Servizi pubblici a Cinque Stelle

navetta-star.jpgDomenica pomeriggio mi sono recato, con la mia famiglia, a fare un giro per il centro di Torino. Avevamo lasciato l’auto in Piazza Vittorio, ed essendo arrivati a piedi fino in Via Mazzini, abbiamo deciso di prendere la navetta Star 2 per tornare all’auto. Siamo quindi andati alla più vicina fermata, all’angolo tra via Mazzini e Via Accademia Albertina, e lì abbiamo atteso per qualche minuto.
Avendo poi cominciato a temere che l’attesa fosse vana, abbiamo deciso di incamminarci lungo il percorso, voltandoci ogni tanto indietro per controllare che la navetta non sopraggiungesse. Cammina che ti cammina, abbiamo percorso tutta Via della Rocca e siamo alla fine arrivati fino a destinazione, in Piazza Vittorio, a piedi, senza incrociare la navetta tanto sospirata. Alla fine è passata circa mezzora senza che la navetta si manifestasse, quando la frequenza dovrebbe essere di 15 minuti che già non sono pochi, considerando che la navetta dovrebbe costituire un disincentivo ad arrivare in centro con l’auto e che dovrebbe compensare l’estensione alla Domenica del parcheggio a pagamento nella “Zona Blu”.
Insomma, cambiano partiti, giunte e ideologie, si passa dalla società dell’opulenza a quella del declino, ma sembra che nel nostro disgraziato paese l’incapacità di far funzionare i servizi pubblici sia una costante, come l’amore per la pizza e per la nazionale di calcio.

Le ragioni del ni

sana-costituzione.jpgDopo lunga meditazione ho deciso di scrivere qualcosa anch’io sul referendum costituzionale del 4 Dicembre. Anticipo che deluderò sia i sostenitori del no, che quelli del sì, almeno i più radicali nei due fronti, quindi se siete incerti sulla vostra possibilità di gestire la delusione non leggete oltre, non voglio causare forme depressive. Ho letto la riforma con pazienza e ho letto tanti pareri (ne trovate alcuni in calce) in merito; per “in merito” intendo proprio “nel merito” perché tanti, alcuni dei quali anche molto autorevoli, che hanno scritto intere opere letterarie mettendo insieme slogan e luoghi comuni, mi hanno rapidamente stancato. Non starò a raccontare la riforma qui per esteso, c’è chi lo ha fatto e lo può fare meglio di me. Mi limiterò a riportare le mie personali conclusioni.
Intanto provo a rassicurare quelli che sono preoccupati delle nefaste conseguenze che avrebbe la vittoria del No. Non sarà l’ultimo tentativo di riforma della Costituzione, non consegnerà il paese alla “Nuova Casta”, non aprirà la strada al populismo, quello magari succederà nelle successive elezioni politiche, ma c’è ancora un po’ di tempo per organizzare la fuga in Canada. Ci sarà la possibilità di cambiare la Costituzione, magari anche meglio, in futuro, anche se per farlo è necessario che emergano soggetti politici nuovi rispetto alla inguardabile classe politica attuale. Sono certamente convinto che una bella fetta di coloro che il 4 Dicembre voteranno No non lo faranno per un attento esame del testo; lo faranno per la difficoltà che i cittadini del nostro paese hanno di affrontare il cambiamento, per la ritrosia a convincersi che il mondo cambia e che noi dobbiamo cambiare con esso per potere continuare a trovarci bene nel mondo. Ma questo è un dato che rimarrebbe tale anche se vincesse il Sì.
E’ il turno di dire ora cosa non succederà se dovesse vincere il Sì. Ebbene non ci saranno dittature o svolte autoritarie, o meglio se ci saranno non saranno dovute a questa riforma. La realtà è infatti che nella sostanza la riforma sposta davvero poco nei rapporti tra Governo e Parlamento, a differenza di quella del 2005, che il referendum del 2006 bocciò. La rinuncia al “bicameralismo paritario” (cioè la parità di competenze tra Camera e Senato) non cambia le cose, visto che la Camera mantiene le prerogative di prima, venendo solo affiancata, per determinate competenze, dal nuovo Senato a nomina regionale. Chiarirei anche che la nomina regionale non è una “diminutio” del Senato. In primis i senatori saranno consiglieri regionali e sindaci, quindi eletti dai cittadini, tra l’altro con leggi molto più rappresentative rispetto alla vecchia legge elettorale di Camera e Senato (il cosiddetto Porcellum) che presentava liste decise dai partiti. In secondo luogo il fatto che il Senato attinga a poteri locali ne promette la terzietà rispetto a Governo e Camera, terzietà garantita nel caso non improbabile che la composizione del Senato tra i vari partiti sia completamente diversa rispetto a quella della Camera. Come poi saranno scelti i rappresentanti delle regioni al Senato sarà da stabilirsi con legge ordinaria, quindi è superfluo discuterne ora.
L’unica vera modifica nell’equilibrio tra legislativo ed esecutivo è in realtà rappresentata dalla legislazione con “voto in data certa” che sostanzialmente “condona” un uso distorto che da anni i vari governi fanno del “Decreto legge”, anche quando sono molto discutibili i requisiti di urgenza che invece sarebbero richiesti per tale istituto. Questa novità inoltre compensa le limitazioni che per contro sono state apportate all’istituto del Decreto, proprio per incasellarlo più rigidamente nei suoi scopi originali. Si può discutere quindi la forma, ma la sostanza è che non cambia quasi nulla.
Si dirà adesso, sì ma c’è il tanto famigerato “Combinato disposto” (ovvero la combinazione della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale della Camera che non fa parte della riforma e che è stata approvata nel maggio dell’anno scorso). L’insieme dei due provvedimenti garantisce al partito che vinca il primo turno con almeno il 40% dei voti o che vinca al ballottaggio l’ottenimento automatico della maggioranza parlamentare. Giova certamente ricordare che ad esempio in Regno Unito il sistema fortemente maggioritario permette di solito al partito che vince le elezioni di ottenere una vasta maggioranza parlamentare (i tory hanno la maggioranza assoluta dei seggi avendo ottenuto il 36% dei voti alle ultime elezioni), ma anche in Francia i socialisti hanno il 48% dei seggi alla Assemblea Nazionale con il 29% dei voti al primo turno. Tra l’altro in Francia, come nell’Italicum, c’è il ballottaggio che garantisce che chi vince abbia davvero un ampio consenso nel paese e permette che forze di ispirazione autoritaria vengano emarginate, come è successo in Francia alle presidenziali del 2002 e alle regionali dell’anno passato, quando il Fronte Nazionale, pur avendo ottenuto un grosso successo in termini percentuali, ha poi ottenuto ben poco in termini di cariche di governo (sarebbe bello tra l’altro che qualcuno spiegasse ciò a Cuperlo e a quanti vorrebbero eliminare il ballottaggio dall’Italicum). Ammettiamo però che Regno Unito e Francia siano paesi illuminati in cui non esistono i rischi di svolta autoritaria che invece paventiamo in Italia: giova allora ricordare anche che non esiste, che mi risulti, un paese al mondo che impedisca ad un partito di ottenere, se raggiunge un certo numero di voti, la maggioranza dei seggi parlamentari e la guida del governo. Se davvero questa prospettiva fosse l’anticamera della dittatura forse qualche costituzionalista ci avrebbe pensato.
campagna-no.jpgSe nessun costituzionalista ci ha mai pensato è probabilmente perché, affinché una dittatura si instauri, non basta che Governo e maggioranza parlamentare appartengano allo stesso partito, in quanto uno Stato è costituito da molti poteri e l’anticamera della dittatura è in realtà un sistema politico e sociale nel quale una persona o ristretto gruppo di persone controlli ognuno di questi poteri. Se in Turchia la magistratura non fosse controllata da Erdogan non partirebbero mandati di cattura immotivati contro i parlamentari dell’opposizione. Questo è il motivo per il quale il vero rischio per la democrazia in Italia, (che la riforma non aumenta né riduce) e non solo in Italia, risiede oggi nelle scarse garanzie che la Costituzione e la legislazione prevedono per la democraticità dei partiti politici e per il pluralismo dei media. La Costituzione del 1948 ha elevato con l’articolo 49 i partiti politici a potere dello Stato imponendo ad essi un “metodo democratico” ma la generica formulazione non ha impedito il fiorire di partiti che rappresentano organismi monocratici o oligarchici. Altresì è evidente che il ruolo e la concentrazione del potere mediatico nel 1948 erano talmente ridotti da non essere stati tenuti in considerazione dai Padri Costituenti, ma è certamente opportuno valutarne oggi la pericolosità e prendere iniziative per attenuarla. La mancanza di questi due punti è secondo me il più grave vizio della riforma, ma l’assenza di questo tema dall’agenda del fronte del NO (tra cui figurano partiti decisamente monocratici e proprietari di media) non mi fa presagire che la prossima riforma costituzionale sarà, da questo punto di vista, migliore.
Un punto che trovo invece molto positivo della riforma costituzionale è la parte che si riferisce a referendum e leggi di iniziativa popolare. I referendum potranno finalmente scrollarsi di dosso il trucco della falsa astensione, il quorum tornerà ad essere un metro dell’effettivo interesse del quesito e i referendum torneranno ad essere un reale strumento di democrazia diretta. L’innalzamento del numero delle firme richieste a 800 mila non sposta le cose visto che i referendum di vasto interesse hanno sempre raccolto molte più firme del minimo richiesto. Le leggi di iniziativa popolare di cui per decenni si è lamentato l’arenarsi nelle commissioni parlamentari dovranno essere obbligatoriamente votate dalla Camera, anche qui con il contrappeso dell’aumento del numero delle firme richieste. Pensate che dalla loro introduzione solo 4 iniziative di legge su 260 di iniziativa popolare sono state approvate dal Parlamento.
La parte che al contrario mi lascia più perplesso è quello dei rapporti tra Stato e Regioni. Qui viene eliminato il concetto di competenze concorrenti e ricondotte le stesse per lo più al controllo dello Stato. Il problema non è quello dei ricorsi alla Corte Costituzionale, che ci saranno ma che credo siano inevitabili quando si cambiano competenze tra poteri dello Stato, ma un segnale di ritorno ad un centralismo dello Stato che non mi entusiasma. Ad esempio il ritorno allo Stato della competenza sulle opere pubbliche, viste spesso come imposizione dall’alto ai territori locali di disagi in nome del bene comune, rischia di sviluppare ulteriori fenomeni di “nimbismo”. Sarebbe interessante sviscerare meglio altri esempi specifici ma purtroppo questa parte è stata poco trattata da media e politica.
sireferendum.jpgSi sono spesi poi mezzi e parole per discutere l’entità dei vantaggi materiali che la riforma, secondo i suoi promotori, porterà. Risparmi per lo Stato legati al ridimensionamento del Senato e tempi ridotti per l’approvazione delle leggi legata alla riduzione dei casi in cui è richiesta la doppia approvazione delle due camere. L’entità in realtà conta poco. Se davvero queste modifiche rischiassero di essere fatali per la nostra democrazia i vantaggi sarebbero irrilevanti, diversamente anche pochi milioni di risparmio e modeste percentuali di riduzione dei tempi sarebbero sufficienti a farmi personalmente propendere per il sì. Può darsi che il gioco non valesse la candela ma non siamo all’inizio del gioco ma alla sua mossa finale, quindi comunque il tempo lo abbiamo perso, non ha senso perdere anche i pur scarsi benefici se non corriamo rischi.
Un’altra obiezione fatta alla riforma è che sia fatta male. Anche qui può darsi sia vero, non sono in grado di valutarne la qualità giuridica e comunque, da ignorante, intravedo, come detto sopra, grosse lacune. Però il dilemma è se sia meglio rinunciare ai sopra citati vantaggi che questa riforma comporta in attesa di una riforma “migliore” prossima e ventura che potrebbe però non arrivare mai.
In definitiva la riforma non è un passo esiziale della storia della nostra Repubblica, non ha contenuti né rivoluzionari né reazionari, ed il fatto che sia stata presentata come tale dai due fronti è un esempio del tentativo sistematico della politica odierna di confondere le carte e le idee e di parlare alla pancia e non alla testa dell’elettorato. L’invito che posso rivolgere è diffidare di chi lo fa, votare come si vuole a questo referendum, ma di non votare alle prossime elezioni per i partiti che hanno intorbidito in tal modo le acque. Il limite di questo invito è che trovare chi ancora parla alla testa dei cittadini è ormai un impresa, ma proviamoci ancora.

Qualche riferimento:
http://www.glistatigenerali.com/legislazione/il-si-al-referendum-spiegato-con-i-numeri/
http://www.ilpost.it/2016/11/05/guida-senato-riforma/
http://www.lastessamedaglia.it/2016/04/il-referendum-di-ottobre-spiegato-facile-facile/
http://www.nextquotidiano.it/cambiano-le-competenze-regioni-la-riforma-costituzionale/
http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-riforma-costituzionale_b_10460180.html

Il cartismo e lo stipendio dei parlamentari

johnforstchartist.jpgIl Cartismo fu un movimento che recitò un ruolo da protagonista nello sviluppo che la democrazia britannica ebbe nel XIX secolo e nell’inizio di quello successivo. Il nome viene dalla “Carta”, una lista di proposte che rappresentò il programma fondante del movimento. Tra queste proposte vi era l’istituzione di uno stipendio per i parlamentari che consentisse di svolgere l’attività parlamentare anche a chi non avesse la sufficiente disponibilità economica per potere rinunciare ad un lavoro stipendiato. Fino ad allora infatti, anche per questo motivo, la carriera politica era riservata fondamentalmente alla nobiltà. Dopo lunghe lotte, con il Parlamentary Act del 1911 (quello che tra l’altro limitò il potere della House of Lords a beneficio della House of Commons), finalmente l’attività di parlamentare divenne remunerata.
È passato più di un secolo da allora e la situazione è certamente molto cambiata nelle nostre società, ma una cosa non è cambiata. Non è cambiata la necessità di ognuno di noi di mangiare e sostenere le spese, necessarie o meno, che consentono di mantenere il proprio livello di benessere. Per questo trovo un passo indietro, nel cammino della democrazia, la proposta del M5S, di cui si è parlato nelle scorse settimane, di dimezzare lo stipendio dei parlamentari portandolo a 3000 euro. Mi si dirà che 3000 euro al mese sono uno stipendio che un cittadino medio sogna. Sì, ma è uno stipendio inferiore a quello di un qualunque dirigente della Pubblica Amministrazione e se lo Stato decide di remunerare un direttore di un Ufficio dell’Agenzia dell’Entrate meglio di un parlamentare comunica il messaggio che il primo abbia un ruolo più importante e delicato del primo. Quindi, o consideriamo i parlamentari degli schiacciatasti, la cui unica qualità può essere considerata l’onestà, oppure, se ancora attribuiamo una funzione legislativa al Parlamento, dobbiamo esigere da un parlamentare anche le capacità e le competenze necessarie a svolgere efficacemente tale funzione. È difficile pensare che tali competenze non siano remunerate molto bene sul mercato del lavoro e che molti potenziali parlamentari non si mettano una mano sul portafoglio prima di intraprendere la carriera politica. Ci sarà chi se ne rallegrerà, attendendosi che i parlamentari siano solo individui animati da uno spirito messianico. Temo di essere realista nel considerare molto più probabile che la conseguenza di ciò sarebbe il riservare il ruolo di parlamentare ad incompetenti o a persone che contano di monetizzare altrimenti il proprio ruolo.weto81477408987-678x381.jpg
Trovo abbastanza esemplificativo della totale schizofrenia in cui versa buona parte della politica italiana il fatto che chi consideri ineludibile una norma che mortificherebbe il ruolo del parlamentare stia contemporaneamente combattendo contro la riforma Boschi proprio in nome dei rischi, a parer mio molto più opinabili, che ciò determini un ridimensionamento del ruolo del Parlamento.

Foto che rappresentano un’epoca

donald-trump-goldenlift.jpgSe un giorno l’opinione pubblica occidentale rimetterà la propria rabbia al suo posto e riprenderà il controllo della propria ragione, magari si guarderà alle spalle con senso critico e allora credo che foto come questa diventeranno simbolo dell’epoca che viviamo. Due uomini politici (anche se da poco) che non esitano ad esibire la propria ricchezza, con un rapporto difficile con le tasse e con l’intenzione di farne pagare poche anche ai loro simili, che festeggiano la vittoria che il popolo ha tributato loro dentro un ascensore dorato.
Come non leggere nelle loro scomposte risate il sottotitolo: “Caro popolo, che tanto ci ami, te l’abbiamo messa nel sacco anche stavolta”?

Di chi è la colpa?

donald-trump.jpgDa lungo tempo seguo il lavoro di Alessandro Gilioli, un giornalista che ho sempre apprezzato per il suo essere riflessivo e combattivo ad un tempo; per il suo andare in direzione contraria senza farne una professione e un atto di fede. Eppure, da un po’ di tempo, sul suo blog ho iniziato a vedere pezzi che presentano toni e contenuti più adatti al beppegrillo.it. L’ultimo è uno di pochi giorni fa, nel quale presenta, pur con molti distinguo e forme dubitative, la sentenza dell’Alta Corte britannica, che rimanda al Parlamento la ratifica della decisione del Regno Unito di abbandonare l’UE, come un simbolo della progressiva sottrazione del potere decisionale dei cittadini operata dalla politica, dalla finanza, dalle lobby, eccetera.
Ora, se una sentenza emessa a lume di diritto, con lo scopo di ripristinare la centralità del Parlamento in una vicenda come quella della Brexit che aveva visto finora il Governo britannico condurre il gioco, viene presa per un atto di espropriazione della democrazia da un poveretto su facebook posso solo sorriderne, ma Gilioli no. Gilioli, e quelli come lui, fanno parte di quella categoria di individui che ha gli strumenti culturali e tecnici per spiegarci cos’è un Parlamento, cos’è la magistratura, quanto è importante che in democrazia i poteri democratici mantengano un ruolo ed una centralità nelle scelte. Se costoro abdicano alla loro funzione lusingati dal ragionare dei bufalari da social network allora non c’è più speranza. Se vince Trump, se vince la Brexit, se vincono forze politiche che esprimono un’insofferenza per i pilastri della democrazia è perché anche chi a parole sostiene quei pilastri, lo fa in realtà con scarsa convinzione e scarsa voglia di approfondire e spiegare. Quante volte ho sentito dire, nelle ultime settimane, da illustri personaggi dell’area progressista, che la vittoria di Trump è la sconfitta di un partito democratico che non ha saputo dare risposte alla “gente”? Mi sono più volte domandato come sia possibile che 
la più grande riforma sanitaria della storia degli Stati Uniti che ha consentito a 10 milioni di persone di potersi permettere una copertura sanitaria fosse caduta nel dimenticatoio anche di chi dovrebbe considerarla un trionfo. E che dire della riforma fiscale, mai accolta da un Parlamento a maggioranza repubblicana, che avrebbe aumentato il carico fiscale sui più ricchi a vantaggio dei redditi medio-bassi? Anche questa non conta nulla? Eppure la litania, sentita alla nausea, era che i due candidati erano uguali, che Hillary Clinton non era migliore di Trump, eccetera…
Come tutti i movimenti di pensiero in crescita il populismo sembra abbia contagiato anche chi non ne fa parte, portando ad un livellamento di tutto e tutti, ad un radicalismo che assimila in una massa indistinta chiunque abbia responsabilità decisionali.
obamacare.jpgQuello che è in crisi oggi non è altro che la capacità di analisi della realtà. Il contrapporre una visione analitica e razionale ai moti emotivi che agitano l’opinione pubblica, con la complicità di chi quei moti sa indirizzare per i propri fini, è la battaglia da vincere, se vogliamo salvare il sistema democratico. E’ la battaglia contro chi considera la parola intellettuale un insulto e l’intelletto un arnese superato da mettere in soffitta. E’ una battaglia per riportare l’intelletto, il pensiero, la competenza, ad essere valori fondamentali e non inutili orpelli. Non è una battaglia che si vince nelle piazze o nei plebisciti, è una battaglia che si vince nella nostra mente, e lo si fa anche continuando incessantemente a ragionare sulla realtà e non cedendo a chi ci propone letture superficiali.
Se la società occidentale è in crisi non è perché abbiamo perso tempo ad analizzare la realtà, semmai perché forse ne abbiamo speso troppo poco e purtroppo continuiamo a farlo.

Lo scandalo Apple e la società postfattuale

457px-endakenny.jpgE` passato un po di tempo dall’esplosione dello scandalo Apple ed un sondaggio diffuso nei giorni scorsi ci ha detto che il 47 % degli irlandesi sono favorevoli alla linea del governo e di Apple. E` il coronamento di una vicenda che illustra in modo esemplificativo le contraddizioni logiche da cui è afflitta la società postfattuale (neologismo molto in voga che ho deciso di adottare). Per chi si sia perso la vicenda, Apple ha creato una società fantoccio con sede in Irlanda sulla quale ha concentrato tutti i profitti delle vendite in Europa. Dopodiché, non contenta della tassazione molto bassa in Irlanda, ha negoziato con il governo irlandese aliquote molto favorevoli, rispetto alla concorrenza. Al di là dell’ovvia violazione del principio che la legge è uguale per tutti, il governo irlandese ha chiaramente fatto buon viso al trucco di Apple (di cui non può non essersi accorto), facendosi complice di un’evasione di dimensioni epocali negli altri paesi europei.
Il fatto poi che davvero i contribuenti se ne siano giovati in termini di posti di lavoro è da discutere. Se negli ultimi 10 anni Apple ha risparmiato 13 miliardi di euro, ricorderei che quello che ha dato in cambio (e solo all’Irlanda) sono 6000 posti di lavoro, ovvero 200 mila euro all’anno per ogni posto di lavoro. Certo l’Irlanda, come paese se n’è giovata (ma beninteso solo quei 6000), ma al prezzo di un danno consistente verso gli altri paesi europei. tim_cook_2009_cropped.jpg
Si tratta in realtà di qualcosa che è normale in un mondo afflitto da un insostenibile squilibrio di potere tra economia privata e istituzioni pubbliche, che porta un’organizzazione come Apple a potersi sedere al tavolo del Governo di un paese nient’affatto caraibico come l’Irlanda e spiegargli che vorrebbe non pagare le tasse, senza essere buttato fuori dalla stanza come succederebbe a qualunque contribuente. E meno male, si dovrebbe dire, che c’è l’Unione Europea che forse ha rimesso le cose al loro posto. Forse… E forse è riuscita a farlo perché Apple ha esagerato. In quanti altri casi governi nazionali devono sottostare ai ricatti di aziende di pari dimensione? Il tono sguaiatamente arrogante con il quale Apple ha commentato la vicenda, degno di un bulletto di periferia, lascia pochi dubbi sul fatto che a questi tavoli siano i governi ad arrivare col cappello in mano… vestager_520_2012-04-16.jpg
Certamente il sondaggio sopra menzionato si riferisce al parere degli irlandesi, che sono i meno danneggiati dalla vicenda, ma cosa diranno quando un’altra multinazionale sposterà i propri profitti maturati in Irlanda in un altro paese europeo sottraendolo alle casse del loro paese? Non mi pare d’altronde che nemmeno nel resto d’Europa l’indignazione abbia raggiunto livelli di guardia. Di fronte a 13 miliardi evasi ci si aspetterebbe una rivolta sociale, ci si aspetterebbero boicottaggi contro la Apple, contro l’Irlanda, richieste di dimissioni del Governo di quel paese ed invece nulla di tutto ciò. C’è quasi un certo fastidio verso l’intervento della Commissione Europea e una velata simpatia per Apple che l’ha fatta in barba all’Europa, ovvero ai suoi Stati Membri, ovvero ai loro contribuenti, ovvero a noi stessi. E alcuni di costoro magari sono gli stessi che da un lato lamentano lo strapotere delle Corporate nei confronti dei governi nazionali ma che dall’altro, quando poi si parla di un Governo Europeo, di Stati Uniti d’Europa, gridano alla perdita di sovranità. E poi tutti insieme in coda all’Apple Store a comprare l’ultimo modello dell’iPhone per poi lamentarsi dei tagli alla scuola, alla Sanità eccetera… Quanto autolesionismo c’è nella società postfattuale?

Lo strano incrocio

Bagnasco è un paese della provincia di Cuneo; si trova nell’alta valle Tanaro e lo conosco bene per le gite che ci facevo da bambino, quando passavo le estati nella casa dei Nonni della vicina Mombasiglio. Non è però delle mie vacanze fanciullesche che vorrei parlarvi ma di una caratteristica di questo paese. Quella cioè di trovarsi all’incrocio tra due strade statali: la Strada Statale 28 del Col di Nava e la Strada statale 490 del Colle del Melogno. Si tratta di due strade statali dal traffico ridotto per la maggior parte dei giorni dell’anno, ma che diventano due arterie congestionate, più della tangenziale di Milano all’ora di punta, quando la Domenica, o alla fine dei ponti, i piemontesi che si sono riversati nella vicina Riviera Ligure si mettono in movimento per fare ritorno alle proprie dimore. Succede che queste due strade, che in queste circostanze diventano chilometrici serpentoni ininterrotti di auto, si incrocino proprio nel centro storico della cittadina, in corrispondenza di un semaforo dalla frequenza ovviamente indipendente dalla mole di traffico. L’incrocio è piuttosto stretto e con poca visibilità, per questo le auto tendono a defluire piuttosto lentamente. Il risultato già lo immaginate: code di chilometri e chilometri che magicamente si risolvono non appena superato il nodo nevralgico. Siccome chi scrive è tra i piemontesi che usano riversarsi in Riviera Ligure ho avuto occasione tante volte di spendere, in compagnia di migliaia di altre auto, lunghe ore in coda a questo semaforo. Il primato assoluto fu una volta che riuscii, con la mia famiglia, a fare a passo d’uomo tutti i 25 chilometri che separano Ormea da Bagnasco e giungemmo a Torino sette ore dopo essere partiti da Arma di Taggia. Senza arrivare a quegli estremi anche nella scorsa estate ho passato più di un’ora in coda in questo ridente paese ed ho quindi pensato che fosse giunto il momento di parlarne.
incrocio-bagnasco.jpgCredo sia il momento di parlarne non per sfogare il nervosismo che ho accumulato in ore e ore di coda, ma per fare una razionalissima riflessione. Se conto infatti che il serpentone in oggetto dura più o meno dalle 12 alle 22 di ogni finesettimana o fine ponte da Giugno a Settembre, più Pasqua, 25 Aprile e Primo Maggio, posso considerare che stiamo parlando di almeno 10mila auto che attraversano in coda quel popolare semaforo, in ognuno dei 20 finesettimana “da bollino rosso”. Siccome la situazione è la stessa almeno da una ventina d’anni ne concludo che stiamo parlando di 4 milioni di auto che negli anni hanno dedicato un po’ del proprio tempo ad attendere i tempi rilassati dell’incrocio di Bagnasco. Il punto è che una soluzione che mitighi il problema c’è, ovvero una circonvallazione che eviti il centro storico di Bagnasco e una rotonda che renda più efficiente la confluenza del traffico dalle due statali. Non sono un esperto e magari sto per prendermi una grossa cantonata, ma mi pare che la vallata del Tanaro in quel punto sia abbastanza larga da rendere la cosa fattibile e viste le ridotte dimensioni del paese credo che pochi milioni di euro sarebbero sufficienti a completare il progetto. Cioè che se ognuno dei 4 milioni di automobilisti di cui sopra avesse devoluto un euro alla causa oggi avremmo la circonvallazione e il traffico sarebbe decisamente più snello e i piemontesi arriverebbero a casa prima alla Domenica sera. Questo senza contare l’utilità che l’opera potrebbe avere anche per chi quella strada la usa negli altri giorni nell’anno e per gli abitanti di Bagnasco che non si troverebbero l’inferno sotto casa ad ogni Domenica estiva.
Questo per dire che in questo strano paese, in cui non si parla che di grandi opere e di grandi iniziative: l’Expo, le Olimpiadi, il Ponte sullo Stretto (tornato recentemente alla ribalta), l’Alta Velocità, con i feddayn dei due fronti contrapposti a giurare sulla loro assoluta necessità o sulla loro totale inutilità, sembra ci si dimentichi delle piccole cose, quelle che hanno un ritorno positivo immediato, che chiunque può calcolare senza bisogno di una squadra di tecnici altamente qualificati, di fare referendum o assedi ai cantieri e che renderebbero più facile e comoda la vita a tanti di noi.

Lettera al Presidente del Consiglio da un genitore

Gentile Presidente del Consiglio,
giannini-e-la-buona-scuola.jpgchi Le scrive è uno dei tanti genitori in tutta Italia che nella settimana entrante vedranno i propri bambini varcare per la prima volta la soglia della Scuola Primaria (alias Elementare). E’ un passo fondamentale nel percorso delle nostre esistenze e ogni buon genitore non può, credo, che attenderla con qualche ansia e con il profondo desiderio che vada tutto bene e che il percorso che il proprio figlio o la propria figlia (nel mio caso) inizierà sia un percorso felice e non una corsa ad ostacoli. In vista di questo passo avevo un anno fa accolto con molto interesse i Suoi annunci sulla “Buona Scuola”. Cosa può desiderare di meglio un genitore per i propri figli che una scuola “Buona” anzi possibilmente ottima? Qualche dubbio me l’aveva lasciato invero, ma non creda che voglia tediarla su lunghe dissertazioni sui rischi della meritocrazia. Personalmente sono decisamente favorevole al merito, sarei ben contento se sulle cattedre italiane Lunedì al posto delle tanti insegnanti incapaci ci fossero le tanti insegnanti in gamba che purtroppo invece vivono ancora nella precarietà. Non mi spaventava nemmeno il fatto che il Preside avesse più poteri che in passato. Se i criteri di selezione con cui si sceglie un Preside e i meccanismi di controllo con cui si verifica il suo operato fossero tali da essere certi delle sue capacità, non avrei nulla in contrario al fatto che possa avere più potere di scelta sulle insegnanti. Però non avevo visto in quel provvedimento nessun intervento strutturale che potesse dare certezze a noi genitori e il modo in cui sono stati trattati coloro che avevano sostenuto il TFA non mi ha dato molte speranze sulle buone intenzioni in questo senso. Di fronte a questi dubbi ho però preferito sospendere il giudizio, perché in fondo ad ognuno va data una possibilità e ho atteso Lei e la sua Ministra Giannini alla prova dei fatti.
Adesso che è passato un anno e che mia figlia sta iniziando a frequentare proprio adesso la scuola italiana, vengo a scoprire cose che trovo almeno incredibili. Vengo a scoprirle, tra l’altro, solo perché mia moglie lavora nella scuola, non certo perché ce lo raccontino i media, tutti concentrati su altro. Per carità: le bombole in un auto a Parigi, un assessore indagato, una cabinovia bloccata, tutte cose che meritano qualche notizia, ma forse anche il futuro dei nostri figli è importante. Pensi che proprio nella scuola che mia figlia frequenterà ci sono ben 20 posizioni di insegnanti scoperte (no, dico: 20!) e 3 di collaboratori scolastici. E pensi che nella scuola dove lavora mia moglie su 12 insegnanti di sostegno solo 3 sono stati nominati mentre gli altri 9 posti sono ancora vacanti e le rispettive classi inizieranno quindi l’anno con comprensibili grosse difficoltà nella didattica; stessa cosa vale per i ruoli amministrativi ancora in gran parte scoperti. Tutto questo perché nel generale ritardo delle nomine, diffuso in tutta Italia (a Milano sono state fatte Venerdì 9), la provincia di Torino, nella quale risiedo, pare brillare per inefficienza, non avendo ad oggi nemmeno indicato una data in cui le nomine verranno fatte. C’è già addirittura chi vocifera che alcune delle nomine previste non si faranno proprio.
20150601_115958.jpgOra, gentile Presidente, reclutare le risorse necessarie per far partire l’anno scolastico nella sua imminenza trovo sia qualcosa di inaccettabile, di per sé una dimostrazione lampante di inefficienza da parte della scuola italiana. Ma arrivare addirittura all’inizio della scuola, senza sapere nemmeno quando si completeranno gli organici, pare davvero una farsa. Sicuramente ci saranno dei motivi, magari come nel caso della funivia del Monte Bianco si sono incrociati due cavi, ma comunicarne le ragioni, indicarne i responsabili, spiegare cosa si sta facendo per rimediare e chiedere scusa a chi ha subito i disagi per la situazione è davvero il minimo che il Ministero può fare per salvare la faccia. Se non lo farà e se la Ministra Giannini rimarrà nel suo incarico, mi permetta di ipotizzare che ciò voglia dire che il Suo concetto di Buona Scuola e il mio (e quello credo di molti come me) sono molto ma molto distanti e che per Lei impreparazione, improvvisazione e disorganizzazione non sono un problema.
Certo, forse Lei penserà che in fondo la scuola deve anche abituare i bambini a cavarsela anche nelle situazioni più difficili, a capire che nel mondo non è tutto semplice, (come qualche volta credono vivendo nell’ovattata vita familiare) a convincersi che le cose si possono fare anche nelle condizioni più ostili. La mia preoccupazione è però proprio questa: cioè che i nostri bambini credano, come molti adulti italiani, che anche nella condizione di massima improvvisazione, disorganizzazione e impreparazione le cose si riescano, alla fine, a fare lo stesso, e che in fondo organizzarsi e prepararsi è tempo perso; per scoprire invece più avanti, spesso troppo tardi, che laddove invece le cose si preparino e si organizzino, si riescono a fare in meno tempo e con meno fatica. Considerando che tempo e fatica sono risorse limitate, questo è quello che fa la differenza ed una delle cose che purtroppo relega il nostro paese in una posizione di retroguardia.
Mi permetta in definitiva di dirLe che quando Lunedì mattina lascerò mia figlia in una scuola con infrastrutture fatiscenti e per giunta senza il personale necessario, non avrò affatto la sensazione di averla lasciata in buone mani come lo slogan “Buona Scuola” poteve lasciare sperare, ma anzi in mani pessime e comprenderà che, da genitore, è una sensazione assai sgradevole.
Distinti Saluti
Alberto Capella

Il sole d’Agosto

Si sa che il sole di Agosto fa brutti scherzi. E in effetti la discussione che ha tenuto banco durante il mese d’Agosto sembra essere il frutto dell’influenza del sole, quel sole che abbronza i bagnanti, più o meno, a seconda anche di quanta porzione del proprio corpo espongono, e sembra che ci siano persone che ne espongono meno degli altri, per motivi religiosi. Secondo qualche sindaco della Costa Azzurra tutto ciò non è accettabile ed ecco che prima il sindaco di Cannes e poi altri decidono di vietare l’esposizione di “simboli religiosi” in spiaggia. La cosa tra l’altro, mirata alla proibizione del burkini, finiva in realtà col proibire le spiagge anche a preti, suore o paradossalmente anche a chi esibisse semplicemente una catenina con crocifisso sul petto. Se accade spesso che in giro per l’Europa ci siano sindaci folcloristici che emanano disposizioni strampalate, la cosa si è fatta molto più seria quando addirittura il Primo Ministro francese Valls ha deciso di prendere posizione sulla questione, sostenendo che questa disposizione era in linea con i valori della Francia. burkini.jpgProvo di seguito a ripercorrere a beneficio di Valls e di quanti si sono pronunciati sul tema le mie modestissime conoscenze di diritto.
I valori fondanti di uno Stato di Diritto corrispondono con le fondamenta del suo impianto giuridico, diversamente avremmo un grosso problema di “schizofrenia istituzionale”. Le fondamenta dell’impianto giuridico dei paesi che l’hanno ratificata è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (che tra l’altro trae ispirazione dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789 a Parigi durante la rivoluzione) che i trattati europei hanno poi assorbito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea a cui fa riferimento la Corte di Giustizia dell’UE, supremo organo giudicante per i paesi facenti parte dell’UE, ivi compresa la Francia e ovviamente anche l’Italia. La succitata Dichiarazione recita all’articolo 18: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.”. L’unica limitazione a tali diritti che la Dichiarazione contempla è quella enunciata nell’articolo 29, comma 2 che dice: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.” Mentre la Carta recita all’articolo 10, comma 1: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.“. Insomma, direi che l’unico motivo per il quale si possa derogare (in Francia o in Italia) alla libertà di utilizzare capi di abbigliamento che manifestino la propria appartenenza religiosa è che ne sia arrecato danno “alla morale, all’ordine pubblico, o al benessere generale“. Escluso quindi che il burkini o simile abbigliamento possano rientrare in queste eccezioni, le fonti primarie di diritto, a cui le nostre società si ispirano, lasciano libertà ad una donna di vestirsi come vuole, in spiaggia come altrove. E allora? E allora tutto il dibattito che è seguito è stato surreale, in particolare quando si sono pronunciate alti rappresentanti politici italiani e francesi. E’ il sintomo di società europee che stanno un po’ smarrendo le basi culturali e valoriali su cui si sono costruite e che, a forza di radicalizzare tutto, stanno radicalizzando anche valori come la laicità che storicamente si è trovata più spesso semmai a combattere contro il radicalismo religioso. Chiarisco che chi scrive è cosciente che farsi il bagno completamente vestita è molto scomodo ed il fatto che alcune donne si infliggano questa scomodità è sintomo e simbolo delle limitazioni imposte alle donne dal radicalismo religioso, e chiarisco che trovo personalmente che si tratti di una pratica ripugnante. Però sono conscio che la mia personale visione del mondo sia mia e diversissima da quella di molti altri e i succitati elementi fondanti del nostro diritto sono lì per permetterci di vivere in pace anche con coloro i quali hanno costumi che consideriamo inaccettabili (sempre se non travalicano i limiti sopracitati).
naturisti.jpgTra gli abbagliati dal sole d’Agosto devo fare purtroppo rientrare anche l’ottimo (di solito) Luca Sofri che avvicina, in modo francamente acrobatico, la disposizione dei sindaci della Costa Azzurra al modo in cui trattiamo o consideriamo altre pratiche. La prima è la nudità ed il fatto che in molte società moderna vi è la proibizione del mostrare il proprio corpo nudo (che pure molti considerano comunque un atto illiberale); “Il divieto di mostrarsi nudi in spiaggia presente e assai applicato e condiviso nelle nostre società, a partire dal rispetto per le persone che possano sentirsi imbarazzate, infastidite, o addirittura minacciate dalla esposta nudità altrui. Le nostre culture hanno – con sviluppi e modificazioni continue – condiviso un’idea di limite e di “norma” in nome di una sensibilità diffusa e che è loro propria.“. La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo appena menzionata include tra i limiti previsti alle nostre libertà per l’appunto la “morale”, che è ciò che rende tollerabile (anche se discutibile, ma non voglio andare fuori tema) la proibizione della nudità, in nome appunto di una sensibilità offesa. Difficile invece sostenere che una persona vestita offenda la “sensibilità diffusa” o che violi la “morale”, almeno quella delle nostre società europee.
Il secondo paragone è ancora più folcloristico nelle sue premesse anche se poi atterra sul fulcro del problema. “Un altro paragone è quello con la cintura di castità, paragone che pone il tema della discriminazione femminile, molto trascurato, mi pare, dai sostenitori della libertà di vestirsi e lasciar vestire come si vuole.” . In realtà la cintura di castità pare essere un falso storico ed oggi tale attrezzo è più che altro simbolo di pratiche erotiche cosiddette BDSM (più volgarmente definite sado-maso). Ma proprio le pratiche BDSM e i vari pronunciamenti giudiziali che ne hanno sempre confermato la liceità, stante che la scelta di tale pratica sia stata fatta in piena libertà, ci conferma che la autolimitazione di un diritto è lecita, e se lo è per chi si arreca dolore, lo è a maggior ragione per cose più triviali quali il costume con cui si fa il bagno.
gendarmi.jpgChe poi quel costume sia il simbolo di una cultura che deprechiamo è un punto condivisibile e invito a scrivere tutto il peggio possibile di quella cultura, ma i sistemi culturali che non ci piacciono si combattono con le idee non con i gendarmi. Combattere un sistema culturale con i gendarmi è l’anticamera dell’autoritarismo, non dimentichiamocelo. Questa è la democrazia liberale, questo è lo Stato di Diritto, questi sono i valori fondanti della nostra società. Il laicismo (con tutto l’apprezzamento che posso tributarvi), così come tutti gli altri costrutti culturali che caratterizzano la nostra società, ne sono conseguenza e vengono, giustamente, gerarchicamente dopo.

Un’assurda storia italiana

salone_libro_torino.jpgImmaginatevi cosa pensereste se scopriste che in un’altra città francese che non sia Cannes, che so, Tolone, hanno deciso di organizzare un Festival del Cinema in concorrenza con il celeberrimo rivale, così, tanto per fare un dispetto ai connazionali. Pensereste probabilmente che sono dei pazzi, che hanno del tempo e dei soldi da sprecare. Invece in Italia simili follìe sono talmente all’ordine del giorno che non ci facciamo più caso, come nella circostanza del delirante progetto di istituire un Salone del Libro a Milano concorrente del quasi trentennale Salone di Torino.  Detto così sembra folle in effetti: tra l’altro il Salone del Libro di Torino gode apparentemente di buona salute in un contesto, quello editoriale, al contrario tutt’altro che in grande spolvero. E’ vero che è in corso un’inchiesta giudiziaria per turbativa d’asta che ha colpito i vertici della Fondazione che governa il Salone; ed è vero che qualche altra polemica sui dati di affluenza gonfiati aveva avvelenato l’organizzazione, ma alla recente edizione di Maggio la presenza dei visitatori era stata, come sempre, più che abbondante, anzi in crescita rispetto agli anni passati (considerando i dati non gonfiati), confermando il Salone di Torino il secondo in Europa per numero di espositori e il terzo per affluenza, dopo il Salon du Livre di Parigi e il Buchmesse di Francoforte. Eppure pare che l’associazione italiana editori (AIE), nella persona del suo presidente Federico Motta abbia idee ben chiare in merito, e infatti ha messo recentemente ai voti la decisione di organizzare il nuovo Salone MiBook a Milano, decisione che pare in realtà fosse in attesa da mesi dell’esito delle elezioni per comunicarlo (mah….).
federicomotta.jpgHo provato a chiedermi quali possano essere le ragioni di un’azione apparentemente tanto scriteriata. Sono andato alla ricerca di tali ragioni nelle fonti ufficiali, cominciando proprio da Federico Motta che pare il grande sponsor del nuovo Salone. Costui parla a ruota libera di un progetto ma non spiega in cosa consista questo progetto e perché il Salone del Libro di Torino non possa realizzarlo. Più dettagliata la nota di Feltrinelli (che pare però fosse tra i più restii) che suona tuttavia come una lunga supercazzola. La nota comincia ancora con un riferimento ad un’assenza di progetto, senza specificare di che progetto si tratta: “E’ innegabile che il Salone di Torino è stato gestito in modo inadeguato senza una pianificazione che lo facesse crescere ma nemmeno senza la cura che consentisse all’intero comparto di sentirsi parte di un progetto.” e poi prosegue con cose che non si  possono sentire come: “Milano, dal canto suo, ha dimostrato di saper “fare le cose”, con Expo e il Salone/Fuorisalone del mobile”. Ora, di per sé stabilire che a Milano “sappiano fare le cose” citando un solo un paio di eventi mi pare ridicolo, citare l’Expo come un esempio organizzativo mi pare poi patetico. All’Expo ci sono stato l’anno scorso tre volte e ho apprezzato il lavoro splendido che è stato fatto nel progetto e nella realizzazione artistica di alcuni stand e di altre attrazioni, ma ho trovato l’organizzazione dell’Expo quanto di più dilettantesco si possa immaginare, che si faccia fare nel 2015 tre ore di coda sotto il sole fuori da uno stand, quando ci sono mille sistemi di prenotazione piuttosto semplici e ampiamente collaudati, è qualcosa al quale posso credere solo perché ne ho avuto testimonianza diretta. A modello di organizzazione perfetta di un grande evento, di nuovo non per motivazioni territoriali ma per testimonianza diretta, ho trovato semmai l’ostensione della Sindone, pur con diverse dimensioni.
Tornando però alle motivazioni dell’istituzione del Salone milanese, tirando le somme, sembra che delle motivazioni ufficiali concrete non ci siano proprio, tra l’altro le previsioni più ottimistiche parlano di un’affluenza di circa 90.000 visitatori, quindi molti di meno che a Torino. Le motivazioni reali, anche se non ufficiali, sono probabilmente, come suggerisce Il Post, da trovarsi in una di quelle guerre tra bande, triste consuetudine dell’imprenditoria nazionale, confermata dalla scissione nell’AIE che il tutto ha determinato. Il Salone del Libro di Torino era gestito infatti da una Fondazione, ente terzo che mediava tra esigenze dei grandi e piccoli editori, il nuovo Salone di Milano sarà gestito direttamente dall’AIE, associazione nella quale le grandi casi editrici sono sovrarappresentate e che potrà quindi schiacciare sotto il suo peso economico i piccoli editori.
Un’altra motivazione spesso citata è quella territoriale, ovvero il fatto che la maggior parte delle grandi case editrici hanno sede a Milano, tra cui quella fondata appunto dalla famiglia Motta (sorta alla cronache anni fa per una questione giudiziaria) e si ritiene che questo le abbia spinte ad avvicinare a sé il Salone. E’ un’ipotesi che è confermata dal fatto che la case editrici che si sono opposte (Einaudi, Lindau, Nottetempo, Fazi) hanno sede a Torino o in altre città. Parrebbe surreale che nel 2016 i centoventicinque chilometri che separano Milano da Torino elemento significativo in una decisione tanto devastante, ma il provincialismo che affligge l’imprenditoria italiana è tale da non poter escludere nemmeno che la decisione sia motivata dal voler avere il Salone a portata di mano.
dario_franceschini.jpgIn tutto questo il grande assente è, come spesso accade, il Governo. Le dichiarazioni ufficiali sono poche e scarne e certamente non tali da indirizzare la vicenda. E invece ci si aspetterebbe qualcosa di diverso, non solo perché si sta mettendo in crisi un’eccellenza italiana, ma anche perché il Salone di Torino era un’iniziativa culturale organizzata da una Fondazione legata al Ministero della Cultura. Nel nuovo Salone di Milano sembra non sia previsto invece un controllo pubblico con il prevedibile effetto di ridurne la veste culturale ed incrementarne quella commerciale, peraltro quella meno interessante tutto sommato. L’idea di fare del Salone una grande libreria con ingresso a pagamento mi parrebbe probabilmente destinata al fallimento e certamente sarebbe un danno culturale per il paese, di cui però, in questo caso, il nostro Premier, che blatera spesso di cultura, sembra non preoccuparsi.
Alla fine pare proprio che le uniche vittime di questa assurda vicenda siamo noi lettori, non tanto in quanto lettori torinesi che dovranno farsi un’ora e mezza di auto (più consuete code milanesi) per raggiungere il Salone, ma noi lettori in generale che avremo, secondo le ultime notizie, due Saloni, uno delle piccole case editrici a Torino e uno dei grandi a Milano, con il risultato di avere un quadro incompleto e frammentario. Se questo è quello che la maggioranza degli editori italiani hanno acutamente pensato per rilanciare un settore in difficoltà, credo che si capisca anche bene perché è in difficoltà.

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