Parlare di Craxi è proprio così fondamentale?

bettino_craxi-1.jpgL’uscita nelle sale del film Hammamet di Gianni Amelio ha riaperto il Vaso di Pandora delle discussioni pubbliche sulla figura di Bettino Craxi. Lo scrivo papale-papale: nonostante i miei sforzi non mi viene in mente al momento un dibattito più ozioso e inconcludente. Da una parte si vedono riesumare personaggi come Claudio Martelli. Gianni Minoli, Maria Giovanna Maglie e altri cortigiani della cerchia craxiana che ne sottolineano la stasura, il carisma, la forza morale eccetera, dall’altra i giustizialisti gonfiano il petto enumerando sentenze e processi. Mi viene solo da sbadigliare.
Per chiarire a chi ne sappia poco, Craxi è un signore che è stato a lungo (diciassette anni) leader di un partito (il Partito Socialista Italiano) che non è mai andato oltre al 15%, è stato presidente del consiglio per 4 anni e non ha fatto granché altro. Ad un certo punto è stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie ed è diventato un simbolo della classe politica sotto processo ai tempi di Tangentopoli, anche per alcune sue uscite piuttosto ardite sul tema, come nel suo stile. Dopodiché, anziché affontare i processi e le condanne, se ne è andato a vivere in Tunisia dove ha trovato poi la morte. E allora cosa c’è di così interessante da discutere? E’ stato vittima di un errore giudiziario? Forse in parte, ma sicuramente non del tutto. Lui stesso ha ammesso a più riprese che il finanziamento illecito ai partiti era una pratica vasta e conosciuta a tutti (lui compreso). Per quanto abbia sempre sostenuto di non avere incassato soldi per sé (anche se alcune sentenze l’hanno smentito), ma solo per il partito, ciò costituisce comunque un reato. E’ stato forse un grande statista che ha salvato il paese e che poi è stato messo da parte per un errore veniale? Direi di no. Nei 4 anni in cui è stato a capo del Governo (dal 1983 al 1987) ha avuto la sua massima espressione quel sacco delle finanze pubbliche di cui ancora oggi, a 35 anni di distanza, paghiamo il prezzo. Nei quattro anni di governo Craxi rapporto tra debito e PIL aumentò quasi del 50%, passando dal 60% al 89%, per poi giungere al 115% nel 1993, con la collaborazione di governi in cui il PSI aveva un ruolo non secondario. No, non c’è traccia di risultati così esaltanti da suggerirci di perdonargli qualche “licenza”.
salvini-coppa-e-parmigiano.jpgIn definitiva stiamo parlando di un personaggio la cui esperienza di governo è stata talmente fallimentare da sentire ancora oggi il peso dei danni fatti allora, e che ha in più partecipato ad un sistema di illegalità diffusa. C’è qualche minima ragione per cui dovremmo ancora occuparcene, dividendoci tra propensi alla sua riabilitazione? Forse ce ne sarebbe uno, seppur minimo, ovvero ciò che lo ha seguito. Chiunque abbia vissuto quegli anni e ricordi la figura di Craxi e di altri protagonisti di quell’epoca non può non ricordare la dignità e il contegno che manifestavano anche i più arroganti e corrotti tra coloro che furono in auge negli anni ‘80. Non si può non notare che allora la ricerca del consenso passava per i contenuti, per le proposte politiche, per quanto talvolta astratte e fumose: Craxi e i suoi contemporanei non si sognavano di trasformare la politica in un banco del mercato in cui ogni spacconata è buona per riuscire a vendere qualche albicocca in più.
Questo è l’unico “ma” che mi sentirei di contrapporre a chi respinga ogni revisionismo su Craxi, ma è un “ma” molto piccolo, che non può, a mio avviso, minimamente far dimenticare tutto il resto e giustificare una riabilitazione che il personaggio non può meritare. Abbandonerei volentieri quindi questi fantasmi ad un passato che non merita rimpianti e mi chiederei semmai come costruire in Italia una classe politica che non assomigli né a quella di allora, né a quella di oggi.

Vincere non è l’unica cosa che conta

sala_trofei_juventus-1024x610.jpgIl 15 settembre scorso 12 capi ultrà della Juventus sono stati arrestati a Torino con varie imputazioni: associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata. Scorrendo quando riportato dalla stampa non si scoprono cose particolarmente diverse dall’idea che ognuno di coloro i quali frequentano lo stadio non aveva già del tifo organizzato. Eppure per qualche strano motivo fino ad allora il fatto che dietro il mondo ultrà si nascondessero simili crimini era solo un’idea diffusa, confermata semmai da qualche problema che occasionalmente esponenti ultrà avevano avuto con la giustizia e da inchieste giornalistiche che nella maggior parte dei casi non avevano sollevato più che un po’ da caciara da Bar Sport. Mai si era verificata nel calcio italiano una “retata” come quella del 15 settembre. Ho l’impressione che quanto affermato dal procuratore aggiunto di Torino: “È stata importante la collaborazione della società (la Juventus) che si è resa conto che questi fenomeni vanno stroncati e ha avuto il coraggio di presentarsi alla Digos e denunciare” non sia estraneo alla novità assoluta che questo evento ha rappresentato. C’è bisogno di chiedersi perché una società con un fatturato quale quello della Juventus, con la visibilità che ha, con tutto il sostegno di cui può godere nelle istituzioni, non esiti ad andare in procura a denunciare le estorsioni di parte di un gruppuscolo di balordi? No, non ce ne dovrebbe essere bisogno, semmai bisognerebbe chiedersi perché mai non l’abbia fatto prima e perché le altre 19 società di serie A esitino ancora oggi a farlo, eppure è così. D’altronde sono passati quasi tre mesi da allora e cos’è mai successo di così grave alla Juventus, tale da giustificare questa enorme paura? Assolutamente nulla. Sì, ok, c’è lo sciopero del tifo della Curva Sud, che però dura da lungo tempo per mille motivi diversi, tanto che non è nemmeno più uno sciopero, semplicemente non c’è più il tifo organizzato. Se ne sente la mancanza? Direi di no. Il pubblico bianconero riempie lo Stadium e l’entusiasmo sembra sempre a livelli elevatissimi. Ci sono state ritorsioni? Nessuna che si sappia. Sembra che il babau ultrà si sia squagliato come neve al sole. Il timore che faceva balbettare ogni dirigente di società che venisse interpellato sui rapporti oscuri con il tifo organizzato sembra essersi dimostrato immotivato.
striscioni-rovesciati-per-protesta.jpgMagari è troppo presto per cantare vittoria e non vorrei mai che la Juventus restasse una eccezione nel panorama italiano, ma se questa fosse la prima crepa che farà crollare lo strapotere ultrà credo sia una delle vittorie più importanti della società bianconera. Contrariamente a quanto il motto bonipertiano sembra suggerire, ci sono molti altri tipi di successi che una società di calcio si può porre che non siano la vittoria sportiva e ripulire il calcio dalla piaga ultrà sarebbe per me tra i più prestigiosi.

Fenomenologia dell’elettore

salvini-disperato.jpgTempo fa mi è capitato di sentire alla radio una dichiarazione di Matteo Salvini nella quale definiva i cittadini italiani “I nostri datori di lavoro”; nella stessa dichiarazione auspicava che quanto prima i cittadini fossero di nuovo chiamati ad esprimersi tramite elezioni politiche. Questo mi ha immediatamente ricordato che il leader della Lega non ha mai lavorato per un vero “datore di lavoro”, altrimenti saprebbe che non c’è dipendente che irriti di più il suo datore di lavoro di quello che va a chiedergli un parere troppo spesso.
Questa semplice considerazione potrebbe suggerirci qualche interessante riflessione sui motivi percui il blitz ferragostano con cui il Ministro degli Interni ha fatto cadere il primo governo Conte ha avuto un esito un po’ diverso da quello che Salvini si aspettava (forse). L’elettore è un animale strano. Per mesi acclama un uomo che porta avanti battaglie di secondaria importanza (comunque la pensiate sull’immigrazione, le navi delle Ong tanto bistrattate sono una goccia nel mare magnum dell’immigrazione), che lavora poco, che non dimostra una grande capacità decisionale e la cui sola presenza nella compagine governativa sembra danneggiare l’immagine del paese (basti vedere il sollievo con i mercati hanno colto la caduta del governo). Poi quell’uomo dice all’elettore: “Ok, adesso andiamo a votare” e l’elettore gli volta le spalle. Sembra curioso, no? Eppure lo stesso processo che crea tale popolarità è quello che gliela toglie. E’ proprio la poca voglia di occuparsi di politica che porta l’uomo comune a preferire un rapporto fiduciario con il leader, che lo esenti poi da successivi approfondimenti e decisioni, e chi può ispirare meglio la fiducia dell’uomo comune in chi si comporta come l’uomo comune? Mangia nutella a colazione, non scoppia dalla voglia di lavorare, fa bisboccia appena può, parla e ragiona come il classico tizio, seduto al bancone del bar, che commenta a voce alta le notizie del giornale. Se succede però che quell’uomo improvvisamente ci ricorda che noi siamo gli elettori, che non basta fidarci, che dobbiamo andare a votare, che non è riuscito a governare come ci aveva promesso e quindi chiede il nostro aiuto e tutte quelle cose noiose che di solito i saputelli chiamano democrazia, ecco che l’aura di “uomo forte”, che non deve chiedere niente a nessuno, che ci pensa lui, cade pesantemente.
Ci ha provato con tutte le forze Salvini a ribellarsi a questa situazione che non aveva probabilmente previsto, ma è stato tutto inutile: molti italiani gli hanno voltato le spalle da subito e altri li hanno seguiti a ruota, ed, ad un mese e mezzo di distanza, pare chiaro che almeno per un po’ di costoro si faranno andar bene la nuova strana creatura politica giallorossa. Sia chiaro, la Lega è ancora il primo partito, magari Salvini si riprenderà dal suo passo falso, magari stravincerà le prossime elezioni, però quanto accaduto è una caso scuola che illustra quale bestia strana sia l’elettore.

Le dittature fanno schifo, tutte.

the_katyn_massacre_1940_hu106212.jpgUna recente risoluzione del Parlamento Europeo, in cui si condannavano, con voto “bipartisan”, le dittature del ventesimo secolo, ha seminato un’ondata di accese discussioni, soprattutto nell’area di sinistra del mondo politico, per l’assimilazione delle responsabilità delle dittature nazifasciste e della dittatura sovietica nello scoppio della Seconda Guerra Mondiale che tale risoluzione si sostiene contenesse. In molti hanno parlato di “equiparazione tra fascismo e comunismo”. Si è arrivati ad atti vandalici contro le sedi del PD, che ha votato prevalentemente a favore. Ho sentito molti pronunciarsi sul tema e provo a farlo anch’io.
Partiamo dalla domanda che ha attraversato queste discussioni: “Nazifascismo e Comunismo sono simili o comunque accomunabili?”. La mia risposta è decisamente molto più no che sì, e questo per vari motivi che provo molto sommariamente a riassumere nei tratti più generali che li caratterizzano. Sono certamente ideologie molto diverse, che si fondano su valori e analisi totalmente diverse della realtà. Il nazifascimo teorizza e accetta la presenza all’interno della società di persone o gruppi di persone che abbiano qualità superiori agli altri e concede a costoro privilegi sugli altri che vanno oltre a ciò che oggi si suole definire “superfluo”, ma che affondano invece in quelli che le società moderne considerano diritti inalienabili dell’individuo per il solo fatto di essere nato. Conseguenza di questo approccio ideologico è il nazionalismo, cioè la convizione della superiorità della propria nazione rispetto alle altre. Il comunismo, per contro, idealizza invece una società in cui anche il “superfluo” sia diviso tra “migliori” e “peggiori” e anche le distinzioni che sopravvivono in una società liberale siano superate. Il nazifascismo è un’ideologia implicitamente aggressiva, proprio perché si fonda su una forma di prevaricazione dei primi nei confronti degli ultimi (e spesso è per prima cosa violento il modo in cui i primi si autodichiarano tali). In definitiva mi sentirei molto più tranquillo a sapere che mia figlia sta andando al cinema con una persona che si professa comunista piuttosto che con una che si professa fascista.
La seconda domanda è invece: “C’entra qualcosa questa differenza ideologica con la famosa mozione del Parlamento Europeo?”. Ve lo confesso: non ho letto tutto il testo, solo le parti che chi la critica ha riportato, ma non vi ho trovato un’equiparazione tra ideologie, ma una implicita accusa di concorso di responsabilità tra i governi di due paesi: la Germania e l’Unione Sovietica, nello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il patto Molotov-von Ribbentropp è un fatto storico e la successiva invasione sovietica della Polonia, della Finlandia, delle Repubbliche Baltiche sono altri fatti storici. Sì, lo so. Le potenze occidentali sono state miopi nei confronti del pericolo tedesco, spaventate più dalle falci e martelli sovietici che dai carri armati tedeschi, l’Unione Sovietica ha visto nell’accordo con la Germania la via d’uscita da un isolamento in cui le potenze occidentali l’avevano posta. Tutte argomentazioni valide per l’Unione Sovietica, più o meno quanto quelle che spesso gli apologeti di Mussolini usano per sollevarlo dalle responsabilità della sua alleanza con Hitler. Sì, lo so, è colpa del Trattato di Versailles, del Trattato di Rapallo, delle sanzioni della Societa delle Nazioni, eccetera: c’è sempre qualche mancanza delle potenze occidentali senza le quali gli agnellini forse non sarebbero diventati lupi (o forse sì?). Sta di fatto che quando la Germania mosse guerra alla Polonia il 1 settembre del 1939, l’Unione Sovietica fece passare pochi giorni prima di invadere a sua volta la Polonia stessa, cui seguì l’invasione di Finlandia, Lituania, Lettonia, Estonia e non furono certo invasioni in cui vennero minimizzati gli “effetti collaterali”. Le stragi si susseguirono, quella di Katyn è la più famosa per la sua spietatezza, ma centinaia di migliaia di cittadini dei paesi occupati furono uccisi o deportati in Siberia e non fecero mai ritorno a casa. Certo, pochi in confronto a quello che succedeva nei territori occupati dai tedeschi, ma siamo proprio sicuri che massacri di tali proporzioni meritino così tanti avvocati difensori? C’è poi chi ricorda che è anche grazie all’Unione Sovietica che la Germania è stata sconfitta e l’Europa occidentale ha potuto schiacciare il cancro nazifascista. E’ vero, però la possiamo ringraziare noi italiani perché l’Armata Rossa è rimasta fortunatamente abbastanza lontana dai nostri confini (e sappiamo invece cosa hanno combinato le truppe titine in Istria). Chi però ha subìto l’occupazione dell’Armata Rossa, e parliamo di molti paesi che fanno parte oggi dell’Unione Europea, si è sentito invece cadere dalla padella nella brace e si sente meno propenso a ringraziare chi spesso ha continuato l’opera di sterminio iniziata dai nazisti. Chi parla, come ha fatto Angelo d’Orsi su il Manifesto, di asse PD-Orban non ha probabilmente capito che l’assenza di una sinistra progressista nei paesi dell’Europa Occidentale è conseguenza proprio della difficoltà che in quei paesi la sinistra affronta nell’affrancarsi dal suo passato e la presenza di apologeti di quel passato nella sinistra occidentale è un ottimo motivo per molti ungheresi o polacchi per continuare a votare a destra.
Sia ben chiaro, anche la democrazia ha la sua retorica e il Patto Molotov-von Ribbentrop è stato spesso usato (ed abusato) per dimostrare che le dittature sono tutte cattive, e faceva bene Alessandro Barbero anni fa a puntualizzare tutto ciò e a mostrare che anche Francia, Regno Unito, Stati Uniti hanno accumulato gravi responsabilità in quelli ed in altri anni, ma fortunatamente, laddove c’è una libera opinione pubblica, chi ci governa è costretto a moderarsi e questo ha contenuto fortemente le porcherie che i governanti di paesi democratici hanno potuto compiere.
philosopher-pavel-florensky-prisoner.jpgUltima domanda: “E quindi?” E quindi il problema non è l’ideologia, il problema è il sistema politico. Un qualunque sistema politico che metta un uomo o una ristretta cerchia di uomini nella condizione di commettere qualunque atrocità senza doverne rispondere è una porcheria e chi lo sostiene un criminale, indipendentemente dall’ideologia che ne sostiene la propaganda. Se Stalin non ha ammazzato 6 milioni di persone nei forni crematori non è perché Stalin era comunista e non fascista, è solo perché non ne ha visto la convenienza. Il fatto di essere comunista non gli ha impedito di mandare milioni di persone nei gulag, destinandoli a morte quasi certa, così come hanno fatto tanti altri nella storia, in nome di ideologie, di religioni o semplicemente dei fatti propri. Io amo la democrazia, sopra ogni altro motivo, proprio perché ci tiene al riparo dall’arbitrio di chi decida un giorno che assistere ad un genocidio è più divertente rispetto ad una puntata del Trono di Spade. Perciò non mi rilassa sapere che Mussolini “ha fatto anche cose buone” (ammesso sia vero e per lo più non lo è) o che nella Cuba di Fidel Castro ci fosse il servizio sanitario migliore del Sud America. L’ideologia comunista e quella fascista sono diverse e chi le assimila sbaglia. Ma le dittature, che siano fasciste, che siano comuniste o che obbediscano ad una qualunque altra ideologia, fanno schifo tutte, punto. Mi dispiace dirlo ma chi oggi si professa democratico, ma si indigna perché qualcuno punta il dito contro l’Unione Sovietica di Stalin (e non è che quelli che sono venuti dopo di lui siano stati molto meglio) dimostra un rapporto ancora incerto con i fondamentali valori della democrazia.

Il mio Papà

babbo.jpgDi Mio Papà non si può dire che non avesse molte qualità. Era dotato di un’intelligenza brillante che gli ha consentito un’apprezzabile carriera professionale, aveva una capacità empatica che lo rendeva una persona di piacevole compagnia e conversazione e lo faceva amare dalla stragrande maggioranza di coloro che ha conosciuto, aveva un profondo senso etico che lo induceva a non venir mai meno ai valori in cui credeva e a dormire lui, e far dormire noi, tranquilli la notte, aveva una misura nelle sue manifestazioni e nelle sue scelte che gli ha sempre permesso di mantenersi lontano da guai e pericoli e di condurre un’esistenza in definitiva felice e tranquilla.
Mio Papà era però soprattutto bravo a fare una cosa: mio Papà era bravo a fare il Papà. Aveva la capacità di trasmettere sempre affetto, anche nei momenti di rabbia e tensione: non c’è stato mai un momento nella mia vita di figlio, anche quelli in cui me lo sarei forse meritato, in cui l’ho sentito distante. Credeva, e dimostrava di credere, che i figli e la famiglia fossero più importanti di tutto il resto e ha sempre cercato di fare dell’attività di protezione dei figli dalle mareggiate della vita il suo compito principale. Non che non mi abbia lasciato sempre fare in autonomia le mie scelte, anche quelle più eccentriche, ma è come se fosse sempre lì, appostato dietro l’angolo, pronto a saltar fuori e farmi da scudo in caso di necessità.  E’ in definitiva stato un Papà che ha saputo farmi da guida e da scudo, come non riesco immaginare si possa far meglio. Eppure ha saputo lasciarmi andare quando l’ho voluto, forse anche perché sapeva che, anche grazie a lui, il mondo ormai non mi faceva più paura. Per quanto si possa cercare di capire il mestiere di genitore, solo quando lo si è fatto in prima persona si può capire quanto è difficile e, solo facendo il Papà ho apprezzato quanto straordinariamente bravi siano stati i miei genitori.
Oggi vivo il vuoto enorme che mio Papà ha lasciato in una girandola di pensieri e ricordi: le passeggiate nel bosco, le gite in bicicletta, i pomeriggi e le serate allo stadio, i tanti viaggi. E’ come se uno cercasse di aggrapparsi a questi ricordi per tenerlo ancora qua con sé. E’ sempre frustrante rendersi conto che tutte queste parole non le ho mai messe in fila quando mio Papà era in vita e avrebbe potuto ascoltarle, così come tante altre cose che avrei voluto dire e fare prima che fosse troppo tardi. Come vorrei oggi avere ancora cinque minuti della sua vita a mia disposizione per poterglielo dire. Purtroppo però oggi è oggi e tutto quello che posso ancora lasciare nella mia ideale bottiglia lasciata vagare per il mare dell’eternità è un autentico e profondo: Grazie, Grazie davvero, Papà

Il framing e i Giovani PD

popolo-elite.jpgQualche giorno mi è capitato di sentire alla radio una puntata di Radio Anch’io, contenitore informativo mattutino di Radio Uno, nel quale un tale Guido Staffieri, segretario dei giovani democratici di Roma, mi allietava con considerazioni del tipo: “Il PD deve cambiare marcia, basta stare dalle parte delle élite, è il momento di tornare a stare dalla parte del popolo.”. Che è un po’ come dire, non votate per il PD, votate per il M5S che di contrapposizione tra élite e popolo ne parla da anni e ne sa molto più di me.
Il problema che Staffieri forse ignora è che una politica che voglia ottenere consenso deve lavorare prima sui “frame” che sulle opinioni. Un frame è una modalità di rappresentazione della realtà che orienta poi l’interpretazione degli eventi e la costruzione delle nostre opinioni. Politici più avveduti di Staffieri lavorano ogni giorno per costruire il nostro “framing” della realtà. Ogni volta che qualcuno parla di élite e popolo, chi lo ascolta percepisce un po’ di più la realtà come costituita da queste due entità e sente di dover prendere una delle due parti. Non importa se poi è a favore dei matrimoni gay o della pena di morte, viene prima la rappresentazione della realtà. framing_cartoon.gifSu questo blog si è già scritto che la rappresentazione “elite contro popolo” è fallace, perché non c’è un’élite ma semmai tante élite, e non c’è un popolo ma tante persone o al limite, in uno sforzo classificatorio, tanti gruppi di persone e il confine tra élite e popolo è piuttosto labile. In più la politica è l’arte di costruire il mondo a partire da una propria visione di mondo e tutte le visioni di mondo (sia quelle “popolari” che quelle “impopolari”) sono proposte da categorie sociali più attrezzate a produrne (”elite”) e approvate o respinte da una maggioranza di cittadini (”popolo”). Però siamo stati talmente abituati a sentircelo dire che anche quelli che guardano con diffidenza all’area populista finiscono nel tranello di ripercorrere la dicotomia popolo-élite come se ci fosse una scelta di campo da fare in merito. Non importa se le conclusioni sono poi diverse e ci sono dei distinguo, la cosa essenziale è che si asseconda tutto quello che consegue da quella rappresentazione. Questo probabilmente accade anche perché c’è la convizione (in realtà errata) che usare un framing di successo porti consensi. No, il framing deve essere coerente al proprio target elettorale, se no è un autogol, se un candidato democratico cercasse di fare concorrenza a Trump offrendo qualcuna delle rappresentazioni infantili della realtà che contraddistinguono l’attuale presidente degli Stati Uniti, non prenderebbe nemmeno un voto. Le opinioni vengono dopo e sono orientate dal frame, che è molto più pervasivo perché è solo una rappresentazione della realtà, non intacca le nostre convinzioni etiche, però le forza fino a renderci accettabile quello che prima non lo sarebbe stato. “Ero europeista e di sinistra ma mi hanno convinto che l’Europa è l’elite, chi è che lotta contro l’”elite Europa”? La Lega, e quindi se voto Lega sto dalla parte del popolo.” E’ uno schema di una semplicità disarmante ma non dissimile da quello che ho sentito spesso esporre a molte persone che mi spiegavano il loro voto.
Un altro concetto parente stretto del “framing” è l’”agenda setting“, ovvero la capacità di orientare quello di cui le persone parlano, che è diverso dall’orientare le opinioni, ma è un primo passo. La sociologia è pressoché concorde sul fatto che sia molto più facile orientare ciò su cui le persone hanno un opinione che le opinioni stesse. Siccome ci sono punti di vista molto più “divisivi” per alcune parti politiche di altri, è comprensibile che gli avversari di quelle parti politiche cerchino di parlarne ad ogni piè sospinto. E’ molto più probabile che l’elettorato che non vota Salvini si divida sulla legittima difesa o sull’accoglienza degli immigrati che sui matrimoni gay o sulla flat tax, per questo orientare il dibattito sui primi temi aiuta Salvini, anche se poi se ne parla in modo diverso e magari opposto a Salvini stesso. Ognuno di noi, me compreso, si lascia tentare spesso dal condividere l’ultima sparata di Salvini sull’immigrazione, ma in termini comunicativi è un assist a Salvini stesso, perché orienta la comunicazione su quell’argomento e non su altri, molto più scomodi.
28_tremain.jpgSettimane fa si sono svolte le elezioni in Danimarca e, tra la sorpresa di molti, ha vinto nettamente la sinistra. Ho trovato molto interessante questo approfondimento che spiega che la sinistra non ha vinto perché ha cambiato la posizione sull’immigrazione (come comunicato frettolosamente da molti mezzi di comunicazione) ma perché è riuscita a cambiare l’”agenda”. Ovvero in campagna elettorale si è parlato di temi sociali centrali per la vita di tutti noi: il welfare, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza e molto meno di sicurezza e immigrazione. Questo è quello che le forze progressiste devono essere in grado di fare, scardinare le categorie di pensiero inconsistenti anche se fanno presa sulla pancia del paese (elite contro popolo, italiani contro immigrati, gente per bene contro delinquenti), a costo di generare qualche iniziale sguardo perplesso, e rimettere al centro della discussione i veri temi fondamentali su cui si misura il progresso del paese che paradossalmente l’emotivizzazione della politica ha relegato a temi quasi obsoleti. Quando si capirà che l’errore delle forze politiche progressiste, è aver accettato e subito il “framing” altrui e aver smesso di parlare dei problemi reali dei cittadini, forse si farà qualche passo avanti.
P.S. in questo articolo ho citato molte volte Salvini. L’ho fatto per proporre esempi di facile comprensibilità perché è ovviamente un personaggio molto noto e controverso. Però ho dimostrato, anche in questo, la difficoltà di evitare l’”agenda setting” che questo personaggio ha imposto, riuscendo ad occupare il centro del quadro politico.

29 maggio

C’era una volta un’Italia in cui, quando qualcosa di brutto succedeva allo stadio, ci si divideva tra chi diceva che “Questa è la società italiana, cosa volete? Che lo stadio sia migliore?” e chi invece diceva: “Ma no. Lo stadio concentra il peggio della nostra società e dei nostri istinti. Noi non siamo così”. La percezione era che gli stadi fossero un posto in cui si radunava la parte peggiore, irosa e rancorosa, della società, pronta a sfogare verso i 22 in campo, l’arbitro e i tifosi avversari quei bassi istinti che durante la settimana la società li obbligava a trattenere.
kean-in-cagliari-juve.jpgPoi le cose sono cambiate. Mentre negli stadi si diffondevano messaggi di pace e solidarietà, di correttezza e rispetto, si chiudevano le curve per battute macabre sul Vesuvio o per gli insulti al portiere avversario, fuori dallo stadio imperversavano i tweet di Salvini, nelle nostre città sfilavano le braccia tese di Casapound, nei nostri bar si ruminavano i luoghi comuni su “quelli là”, l’intolleranza per ogni diversità diventava la norma. Oggi che la nostra nazionale di calcio, e non solo di calcio, è piena di giocatori di colore, che la maggior parte dei tifosi hanno capito che equiparare una persona ad una scimmia è un insulto inaccettabile anche in un contesto emotivamente ribollente come uno stadio di calcio, è più probabile sentire commenti razzisti in un bar, al cinema o tra i commenti ad un articolo della Stampa online che sugli spalti di uno stadio. Il calcio è diventato quasi un mondo ovattato. Sì, certo, c’è ancora qualche irriducibile della curva che insiste pateticamente a fare i suoi cori ed ad agitare le sue banane, che sfoggia simboli e slogan violenti, ma sono davvero sparute minoranze. E’ sempre più frequente sentire stadi fischiare i comportamenti inappropriati da parte della sua curva.
Mi colpì molto vedere. un paio di mesi fa, dopo l’orribile serata di Cagliari dei buu razzisti ai giocatori di colore della Juventus, vedere negli studi di Sky il confronto tra Adani e il presidente del Cagliari Giulini. L’uno è un uomo di calcio, uno che è nel calcio da ragazzo, prima come giocatore e poi come ottimo commentatore, l’altro è uno che al calcio si è accostato da pochi anni. L’uno è un uomo della strada, cresciuto in un paesino, con pochi studi alle spalle, l’altro è uno nato nella Milano bene, bocconiano, imprenditore. Eppure il primo ci fece la figura di chi ha una visuale ampia e progressista, di chi conosce il mondo e sa capirlo e intepretarlo, il secondo ci fece la figura del selvaggio uscito poco fa dalla giungla. Giulini arrivò con la sua aria boriosa a parlare di “moralismo”, Adani lo inchiodò al suo lessico da nullatenente dell’intelletto e alla sua miseria etica. Questo è il paradosso del calcio di oggi, un ambiente che un tempo pareva il rifigium peccatorum della società, oggi cerca di espellere i morbi che divampano nella società fuori dagli stadi e chi si avvicina al calcio è bene che lo faccia in punta di piedi.
39_rispetto.jpgCosì, quest’anno più che mai, la vicinanza del 4 e del 29 maggio ha solleticato i tifosi di Juve e Toro a scambiarsi messaggi di rispetto e di cordoglio per le rispettive tragedie, mentre là fuori si esultava per i barconi affondati. Non dico che il calcio sia diventato un luogo di correttezza e di rispetto, ma il livello si è innalzato fino a diventare superiore a quello medio della società che sta fuori. Di certo le cose sono molto migliorate rispetto a venti-trenta anni fa, avrei preferito fosse successo lo stesso anche al di fuori del calcio, ma accontentiamoci di questa piccola vittoria.
Come ogni anno riracconto gli eventi di quel giorno di fine maggio e i nomi di quelli che quel giorno purtroppo non tornarono a casa.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

La divisività delle feste e dei saloni

vignetta_anpi.jpgAnni fa proposi ai miei colleghi di ufficio un ritrovo per festeggiare il mio compleanno. Tra gli invitati c’era anche una collega, facente parte dei testimone di Geova, che si limitò a declinare cortesemente l’invito, ma, su segnalazione di qualche altro invitato, ebbi l’opportunità di apprendere che i Testimoni di Geova considerano negativamente la celebrazione del compleanno. Questo episodio mi suggerisce che le feste, anche quelle apparentemente più laiche e meno ideologiche come il compleanno, possono suscitare sentimenti diversi tra persona e persona. Le feste esistono per celebrare qualcosa: non è quasi mai difficile trovare qualcuno per cui quel qualcosa non sia affatto da celebrare. Le feste religiose, dividono i credenti dalle persone non credenti, o credenti in altra religione; il 2 giugno divide i repubblicani dai monarchici (ci sono ancora), il 17 marzo divide secessionisti e neoborbonici da tutti gli altri, il 4 novembre divide quelli che lo considerano l’anniversario di una vittoria, da quelli che lo considerano solo la ricorrenza della conclusione di un’inutile carneficina, la festa del Papà e della Mamma dividono quelli che ce li hanno da quelli che non ce li hanno più o non li hanno mai conosciuti.
Spesso si sente dal fronte dell’estrema destra definire il 25 aprile una festa “divisiva” e anche quest’anno questo mantra non si è fatto troppo desiderare, ma è un’affermazione pressoché tautologica appunto perché qualunque festa è divisiva, e questo perché sulle feste, come su qualunque altra cosa, le opinioni sono diverse. Le feste ci sono non perché sono feste per tutti ma perché sono tali almeno per un ampia maggioranza di persone. Il Natale si continua a festeggiare perché la maggiore parte delle persone credenti in Italia sono di religione cristiana e molti dei non credenti condividono comunque laicamente i valori del Natale. Il 2 giugno si continua a festeggiare perché la stragrande maggioranza degli italiani, compresi molti di quelli che il 2 Giugno del 1946 votarono per la monarchia, trovano sia giusto celebrare le istituzioni che gli italiani si sono dati da allora in poi. Il 25 aprile si festeggia la definitiva caduta del fascismo, la fine della seconda guerra mondiale e l’avvio del processo di democratizzazione del paese, riassumibile simbolicamente nella vittoria della democrazia contro il totalitarismo. Una democrazia trova la sua forza anche nel fatto che tollera l’opinione anche di chi la vorrebbe distruggere e non mi scandalizzo che ci sia ancora oggi chi non trova nulla ci sia nulla da festeggiare il 25 aprile. Ma di tutte le sopracitate minoranze che non condividono quanto una festa celebri non ce n’è una dalla quale mi sento più distante che quella che non condivide il 25 aprile, e se, come detto, tutte le feste sono divisive. non c’è festa che mi rallegro di più sia divisiva del 25 aprile, essendo ben contento che questa festa divida il sottoscritto da chi rimpianga la sconfitta del fascismo, la caduta del totalitarismo e l’avvento della democrazia.
1754-salone-del-libro.jpgAnche il Salone del Libro di Torino è stato considerato come “divisivo” in questa sua edizione a causa della presenza ingombrante di una casa editrice collegata a formazioni politiche neofasciste che ha pure curato l’edizione di un libro su Salvini e che alla fine è stata esclusa. E di nuovo una parte dell’opinione pubblica si è chiesta fino a che punto un’istituzione, che in questo caso è il Salone, debba essere sempre e comunque “inclusiva”. Di nuovo, ci sta perfettamente, a mio modo di vedere, che ci sia chi deve rimanere fuori dal Salone del Libro, esattamente come un casa cinematografica che propone film pornografici non può aspettarsi di andare sulla RAI o non ci si può aspettare che la teoria terrapiattista venga spiegata a scuola. Di nuovo si confonde la libertà di espressione con quello che le istituzioni democratiche sono tenute a promuovere o a non promuovere.
In definitiva è sacrosanto permettere a chi pensi che il fascismo sia un modello ingiustamente rifiutato di pensarlo e di esprimere tale opinione nelle forme accettate dalla legge, ma non si aspetti di partecipare ai festeggiamenti delle feste nazionali o di esporre le sue idee al Salone del Libro o in altri simili consessi. E questo perché è altresì sacrosanto che le istituzioni democratiche non promuovano la diffusione di simili opinioni, attraverso tutti gli strumenti che hanno a disposizione, che siano le feste nazionali o che siano le istituzioni di promozione culturale.
salvini-e-casapound.jpgCerto, lo spartiacque tra quello che è giusto promuovere e quello che non è giusto promuovere è arbitrario, ma il problema è proprio l’arbitrarietà dello spartiacque tra democrazia e totalitarismo, tra ciò che è giusto promuovere e ciò che è giusto non promuovere. Quello spartiacque lo costruiamo noi, opinione pubblica, di giorno in giorno, con le nostre opnioni, con il nostro consenso. Mettendo l’uno o l’altro a capo delle istituzioni elettive e tributando a costoro popolarità e fiducia. Se queste opinioni, se il controllo che esse esercitano si allenta, lo spartiacque rischia di spostarsi.
Il problema di fondo che quest’ultima vicenda evidenzia è proprio la evidente contiguità che tali forze antidemocratiche hanno oggi con componenti del governo del paese. Questa è la parte davvero preoccupante della vicenda e quella che davvero rischia di lacerare il paese: ovvero il fatto che il doveroso spartiacque tra chi crede nella democrazia e chi crede in altri modelli attraversi oggi le istituzioni dello stato e che ci siano alte cariche del paese che, quantomeno tengono il piede a cavallo dello spartiacque, per non dire che stanno oltre. Il fatto che i fascisti stiano al Salone del Libro è infinitamente meno grave rispetto al fatto che ci sia a Palazzo Chigi chi familiarizza con loro. Questo è ciò che deve far preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia.

La nuova maschera del potere

bettino_craxi_e_giulio_andreotti.jpgAbbiamo conosciuto periodi in cui il potere politico, quello vero, quello che occupa i ruoli istituzionali della politica, non quello immaginario dei complottisti, stava al posto suo e lo occupava, più di oggi, con l’arroganza e la supponenza che sempre nei secoli il potete politico ha indossato, facendo sentire tutto il suo distacco rispetto al cittadino comune. Parlo degli anni ‘70 o ‘80, di Craxi e Andreotti. Era un potere che sfoggiava la propria distanza dai cittadini comuni come un bel vestito, e non è che si vergognasse più di tanto di mostrare le proprie collusioni con altri pezzi del sistema. Eppure, anche in quei periodi, mi è difficile ricordare un membro del consiglio di amministrazione della RAI scrivere a quattro mani con un esponente di spicco di un partito politico un articolo per una testata giornalistica che è percepita come organo di quello stesso partito. Ed invece un caso simile si è verificato nei giorni scorsi, quando il consigliere RAI Freccero e l’esponente del M5S Di Battista hanno scritto a quattro mani un articolo per il blog “beppegrillo.it” e non è forse casuale che un evento del genere succeda proprio oggi che invece il potere politico è tutto uno strizzar d’occhi e un dare di gomito verso il cittadino medio.
freccero-e-di-battista.jpgTemo sia proprio questa finta complicità ciò che suggerisce ad un uomo di punta della RAI l’opportunità di sedersi al tavolo con un politico di grido e scrivere insieme un bell’articolo. Ciò che in un contesto normale sarebbe percepito come un intollerabile promiscuità tra poteri la cui collusione è un obiettivo elemento di rischio della libertà di informazione, qui la si spaccia per una spensierata convergenza di pensiero tra due disinvolti interpreti dell’epocale cambiamento in atto. E infatti l’unico vero cambiamento epocale è in atto è proprio questo, che il potere ha scelto una diversa forma in cui proporsi, simpatica, empatica, popolare, dietro la quale si nascondono gli stessi comportamenti, la stessa strategia di occupazione a macchia d’olio delle istituzioni, la stessa arroganza nei fatti, ma mascherata dal volto sorridente e scanzonato di Di Battista, o dall’aspetto anticonvenzionale di Freccero.
angriness-about-politics.jpgA rendere ancora più paradossale la vicenda c’è il fatto che questi uomini di potere si incontrano per scrivere un articolo proprio contro il “potere”, acrobazia ancora più audace. Ma fa parte tutto di quell’operazione di continua dissimulazione e occultamento che è alla base della retorica populista. Parlo del “potere” finché non ce l’ho, dopodiché, quando lo ottengo, mi devo inventare un potere alternativo, oscuro, perché il discorso sul “potere” continui a funzionare. Completa il quadro poi il fatto che in questo articolo il paladino della libertà di informazione e del popolo sia Julian Assange. E se un uomo che è stato coinvolto attivamente nel Russiagate, di cui sono confermati i legami con l’entourage di Trump da una parte, col il governo russo dall’altra, nonché con il fronte politico pro-Brexit, è considerato il paladino della libertà c’è poco da stare allegri.
Non pensavo ci potesse essere nulla di più irritante dell’arroganza di Craxi, dello sguardo di supponenza di Forlani, e invece oggi scopro che c’è: è il sorriso da piazzista che maschera i fatti, è il volto di un potere nei fatti molto simile a quello di allora, ma che ha imparato a vendersi, e questo lo rende più sfrontato e quindi più pericoloso.

Il complicato processo di scelta dell’elettore democratico

alexis_tsipras_2015_cropped.jpgEra il Maggio 2014, le elezioni europee si avvicinavano e, come al solito, mi trovavo lacerato dall’incertezza su dove apporre la mia democratica crocetta. Il PD si accingeva a celebrare il trionfo dell’uomo della provvidenza più effimero che l’Italia abbia avuto, Matteo Renzi, e questo escludeva che potessi aggiungere il mio voto a quelli che cercavano posto sul carro del vincitore per poi fuggire rapidamente su altri carri. Il M5S aveva oltrepassato abbondantemente la soglia oltre la quale il voto di protesta diventa autolesionista. Gli altri pataccari di destra e sinistra non starò nemmeno a menzionarli. C’era la lista Tsipras, della quale mi piaceva il leader, che non a caso in Grecia sembra abbia fatto piuttosto bene. Ricordo ancora che provai a sentire un video del capolista nella mia circoscrizione. Dopo 30 secondi di supercazzola in un italiano approssimativo (e questo non perché erano le elezioni europee) decisi che ero già sufficientemente incerto per non peggiorare le cose ascoltandolo oltre. Avevo ormai deciso che avrei votato Tsipras e pazienza se i candidati della mia circoscrizione non erano propriamente convincenti.
Ecco, poi però mi è capitato di leggere delle vicenda della terza “Carovana antifascista in Donbass”. E’ una carovana di personaggi collocabili in quella che si definisce comunemente “sinistra antagonista” che hanno deciso di organizzare una sorta di pellegrinaggio pastorale nei territori delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, condito da incontri cordiali con i militari filorussi che oggi controllano quell’area. A questa “carovana” ha partecipato anche una signora che si chiama Eleonora Forenza, parlamentare europeo della Lista Tsipras che ho contribuito ad eleggere anch’io. Già mi dà una bella botta allo stomaco il fatto che una parlamentare democraticamente eletta al Parlamento Europeo (e con il mio voto per giunta) faccia visita a ribelli che lottano per traghettare un paese che cerca di darsi una, seppur debole, democrazia, verso un regime dittatoriale e repressivo come quello russo, che, se dovessi usare il linguaggio dell’onorevole Forenza, definirei senza alcuna esitazione “fascista”. Quello che però più mi irrita è proprio la definizione di anti-fascista, che insulta tutti coloro che anti-fascisti lo sono davvero e che si sono sentiti paragonare a soldati al servizio di uno dei dittatori più conservatori e oscurantisti che ci siano sulla faccia della terra. eleonora-forenza.jpg
In piena continuità con le premesse la Forenza, una volta tornata a casa, si è prodigata a spiegare che l’Ucraina l’aveva definita una terrorista, voleva chiederne l’estradizione e così via. Sembra però che la cosa fosse un totale fake, mi auguro frutto di un equivoco e non di un tentativo di farsi pubblicità in modo truffaldino. Mi ha colpito infine leggere questa intervista nella quale Eleonora Forenza, di fronte alla domanda sui suoi rapporti con la casa madre Russia, balbetta le stesse frasi sconnesse che sentiresti facendo la stessa domanda a Salvini o a Le Pen, sul genere: “Non è che amo Putin, però certo che gli Stati Uniti…”. D’altronde la stessa parlamentare, non solo si è sempre detta contraria alle sanzioni contro la Russia, ma ha addirittura votato contro (non da sola purtroppo) una risoluzione che chiedeva la libertà per alcuni detenuti politici in Russia.
Apprendo che il 26 maggio questa signora si ricandiderà e che il gruppo di “Sinistra Italiana” la considera una dei suoi volti più rappresentativi. Io ho spesso, nella mia mediocre vita di elettore, votato in quest’area politica, non solo nel 2014. L’ho sempre fatto turandomi il naso, conscio della presenza di persone di labile fede democratica, come la Forenza dimostra. Questa volta però non lo farò, perché è il momento di anteporre una scelta chiara e non ambigua a favore della democrazia ad altro genere di scelte di campo. Se non fossero bastati i sondaggi che davano la coalizione che fa riferimento a Sinistra Italiana all’1%, il fatto che Elly Schlein abbia deciso di rinunciare a candidarsi dovrebbe suggerire che forse quest’area politica sta andando nella direzione sbagliata. Se però in anni nei quali quest’area politica è stata drenata di voti come da un’invisibile idrovora, tanti non se ne sono resi conto, ho perso le speranze che accada oggi.
Nella stessa intervista di sopra Forenza sostiene che: “Il vento dell’Ottobre deve tornare a soffiare”. Purtroppo ad oggi l’unico vento d’Ottobre che sento soffiare è il vento gelido del totalitarismo che spero non preannunci l’inverno della dittatura. In quest’ottica considero la signora Forenza schierata dalla stessa parte di Salvini e Le Pen. Sarò affetto da un inguaribile dipendenza dalla democrazia ma io sto e starò dall’altra, quantunque ci sia da quella parte ben poco che mi entusiasmi. Il mio suggerimento a chi sia affetto dalla mia stessa dipendenza è di fare altrettanto.

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