Catalogna, Europa e democrazia. Proviamo a ragionare

Spagna e CatalognaLa vicenda della Catalogna, che da giorni riempie i nostri notiziari, sembra aver ottenuto come principale risultato comunicativo quello di creare due schieramenti ben definiti. Il primo, occupato principalmente da “gentisti” e “populisti”, che sostiene che il popolo ha sempre ragione e se il popolo catalano ha votato, la decisione va resa immediatamente esecutiva, pena la fine della democrazia. L’altro, occupato principalmente da persone che si collocano genericamente in area progressista, secondo il quale ciò che viola la Costituzione non può essere nemmeno preso in considerazione e va combattuto se non represso. Come spesso succede, i temi molto “divisivi” tendono a polarizzare chi li sostiene e così, non solo in Spagna, ma anche in Italia, sento contrapposizioni molto nette. Così come dopo un rigore contestato che decide un big match del Campionato di calcio, tutti si concentrano nello stabilire se era rigore o meno e pochi riescono a sottrarsi alla contrapposizione tra i due fronti di tifosi, limitandosi a lamentarsi della vaghezza con cui il regolamento disciplina la casistica; allo stesso modo qui tutti si adoperano per sostenere le tesi degli unionisti o dei separatisti e pochi provano a riflettere sul problema da cui è nato questo dissidio. Provo a posizionarmi tra quei pochi ed a chiedermi perché mai almeno il 36% degli elettori catalani vorrebbe separarsi dalla Spagna, perché gli spagnoli non vogliono lasciarglielo fare e perché tutto questo, secondo alcuni, è un problema di democrazia.
benedict-anderson.jpgVediamo intanto perché i catalani vorrebbero separarsi proprio adesso. In fondo sono circa quarant’anni che la Spagna è una democrazia e, se sotto la dittatura, di separarsi non si poteva parlare magari avrebbero potuto pensarci dopo. Ed invece è successo proprio in questo periodo storico, nel quale, guardacaso, altre regioni (Scozia, Corsica, Vallonia, Veneto) si stanno muovendo nella stessa direzione, pur con diversi approcci. Tra l’altro molte fonti descrivono questo movimentismo indipendentista come retrogrado e anacronistico, ma è curioso che questo anacronismo si verifichi in una regione, la Catalogna, che è considerata da molti (me compreso) una terra straordinariamente progressista e cosmopolita. A mio avviso per provare a capire perché tutto ciò sta accadendo proprio ora è bene riportare alla mente cosa Benedict Anderson diceva delle “nazioni”. Ad una comunità reale, quella che si basa sulla reale interazione tra le persone che porta ad una “familiarità” con gli altri componenti della comunità stessa o quantomeno con l’ambiente in cui si muovono, egli contrapponeva la “comunità immaginata“, ovvero quella delle nazioni, frutto, secondo Anderson, di un processo artificiale di creazione di miti, di simboli comuni, di un comune sentire, spesso sostenuto anche da una lingua (in molti casi, anch’essa costruita artificialmente attraverso l’omogeneizzazione di vari dialetti). Questo processo chiaramente visibile nella storia dell’ottocento e novecento, è stato in genere guidato dall’alto, ma ha ricevuto un diffuso consenso e supporto dai cittadini, giustificato, da una parte ai vantaggi economici prodotti dai meccanismi cooperativi che si sviluppano all’interno di una nazione, dall’altra alla percezione di una comunità concreta (e non solo immaginata) più estesa di quella del proprio quotidiano, costruita nelle relazioni professionali, nei viaggi (per lavoro o per svago) o prodotta dall’immigrazione interna che ci portava in contatto con persone che venivano da altre aree della stessa nazione. Abbiamo cominciato a sentirci italiani non solo da quando abbiamo avuto una bandiera, un inno, dei simboli, ma anche e soprattutto da quando abbiamo cominciato a spostarci lungo lo stivale per esigenze di lavoro o per le vacanze, e magari quando queste esigenze di lavoro hanno portato alcuni a spostarsi definitivamente in altre regioni dove gli abitanti del luogo iniziavano ad entrare in confidenza con tali persone, sentendoli infine come parte della propria comunità.
Cosa è cambiato da allora? La comunità sopradefinita come “reale” non è cambiata più di tanto, forse ci muoviamo un po’ di più sul territorio, ma la stragrande maggioranza delle persone trascorre la gran parte della sua vita all’interno dei confini della propria regione. La comunità “immaginata” invece ha subito forti modificazioni. Resistono certo gli inni, le bandiere, i simboli, le “nazionali” sportive, ma nel nostro quotidiano la situazione è molto cambiata. Molti di noi viaggiano per lavoro all’estero, parlano altre lingue, vanno in vacanza in altri paesi, incontrano nel proprio quotidiano persone che non sono nate in Italia, notando spesso più analogie che differenze con lo stile di vita di altri paesi. E allora la comunità “immaginata” di Anderson tende ad indebolirsi, perché in una sua componente rilevante tende ad allargare i propri confini, sentendo meno esclusivo il legame con i propri connazionali. Questo accade in modo ancora più marcato laddove, come in molte realtà europee, tra cui la Catalogna, questo legame non sia cementato, e reso appunto esclusivo, nemmeno da una lingua comune. All’allargamento di questa percezione di comunità fa da contraltare però la resistenza dei simboli sopracitati, della barriera linguistica, di quei tratti emotivi di cui la retorica patriottico-nazionalistica ci ha colmato lasciando qualche residuo anche in coloro i quali siano apparentemente più refrattari e non dimentichiamoci delle elite politiche non muoiono dalla voglia di veder spostare potere altrove. Non è strano anzi è ovvio che in questo contesto si creino aspirazioni ad altre modalità di organizzazione dei rapporti gerarchici tra poteri esecutivi locali, nazionali e sovranazionali e che queste aspirazioni entrino in conflitto con la cultura patriottico-nazionalista.
Catalogna europaCerto, fuori dai confini nazionali si rischia, e i catalani lo sanno, perché una serie di meccanismi cooperativi, di tipo economico, politico, diplomatico, militare, vengono meno, però il progressivo, seppure lento, spostamento di simili meccanismi a livello sovranazionale danno la percezione che il salto nel buio potrebbe non essere così pericoloso. E’ vero che ad oggi l’Unione Europea considera accidentato il cammino verso l’adesione di un nuovo stato indipendente, ma questo non è importante nella testa di molte persone. E’ importante che ci sia un approdo anche se difficile. I catalani probabilmente pensano: “Alla fine l’Unione Europea ha accolto anche paesi molto eterogenei da quelli che costituivano il nucleo originario, figuriamoci se non accoglierà anche la Catalogna indipendente”.
Tutto questo, più che ogni altra considerazione tendente a collocare queste discussioni su categorie preesistenti, è quello che spiega gli eventi della Catalogna e spiega anche perché non è affatto solo il parto di alcuni pazzi nazionalisti e, anche se lo fosse, porrebbe comunque un problema perfettamente reale e razionale, ovvero se i confini tra gli stati nazionali stabiliti dalle guerre dell’Ottocento e Novecento, sono quelli che meglio consentono di governare l’Europa e, se una revisione fosse consigliabile, quale meccanismo democratico potrà governarla. Nelle parole sentite pronunciare da chi si oppone all’indipendenza si sente tanta retorica nazionalistica: la Spagna, 500 anni di storia, la bandiera, eccetera, ma davvero poche motivazioni reali per le quali l’indipendenza non sia una buona idea. Questo, si badi, non significa che sia per forza una buona idea, ma solo che gli strumenti con i quali i suoi oppositori la attaccano sono di solito strumenti della retorica patriottico-nazionalistica e quasi mai analisi razionali. E quelli che pensano non sia una buona idea dovrebbero essere invece i primi a sgombrare il campo dai nazionalismi che non fanno altro che contrapporsi a contronazionalismi senza affrontare razionalmente la questione. Non a caso molti osservatori credono che Rajoy, con la sua politica miope, sia stato il maggior fattore di proliferazione dell’indipendentismo. L’evidenza di questo problema si manifesta nel circolo vizioso che caratterizza la discussione politica sul tema. Il dibattito ruota sempre, senza affrontarlo, attorno al tema vero, cioè se abbia ancora senso il dogma dell’indissolubilità dello Stato, dogma stabilito dalla maggioranza delle Costituzioni, compresa quella spagnola. La difficoltà con la quale molti affrontano apertamente il tema è significativa dell’imbarazzo con il quale si vive la contrapposizione tra una razionale valutazione di quale sia la più efficiente distribuzione dei vari livelli di governo e l’irrazionalità della retorica patriottico-nazionalistica. Non so quando si arriverà ad un domani nel quale ci saremo sbarazzati di buon parte del nostro retaggio patriottico-nazionalista e affronteremo la riorganizzazione democratica dei confini di uno stato con lo stesso spirito con cui ridefiniamo i confini di una regione, ma è evidente che non possiamo che arrivare lì e dobbiamo fare ogni sforzo per arrivarci senza essere passati attraverso conflitti armati di ogni genere che invece il nazionalismo è pronto a destare, come i manganelli ai seggi elettorali ci ricordano minacciosamente.
democracia.jpgNel momento in cui arriviamo al punto in cui si parla di processo di riorganizzazione democratica dei confini di uno stato, si tocca l’altro problema, l’altro nervo scoperto che la vicenda catalana tocca: il nostro rapporto con la democrazia e la sovranità popolare che ne è la base. Questo perché il fatto stesso che a molti non sembri strano che ci siano cose che non si possono fare, benché nulla abbiano in contrario con i principi basilari della nostra società, nemmeno se un’ampia maggioranza di cittadini lo desidera, vuol dire che abbiamo un problema con il concetto di democrazia. Forse il diffondersi dei movimenti populisti ci ha confuso le idee, forse ci hanno spaventato al punto da rifuggire come sommo pericolo il concetto di sovranità popolare ma non possiamo dimenticarci che la Costituzione, come tutto l’impianto istituzionale che disegna, serve a incanalare nel modo più efficace la sovranità popolare, non a scongiurarla o negarla. Se quindi la maggioranza dei cittadini di un’entità geopolitica chiede qualcosa e quel qualcosa non cozza con i valori fondamentali della nostra società, è dovere di chi governa le istituzioni di uno Stato di prestare attenzione e ascolto a questa istanza, per quanto bizzarra e autolesionista possa essere soggettivamente considerata. E se la nostra Carta Costituzionale non lo consente non vuol dire che non si può fare ma che forse la Carta Costituzionale è perfettibile e che è il momento di perfezionarla. E’ vero che il contratto sociale di cui Rousseau parlava non può essere rescisso dal cittadino, ma almeno vi deve essere un margine di negoziazione e più vincoli poniamo alla negoziazione e meno il cittadino sentirà quel patto come equo. La grande forza della democrazia, come sistema di governo, risiede proprio nella percezione del cittadino di essere parte di esso e questo dipende dall’equità percepita nel bilanciamento tra diritti e doveri, tra costi e benefici dell’appartenere alla società civile. Una delle ragioni del diffondersi del populismo è, a mio avviso, proprio la difficoltà di continuare a percepire noi stessi come parte influente della società in una società frammentata come quella odierna, in cui il singolo non ha più la percezione di avere un peso. Se la reazione al populismo sarà posizionarci sull’estremo opposto, ovvero un giuspositivismo che contrappone un corpus legislativo immacolato ad un popolo, ignorante e pericoloso, non faremo che peggiorare le cose, un po’ come ha fatto Rajoy che, negando ogni concessione, ha reso maggioranza quegli indipendentisti che pochi anni fa rappresentavano solo una minoranza dell’elettorato.
seggi-elettorali.jpgMi preoccupano infine quelli che giustificano il ricorso alla violenza, da parte della Guardia Civil, in nome del rispetto della legge. La democrazia esiste, in primo luogo, proprio per evitare che in una società civile le controversie si risolvano con il ricorso alla violenza. Per questo la violenza, in democrazia, va usata dalle istituzioni titolate a farlo solo ed esclusivamente quando ogni altra risorsa è stata esperita senza successo e il non farlo sarebbe pregiudizievole per l’incolumità o i diritti di altri cittadini. In tutti gli altri casi la violenza non va e non può essere giustificata, perché è un primo passo verso l’uscita dal consesso democratico, e questo per motivi ben più profondi della semplice figuraccia che quei infelici hanno regalato al paese che sostengono di amare. Questo, è bene sottolinearlo, vale per tutte le circostanze, indipendentemente dalla soggettiva posizione che abbiamo sul tema oggetto di scontro perché una caratteristica dello Stato di Diritto è che i principi valgono per tutti e per tutte le circostanze, indipendentemente dalle nostre soggettive preferenze e simpatie.
In definitiva, in un’epoca in cui l’emotività sta restituendo forza all’autoritarismo e ad una visione accentratrice del potere politico, è importante su questo come su altri problemi, non smettere di ragionare, di prendere distanza dalle nostre emozioni e di riappropriarci dei valori fondamentali della democrazia. La constatazione che la vicenda catalana ci suggerisce di quanto sia semplice, anche in democrazia, finire allo scontro se perdiamo i fondamenti del sistema in cui viviamo, deve essere un occasione per la riflessione e non per l’ennesima contrapposizione da stadio. Se non lo facciamo, come con tutti i problemi non affrontati tempestivamente, ci ritroveremo a gestirlo tardi e male e forse, purtroppo, con molti danni.

22 Ottobre 2017

La rabbia e l’orgoglio

oriana_fallaci.jpgOggi ricorre l’anniversario della morte di Oriana Fallaci. Questo mi ha ricordato che tempo fa, parlando con mia figlia di due nostri familiari che avevano litigato e non si parlavano, mi ha chiesto come fosse possibile una cosa simile. Io, improvvisando una risposta sul momento, le ho detto: “Sai purtroppo c’è una cosa bruttissima che si chiama orgoglio. E’ quella cosa che fa sì che tu non guardi più il punto di vista degli altri ma solo il tuo, ti chiudi come fa il riccio, e non senti, non vedi. Purtroppo è una cosa figlia di quell’altra cosa brutta che è la rabbia. Quella cosa che ti fa spegnere il cervello e ragionare solo più con la pancia, che è brava a digerire la pappa ma non a ragionare e allora fai delle stupidaggini”.
L’ho detto e poi, riflettendoci, ho concluso che inconsapevolmente avevo espresso involontariamente, nel modo più completo e preciso, il mio pensiero sulle opere degli ultimi anni di Oriana Fallaci. Voglio precisare che ritengo che per il resto della sua vita sia stata una grandissima giornalista ed una enorme personalità pubblica e proprio per questo considero un peccato il fatto che oggi venga ricordata, nel bene o nel male, solo per i suoi ultimi anni, per me estremamente bui.

Cittadinanza e Ius vari

cittadinanza-italiana1.jpgDa quando la maggioranza che attualmente guida il paese ha deciso di rivolgere la sua attenzione ai diritti di coloro che sono nati e cresciuti in Italia, ma da genitori di nazionalità non italiana, sul concetto di cittadinanza se ne sono sentiti di tutti i colori. Onde evitare di pronunciare parole in libertà, cerchiamo di capire cos’è la cittadinanza, perché è importante e perché va data o non data.
La cittadinanza è un concetto che nella società moderna ha sostituito quello di sudditanza, caratteristico del rapporto tra individui e sovrano nella società preottocentesca. Lì l’individuo era sottoposto ad una serie di doveri: riconducibili al pagamento delle tasse e al rispetto delle leggi e dei rapporti sociali. In cambio l’individuo veniva sì protetto, in certa misura, e tutelato, ma era una tutela che può essere concessa o tolta a seconda delle circostanze e dell’arbitrio di chi deteneva il potere. Nella società moderna si parla propriamente di diritti, come garanzie di cui l’individuo gode per il solo fatto di essere appunto cittadino. Il contratto tacito tra individuo e Stato garantisce l’individuo e garantisce lo Stato alle cui leggi ed al cui ordinamento l’individuo promette obbedienza. A differenza delle altre forme contrattuali però quello tra individuo e Stato è un contratto che è pressoché obbligatorio stipulare. Se nasci in un paese da genitori che hanno la sua nazionalità è ben difficile sottrarsi al contratto di cittadinanza, a meno che tu non ne acquisisca una di altro paese, processo comunque in genere non semplice. Non è un caso se gli stati di solito non lasciano a chi nasca nel proprio territorio una “opt-out”: accade perché per un paese è ben difficile far convivere cittadini con semplici abitanti del proprio territorio. I secondi rischiano di sentire come meno vincolanti le leggi e i rapporti sociali di quel paese e possono andare incontro ad un’emarginazione che determina alla lunga instabilità sociale. L’America delle Leggi Crow è un buon esempio di società moderna in cui vivevano sacche di cittadini senza diritti e non è solo per motivi umanitari che alla fine quel modello fu abbandonato.
Per questi motivi la società moderna tollera a fatica cittadini senza cittadinanza. La cittadinanza non è quindi un premio a chi si allinei a un certo modello culturale e sociale ma, al contrario, è un mezzo che uno stato utilizza per spingere gli abitanti del suo territorio all’adesione a quel modello.
ius-soli-cittadinanza.jpgIl caso dei migranti è un esempio di caso limite, perché non sono cittadini del paese che li ospita, ma, in questo caso, essi conservano la cittadinanza del paese di origine e considerano scientemente i minori diritti un prezzo noto da pagare per un migrante, controbilanciata dalla speranza di migliorare il proprio tenore di vita. Molto diverso però è il discorso che riguarda i figli di migranti nati e/o cresciuti nel paese in cui i genitori si sono spostati. Per loro non vale né la consolazione dell’avere volontariamente rinunciato al pieno status di cittadini, né un aggancio ad un paese di origine che magari nemmeno conoscono. Il loro status è, ad oggi, di cittadini di Serie B, penalizzati, rispetto ai propri vicini di casa o compagni di scuola, per il solo fatto che i loro genitori vengono da un altro paese. Partendo quindi dall’argomento tipicamente usato dagli oppositori del principio della concessione della cittadinanza a questa categoria di persone, ovvero che rischiamo di concedere la cittadinanza a persone che non hanno nulla a che fare con il modello culturale di riferimento in Italia, ci si rende conto che in realtà è vero il contrario. La cosa peggiore che possiamo fare è proprio lasciare le cose come stanno, lasciando queste persone nel loro status di inferiorità e votandoli all’emarginazione e davvero ad una tendenza al contrasto più che all’integrazione con il nostro sistema socio-culturale. Se qualcuno è spaventato dalla presunta eterogeneità di queste persone rispetto al nostro quadro sociale e culturale, lasciarli in uno stato di emarginazione rende questo rischio certezza.
Come in molti altri casi, anche in quello in oggetto, capire un istituto come la cittadinanza e un fenomeno sociale come l’immigrazione ha come immediata conseguenza la smitizzazione di molti degli slogan che certi strilloni ci ripetono quotidianamente e la comprensione dei motivi per i quali certi passi vadano compiuti quanto più rapidamente possibile.

Perché un’altra maledetta finale?

achille-e-ettore.jpgLa letteratura italiana e non solo, sia di alto che basso profilo, ha in Omero una sorta di capostipite e il nostro immaginario collettivo riguardante gli eroi attinge molto alla vicenda del Pelìde Achille. Quando pensiamo ad un eroe il nostro modello di riferimento si ispira infatti spesso, inconsciamente, ad una delle più celebri vicende dell’Iliade, ovvero quando Achille, che si era ritirato dalla battaglia dopo un litigio con Agamennone, avendo appreso della morte del suo amico Patroclo, si getta a capofitto contro i nemici, facendone strage. E’ forse questo retaggio culturale che fa sì che gli eroi moderni, i calciatori, ce li immaginiamo un po’ così, magari pronti a ritirarsi dalla battaglia per un litigio, ma pronti a ridiscendere in campo, animati da sacro furore, ed a stravincere la battaglia, non appena ritrovino le motivazioni per farlo. Detto diversamente, tendiamo ad attribuire un peso molto alto alla variabile psicologica nei risultati sportivi. In realtà il mito in questo risulta, a mio modo di vedere, piuttosto fallace e la mia impressione è che invece i nostri eroi calcistici assomiglino più, per restare al repertorio mitologico dell’antica Grecia, a Filippide, l’emerodromo che, secondo la leggenda, sarebbe corso da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria contro i persiani. Corrono finché hanno fiato e, quando non ne hanno più, stramazzano a terra.
copertina-allegri-finale-840x401.jpgCredo che questo meccanismo giustifichi il fatto che le parole più ricorrenti, per commentare la sconfitta della Juventus nella finale di Champions League di Cardiff, siano state “approccio”, “mentalità” o “crollo psicologico”. Ci immaginiamo Dybala ossessionato da chissà quale crisi interiore, senza la quale avrebbe gonfiato la porta una dozzina di volte. Ci immaginiamo Pjanic che non dorme di notte pensando: “Sarò all’altezza della finale?”. O ci immaginiamo Bonucci che prepara incautamente già il posto per la coppa sul mobile del suo salone, convinto di avere la vittoria in tasca. E invece ho l’impressione che tutti e tre abbiano avuto semplicemente un problema comune: una insostenibile stanchezza, sopraggiunta dopo aver, nella prima mezzora, speso tutte le loro poche residue energie, rimanenza di una stagione lunga, faticosa anche se vincente. Questo può spiegare tra l’altro il motivo, altrimenti oscuro, per cui la Juventus, dopo un inizio più che incoraggiante, inizia a crollare proprio dopo aver raggiunto un immediato pareggio e quindi quando era nella condizione psicologica ideale.
Ma proviamo ad addentrarci un po’ di più nella storia delle competizioni europee per capire meglio come una squadra possa arrivare senza energie all’appuntamento più importante della stagione per una squadra di club. Sommando la vecchia Coppa dei Campioni e la moderna Champions League, da quando il 13 giugno 1956 al Parco dei Principi il Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Miguel Muñoz conquistò la prima edizione del trofeo, se ne sono assegnati 62 esemplari. Solo in trenta occasioni (quindi meno della metà) la squadra vincente si è anche aggiudicata il proprio Campionato nazionale. La percentuale si abbassa ulteriormente se si restringe l’osservazione alle squadre appartenenti ai tre Campionati che hanno espresso maggiori vincitrici (e che sono anche probabilmente i più competitivi) ovvero Italia, Spagna e Inghilterra. Qui il cosiddetto “double” (Coppa e Campionato) è riuscito solo in 18 occasioni su 41. E’ un dato, a pensarci, sorprendente, perché ci si aspetterebbe, al contrario, che il doppio successo sia quasi una regola; parrebbe infatti strano che la squadra più forte d’Europa non riesca a dimostrarsi anche la più forte del suo paese. E invece pensate che il Real Madrid, che ha vinto ben 12 volte la competizione, solo 4 volte ha accoppiato il successo europeo con quello nel massimo campionato spagnolo, mentre sulle tre finali perse due hanno visto la consolazione del successo in Campionato. Altrettanto significativo il curriculum del Milan, che ha conquistato ben 7 volte la Coppa dei Campioni, riuscendo però solo in un’occasione, nel 1994, ad accoppiarla allo Scudetto. La Juventus è poi un caso ancora più interessante. Delle nove finali disputate gli unici due successi sono maturati in stagioni nella quali, non solo la Juventus non aveva vinto il Campionato, ma aveva addirittura perso le speranze di competere con largo anticipo. Delle 7 finali perse invece ben sei si sono invece verificate in anni in cui la Juventus aveva vinto il Campionato e il settimo caso, quello della finale di Atene nel 1983, comunque in una stagione nella quale la Juventus aveva conteso fino all’ultimo lo Scudetto alla Roma e in cui si sarebbe consolata, pochi giorno dopo la finale di Coppa Campioni, vincendo la Coppa Italia. In definitiva, da che esistono le competizioni europee, competere con gli stessi risultati su tutti i fronti è estremamente faticoso e non è affatto strano che, giocando su tre fronti, si arrivi all’episodio finale, nonostante sia il più importante, in condizioni fisiche ben lontane da quelle ideali.
real-madrid.jpgCi si chiederà però, perché il Real non era altrettanto stanco. Sicuramente c’è un problema di ampiezza dell’organico. Se tra l’undici titolare bianconero e quello madridista non c’è un grosso gap, non c’è dubbio che c’è, ed enorme, tra i rispettivi rincalzi. Fa impressione pensare che sulla panchina del Real, a Cardiff, stessero seduti due talenti strapagati come Gareth Bale e James Rodriguez. Per di più la scelta di Allegri del tridente e il successivo grave infortunio di Pjaca (l’unico attaccante di riserva rimasto ad Allegri) ha messo i tre attaccanti bianconeri, Higuain, Dybala e Manduzkic, nella condizione di dover giocare quasi sempre negli ultimi tre mesi. Nella stagione appena conclusa Higuain ha disputato, alla fine, 55 partite, Manzdukic 50 e Dybala 48. Per avere un riferimento con i giocatori più talentuosi del Real, Ronaldo ne ha giocate 46, Modric 41 e Isco 42. E’ una differenza che pesa, al termine di una stagione così lunga e può essere determinante, specie considerando che il Real ha obiettivamente un livello tecnico superiore e la Juventus avrebbe dovuto sovrastare gli avversari fisicamente per colmare il gap.
Insomma, è forse più ragionevole lasciare da parte aspetti psicologici o, ancor più, metafisici e rendersi conto che ci sono ancora consistenti differenze tra il Real e la Juventus, che forse, come successo due anni fa con il Real stesso e con il Barcelona quest’anno, in una partita allo Stadium, schiacciata tra vari impegni di Campionato e Nazionale, possono anche essere ribaltate; ma che in una finale, preparata con calma e massima concentrazione difficilmente non emergono. Ho l’impressione che, se la Juventus non riuscirà a colmare il gap tecnico che ancora la divide dal Real, dovrà rassegnarsi a correre qualche rischio in più in Campionato, magari rinunciando ad arrivare al settimo scudetto consecutivo, ma concentrarsi sulla competizione che i suoi sostenitori sognano di poter un giorno riconquistare.

29 Maggio

Molte altre volte ho scritto su questo blog quanto trovi strano che in un paese solitamente piuttosto generoso nel ricordare chi se ne è andato, per molti anni così poco si sia fatto per ricordare le vittime dell’Heysel. Negli ultimi anni però, grazie all’energia di tanti che hanno cercato di smuovere certe sensibilità dormienti, si sono moltiplicate iniziative in questo senso tra le quali quella di intitolare alle vittime di quella folle strage le piazzetta antistante alla biblioteca Italo Calvino. La cosa non può che fare piacere a chi, come chi scrive, è così sensibile a quegli eventi. biblioteca-calvino.jpg
Come ad ogni ricorrenza, racconto ancora una volta lo svolgimento, dal mio punto di vista, di quegli eventi.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

Una grande squadra merita una grande società

paulo-dybala.jpgCon la vittoria di Monaco la Juventus ha iniziato l’avvicinamento ad un finale di stagione elettrizzante: nettamente prima in Campionato, finalista in Coppa Italia e ad un passo dalla Finale di Champions League. Il tutto con alle spalle, nelle scorse cinque stagioni, cinque scudetti consecutivi, una finale di Champions, una semifinale di Europa League, tre finali di Coppa Italia di cui due vinte. Cosa si può chiedere di più alla Juventus alla vigilia della conclusione di una stagione fino ad ora esaltante?
Una cosa che mi sentirei personalmente di chiederle potrebbe essere di provare ad essere fuori dal campo grande quanto in campo. Sia chiaro, non mi riferisco a questioni giudiziarie che hanno avuto fin troppa rilevanza sui giornali. I rapporti poco chiari tra società calcistiche e ultras sono un problema generale, non certo solo della Juventus e che un ultras possa essere parente di un pregiudicato non è certo una notizia, visto che nella maggior parte dei casi sono gli ultras stessi ad essere dei pregiudicati.
Mi riferisco invece al fatto che la Juventus viene spesso accreditata come l’unica società calcistica italiana, tra quelle più popolari, che ha saputo superare la dimensione di giocattolo per imprenditori annoiati e diventare impresa, nel senso di organizzazione tendente al razionale raggiungimento di un obiettivo. Non dico che questo non sia vero e anzi è talmente vero da giustificare, a dispetto delle immancabili teorie del complotto, i straordinari successi della Juventus in Italia e Europa. Dico però che nel passato (remoto e prossimo) ci sono stati errori in questo senso che sarebbe opportuno non ripetere e che di seguito ripercorrerò.
biglietti-finale-berlino.jpgQuando la Juventus giunse alla finale di Champions due anni fa scelse modalità di distribuzione dei biglietti molto diverse da quelle del Barcellona e questo non mancò di scontentare i suoi tifosi. In particolare fu considerato molto irritante il fatto che si fosse obbligati a comprare con il biglietto il volo aereo (o il viaggio in pulmann) con un’agenzia individuata dalla Juventus, operante in monopolio, che per di più non aveva nemmeno previsto pernottamento. Il che obbligava i tifosi a una corvée massacrante e a prezzi per il trasferimento assolutamente non competitivi. Il Barcellona invece offriva varie opzioni tra le quali comprare solamente il biglietto e raggiungere Berlino con mezzi propri. In questo la Juventus perse nettamente nettamente il confronto fuori dal campo prima di perdere, purtroppo, anche sul terreno di gioco. E’ vero che in termini puramente economici forse la scelta del Barcellona non fu molto proficua, ma una società calcistica deve il suo successo con i suoi clienti (che sono poi i suoi sostenitori) ad una fidelizzazione molto più forte e spinta di quella di una qualunque azienda. Tale e tanta è l’irrazionalità su cui si basa il rapporto tra tifoso e squadra che qualunque motivo di insoddisfazione può determinare una rottura, e per il cliente del sistema calcio rinunciare al rapporto con il proprio fornitore è operativamente molto più semplice che disdire il proprio contratto telefonico. La Juventus ha fatto negli ultimi anni passi da gigante nel rapporto con i propri tifosi, ma momenti come quello di una finale di Champions sono dei punti di verifica del completamento di questi passi e mosse malaccorte, da questo punto di vista, potrebbero rovinare anni di sforzi in questo senso.
festa-juve-torino-bus_2.jpgE passiamo al secondo punto, ovvero la festa. Eh sì’, festa perché, con tre fronti ancora aperti, si può decisamente considerare la possibilità che almeno uno dei tre produca un nuovo trofeo e, se dovesse succedere, i tifosi si aspetteranno di festeggiarlo con la squadra. Siamo tutti scaramantici e già qualcuno farà gli scongiuri leggendo tutto ciò, ma un’impresa non può permettersi scaramanzie, deve prepararsi a quello che è possibile, se non probabile, che accada. Quando l’anno passato Andrea Agnelli ammise candidamente che la festa per lo scudetto era saltata perché l’organizzazione dell’evento era stata posticipata per “scaramanzia” per accorgersi poi che era troppo tardi, personalmente sussultai. Pareva che la grande Juventus si fosse trasformata improvvisamente nella Longobarda di Oronzo Canà. Anche da questo punto di vista direi che qualcosa di importante deve cambiare. Facciamo gli scongiuri, incrociamo le dita, tocchiamoci dove vogliamo toccarci, ma agiamo con una programmazione che consenta ai tifosi, anche qui, di abbeverarsi appieno alle emozioni che una squadra di calcio offre. Magari l’alta borghesia in cui è cresciuto il Presidente Andrea Agnelli non condivide questi eccessi, ma per il popolo tifoso i festeggiamenti sono una parte fondamentale delle vittorie e le arricchiscono di emozioni fino a renderle indimenticabili, e uno scudetto è un trionfo più apprezzato se si va poi in piazza a festeggiare, tanto da prevenire quella sazietà da vittorie che aveva messo in crisi il rapporto della Juventus con i suoi tifosi ai tempi che precedettero Calciopoli.
Un ultimo punto è quello di accesso allo stadio. E’ inutile aver speso milioni, se non miliardi, per rendere gli stadi un luogo comodo e accogliente, se poi accade che chi entra allo stadio debba sorbirsi tre quarti d’ora di coda all’ingresso, per giunta in una ressa fastidiosa e pericolosa. Da quando all’ingresso è diventato obbligatoria l’esibizione di un documento anche ai possessori di tessera del tifoso (per criteri di sicurezza francamente incomprensibili) le code sono diventate ingestibili. Per di più, in assenza di qualunque transenna esterna, le code sono del tutto selvagge e si trasformano in una marea di folla che, in situazione di compressione spesso pericolosa, arriva a ondate verso steward in crisi, pressati tra spettatori furiosi e misure di sicurezza cervellotiche. Davvero incredibile che questo accada per andare ad assistere ad uno spettacolo che spesso costa più della Prima della Scala. Per la partita di Martedì contro il Monaco le Tribune Centrali hanno tariffe a ridosso dei 200 euro e si annunciano nuovi rincari per la prossima campagna abbonamenti. Se, a fronte di ulteriori sacrifici richiesti ai propri tifosi, la Juventus non offrirà una accoglienza almeno accettabile, il rapporto con i suoi sostenitori rischia anche qui di essere guastato.
Quello della Juventus, che sei anni fa pareva una squadra da metà classifica della Serie A, e che ha invece scalato a tempo di record posizioni in Italia e in Europa fino ad arrivare sulla vetta, è un miracolo ed altrettanto miracoloso è che lo stesso pubblico che sei anni fa riempiva un paio di volte all’anno l’esiguo Olimpico oggi riempia in ogni ordine di posto lo Stadium anche per incontri di Coppa Italia. Come tutti miracoli, una volta raggiunti, vanno preservati e mi auguro davvero che la società bianconera si adoperi per farlo.

Hayir (No)

hayir-bis.jpgIn Turchia è in corso di conclusione la campagna elettorale per il referendum che dovrebbe, secondo le opposizioni, cancellare anche gli ultimi residui di democrazia. In realtà si tratta di un ulteriore accentramento del potere nelle mani del Presidente, in un contesto nel quale le libertà fondamentali delle minoranze sembrano già in pessimo stato di salute.
Siccome il governo ha cercato in tutti i modi di ostacolare la campagna per il no, gli oppositori della sua riforma si sono inventati tanti modi per fare campagna per il no. Il più diffuso è quello di usare l’espressione hayir (”no” in turco) all’interno di una frase, sfruttando anche il fatto che la stessa parola Hayir in turco vuol dire anche “buono”.
La frase nel manifesto a fianco significa (mi dicono) “Ogni giorno è una benedizione”. Contribuisco alla diffusione, nella speranza che possa aiutare il popolo turco a riprendersi la sua democrazia.

I padroni di Via Sansovino 243

via-sansovino-243.jpgE’ passato poco più di un anno da quando scrissi un articolo su Via Sansovino 243 (un interno di una via situata nella periferia di Torino, nei pressi dello Juventus Stadium). Si parlava del problema dei parcheggiatori abusivi, ormai endemico nella zona che circonda lo stadio, e dell’indifferenza delle istituzioni di fronte al progressivo controllo del territorio delle bande dei parcheggiatori. Sì, lo so cosa pensa qualcuno di voi del problema dei parcheggiatori abusivi - Come la fai grossa! Gli dai un euro se vuoi, se non vuoi non glielo dai. Mica ti danno fuoco alla macchina! -. Questo succedeva infatti vent’anni fa quando la piaga del parcheggio abusivo aveva cominciato ad interessare l’area dell’allora Delle Alpi. C’era qualche personaggio, all’apparenza innocuo, che ti chiedeva un euro. Se non glielo davi non succedeva nulla.
Però purtroppo in molti l’euro hanno cominciato a darlo e quello del parcheggio abusivo è diventato un business che col tempo ha cominciato ad obbedire alle logiche del business illegale: controllo e spartizione del territorio, sensazione di potere, arroganza e magari violenza. Così oggi l’interno di Via Sansovino 243 (che in realtà è una via piuttosto lunga) è un’area presidiata da un gruppo di personaggi, tutti italiani e di giovane età, che ti vengono incontro ogni volta che arrivi a parcheggiare chiedendo un euro con aria in genere gentile. Se però non glielo dai la reazione non è sempre altrettanto gentile: voce che si alza di tono, velate minacce, qualche insulto.
Così arriviamo alla sera di Domenica 9 Aprile scorso. Arrivo nell’interno di Via Sansovino 243 per parcheggiarvi la macchina, onde andare allo Stadium e mi avvicinano i soliti parcheggiatori abusivi che, come sempre, ignoro. Questa volta però sono in due ad avvicinarmi e il primo, vedendomi non intenzionato a contribuire, mi dice: “Ehi, noi guardiamo le macchine! Eh…”. A quel punto mi permetto, con la massima calma, di rispondere: “Mah, in realtà una volta che sono tornato indietro, perché avevo lasciato una cosa in auto, non c’era già più nessuno”. Non si sarebbe rivelata una buona idea. Finita la partita infatti, mentre stavo rientrando all’auto nella via ormai semibuia, mi si avvicina uno dei due di prima, con il pretesto di chiedermi una sigaretta. Dopodiché, una volta riconosciutomi, fa segno al suo compare, che si avvicina anche lui, urlando: “Hai visto. Stavolta siamo qui”. Cominciano ad insultarmi e minacciarmi. Tengo famiglia e quindi faccio la cosa che ragionevolezza consiglia di fare in questi casi: tiro dritto senza reagire, estraggo il cellulare e faccio il numero del 112. Prima che dall’altra parte qualcosa cominci a squillare sono già arrivato alla macchina, riaggancio, salgo e vado. Incrocio una pattuglia dei carabinieri e mi fermo a raccontare l’episodio. La risposta è la solita: “Siamo in servizio allo stadio e non possiamo muoverci ma verificheremo“.
Questa è una delle tante storie di piccola illegalità che, sottovalutata e non affrontata nei tempi giusti, si estende, diventa pericolosa e potenzialmente criminale. Nel massimo rispetto e tutela di una cultura garantista a cui mi sento di appartenere, vorrei che tutti si interrogassero sull’esigenza di chi ci governa di tutelare chi vorrebbe poter circolare per la città, senza doversi mordere la lingua e pagare il pizzo pur di evitare un cazzotto o una coltellata.
Ieri sera sono andato di nuovo allo Stadium e ovviamente sono andato a parcheggiare da un’altra parte, perché l’interno 243 di Via Sansovino ormai non è più dei cittadini ma di una banda di balordi. Peccato…

Qualche altra ragione della vittoria del no

coda_sportelli.jpgUna mia parente un paio di mesi fa ha ricevuto una lettera dall’Università che frequenta, nella quale la si avvertiva che era stato individuato un vizio nell’ISEE che aveva consegnato tempo addietro, per essere collocata nell’opportuna fascia di contribuzione, e che quindi le toccava il pagamento di una multa di (udite udite) più di 4000 euro a cui si aggiungeva la perdita di qualunque beneficio fiscale per il resto della sua carriera universitaria. L’ISEE, come molti sanno, è una dichiarazione della propria situazione economica, calcolabile attraverso un processo piuttosto complesso tanto che quasi tutti ricorrono ad un CAF (Centro di Assistenza Fiscale) per il calcolo, compresa la mia malcapitata parente il cui CAF ha però, in questo caso, commesso un errore. Appena ricevuta la comunicazione ha contattato il CAF per avere chiarimenti e fortunatamente (perché trovare persone oneste è ormai questione di fortuna) il CAF ha ammesso l’errore e ha quindi accettato di accollarsi l’onere della multa (anche perché assicurato) ma, attenzione, in modalità di rimborso. Questo significa che la mia parente ha dovuto pagare la salatissima multa ed è in attesa del rimborso che arriverà, pare, entro tre mesi. Racconto questo perché mi sembra una vicenda sufficientemente kafkiana, sia per l’ammontare folle della multa, che per il principio altrettanto irrazionale per il quale io prima devo pagare e poi forse avere il rimborso di chi effettivamente ha commesso l’errore. In più l’ISEE è comunque una dichiarazione che mette insieme tutta una serie di dati che l’Agenzia delle Entrate possiede (sono nel 730) e altri che potrebbe richiedere, come fa il normale cittadino, alla banca dell’interessato. Siccome poi qualcuno quei dati li controlla per elevare, eventualmente, sanzione, perché non li calcola direttamente quel qualcuno e dice al cittadine semplicemente quanto gli deve? Riassumendo, viene richiesto al cittadino di certificare all’INPS qualcosa che l’Agenzia delle Entrate ha o può avere, lui lo chiede ad una terza parte certificata, e se c’è un errore è il cittadino che deve pagare e per di più uno sproposito? No, credo siamo alla follia…
Un’altra vicenda che mi sembra interessante raccontare è quella di un’ecografia alla mano che mi è stata prescritta poche settimane fa. Non era nulla di grave e urgente, ma una ciste di cui mi avevano detto esser bene capire subito la natura. Ho subito telefonato al CUP di Ivrea, città in cui lavoro, per avere un appuntamento e la risposta è stata che la disponibilità più ravvicinata sarebbe stata per Maggio (si intende 2017…). Pensando che fosse un problema locale ho provato a telefonare al CUP di Torino, sicuro che nella grande città ci sarebbero stati molti più posti, ma la risposta disarmante è stata: “In questo momento non prenotiamo perché noi non prenotiamo oltre ai sei mesi e nei prossimi sei mesi al momento non ci sono posti liberi”. Ho fatto un altro giro di telefonate e alla fine ho trovato un posto in una clinica privata convenzionata tra un mese, a metà Gennaio, con una spesa non modica di 61 Euro di ticket.
kafka1.jpgChe c’entrano questi due episodi con la Costituzione? Non molto, anzi quasi nulla, ma c’entrano, a mio avviso, con il referendum costituzionale e con il fatto che la maggior parte delle persone che hanno votato No a quel referendum lo hanno fatto probabilmente non per proprie convinzioni sul bicameralismo paritario o sui rapporti tra Stato e Regioni, ma semplicemente perché non si fida più. Non si fida più non tanto di Renzi, ma del sistema in generale, perché è un sistema che non funziona. E quindi non funziona per il giovane disoccupato o precario, non funziona per la persona di mezz’età che vede la sua pensione allontanarsi sempre più, ma non funziona anche per la classe media che magari non ha le stesse ansie di costoro, ma che non vede nello Stato, nel sistema, quella capacità di essere flessibile e adattabile alle condizioni esterne che il sistema pretende invece inflessibilmente da lui, in uno sbilanciamento tra dare e avere sempre più palese. L’attuale mercato del lavoro ci chiede di essere sempre più bravi, più efficienti, di essere creativi, propositivi, di fare i turni, di lavorare la Domenica, sembra la miniera di Stachanov. Poi quando andiamo in un ufficio pubblico stiamo due ore ad aspettare in coda e quando è il nostro turno l’impiegato ci dice rudemente che l’ufficio sta chiudendo; quando dobbiamo pagare le tasse dobbiamo mettere insieme documentazione che l’Agenzia dell’Entrate ha già, fare complicatissimi calcoli che l’Agenzia dell’Entrate poi controllerà, il tutto per produrre pagamenti che, se errati, ci comporteranno multe salatissime; quando dobbiamo fare una visita medica scopriamo che il servizio sanitario nazionale ci fa aspettare mesi e ci fa pagare profumatamente visite specialistiche che, se fatte privatamente, richiedono poche settimane di attesa e pochi euro di più; le riunioni con i genitori a scuola vengono organizzate con breve preavviso alle cinque del pomeriggio, costringendo chi lavora a prendere un permesso.
Questi, sia chiaro, non sono problemi classificati, nell’immaginario collettivo, come gravi e forse è giusto così, ma è quel genere di goccia che ogni giorno cade sulla testa del cittadino medio ed alla lunga provoca una voragine. Ed è un problema che la politica sta affrontando con grande lentezza. Renzi è caduto anche per questo e chi lo succederà non può che prenderne atto e cercare di invertire questa percezione.

Servizi pubblici a Cinque Stelle

navetta-star.jpgDomenica pomeriggio mi sono recato, con la mia famiglia, a fare un giro per il centro di Torino. Avevamo lasciato l’auto in Piazza Vittorio, ed essendo arrivati a piedi fino in Via Mazzini, abbiamo deciso di prendere la navetta Star 2 per tornare all’auto. Siamo quindi andati alla più vicina fermata, all’angolo tra via Mazzini e Via Accademia Albertina, e lì abbiamo atteso per qualche minuto.
Avendo poi cominciato a temere che l’attesa fosse vana, abbiamo deciso di incamminarci lungo il percorso, voltandoci ogni tanto indietro per controllare che la navetta non sopraggiungesse. Cammina che ti cammina, abbiamo percorso tutta Via della Rocca e siamo alla fine arrivati fino a destinazione, in Piazza Vittorio, a piedi, senza incrociare la navetta tanto sospirata. Alla fine è passata circa mezzora senza che la navetta si manifestasse, quando la frequenza dovrebbe essere di 15 minuti che già non sono pochi, considerando che la navetta dovrebbe costituire un disincentivo ad arrivare in centro con l’auto e che dovrebbe compensare l’estensione alla Domenica del parcheggio a pagamento nella “Zona Blu”.
Insomma, cambiano partiti, giunte e ideologie, si passa dalla società dell’opulenza a quella del declino, ma sembra che nel nostro disgraziato paese l’incapacità di far funzionare i servizi pubblici sia una costante, come l’amore per la pizza e per la nazionale di calcio.

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