là del merito, l’uscita dall’Unione Europea è giudicata da molti un “colpo di testa” alieno alla tradizione britannica. In più la posizione fortemente europeista dell’indipendentismo scozzese rischia di creare, in caso di vittoria del fronte “Brexit”, una spaccatura per la quale gli indipendentisti hanno già annunciato che chiederanno un nuovo referendum secessionista che, a questo punto, rischia di avere un esito molto diverso dal precedente. Il dibattito politico in Regno Unito sul tema è comprensibilmente piuttosto acceso. Da un lato si ritrovano gli stessi luoghi comuni sull’Europa che riscuotono una certa popolarità anche da noi, dall’altro le analisi, anche delle fonti meno europeiste, dipingono per l’eventuale uscita scenari foschi che non mancano di turbare i sonni e innervosire chi è consapevole dei rischi che il paese corre. Come è possibile però che si sia arrivati a questo? Perché una delle più grandi economie del mondo sta per andare incontro a quello che molti considerano un atto di autolesionismo di massa senza precedenti nella storia della democrazia?
Cominciamo dal chiederci che cosa l’Unione Europea rappresenti davvero. E’ solo un accordo tra Stati o è qualcosa di più? Forse dopo la Seconda Guerra Mondiale poteva rappresentare un accordo di libero scambio tra Stati assecondato dalle ambizioni di alcuni sognatori. Oggi è qualcosa di diverso perché c’è una fetta rilevante della popolazione degli stati che ne fanno parte che si ritiene cittadino più dell’Europa che del proprio paese. Sono le persone che per motivi professionali, o magari anche personali, hanno contatti continui con gli altri paesi europei e considerano una seccatura, ben più di una specificità di cui andar fiero, l’idea che in Italia e in Francia o Germania ci siano regole diverse, prassi diverse, diverse prese di corrente o unità di misura. Sono la generazione che ha fatto l’Erasmus, che lavora o ha avuto esperienze di lavoro in altri paesi dell’Unione, che magari tuttora attraversa con assiduità quei confini che qualcuno vorrebbe trasformare in barriere. Non è un caso se tra i giovani i favorevoli alla Brexit sono una chiara minoranza. Per questa generazione la possibilità che l’Europa si unifichi sotto un unico governo, abbia una politica estera, fiscale e sociale comune, non solo non preoccupa, ma è semmai auspicabile.
brexit3.jpgSiccome questa generazione rappresenta una componente trainante dei rispettivi paesi non è strano che la politica abbia a lungo assecondato le esigenze di costoro anche a dispetto dei mugugni di chi trovava inaccettabile mescolarsi con popoli contro i quali si erano combattute nel passato guerre senza quartiere. Poi qualcosa ha cominciato ad andare storto in un meccanismo socio-economico che nel passato aveva garantito benessere e non è stato difficile per alcuni attribuirlo empiricamente alla novità della crescente presenza e influenza dell’Unione Europea. Magari la crisi ha in realtà altre cause ma per trarre questa conclusione bisogna avere gli strumenti culturali e analitici per farlo e non a caso nel Regno Unito le persone con più alta scolarizzazione sono contrarie alla Brexit. In tutta Europa però ci sono molte persone che, abbeveratisi per decenni alla fonte della retorica patriottico-nazionalista, hanno conservato sempre grossi dubbi di fondo sulla opportunità di delegare un qualunque potere a persone di diversa nazionalità e quando la crisi è esplosa l’hanno attribuita all’Europa con la stessa razionalità con la quale immancabilmente il tifoso di calcio attribuisce la sconfitta all’arbitro.
Bisogna capirsi sul concetto di nazionalismo perché siamo soliti associare l’idea di nazionalismo a quella estrema delle dittature nazifasciste o, per eredità, a movimenti di estrema destra, ma in realtà a ben guardare questa è solo la manifestazione estrema di quella più moderata espressione di forte appartenenza nazionale e di valorizzazione del proprio status di nazione che, per connotarlo in modo positivo, definiamo patriottismo (la differenza di connotazione è più che altro legata ai due periodi, il glorioso periodo risorgimentale e l’oscuro periodo della prima metà del ventesimo secolo). Ogni volta che ci sentiamo dire che l’Italia è bella, è un paese meraviglioso, che bisogna essere orgogliosi di essere italiani c’è qualcosa dentro di noi che rafforza l’idea che, come italiani, siamo migliori di chi non lo è. Perfino quando ci mettiamo davanti alla televisione a tifare per la Nazionale di calcio manifestiamo un nazionalismo, ludico certo, ma sempre nazionalismo è. C’è chi ha la capacità di gestire la dissonanza cognitiva che si crea laddove qualcuno ci dica che, nonostante tutto ciò, è meglio essere governati da Juncker piuttosto che da Renzi; c’è chi non ce l’ha.
In Regno Unito, più che altrove, questa ambiguità è stata conservata gelosamente dall’establishment. Un paese, sotto certi aspetti cosmopolita come pochi, ha trovato però la sua unità proprio in un esasperato nazionalismo, una contrapposizione tra noi (sull’isola) e gli altri (sul continente) senza la quale il Regno Unito sarebbe probabilmente andato in pezzi da molto tempo, viste le storiche differenze interne che lo caratterizzano. Ma il Regno Unito è anche un paese che ha fatto della sua specificità culturale, come economica e sociale, la sua ragione di successo o almeno molti ritengono sia così. Per questo, da quando è iniziato il processo di unificazione europea, il Regno Unito ha seguito tale processo in maniera passiva se non addirittura ostativa, in una pertinace volontà di autonomia sempre contrastata della consapevolezza dei rischi di un eccessivo isolamento. E così il Regno Unito ha tenacemente esercitato un ruolo da freno del processo di integrazione continuando a concepire l’Unione Europea come un luogo dove portare e difendere le proprie istanze nazionali ma a cui delegare meno poteri possibili. Per sostenere questa posizione che, nella sua evidente ambiguità, ha sempre fatto molto comodo, l’establishment britannico non ha mai mancato di trasmettere all’opinione pubblica un diffuso scetticismo sull’Unione Europea, le sue istituzioni, il successo e l’utilità del suo operato. Neanche un anno fa il Primo Ministro inglese Cameron, sostenuto da gran parte della stampa inglese, aveva condotto una insensata battaglia perché fosse disatteso il voto delle elezioni europee e il Trattato di Lisbona e fosse scelto un Presidente di Commissione diverso da quello indicato agli elettori. La gran parte della stampa inglese, Financial Times in testa, sostenne Cameron sospingendolo verso una sconfitta sua e del paese che finì per indebolirne la capacità contrattuale. Fu tutto allora un fiorire di accuse all’Unione Europea basate su luoghi comuni tipici anche dell’anti-europeismo di casa nostra. Prima di allora, nel 2013, in fase di campagna elettorale, Cameron si era impegnato ad organizzare, in caso di vittoria, il referendum Brexit, convinto forse che i no all’Unione Europea sarebbero stati una minoranza e il fatto di averlo verificato con un referendum avrebbe placato i sostenitori dell’uscita. Cameron è poi andato con il cappello in mano a Bruxelles a implorare qualche concessione in più in cambio del suo posizionamento anti-Brexit, ottenendo briciole che ha spacciato per una grande vittoria, in nome della quale si è improvvisamente dichiarato a favore del “Remain”. La stessa improvvisa conversione è stata compiuta all’unisono dalla stampa britannica. Il Financial Times di cui sopra, feroce antieuropeista da sempre, ha scoperto improvvisamente che forse è meglio rimanere, anzi sarebbe una sciagura andarsene. Il problema è che l’opinione pubblica britannica è come un bambino a cui per anni hanno detto che Babbo Natale esiste, hai voglia in poche settimane a spiegargli che non esiste e non è mai esistito. Il fronte degli euroscettici è diventato un fiume in piena e i goffi sforzi di chi ha creato la piena per ricondurla negli argini appare tardivo e forse inutile.
uk-in-eu.jpgDa un lato è difficile pensare ad un Unione Europea senza Regno Unito, per contro è difficile pensare che un Unione Europea con questo Regno Unito possa intraprendere un cammino necessario a farne un soggetto che abbia un ruolo politico e che possa riportare il cittadino europeo al centro delle sue decisioni. Non possiamo non dimenticarci che se il processo di democratizzazione dell’Europa ha fatto solo piccoli passetti avanti in questi decenni buona parte della colpa è attribuibile alla riluttanza del Regno Unito ad accettare qualunque decisione che desse potere e centralità politica al Parlamento e alle istituzioni europee. Da sempre sostengo esattamente il contrario di quanto sostenuto dalle élite britanniche, ovvero che l’Unione Europea ha senso in quanto prospettiva di unificazione politica e culturale del continente, altrimenti un sistema economico e finanziario comune senza un controllo politico e senza un’identità culturale comune, diventa solo una fonte di instabilità politica ed economica, un’istituzione fragile e quindi in grado di andare abbastanza facilmente fuori controllo in crisi come quella che l’ha investita in questi anni. Questo significa che se il rischio corso convincerà i britannici a superare la propria ostilità verso il resto del continente ed a cambiare rotta e approccio verso la prospettiva europea, allora c’è da augurarsi convintamente che vinca il “Remain” e che da domani finalmente il Regno Unito salga a bordo di un progetto di integrazione politica. Se invece una vittoria del Remain dovesse finire per perpetuare il piede in due staffe britannico, allora forse è meglio (per noi che rimaniamo, non certo per i britannici) che vincano i “Leave” e che l’Europa si alleggerisca del peso britannico in vista del suo lungo e arduo cammino.

Ehi, ma che fine ha fatto la sinistra?

chiamparino-castellani-novelli-05.jpgEra il Giugno 1993: il muro di Berlino era caduto da tre anni e mezzo circa; il nostro paese era scosso dallo scandalo di Mani Pulite e dalla crisi del debito (succedeva anche senza l’Euro) che aveva portato a manovre finanziarie pesantissime e alla svalutazione della Lira; un referendum aveva introdotto il Mattarellum (una legge elettorale prevalentemente maggioritaria che restò in vigore fino al 2006); il Governo Amato (sostenuto da Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Socialdemocratico e Partito Liberale) era da poco caduto per far posto al Governo Ciampi (il primo a includere gli eredi del Partito Comunista anche se per poco); la Camera dei Comuni inglese aveva appena ratificato il Trattato di Maastricht (anche stavolta il Regno Unito era stato l’ultimo) dando il via all’entrata in vigore del medesimo e quindi alla nascita dell’Unione Europea; il nostro esercito partecipava alla infelice avventura militare in Somalia; a fine Maggio una puntata congiunta sulla Mafia della trasmissione “Il Rosso e il Nero” e del “Maurizio Costanzo Show” celebrava il trionfo del talk-show politico genere allora in grande ascesa; il National Center for Supercomputing Applications (NCSA) di Urbana-Champaign in Illinois aveva appena rilasciato la prima versione per Unix X Windows di un software che si chiamava Mosaic, non divenne particolarmente famoso e la sua diffusione restò prevalentemente universitaria ma la sua particolarità è di essere stato il primo browser realizzato per quella strana cosa da poco nata al CERN di Ginevra che si chiamava World Wide Web; due mesi dopo sarebbe nato presso il Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori a Pula (in provincia di Cagliari) il primo sito web italiano (www.crs4.it).
In quello stesso periodo la città di Torino vedeva la Fiat chiudere lo stabilimento di Chivasso e aprire quasi contemporaneamente quello di Melfi, come un primo segno del progressivo abbandono della città. Nella cintura di Torino si stavano completando i lavori per la costruzione de Le Gru, che si sarebbero conclusi di lì a pochi giorni dando alla luce quello che è tuttora il più grande centro commerciale della provincia di Torino. Le squadre torinesi di calcio, protagoniste di un Campionato non esaltante, si erano consolate con una Coppa ciascuna, la UEFA per la Juventus guidata da un immenso Roberto Baggio (che a fine anno avrebbe conquistato il Pallone d’Oro) e la Coppa Italia per il Toro di Vincenzino Scifo, che aveva appena dato un freddo addio a Luciano Moggi. Moggi, dopo un anno a Roma, sarebbe presto tornato a Torino sull’altra sponda del Po. La Coppa Italia del 1993 sarebbe stata, ad oggi, anche l’ultimo trofeo portato a casa dalla formazione granata prima degli anni bui delle quattro retrocessioni.
In quel Giugno si tennero a Torino le Elezioni Comunali, dopo sei mesi di commissariamento guidato da Riccardo Malpica, che di lì a pochi mesi sarebbe stato coinvolto nello scandalo dei fondi del SISDE. La giunta guidata da Maria Incisa Cattaneo e sostenuta da una coalizione di “pentapartito” (ovvero DC, PSI, PSDI, PLI e PRI) era caduta a Novembre 1992 scossa dagli scandali. A quelle elezioni i due partiti che avevano governato a lungo il paese e la città: la DC e il PSI, arrivarono disfatti e raccolsero la miseria del 12 % i primi, il 2% i secondi. La Lega Nord, che aveva appena superato le origini lombardo-venete espandendosi ad Ovest del Ticino, raccolse più del 20% dei consensi, un sogno oggi per un partito che a Torino fatica ad arrivare al 10%. Ma il primo turno vedeva il successo al di là delle più rosee aspettative di una lista capeggiata dall’ex-sindaco PCI Diego Novelli e sostenuta da Rifondazione Comunista e da una serie di altre liste che oggi definiremmo di sinistra radicale che raggiungevano il 36% dei consensi. Il PDS, erede diretto del PCI, aveva sostenuto invece il Professor Valentino Castellani (uno dei due migliori docenti che ho incontrato al Politecnico di Torino) che aveva comunque raggiunto il ballottaggio con il 20% circa dei consensi. In pratica il 56% dei torinesi aveva complessivamente sostenuto partiti di sinistra nel cui programma campeggiavano lavoro e protezione sociale e che non si sognava di mettere in discussione i diritti delle categorie meno competitive sul mercato del lavoro, le pensioni, la sanità, la scuola.
airaudo-landini-bellono.jpgA distanza di ventitrè anni le recenti elezioni hanno visto presentarsi un PD che ha realizzato o sta realizzando alcune di quelle riforme contro le quali le forze politiche che trionfarono nel 1993 si dicevano pronte a combattere. Nonostante questa apparente traslazione del PD (che è pur sempre l’erede del PDS di allora) verso posizioni meno sensibili alle tematiche sociali, non c’è stato nemmeno un accenno di spostamento dell’elettorato verso le posizioni di chi sembra oggi più vicino alle posizioni politiche o etiche e che usa un linguaggio più simile a quello della sinistra di allora. Secondo i flussi elettorali, qui descritti, gli elettori delusi dal PD si sono spostati quasi esclusivamente verso il Movimento Cinque Stelle, certamente non verso la lista di sinistra radicale guidata da Giorgio Airaudo. Cosa c’è di strano? Non si può dire che il Movimento Cinque Stelle non esprima in taluni casi posizioni così diverse da quelle sopracitate. Il problema è che il M5S non fa di quelle posizioni la propria identità, riuscendo a dire ai lavoratori che difenderà le loro garanzie e contemporaneamente agli imprenditori che difenderà la loro libertà. L’identità del M5S viaggia su temi diversi, la critica al sistema nel suo complesso, alla globalizzazione, all’Unione Europea, alla gestione dell’immigrazione, i costi della politica e così via. Ciò fa sì che nella narrazione del M5S i temi sociali siano in secondo piano e finiscono poi per esserlo nell’intera agenda della politica. Ciononostante la parte della città che nel 1993 votava per Novelli oggi sembra essere passata a votare l’Appendino. Che è successo di strano in questo frattempo? Secondo me almeno un paio di cose…
La prima è la mediatizzazione che la politica ha avuto in questi anni. Il dibattito, fin dai primi anni (coincidenti con quelli sopradescritti) in cui la politica è uscita dagli spazi abbottonati delle tribune politiche per diventare talk-show, ha cominciato a superare l’agenda tradizionale per focalizzarsi su temi come la sicurezza, l’immigrazione, i costi della politica, che hanno un forte impatto emozionale e simbolico e che quindi fanno ascolto, ma che hanno un ruolo mediamente marginale nel nostro quotidiano, in cui invece questioni come quelle del lavoro, della scuola, della sanità continuano ad essere, in una visione razionale, ben più centrali. Questo ha creato una frattura tra il razionalismo di chi continua a pensare che si debba votare sulla base dei primi temi e le emozioni che portano molti altri ad affidare a motivazioni più irrazionali (ansie, paure, psicosi) le proprie scelte.
La seconda è la crisi che ha investito l’Europa negli ultimi 8 anni. Dagli anni ‘80 in avanti era andata crescendo una diffusa fiducia nel sistema come tale. Ci si divideva su liberismo e stato sociale, su più tasse o più spesa, ma l’opinione pubblica sentiva di potersi affidare al sistema sociale e a quello politico nel suo complesso, si trattava solo di vincere la propria battaglia all’interno di un meccanismo comunque funzionante. sono-tutti-corrotti.pngCon la crisi del 2008 e con le lunghissime conseguenze che ha portato, questa fiducia è stata intaccata, slogan marginali nell’età della fiducia come il classico “Sono tutti uguali” (riferendosi alla classe politica) sono diventati centrali. La critica alle istituzioni è diventata esercizio diffuso, spesso nutrita da una scarsa attenzione alla verità dei fatti per non dire da una decisa propensione complottista. A maggior ragione quindi alle categorie tradizionali si sono sovrapposte categorie che mettono in discussione il modello sociale corrente, e i valori democratici che ne stanno alla base, sconfinando in un nichilismo che mette spesso democrazia e dittatura sullo stesso piano.
Il Movimento Cinque Stelle ha saputo ben leggere questa evoluzione del pubblico politico ed intercettarne le aspettative. Di qui l’ossessivo ripetere che la contrapposizione tra destra e sinistra è superata, di qui la costruzione del programma in modo conseguente, di qui l’accarezzare via via i vari aspetti di questa costellazione di posizioni emotive con microproposte che possano incontrare la soddisfazione degli interessati, senza mai integrarle in un modello sistematico che finirebbe per scontentare inevitabilmente qualcun altro. L’astensione alla quale il Movimento ha spesso ricorso su temi ideologicamente sensibili (La legge sulle Unioni Civili, ma anche la legge sul negazionismo) è molto significativo da questo punto di vista. Non stupisce quindi di trovare sul Blog di Beppe Grillo: articoli in difesa dell’articolo 18 o articoli che invocano soluzioni alla greca, appelli alla difesa della democrazia o apologie di Putin, articoli sull’immigrazione di segno spesso opposto (qui) a quanto espresso dagli iscritti. Tutto per far star insieme anime e sensibilità diverse sotto una proposta di governo che diventa inevitabilmente più orientata all’amministrazione (possibilmente) virtuosa del presente che ad un modello di società e una prospettiva evolutiva (con l’ovvia conseguenza di ignorare ad esempio qualunque progetto europeista).
Tutto questo alla fine per dire che chi si affanna a ricercare ad ogni elezione le ragioni della sparizione elettorale della sinistra e le cerca in mille diverse carenze organizzative, comunicative o altro, forse perde il suo tempo. Meglio convincerci del fatto che oggi, e probabilmente ancora nel futuro prossimo, la categoria principale sulla quale si divideranno le forze politiche è un aderenza o meno ad un modello razionalistico e a lungo termine della società e della comunicazione politica contrapposto ad un modello più emotivo e immediato. La conseguenza nefasta di tutto ciò è costituita dal fatto che la sperequazione sociale diventerà sempre meno un tema centrale della contesa politica è che, in assenza dell’esercizio di controllo da parte dell’opinione pubblica attraverso la politica, la stessa sperequazione sociale aumenterà come sta già succedendo in modo evidente in questi anni. Quello che molti definiscono lo spostamento del PD a destra è semplicemente specchio del fatto che molti che si riconoscono nel primo modello e che prima votavano a destra, sono affluiti nell’elettorato di Renzi, e molti altri che hanno sempre votato a sinistra continuano a votare PD, turandosi il naso, considerando ad esempio più preoccupante l’uscita dall’Euro che l’abolizione dell’articolo 18. Che poi Renzi abbia colto meglio di altri questa novità cercando di non dissuadere i primi, è ancora una questione di capacità di marketing politico, ma è il pubblico, è la società, è il mondo ad essere cambiato e ancora una volta la politica si sta semplicemente limitando ad adeguarsi.
sensazioneerazionalit.jpgTorneremo a ridare la giusta dimensione e priorità ai temi politici? Difficile dirlo: delle due trasformazioni prima citate la seconda forse è reversibile, la prima certamente è molto più ardua da recuperare. La crisi passerà e una ritrovata fiducia nel sistema liberaldemocratico e nella sua capacità di autoriformarsi potrà certamente togliere linfa alle tendenze populistiche, ma senza un ritorno ad una visione più razionale e più critica delle nostre scelte, senza un ridimensionamento dell’emotività che limita la nostra capacità di analisi, senza la consapevolezza che alcuni temi sono un modo per sviare il problema, senza la capacità di liberarci da ansie e paure rendendoci conto che la ridistribuzione delle risorse non può partire da immigrati e Rom ma da chi ha rendite di posizione economiche intollerabili in una società in crisi, temo che le cose non cambieranno e la conseguenza rischia di essere che le differenze tra più ricchi e più poveri andranno allargandosi sempre più.

13 Giugno 2016

L’eccezione e la regola

lineker-leicester-2.jpgSe tanti sono gli improvvisati tifosi del Leicester, nati sulla spinta della sorpresa per l’imprevedibile successo dei Foxes nella Premier League, il sottoscritto può far risalire le proprie simpatie calcistiche verso il Leicester a molto tempo prima. Più precisamente a quando, da ragazzino, seguendo sull’allora giovane Canale 5 le cronache sul calcio inglese commentate da Giuseppe Albertini, scoprii il talento di Gary Lineker, allora attaccante del Leicester, giocatore che si sarebbe laureato di lì a pochi anni capocannoniere del Mondiali 1986. Essendo il sottoscritto, come i lettori del blog avranno capito, simpatizzante in Italia per la Juventus, questa stagione calcistica è diventata per me trionfale, con un dubbio: “Meglio vincere cinque scudetti consecutivi con una squadra che ne aveva vinti già altri 29 (di cui 2 revocati, lo preciso per i maniaci dell’albo d’oro) o meglio vincere il primo?”.
leicester-champions.jpgIn un recente articolo l’Economist ha cercato di spegnere gli entusiasmi per la vittoria del Leicester ricordando che una delle grandi conquiste della nostra società moderna è la prevedibilità e il fatto che i risultati nella maggior parte dei casi riflettono gli sforzi materiali ed economici compiuti per ottenerli. Quando ciò non succeda, quando i risultati di una competizione risultano imprevedibili, si verifica una singolarità, un’eccezione ai meccanismi consolidati che, per questo, contraddice i nostri paradigmi e rischia di creare incertezza. Intendiamoci, il tutto può suonarci un po’ stonato, ma non è poi così falso. Il fatto che grossi club abbiano visto vanificare massicci investimenti non è una buona notizia per il calcio inglese in generale, il Manchester United e il Chelsea, due tra le squadre più ricche d’Europa, staranno fuori dalla Champions League. In una stretta analisi di costi e benefici lo scudetto del Leicester potrebbe sembrare quindi un evento deprecabile. C’è un però: cosa ne sarebbe del calcio (e non solo) se davvero il risultato di ogni competizione fosse prevedibile? Il fascino di questo sport non risiede proprio nel fatto che nessun risultato è scontato? La Grecia o la Danimarca possono vincere gli Europei, la sgangherata Italia di Lippi può vincere i mondiali del 2006, l’Atletico Madrid può arrivare due volte in finale di Champions League in tre anni, il Sassuolo può lasciare il Milan fuori dall’Europa. Forse solo l’assurda impresa del pattinatore australiano Steven Bradbury che vinse le Olimpiadi di Salt Lake City perché tutti gli altri contendenti caddero, può emulare certi risultati del calcio, quanto ad imprevedibilità ed apparente assurdità. Ma dirò di più, la mia convinzione è che se questa sua imprevedibilità rende così popolare il calcio, è perché il sogno dell’ascesa sociale è un altro fondamento della stessa società moderna di cui sopra e l’idea che una squadra di carneadi possa diventare campione d’Inghilterra è lì ad alimentare e concretizzare quel sogno. Se poi da questi eventi imprevedibili si possono anche trarre utili lezioni questo costituisce un altro elemento per il quale considerare la vittoria dell’outsider un evento desiderabile.
juve-5-scudetti.jpgDall’altra parte c’è la Juventus, che sembra essere l’esempio esattamente contrario, il modello di quello che invece è il paradigma dei risultati conformi agli sforzi. La storia degli ultimi 10 anni della Juventus sembra star lì a testimoniare proprio quello, ovvero come una superiore organizzazione non possa che produrre risultati migliori. Non solo quella macchina perfetta che è la Juventus ha assorbito in pochi anni lo shock della retrocessione a tavolino, ritornando al vertice, ma quando l’ha fatto, lo ha fatto come mai aveva fatto prima, vincendo in cinque anni, cinque volte il Campionato, due volte la Coppa Italia (più una finale persa) e tre volte la Supercoppa. Una visione di ampio spettro, un orientamento ai risultati, la prontezza nel reagire ai cambiamenti, il gestire la squadra non come un giocattolo per ricchi ma come un’impresa, sono elementi che continuano a fare la differenza e il teatrino delle polemiche arbitrali e altri alibi che le sue avversarie immancabilmente mettono in scena pare nient’altro che uno specchio di questa differenza. La retrocessione a tavolino del 2006 è stato un colpo duro ma paradossalmente non ha, nel tempo, che rafforzato la supremazia di una società che ha trovato nell’incubo della B un ulteriore incentivo a rinnovare e a modernizzare la propria organizzazione.
In definitiva il rischio che le cose non vadano come dovrebbero non solo rende più incerto e appassionante lo spettacolo sportivo e alimenta i sogni degli appassionati, ma spinge anche chi è in posizione di supremazia a non dormire sugli allori, a mettersi in gioco, a guardare avanti, a modernizzarsi. Il calcio e in generale la nostra vita pubblica è fatta di Juventus e di Leicester e, differentemente da quanto sembra suggerirci l’Economist, è bene ci siano l’una e l’altra.

29 Maggio

mole-bianconera-39.jpgI questi giorni, analogamente a quanto fatto ad inizio mese per la commemorazione dei caduti di Superga, l’illuminazione della Mole Antonelliana è stata dedicata al ricordo delle vittime di Bruxelles. Onore al merito dell’associazione “Quelli di Via Filadelfia” che ha portato avanti l’iniziativa. Per quanto mi riguarda non faccio che, come ogni anno, ricordare gli eventi di quel giorno di 32 anni orsono e i nomi di chi non tornò più a casa…
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè:“Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daeneckx
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

La giornata dell’oblìo

Domenica scorsa 22 Maggio è stato un giorno importante per un piccolo paese come l’Austria che, con una straordinaria impennata di orgoglio civile, ha vanificato la vittoria al primo turno del Freiheitliche Partei e eletto presidente un uomo dalla storia familiare interessante, e di visioni totalmente contrarie sia in termini di integrazione sociale che di europeismo. E’ stato un successo che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quella parte dell’Europa che sentiva agitarsi di nuovo, su quel piccolo paese, lo spettro di un passato con cui non avremmo voluto dover di nuovo fare i conti. Difficile dire se sarà una svolta o solo un episodio in controtendenza all’interno di un inarrestabile processo di rimedievalizzazione dell’Europa. Sta di fatto che quel giorno io e la mia famiglia abbiamo fatto una gita a Gressoney, in Val d’Aosta, per visitare il Castel Savoia. Durante la gita mi sono successe un paio di cose che ho trovato molto significative.
640px-forte_di_bard_8.jpgLa prima è capitata mentre passavamo davanti al Forte di Bard. Mia moglie ed io abbiamo spiegato a nostra figlia (di cinque anni) cosa ci facesse lì una fortezza e perché un tempo fosse così importante dominare dall’alto una vallata alpina. Nostra figlia ci ha subito chiesto se anche oggi ci fossero persone armate che scendono dalla valle e io le ho spiegato che non ci sono più perché alcuni anni fa, dopo la più grande guerra che ci sia mai stata in Europa, i paesi del continente hanno deciso di non farsi più la guerra e di vivere in pace. Vedendola poi un po’ perplessa ho aggiunto: “Sì, lo so. Non ci voleva una grande furbizia per arrivarci. Però spesso le persone sono molto sciocche e non ti devi stupire che ci abbiano messo migliaia di anni per capire quello che a te sembra ovvio“. Non ho avuto cuore di spiegare a nostra figlia che ci sono milioni di persone in giro per l’Europa che vorrebbero tornare a quei tempi e che non capiscono quello che è evidente ad una bambina di cinque anni: vorrei che conservasse ancora un po’ di fiducia nelle persone.
img_20160522_164250.jpgIl secondo episodio è avvenuto durante la visita al Castello. La guida, un signore di mezz’età dal carattere piuttosto pugnace ma dall’ottima preparazione, stava spiegando la storia del Conte Umberto Biancamano (capostipite della famiglia Savoia) e ha menzionato il fatto che era originario della vallata di Maurienne. Una signora interviene piccata, dicendo: “Ma come! Allora non era italiano?“. La guida con condiscendenza le risponde: “Signora, l’Italia nasce nel 1861.“. Come a dire: prima di allora il concetto di Italia e di italiano era assai vago… Insomma, è proprio vero che chi cerca di convincerci che sia una buona idea rialzare delle barriere fittizie, come quelle che separavano le nazioni europee, ha un unico grande alleato, senza il quale non avrebbe speranza di vincere: l’ignoranza.

Matrimonio, adozione e utero in affitto: perché tanti dubbi?

coppie_di_fatto.pngIl dibattito sulla Legge Cirinnà ha generato ondate di opinioni su tutti i temi che riguardano il nostro rapporto con la sessualità, la genitorialità e la famiglia. La cosa che trovo singolare di questo dibattito non è tanto la contrapposizione tra le opposte posizioni, nonostante la bizzarrìa che riscontro in alcune di esse, ma è soprattutto l’estrema cautela con la quale una parte consistente dell’opinione pubblica, anche quella che in teoria non ha motivi elettorali o ideologici per essere così cauta, avvicina questi temi. E’ su questo che si appunta la mia curiosità, più che sul merito dei temi in oggetto. Per questo provo, adesso che il batage mediatico si è placato, a farmi delle domande e a rispondere con tutta la calma e la razionalità necessaria.
Lo dico chiaramente: io credo molto nella famiglia, nel senso che sono convinto che ad una certo punto della propria vita costruire una famiglia sia un modo appagante di condurre la propria esistenza, ma credo alla famiglia come concetto generale, per il quale alcune persone (diciamo due, ma solo perché è già difficile andare d’accordo in due) decidono che potrebbe essere il caso di passare la vita insieme. Lascio al gusto personale scegliere sesso e altre caratteristiche della persona eletta e non mi viene in mente un motivo per approvare a priori una scelta e disapprovarne un’altra, figuriamoci per vietarla. Siccome la vita insieme ha anche dei risvolti sociali le istituzioni (sia civili che religiose) hanno pensato bene di regolamentare questa scelta e anche qui nulla in contrario, ma ovviamente non vedo un motivo per il quale le regole siano diverse a seconda delle caratteristiche delle persone coinvolte e dei loro gusti sessuali. L’uguaglianza dei diritti mi pare un principio fondante dello Stato moderno e se dovessi mai pensare di fare invece delle distinzioni, l’ultima che mi verrebbe in mente sarebbe proprio quella che riguarda i gusti sessuali.
C’è poi il tema delle adozioni, anche questo affrontato a mio avviso in modo singolare. Si è sviluppata ad esempio una discussione feroce sull’adozione del figliastro o del “configlio” (chiamata dai media stepchild adoption) come se fosse un cambiamento sconvolgente sulla famiglia tradizionale. Al contrario non cambia nulla dal punto di vista della struttura familiare, visto che già oggi nessuno vieta (e ci mancherebbe) ad un genitore di vivere con il proprio o i propri figli naturali ed un partner del suo stesso sesso. Il provvedimento andava semplicemente nella direzione di tutelare il minore che rimanesse orfano del suo genitore naturale. Alfano e i suoi, con la loro apparente crociata contro la “stepchild adoption”, hanno in realtà fatto solo e soltanto un dispetto ad un esercito di bambini, a dimostrazione di quanto la politica italiana riesca ad essere distante fino al paradosso dalla concretezza di quanto discute (sempre ovviamente perché gli elettori glielo consentono).
Altra cosa, completamente diversa, è l’adozione vera a propria, cioè il fatto che un bimbo, geneticamente estraneo alla coppia, ne diventi legalmente figlio. Il fatto che questa possibilità, oggi riservata a coppie eterosessuali (anche se non sposate), si estenda a coppie omosessuali è un argomento che non ha mai raggiunto l’agenda parlamentare ma che spesso è stato affrontato recentemente in pubblici dibattiti. Anche qui l’unico motivo che mi indurrebbe a discriminare una coppia rispetto ad un altra, circa la possibilità di adottare un figlio, sarebbe l’evidenza di studi pedagogici che dimostrino come un figlio adottato da una coppia con un determinato orientamento sessuale sia più a esposto a scompensi psicosociali. Tali studi però non esistono o sono comunque ampiamente minoritari rispetto a quelli di segno opposto. Ciò appurato, rimango anche qui dell’idea che limitare un diritto ad una coppia di individui sulla base delle loro preferenze sessuali risulta ai miei occhi grottesco quanto farlo sulla base della squadra di calcio o del programma televisivo preferito.
i-love-my-gay-dads-base-590x443.jpgE in ultimo giungo al cosiddetto “utero in affitto”, sul quale pende una richiesta, da parte di molte forze politiche, di una legge che lo vieti anche se compiuto all’estero, oltre al tentativo di condurre una sorta di guerra santa contro tale pratica che induca altri paesi, dove oggi è consentita, a vietarla. Sarò di nuovo ingenuo ma non capisco cosa ci sia di contrario all’etica corrente in questa pratica.
E’ una scorciatoia alla genitorialità? Beh, qui c’è un discorso da fare: io sono di sesso maschile ed anche se ho conosciuto la paternità non potrò mai sapere cosa sia la maternità e quanto costa da tanti punti di vista. Però ritengo che scegliere di avere un figlio, anche per una donna, non sia solo metterlo al mondo, è anche averne cura dal momento in cui nasce e fino al giorno in cui diventa indipendente psicologicamente ed economicamente, esattamente come già accade lecitamente per chi decide di adottarne uno, e, la mia impressione è che anche per le donne, almeno per quelle con cui mi ho avuto occasione di confrontarmi, questa seconda parte sia ben più pesante dell’altra. Non lo definirei quindi un capriccio o una scorciatoia, almeno non più di quanto non lo possa essere appunto diventare genitori adottando un figlio.
Si tratta di mercificazione della genitorialità? Prima di tutto sarei curioso di sapere se quelli che definiscono questa pratica una “mercificazione della genitorialità” si sono mai informati di quanto costa un’adozione internazionale. E poi cosa differenzia il pagare una persona per ospitare un ovulo fecondato dal pagare altro tipo di prestazione che supporti la maternità? Il ginecologo, l’ostetrica, le aziende che producono farmaci e altri prodotti per facilitare la gravidanza lavorano forse per la gloria?
Forse il problema è che si tratta di una “prestazione” che consiste nel mettere il proprio corpo al servizio di qualcun altro? Non è quello che facciamo quasi ogni volta che svolgiamo un lavoro manuale? Ci sono parti del corpo il cui affitto è tollerabile e altre no? O forse è perché in questo caso ci sono rischi per la salute? Un operaio che lavori su un impalcatura non ne ha? I rischi semmai possono essere un buon motivo per regolamentare questa attività in tutti i modi possibili, non per vietarla, altrimenti dovremmo vietare tutte le attività remunerate che comportino rischi superiori alla media, e l’elenco sarebbe davvero lungo.
Sarò miope, ma non riesco a trovare un lato dal quale guardare la questione che non mi riporti alla constatazione che non c’è nulla nella costellazione di valori in cui mi riconosco, e si riconoscono la maggior parte delle persone che conosco, che possa andare contro all’aiutare un’altra persona a coronare il sogno di avere un figlio; trovo semmai curioso che chi altrove sembra avere tanto a cuore la vita umana qui si dimostri così irritato dal fatto che un bambino sia venuto al mondo.
love-makes-a-family.jpgInsomma il quadro non mi pare così oscuro e nebuloso come la cautela di molti suggerirebbe. E allora cosa induce molti, disinvolti quando si tratta di temi molto più spinosi e inestricabili, ad essere così cauti, a girarci attorno, a mettere mille se e ma sui temi sopracitati? Niente paura, questa volta non mi abbandono a analisi psicosociologiche spicce. Lascio i lettori del blog solo con questo dubbio. Un dubbio che però tenderei a ricondurre ad un rapporto incerto ed ambiguo con un nostro passato culturale e morale che facciamo fatica a superare, di fronte ad un’epoca che sembra divertirsi a sottolinearne tutte le contraddizioni.

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