Il framing e i Giovani PD

popolo-elite.jpgQualche giorno mi è capitato di sentire alla radio una puntata di Radio Anch’io, contenitore informativo mattutino di Radio Uno, nel quale un tale Guido Staffieri, segretario dei giovani democratici di Roma, mi allietava con considerazioni del tipo: “Il PD deve cambiare marcia, basta stare dalle parte delle élite, è il momento di tornare a stare dalla parte del popolo.”. Che è un po’ come dire, non votate per il PD, votate per il M5S che di contrapposizione tra élite e popolo ne parla da anni e ne sa molto più di me.
Il problema che Staffieri forse ignora è che una politica che voglia ottenere consenso deve lavorare prima sui “frame” che sulle opinioni. Un frame è una modalità di rappresentazione della realtà che orienta poi l’interpretazione degli eventi e la costruzione delle nostre opinioni. Politici più avveduti di Staffieri lavorano ogni giorno per costruire il nostro “framing” della realtà. Ogni volta che qualcuno parla di élite e popolo, chi lo ascolta percepisce un po’ di più la realtà come costituita da queste due entità e sente di dover prendere una delle due parti. Non importa se poi è a favore dei matrimoni gay o della pena di morte, viene prima la rappresentazione della realtà. framing_cartoon.gifSu questo blog si è già scritto che la rappresentazione “elite contro popolo” è fallace, perché non c’è un’élite ma semmai tante élite, e non c’è un popolo ma tante persone o al limite, in uno sforzo classificatorio, tanti gruppi di persone e il confine tra élite e popolo è piuttosto labile. In più la politica è l’arte di costruire il mondo a partire da una propria visione di mondo e tutte le visioni di mondo (sia quelle “popolari” che quelle “impopolari”) sono proposte da categorie sociali più attrezzate a produrne (”elite”) e approvate o respinte da una maggioranza di cittadini (”popolo”). Però siamo stati talmente abituati a sentircelo dire che anche quelli che guardano con diffidenza all’area populista finiscono nel tranello di ripercorrere la dicotomia popolo-élite come se ci fosse una scelta di campo da fare in merito. Non importa se le conclusioni sono poi diverse e ci sono dei distinguo, la cosa essenziale è che si asseconda tutto quello che consegue da quella rappresentazione. Questo probabilmente accade anche perché c’è la convizione (in realtà errata) che usare un framing di successo porti consensi. No, il framing deve essere coerente al proprio target elettorale, se no è un autogol, se un candidato democratico cercasse di fare concorrenza a Trump offrendo qualcuna delle rappresentazioni infantili della realtà che contraddistinguono l’attuale presidente degli Stati Uniti, non prenderebbe nemmeno un voto. Le opinioni vengono dopo e sono orientate dal frame, che è molto più pervasivo perché è solo una rappresentazione della realtà, non intacca le nostre convinzioni etiche, però le forza fino a renderci accettabile quello che prima non lo sarebbe stato. “Ero europeista e di sinistra ma mi hanno convinto che l’Europa è l’elite, chi è che lotta contro l’”elite Europa”? La Lega, e quindi se voto Lega sto dalla parte del popolo.” E’ uno schema di una semplicità disarmante ma non dissimile da quello che ho sentito spesso esporre a molte persone che mi spiegavano il loro voto.
Un altro concetto parente stretto del “framing” è l’”agenda setting“, ovvero la capacità di orientare quello di cui le persone parlano, che è diverso dall’orientare le opinioni, ma è un primo passo. La sociologia è pressoché concorde sul fatto che sia molto più facile orientare ciò su cui le persone hanno un opinione che le opinioni stesse. Siccome ci sono punti di vista molto più “divisivi” per alcune parti politiche di altri, è comprensibile che gli avversari di quelle parti politiche cerchino di parlarne ad ogni piè sospinto. E’ molto più probabile che l’elettorato che non vota Salvini si divida sulla legittima difesa o sull’accoglienza degli immigrati che sui matrimoni gay o sulla flat tax, per questo orientare il dibattito sui primi temi aiuta Salvini, anche se poi se ne parla in modo diverso e magari opposto a Salvini stesso. Ognuno di noi, me compreso, si lascia tentare spesso dal condividere l’ultima sparata di Salvini sull’immigrazione, ma in termini comunicativi è un assist a Salvini stesso, perché orienta la comunicazione su quell’argomento e non su altri, molto più scomodi.
28_tremain.jpgSettimane fa si sono svolte le elezioni in Danimarca e, tra la sorpresa di molti, ha vinto nettamente la sinistra. Ho trovato molto interessante questo approfondimento che spiega che la sinistra non ha vinto perché ha cambiato la posizione sull’immigrazione (come comunicato frettolosamente da molti mezzi di comunicazione) ma perché è riuscita a cambiare l’”agenda”. Ovvero in campagna elettorale si è parlato di temi sociali centrali per la vita di tutti noi: il welfare, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza e molto meno di sicurezza e immigrazione. Questo è quello che le forze progressiste devono essere in grado di fare, scardinare le categorie di pensiero inconsistenti anche se fanno presa sulla pancia del paese (elite contro popolo, italiani contro immigrati, gente per bene contro delinquenti), a costo di generare qualche iniziale sguardo perplesso, e rimettere al centro della discussione i veri temi fondamentali su cui si misura il progresso del paese che paradossalmente l’emotivizzazione della politica ha relegato a temi quasi obsoleti. Quando si capirà che l’errore delle forze politiche progressiste, è aver accettato e subito il “framing” altrui e aver smesso di parlare dei problemi reali dei cittadini, forse si farà qualche passo avanti.
P.S. in questo articolo ho citato molte volte Salvini. L’ho fatto per proporre esempi di facile comprensibilità perché è ovviamente un personaggio molto noto e controverso. Però ho dimostrato, anche in questo, la difficoltà di evitare l’”agenda setting” che questo personaggio ha imposto, riuscendo ad occupare il centro del quadro politico.

29 maggio

C’era una volta un’Italia in cui, quando qualcosa di brutto succedeva allo stadio, ci si divideva tra chi diceva che “Questa è la società italiana, cosa volete? Che lo stadio sia migliore?” e chi invece diceva: “Ma no. Lo stadio concentra il peggio della nostra società e dei nostri istinti. Noi non siamo così”. La percezione era che gli stadi fossero un posto in cui si radunava la parte peggiore, irosa e rancorosa, della società, pronta a sfogare verso i 22 in campo, l’arbitro e i tifosi avversari quei bassi istinti che durante la settimana la società li obbligava a trattenere.
kean-in-cagliari-juve.jpgPoi le cose sono cambiate. Mentre negli stadi si diffondevano messaggi di pace e solidarietà, di correttezza e rispetto, si chiudevano le curve per battute macabre sul Vesuvio o per gli insulti al portiere avversario, fuori dallo stadio imperversavano i tweet di Salvini, nelle nostre città sfilavano le braccia tese di Casapound, nei nostri bar si ruminavano i luoghi comuni su “quelli là”, l’intolleranza per ogni diversità diventava la norma. Oggi che la nostra nazionale di calcio, e non solo di calcio, è piena di giocatori di colore, che la maggior parte dei tifosi hanno capito che equiparare una persona ad una scimmia è un insulto inaccettabile anche in un contesto emotivamente ribollente come uno stadio di calcio, è più probabile sentire commenti razzisti in un bar, al cinema o tra i commenti ad un articolo della Stampa online che sugli spalti di uno stadio. Il calcio è diventato quasi un mondo ovattato. Sì, certo, c’è ancora qualche irriducibile della curva che insiste pateticamente a fare i suoi cori ed ad agitare le sue banane, che sfoggia simboli e slogan violenti, ma sono davvero sparute minoranze. E’ sempre più frequente sentire stadi fischiare i comportamenti inappropriati da parte della sua curva.
Mi colpì molto vedere. un paio di mesi fa, dopo l’orribile serata di Cagliari dei buu razzisti ai giocatori di colore della Juventus, vedere negli studi di Sky il confronto tra Adani e il presidente del Cagliari Giulini. L’uno è un uomo di calcio, uno che è nel calcio da ragazzo, prima come giocatore e poi come ottimo commentatore, l’altro è uno che al calcio si è accostato da pochi anni. L’uno è un uomo della strada, cresciuto in un paesino, con pochi studi alle spalle, l’altro è uno nato nella Milano bene, bocconiano, imprenditore. Eppure il primo ci fece la figura di chi ha una visuale ampia e progressista, di chi conosce il mondo e sa capirlo e intepretarlo, il secondo ci fece la figura del selvaggio uscito poco fa dalla giungla. Giulini arrivò con la sua aria boriosa a parlare di “moralismo”, Adani lo inchiodò al suo lessico da nullatenente dell’intelletto e alla sua miseria etica. Questo è il paradosso del calcio di oggi, un ambiente che un tempo pareva il rifigium peccatorum della società, oggi cerca di espellere i morbi che divampano nella società fuori dagli stadi e chi si avvicina al calcio è bene che lo faccia in punta di piedi.
39_rispetto.jpgCosì, quest’anno più che mai, la vicinanza del 4 e del 29 maggio ha solleticato i tifosi di Juve e Toro a scambiarsi messaggi di rispetto e di cordoglio per le rispettive tragedie, mentre là fuori si esultava per i barconi affondati. Non dico che il calcio sia diventato un luogo di correttezza e di rispetto, ma il livello si è innalzato fino a diventare superiore a quello medio della società che sta fuori. Di certo le cose sono molto migliorate rispetto a venti-trenta anni fa, avrei preferito fosse successo lo stesso anche al di fuori del calcio, ma accontentiamoci di questa piccola vittoria.
Come ogni anno riracconto gli eventi di quel giorno di fine maggio e i nomi di quelli che quel giorno purtroppo non tornarono a casa.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

La divisività delle feste e dei saloni

vignetta_anpi.jpgAnni fa proposi ai miei colleghi di ufficio un ritrovo per festeggiare il mio compleanno. Tra gli invitati c’era anche una collega, facente parte dei testimone di Geova, che si limitò a declinare cortesemente l’invito, ma, su segnalazione di qualche altro invitato, ebbi l’opportunità di apprendere che i Testimoni di Geova considerano negativamente la celebrazione del compleanno. Questo episodio mi suggerisce che le feste, anche quelle apparentemente più laiche e meno ideologiche come il compleanno, possono suscitare sentimenti diversi tra persona e persona. Le feste esistono per celebrare qualcosa: non è quasi mai difficile trovare qualcuno per cui quel qualcosa non sia affatto da celebrare. Le feste religiose, dividono i credenti dalle persone non credenti, o credenti in altra religione; il 2 giugno divide i repubblicani dai monarchici (ci sono ancora), il 17 marzo divide secessionisti e neoborbonici da tutti gli altri, il 4 novembre divide quelli che lo considerano l’anniversario di una vittoria, da quelli che lo considerano solo la ricorrenza della conclusione di un’inutile carneficina, la festa del Papà e della Mamma dividono quelli che ce li hanno da quelli che non ce li hanno più o non li hanno mai conosciuti.
Spesso si sente dal fronte dell’estrema destra definire il 25 aprile una festa “divisiva” e anche quest’anno questo mantra non si è fatto troppo desiderare, ma è un’affermazione pressoché tautologica appunto perché qualunque festa è divisiva, e questo perché sulle feste, come su qualunque altra cosa, le opinioni sono diverse. Le feste ci sono non perché sono feste per tutti ma perché sono tali almeno per un ampia maggioranza di persone. Il Natale si continua a festeggiare perché la maggiore parte delle persone credenti in Italia sono di religione cristiana e molti dei non credenti condividono comunque laicamente i valori del Natale. Il 2 giugno si continua a festeggiare perché la stragrande maggioranza degli italiani, compresi molti di quelli che il 2 Giugno del 1946 votarono per la monarchia, trovano sia giusto celebrare le istituzioni che gli italiani si sono dati da allora in poi. Il 25 aprile si festeggia la definitiva caduta del fascismo, la fine della seconda guerra mondiale e l’avvio del processo di democratizzazione del paese, riassumibile simbolicamente nella vittoria della democrazia contro il totalitarismo. Una democrazia trova la sua forza anche nel fatto che tollera l’opinione anche di chi la vorrebbe distruggere e non mi scandalizzo che ci sia ancora oggi chi non trova nulla ci sia nulla da festeggiare il 25 aprile. Ma di tutte le sopracitate minoranze che non condividono quanto una festa celebri non ce n’è una dalla quale mi sento più distante che quella che non condivide il 25 aprile, e se, come detto, tutte le feste sono divisive. non c’è festa che mi rallegro di più sia divisiva del 25 aprile, essendo ben contento che questa festa divida il sottoscritto da chi rimpianga la sconfitta del fascismo, la caduta del totalitarismo e l’avvento della democrazia.
1754-salone-del-libro.jpgAnche il Salone del Libro di Torino è stato considerato come “divisivo” in questa sua edizione a causa della presenza ingombrante di una casa editrice collegata a formazioni politiche neofasciste che ha pure curato l’edizione di un libro su Salvini e che alla fine è stata esclusa. E di nuovo una parte dell’opinione pubblica si è chiesta fino a che punto un’istituzione, che in questo caso è il Salone, debba essere sempre e comunque “inclusiva”. Di nuovo, ci sta perfettamente, a mio modo di vedere, che ci sia chi deve rimanere fuori dal Salone del Libro, esattamente come un casa cinematografica che propone film pornografici non può aspettarsi di andare sulla RAI o non ci si può aspettare che la teoria terrapiattista venga spiegata a scuola. Di nuovo si confonde la libertà di espressione con quello che le istituzioni democratiche sono tenute a promuovere o a non promuovere.
In definitiva è sacrosanto permettere a chi pensi che il fascismo sia un modello ingiustamente rifiutato di pensarlo e di esprimere tale opinione nelle forme accettate dalla legge, ma non si aspetti di partecipare ai festeggiamenti delle feste nazionali o di esporre le sue idee al Salone del Libro o in altri simili consessi. E questo perché è altresì sacrosanto che le istituzioni democratiche non promuovano la diffusione di simili opinioni, attraverso tutti gli strumenti che hanno a disposizione, che siano le feste nazionali o che siano le istituzioni di promozione culturale.
salvini-e-casapound.jpgCerto, lo spartiacque tra quello che è giusto promuovere e quello che non è giusto promuovere è arbitrario, ma il problema è proprio l’arbitrarietà dello spartiacque tra democrazia e totalitarismo, tra ciò che è giusto promuovere e ciò che è giusto non promuovere. Quello spartiacque lo costruiamo noi, opinione pubblica, di giorno in giorno, con le nostre opnioni, con il nostro consenso. Mettendo l’uno o l’altro a capo delle istituzioni elettive e tributando a costoro popolarità e fiducia. Se queste opinioni, se il controllo che esse esercitano si allenta, lo spartiacque rischia di spostarsi.
Il problema di fondo che quest’ultima vicenda evidenzia è proprio la evidente contiguità che tali forze antidemocratiche hanno oggi con componenti del governo del paese. Questa è la parte davvero preoccupante della vicenda e quella che davvero rischia di lacerare il paese: ovvero il fatto che il doveroso spartiacque tra chi crede nella democrazia e chi crede in altri modelli attraversi oggi le istituzioni dello stato e che ci siano alte cariche del paese che, quantomeno tengono il piede a cavallo dello spartiacque, per non dire che stanno oltre. Il fatto che i fascisti stiano al Salone del Libro è infinitamente meno grave rispetto al fatto che ci sia a Palazzo Chigi chi familiarizza con loro. Questo è ciò che deve far preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia.

La nuova maschera del potere

bettino_craxi_e_giulio_andreotti.jpgAbbiamo conosciuto periodi in cui il potere politico, quello vero, quello che occupa i ruoli istituzionali della politica, non quello immaginario dei complottisti, stava al posto suo e lo occupava, più di oggi, con l’arroganza e la supponenza che sempre nei secoli il potete politico ha indossato, facendo sentire tutto il suo distacco rispetto al cittadino comune. Parlo degli anni ‘70 o ‘80, di Craxi e Andreotti. Era un potere che sfoggiava la propria distanza dai cittadini comuni come un bel vestito, e non è che si vergognasse più di tanto di mostrare le proprie collusioni con altri pezzi del sistema. Eppure, anche in quei periodi, mi è difficile ricordare un membro del consiglio di amministrazione della RAI scrivere a quattro mani con un esponente di spicco di un partito politico un articolo per una testata giornalistica che è percepita come organo di quello stesso partito. Ed invece un caso simile si è verificato nei giorni scorsi, quando il consigliere RAI Freccero e l’esponente del M5S Di Battista hanno scritto a quattro mani un articolo per il blog “beppegrillo.it” e non è forse casuale che un evento del genere succeda proprio oggi che invece il potere politico è tutto uno strizzar d’occhi e un dare di gomito verso il cittadino medio.
freccero-e-di-battista.jpgTemo sia proprio questa finta complicità ciò che suggerisce ad un uomo di punta della RAI l’opportunità di sedersi al tavolo con un politico di grido e scrivere insieme un bell’articolo. Ciò che in un contesto normale sarebbe percepito come un intollerabile promiscuità tra poteri la cui collusione è un obiettivo elemento di rischio della libertà di informazione, qui la si spaccia per una spensierata convergenza di pensiero tra due disinvolti interpreti dell’epocale cambiamento in atto. E infatti l’unico vero cambiamento epocale è in atto è proprio questo, che il potere ha scelto una diversa forma in cui proporsi, simpatica, empatica, popolare, dietro la quale si nascondono gli stessi comportamenti, la stessa strategia di occupazione a macchia d’olio delle istituzioni, la stessa arroganza nei fatti, ma mascherata dal volto sorridente e scanzonato di Di Battista, o dall’aspetto anticonvenzionale di Freccero.
angriness-about-politics.jpgA rendere ancora più paradossale la vicenda c’è il fatto che questi uomini di potere si incontrano per scrivere un articolo proprio contro il “potere”, acrobazia ancora più audace. Ma fa parte tutto di quell’operazione di continua dissimulazione e occultamento che è alla base della retorica populista. Parlo del “potere” finché non ce l’ho, dopodiché, quando lo ottengo, mi devo inventare un potere alternativo, oscuro, perché il discorso sul “potere” continui a funzionare. Completa il quadro poi il fatto che in questo articolo il paladino della libertà di informazione e del popolo sia Julian Assange. E se un uomo che è stato coinvolto attivamente nel Russiagate, di cui sono confermati i legami con l’entourage di Trump da una parte, col il governo russo dall’altra, nonché con il fronte politico pro-Brexit, è considerato il paladino della libertà c’è poco da stare allegri.
Non pensavo ci potesse essere nulla di più irritante dell’arroganza di Craxi, dello sguardo di supponenza di Forlani, e invece oggi scopro che c’è: è il sorriso da piazzista che maschera i fatti, è il volto di un potere nei fatti molto simile a quello di allora, ma che ha imparato a vendersi, e questo lo rende più sfrontato e quindi più pericoloso.

Il complicato processo di scelta dell’elettore democratico

alexis_tsipras_2015_cropped.jpgEra il Maggio 2014, le elezioni europee si avvicinavano e, come al solito, mi trovavo lacerato dall’incertezza su dove apporre la mia democratica crocetta. Il PD si accingeva a celebrare il trionfo dell’uomo della provvidenza più effimero che l’Italia abbia avuto, Matteo Renzi, e questo escludeva che potessi aggiungere il mio voto a quelli che cercavano posto sul carro del vincitore per poi fuggire rapidamente su altri carri. Il M5S aveva oltrepassato abbondantemente la soglia oltre la quale il voto di protesta diventa autolesionista. Gli altri pataccari di destra e sinistra non starò nemmeno a menzionarli. C’era la lista Tsipras, della quale mi piaceva il leader, che non a caso in Grecia sembra abbia fatto piuttosto bene. Ricordo ancora che provai a sentire un video del capolista nella mia circoscrizione. Dopo 30 secondi di supercazzola in un italiano approssimativo (e questo non perché erano le elezioni europee) decisi che ero già sufficientemente incerto per non peggiorare le cose ascoltandolo oltre. Avevo ormai deciso che avrei votato Tsipras e pazienza se i candidati della mia circoscrizione non erano propriamente convincenti.
Ecco, poi però mi è capitato di leggere delle vicenda della terza “Carovana antifascista in Donbass”. E’ una carovana di personaggi collocabili in quella che si definisce comunemente “sinistra antagonista” che hanno deciso di organizzare una sorta di pellegrinaggio pastorale nei territori delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, condito da incontri cordiali con i militari filorussi che oggi controllano quell’area. A questa “carovana” ha partecipato anche una signora che si chiama Eleonora Forenza, parlamentare europeo della Lista Tsipras che ho contribuito ad eleggere anch’io. Già mi dà una bella botta allo stomaco il fatto che una parlamentare democraticamente eletta al Parlamento Europeo (e con il mio voto per giunta) faccia visita a ribelli che lottano per traghettare un paese che cerca di darsi una, seppur debole, democrazia, verso un regime dittatoriale e repressivo come quello russo, che, se dovessi usare il linguaggio dell’onorevole Forenza, definirei senza alcuna esitazione “fascista”. Quello che però più mi irrita è proprio la definizione di anti-fascista, che insulta tutti coloro che anti-fascisti lo sono davvero e che si sono sentiti paragonare a soldati al servizio di uno dei dittatori più conservatori e oscurantisti che ci siano sulla faccia della terra. eleonora-forenza.jpg
In piena continuità con le premesse la Forenza, una volta tornata a casa, si è prodigata a spiegare che l’Ucraina l’aveva definita una terrorista, voleva chiederne l’estradizione e così via. Sembra però che la cosa fosse un totale fake, mi auguro frutto di un equivoco e non di un tentativo di farsi pubblicità in modo truffaldino. Mi ha colpito infine leggere questa intervista nella quale Eleonora Forenza, di fronte alla domanda sui suoi rapporti con la casa madre Russia, balbetta le stesse frasi sconnesse che sentiresti facendo la stessa domanda a Salvini o a Le Pen, sul genere: “Non è che amo Putin, però certo che gli Stati Uniti…”. D’altronde la stessa parlamentare, non solo si è sempre detta contraria alle sanzioni contro la Russia, ma ha addirittura votato contro (non da sola purtroppo) una risoluzione che chiedeva la libertà per alcuni detenuti politici in Russia.
Apprendo che il 26 maggio questa signora si ricandiderà e che il gruppo di “Sinistra Italiana” la considera una dei suoi volti più rappresentativi. Io ho spesso, nella mia mediocre vita di elettore, votato in quest’area politica, non solo nel 2014. L’ho sempre fatto turandomi il naso, conscio della presenza di persone di labile fede democratica, come la Forenza dimostra. Questa volta però non lo farò, perché è il momento di anteporre una scelta chiara e non ambigua a favore della democrazia ad altro genere di scelte di campo. Se non fossero bastati i sondaggi che davano la coalizione che fa riferimento a Sinistra Italiana all’1%, il fatto che Elly Schlein abbia deciso di rinunciare a candidarsi dovrebbe suggerire che forse quest’area politica sta andando nella direzione sbagliata. Se però in anni nei quali quest’area politica è stata drenata di voti come da un’invisibile idrovora, tanti non se ne sono resi conto, ho perso le speranze che accada oggi.
Nella stessa intervista di sopra Forenza sostiene che: “Il vento dell’Ottobre deve tornare a soffiare”. Purtroppo ad oggi l’unico vento d’Ottobre che sento soffiare è il vento gelido del totalitarismo che spero non preannunci l’inverno della dittatura. In quest’ottica considero la signora Forenza schierata dalla stessa parte di Salvini e Le Pen. Sarò affetto da un inguaribile dipendenza dalla democrazia ma io sto e starò dall’altra, quantunque ci sia da quella parte ben poco che mi entusiasmi. Il mio suggerimento a chi sia affetto dalla mia stessa dipendenza è di fare altrettanto.

Il cattivismo ed una serata musicale

cattivo-anticonformismo.pngNon fatevi ingannare dal titolo, non vi parlerò di Salvini, di Di Maio o di Trump. Niente barconi o muri. Vi parlerò solo di una serata passata amabilmente a seguire il saggio musicale che alcune scuole, tra cui quella di mia figlia, hanno congiuntamente organizzato la settimana scorsa per festeggiare l’arrivo prossimo del Carnevale.
Era una serata fredda e stava iniziando a nevicare quando arrivavamo nell’ampia struttura che ospitava l’evento con risicato anticipo. Essendo in tre: io, mia moglie e la Nonna, cercavamo vanamente tre posti vicini nelle prime file. Ne trovavamo due liberi e domandavamo gentilmente alla signora che occupava il terzo con una giacca se il posto fosse occupato. Lei rispondeva di sì. Inutile dire che il posto sarebbe rimasto occupato solo dalla giacca per tutta la sera. Decidevamo quindi, senza suscitare alcuna commozione nell’inflessibile signora, che la Nonna si sarebbe seduta da sola qualche fila dietro. Poco dopo, le due persone sedute immediatamente davanti a noi si allontanavano senza dar l’impressione di voler tornare e la Nonna ne approfittava per avvicinarsi. Anche qui, il posto contiguo ai due appena liberatisi sembrava occupato solo da una giacca. Dopo qualche tempo mia moglie, con la scusa di voler scambiare qualche impressione con la Nonna, si spostava nella fila di fronte e chiedeva alla signora proprietaria della giacca se il posto fosse occupato. La signora rispondeva categoricamente: “Sì, sta arrivando mio marito”. Mia moglie, con un sorriso accattivante, le rispondeva: “Non si preoccupi. Quando suo marito arriva mi sposto subito.” e si sedeva scostando la giacca con garbata decisione. Il marito ovviamente non si sarebbe visto. Ci auguriamo con tutto il cuore che non abbia avuto un qualche contrattempo.
Nel frattempo il concerto proseguiva e una turba di bambini di una qualche altra scuola, assisi non lontano da noi, si segnalavano per la loro irrequietezza, tanto che il maestro che dirigeva l’orchestra filarmonica era costretto, mentre con una mano muoveva la bacchetta, a usare l’altra per fare segno ai bambini strepitanti di stare buoni. Il lettore più arguto avrà già indovinato che una delle bambine più turbolente della masnada era la figlia della prima delle due signore dalle giacche invadenti. Quando poi la presentatrice della serata, una composta insegnante elementare, si permetteva di richiamare mitemente i fanciulli indiavolati, sentivamo alle nostre spalle levarsi contro di lei feroci critiche provenienti dalla signora di prima e da altre sue comari cicalanti.
babbo-natale.jpgNon c’è bisogno di arrivare a quelli che esultano all’ennesima strage del mare, non serve nemmeno richiamarsi ai più alti ideali di pietas e di carità. Basta fermarsi ai livelli minimali di rispetto per il prossimo che la nostra società si è permessa di codificare, per dire che qualcosa si è infranto, che oggi il prossimo nostro ha smesso di essere un compagno di ventura che può aiutarci e che possiamo aiutare a percorrere in modo più lieve l’incerto cammino della vita. Il prossimo nostro è diventato un ostacolo, un ingombrante intralcio dal quale guardarci e rispetto ai cui intenti avversi ed ostili dobbiamo sempre vigilare, possibilmente anticipandoli con la stessa avversione ed ostilità. Le regole di civile convivenza sono diventate un laccio opprimente alla nostra libertà, che è vera libertà solo quando finalmente azzera la molesta libertà altrui. Qualunque limitazione eteroimposta o autoimposta a quella libertà viene vista come una intollerabile forzatura. Questo include tutte quelle forme di solidarietà interpersonale che vanno dall’empatia per chi sta avendo una vita difficile e sfortunata a chi, più semplicemente, vorrebbe sedersi nel posto libero vicino a noi ad un concerto o a vorrebbe ascoltare il medesimo concerto senza esserne impedito dagli schiamazzi. Per questo qualunque forma di empatia o di cortesia viene bollata come una manifestazione falsa di sé stessi (di qui l’uso frequente dell’espressione “ipocrisia” o “ipocrita”) mentre l’idolatria della “spontaneità” spinge a considerare “vere” solo quelle manifestazioni che negano il rapporto con l’”altro” in un orizzonte il cui l’unico riferimento è il proprio “io”.
Non so quando è successo esattamente e come fare a tornare indietro, se è ancora possibile. Però tutto ciò è quello che non riesco che a chiamare cattivismo, una condotta divenuta ormai ampiamente maggioritaria nell’Italia odierna, e che pare rappresentare l’unica ideologia sopravvissuta alla crisi di tutte le altre.

8 Febbraio 2019

Baricco e l’élite

800px-alessandro_baricco.jpgIl dibattito pubblico è stato vivacizzato nelle ultime settimane da un articolo di Baricco pubblicato su La Repubblica e sul sito The Catcher. L’articolo ha suscitato molte reazioni su varie fonti di informazioni e vorrei aggiungere a questo dibattito anche il contributo di questo blog. Provo, per prima cosa, a sintetizzare l’articolo, per chi non abbia voglia di leggerlo e per provare a ripercorrerlo velocemente per meglio indirizzare i miei commenti.
L’idea di Baricco è raccontare la storia degli ultimi anni legandone gli sviluppi alla crescente rivolta sociale dell’”uomo comune” contro le “élite”. In estrema sintesi per Baricco ciò che ha suscitato questa rivolta è che, mentre la tecnologia facilitava l’accesso all’informazione (o almeno alla percezione di essere informati) e quindi determinava una redistribuzione del sapere (presunto), le élite non hanno facilitato una eguale redistribuzione della ricchezza e ci siamo ritrovati ad aver a che fare con un popolo informato ma insoddisfatto delle proprie condizioni di vita. Le élite non hanno saputo prevenire né reagire a tutto ciò e oggi si trovano spaesate e impotenti. Baricco cita infine l’Unione Europea come un esempio di un progetto delle élite che è stato mandato in crisi proprio perché percepito come imposto dall’alto.
Non è in sé un discorso molto originale anche se è piuttosto ben strutturato e il tono distaccato lo rende in qualche modo ascoltabile. Sarebbe un articolo interessante se l’intento fosse riprodurre la rappresentazione della situazione come il cittadino comune la vede, ma come analisi oggettiva della realtà è invece abbastanza deludente. Questo perché tutta la rappresentazione che Baricco dà delle élite e del loro rapporto con le trasformazioni sociopolitiche in atto risente della stessa rappresentazione falsa e fuorviante che ne dà il populismo. Le élite sono rappresentate come un gruppo monolitico che prende decisioni e che, una volta prese, si ingegna su come imporle ad un “popolo” più o meno passivo. Ogni rappresentazione non può che essere solo una semplificazione della realtà, ma questa lo è troppo per risultare utile a conoscere la realtà stessa.
Nel mondo reale infatti le élite sono tante e differenti, con differenti obiettivi, speculativi o ideali, tattici o strategici. E’ vero che la competizione tra queste élite determina le grandi trasformazioni sociopolitiche (Bourdieu ha scritto cose interessanti in merito nel suo straordinario “La Distinzione“), ma tale competizione non si attua nelle oscure stanze del potere, nei congressi di Bilderberg o sul panfilo Britannia, ma si attua con i ben noti meccanismi della politica che passano attraverso il controllo del consenso e l’appropriazione dei mezzi produttivi, informativi e coercitivi (aspetto ques’ultimo fondamentale soprattutto nelle dittature). Le élite, nelle persone di politici, imprenditori, giornalisti, docenti universitari, eccetera, cercano di elaborare strategie, proporre visioni e orientare l’opinione pubblica a sostenerle e le svolte storiche passano attraverso questi complessi meccanismi, non tramite riunioni segrete. Non esiste quindi un’unica élite a cui addossare la colpa di quello che è andato storto, ma semmai ci si può lamentare che l’élite che ha vinto probabilmente non era quella con la proposta migliore. Tra gli anni ‘90 e l’inizio del terzo millennio l’élite che propugnava una società più equa è stata soppiantata da chi vedeva come proprio obiettivo la massimizzazione dello sviluppo economico, a prescindere dall’equità sociale. E’ successo sulla stampa, è successo nelle università e di conseguenza è successo anche nelle cabine elettorali (si veda nel grafico il colore delle maggioranze di governo nei 28 stati membri in questo periodo). Di conseguenza le società europee sono diventate, in linea con questo andamento, meno eque e portano oggi Baricco a dire che non c’è stata ridistribuzione della ricchezza. Possiamo chiederci come mai le élite egualitarie hanno perso ed è sicuramente un bell’esercizio ma è fuorviante puntare il dito contro le élite come elemento di sistema.
populism.jpgNon dimenticherei poi che quella parte della nostra società che non è élite e che Baricco chiama “gente” non è stato in questi anni solo un soggetto passivo e non lo è in ogni caso, almeno in democrazia. Una buona parte di quella “gente” è rappresentata da coloro che hanno votato liberamente per soggetti politici che si proponevano di rendere la società più ineguale e che ci sono riusciti.  Non lo hanno fatto consapevolmente e probabilmente sono tuttora inconsapevoli della parte che hanno avuto in tutto ciò, ma, con tutti gli alibi che si possono fornire alla “gente”, è fuorviante descriverla come un soggetto passivo in questo processo.
Parliamo poi dell’Unione Europea. L’Unione Europea è nata in realtà dalla convergenza di intenti tra un’élite intellettuale che vedeva nel superamento dei confini la possibilità di scongiurare nuovi conflitti in Europa e di un’élite economico-finanziario che vedeva nel superamento dei confini la possibilità di fare business. C’erano probabilmente altre élite che erano contrarie ma in una prima fase non avevano troppo peso, anche perché non vedevano l’Europa come un pericolo. Quando negli anni ‘90 la maggior parte dei paesi europei hanno visto scemare quell’afflato ideale, anche perché governati per lo più da governi conservatori, una parte delle élite politiche che vedevano con preoccupazione la transizione di potere verso una democrazia europea, che temevano di non poter padroneggiare come prima, hanno cominciato a guadagnare potere ed influenza ed hanno iniziato a raccontare l’Unione Europea come qualcosa di lontano e poco comprensibile. La questione linguistica e il gap culturale hanno contribuito ma l’andamento economico ha dato il contributo più determinante. Non è certo un caso se il nostro paese, un tempo re dell’europeismo è diventato tra i più euroscettici, mentre paesi come la Spagna o il Portogallo, che hanno avuto performance economiche ben migliori delle nostre nell’ultimo decennio, sono tra i più eurofili. Quindi, anche qui, non c’è stata un’élite che ha elaborato male il suo progetto, ma tra le varie élite, ha vinto quella a cui andava bene un’Europa dell’economia e della finanza ma non necessariamente della politica, quindi non dei cittadini. Quei cittadini che comunque si sono avvantaggiati della presenza dell’Europa dell’economia e della finanza, come contraltare alle altre potenze mondiali ma che non hanno percepito questo vantaggio: sia perché la maggior parte dei vantaggi andavano ad una minoranza di cittadini, sia perché era più forte il messaggio che gli arrivava dalle élite locali che ne sottolineavano i lati negativi.
Ciò su cui mi sento di concordare con Baricco è l’importanza che ha avuto la tecnologia. Al cittadino comune la mole di informazione che Internet ha garantito ha dato la percezione di contare più di prima ed è diventata meno accettabile la subalternità nella quale la vecchia struttura sociale lo teneva. Sono così tramontati definitivamente i mezzi di intermediazione tradizionali tra élite e cittadini comuni (partiti, organizzazioni sindacali, chiesa, fonti di informazione tradizionali) ma a quel punto il cittadino comune ha cominciato a sentire un’eccessiva distanza rispetto ad una politica che non capiva e la necessità di sentirsi raccontato il mondo in un mondo diverso rispetto a prima. La crisi ha fatto il resto dando l’idea che quella politica, così incomprensibile, fosse anche inefficiente. Questo ha reso sempre più pagante un modo di fare politica totalmente prono alla comunicazione e altrettanto privo di un progetto, in un’ottica molto simile a quella commerciale. Non a caso le campagne elettorali recenti sono concentrate su pochi slogan di immediata comprensione e le questioni di fondo, come redistribuzione delle risorse, welfare e crescita economica, rimangono sullo sfondo.
social-issues.jpgCondivido la conclusione di Baricco sul fatto che da questa situazione si esce studiando, approfondendo e informando. Per poter informare però è necessario non piegarsi a rappresentazioni fasulle, per quanto forse maggioritarie oggi, della realtà, che purtroppo è quello che fa Baricco. E’ necessario che quella parte della nostra società (che sia élite o non élite) che prima ha sostenuto la padella delle forze iperliberiste, e poi ha deciso di saltare nella brace del populismo si rassegni al fatto che la forza di una società liberaldemocratica è la percezione della stragrande maggioranza dei cittadini di far parte della stessa macchina che funziona e che distribuisce a tutti benessere. Quando troppe persone hanno l’impressione di ricevere solo le briciole quella società si lacera e la macchina smette di funzionare che è esattamente quello che sta succedendo.

1 Febbraio 2019

La scienza, la politica e la sinistra

burionicorallo.jpgQualche giorno fa mia figlia, che ha da poco compiuto 8 anni, mentre si preparava per andare a scuola al mattino, mi ha riferito quanto accaduto il giorno prima durante l’ora di ginnastica, allorché era stata sottoposta a un’intensa attività fisica che le aveva determinato qualche dolore alla muscolatura, dolore ancora presente il mattino dopo. Avevo poco tempo e, nella frenesia mattutina, mi sono limitato a spiegarle come mai avesse male ai muscoli e che non era nulla di cui preoccuparsi. Anziché ringraziarmi per la spiegazione e sentirsi rassicurata dalle certezze che le avevo espresso si è irritata dicendo che non davo sufficiente ascolto al suo sfogo. Dove ho sbagliato? Dove sta il problema? Sta nel fatto, credo, che chi è pervaso da una sentimento che può essere di paura, può essere di frustrazione, può essere genericamente di insoddisfazione, va per prima cosa accolto e rassicurato e poi, quando accolto, si può spiegare tutto quello che c’era spiegare in termini scientifici o comunque razionali. Questo principio, che ho appreso sul campo diventando papà, è un principio che, a mio avviso, può essere benissimo applicato a un campo molto diverso come la divulgazione scientifica. Se vuoi spiegare qualcosa a qualcuno che è venuto a una conferenza con l’idea precisa di farsi una cultura sul tema, puoi saltare tutti i preamboli e iniziare subito la tua lectio magistralis. Se invece vuoi spiegare un dato scientifico a chi è pieno di paure e conseguenti preconcetti, prima di qualunque altra cosa, devi portarlo ad una predisposizione di animo favorevole ad ascoltarti, altrimenti il suo atteggiamento sarà di totale chiusura e non riuscirai a spiegare un bel niente. Per questo trovo che Burioni, che è sicuramente persona competente ed in gamba, non sia un buon divulgatore scientifico ed il fatto che abbia molti follower e raccolga svariati like mi conferma che è bravo a polarizzare le opinioni e quindi a fare molti seguaci, ma temo che non siano molti i novax ai quali ha fatto cambiare opinione e questo dovrebbe essere l’obiettivo invece di un buon divulgatore. Burioni quando sta sui social network sembra avere un impostazione più politica, ovvero basata sulla ricerca di un ampio consenso tra chi già condivide le sue idee, che scientifica.

Non sono quindi sorpreso e nemmeno indignato dal fatto l’enfant prodige del Partito Democratico Dario Corallo, durante un intervento all’assemblea nazionale del partito, abbia citato Burioni come esempio negativo di comunicazione. Il problema semmai è che, mentre lo faceva, Corallo compiva, a rovescio, la stessa invasione di campo. E in effetti quello che nel panorama attuale sembra esser stato smarrito è proprio un’idea chiara di cosa sia la scienza e cosa sia la politica e dove stia il confine. Si badi, al riguardo, che l’economia è una scienza, non è una propaggine un po’ oscura della politica.
Provo a cercare di fare un po’ di chiarezza, almeno nella mia mente e in questo blog. Credo che il dovere della politica non sia elaborare nuove teorie scientifiche in generale, o economiche in particolare, ma decidere come ridistribuire le risorse che le teorie economiche correntemente accettate garantiscono. Mi fa piacere che, come Corallo ci ricorda, nelle università si parli di fine del capitalismo: il compito della ricerca è quello appunto di elaborare teorie nuove e magari rivoluzionarie e Wolfgang Streeck è sicuramente un autore interessante. Fintanto però che tali teorie saranno nello stadio di congetture intellettuali la politica non può pensare di occuparsene. Sono stufo e siamo stufi di sentire la politica raccontarci teorie fantasiose su quanto deficit si può fare, sulla moneta unica, sull’austerity. La politica deve spiegarci come e perché ridistribuisce le scarse risorse a sua disposizione. Le “idee di destra” che il PD ha accettato non sono le regole di stabilità, non sono i rischi per il paese che il debito pubblico comporta. Le “idee di destra” che il PD ha fatto sue sono quella per cui l’unico modo per finanziare la spesa pubblica sia fare debito, assecondando il tabù (liberista) dell’impossibilità di aumentare le tasse. Quello che il PD ci deve spiegare non è come mai ha cercato faticosamente e insufficientemente di far rientrare il paese dallo schiacciante debito pubblico, quello lo può spiegare qualunque studente di economia. Quello che il PD ci deve spiegare è come mai ha abolito le tasse sugli yacht, come mai ha accettato che l’Italia sia uno dei paesi europei con le aliquote fiscali più alte per chi guadagna 1000 euro al mese, e le più basse per chi ne guadagna 100mila, come mai ha messo mano alla precarietà del lavoro con il Jobs Act senza controbilanciare questo provvedimento (magari davvero necessario) con gli opportuni ammortizzatori sociali che ne attutissero l’impatto sui salari. Se la sinistra del PD vuole tornare ad avere un ruolo, non può sperare di farlo facendo eco alla narrazione populista del M5S o della Lega, ma deve farlo sfidando la maggioranza PD su ciò su cui nemmeno i suoi rivali lo sfidano, ovvero sull’incapacità di indicare con coraggio una terza via, tra il liberismo vero e il liberismo camuffato dei populisti.
La stessa assenza di coraggio e la stessa subalternità al populismo Corallo la dimostra sull’Europa. Non se ne può più delle lamentazioni sulla democraticità dell’Europa. Se non ti piace l’Europa così come è oggi spiegaci, caro Corallo, cosa intendi e come pensi di migliorarla, che è esattamente quello che non ha il coraggio di fare la maggioranza PD e che dovrebbe essere nel DNA di un partito progressista, altrimenti sommerai la tua voce alla vulgata populista e sovranista che rappresenta, quella sì, una minaccia alla nostra democrazia, non essendo altro che una versione riveduta e aggiornata delle forme classiche di nazionalismo.
In definitiva la politica faccia la politica e la scienza faccia la scienza e proviamo a ridare all’una e all’altra la fiducia di cui necessitano evitando invasioni di campo reciproche. E in politica, la sinistra torni a fare la sinistra, ce n’è di spazio per farlo, c’è più che mai bisogno di equità sociale. Manca solo la forza e il coraggio di proporre nuovi modelli di sviluppo compatibili con una più forte redistribuzione delle risorse.

29 Maggio

mole-39.jpgDa ieri esiste un nuovo luogo a ricordare il 29 Maggio e chi perse la vita per vedere una partita di calcio. A Torino, tra Lungo Dora Agrigento e Strada del Fortino, c’è una piazzetta che da ieri si chiama “Piazzetta Vittime dello stadio Heysel”. Da quando, 10 anni fa, è nato questo blog, ho cercato di ricordare, ad ogni sua ricorrenza, un evento di cui sembrava importare poco all’opinione pubblica, se non per aberranti discussioni da bar. Sono contento che oggi le cose siano decisamente cambiate. A dispetto di quanto potrebbe apparire ascoltando altre vicende odierne, forse un po’ in questi 10 anni l’opinione pubblica è cresciuta.

Il racconto

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

Sono strano

di-maio.jpgForse sono proprio io che sono strano. Mi viene questo dubbio perché vedo attorno a me persone, apparentemente simili, ma evidentemente molto diverse e, siccome sono la “maggioranza”, lo strano evidentemente sono io.
No, voglio dire. Io ho fatto recentemente altre scelte in termini elettorali, ma provo ad immaginarmi in un’altra veste. Provo ad immaginarmi, magari un po’ più giovane e sognatore, a sostenere la battaglia di un partito che annuncia un grande cambiamento per il paese. Sembra un’impresa irrealizzabile per un partito che all’inizio raccoglie pochi voti, ma piano piano i voti crescono e crescono e crescono e quel partito arriva ad un passo dal governo del paese, il “governo del cambiamento”, il “governo del popolo”, roba storica. Non è semplice neanche l’ultimo passo, per carità, ma dopo lunghe settimane di sofferenza, ecco finalmente la squadra dei ministri: non sto nella pelle, il cambiamento è lì dietro l’angolo, da domani inizia un’era nuova, facciamo la rivoluzione e….
No, non se ne fa niente. Non se ne fa niente? E perché? Perché l’ottantenne ex-boiardo di Stato che era stato indicato come Ministro dell’Economia non piace a Mattarella? Eh, beh. Ne nominiamo un altro. No, quello o niente… No, aspetta. Dopo anni di lotte, di volantini, di campagne elettorali estenuanti, di trionfi insperati, possiamo governare finalmente questo paese e ci fermiamo perché condicio sine qua non è il “vecchio ex-boiardo di stato” sia ministro?
No, dico, io non ce la farei. Io andrei in piazza sì, ma solo per protestare contro chi forse mi ha preso per i fondelli in tutti questi anni e si sta inventando clamorosamente una scusa per tirarsi indietro.
Ma… appunto. Sono strano…

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