Prove generali di governo di centro-sinistra
E’ caratterisitica di tutti i leader autoritari tendere a circondarsi di incapaci, in quanto sono gli unici che non si fanno vincere dalla tentazione di cercare di scalzarli. I nodi però vengono al pettine e mi pare che in questi giorni i nodi al pettine si moltiplichino nella ridicola vicenda delle elezioni e nella ancor più ridicola vicenda del Decreto interpretativo. In questo contesto, quando anche i più miopi cominciano ad accorgersi di aver dato fiducia ad una maggioranza in cui gli incapaci sono numerosi e dannosi almeno quanto i corrotti, il centro-sinistra sta forse già accarezzando l’ipotesi di ritornare al governo del paese. Si direbbe almeno che sia così a giudicare dall’improvviso risveglio delle sindromi che avevano affossato il governo dell’Unione, cioè la straordinaria capacità di litigare e dividersi su tutto, dal vincitore del Grande Fratello, all’abolizione della Corrida. Su un tema quindi del tutto secondario come il ruolo avuto da Napolitano nella vicenda è nata una polemica che rischia di minare la manifestazione di Sabato prossimo.
Che il nostro Presidente non sia un cuor di leone direi che si può essere d’accordo, che nella vicenda si sia fatto prendere per i fondelli oltre che a pesci in faccia senza fiatare e che ciò non sia degno di un “uomo delle istituzioni” è altrettanto vero, che qualche dubbio sul “Decreto Interpretativo” potesse sollevarlo anche lui senza delegare il TAR del Lazio siamo ancora d’accordo, ma di qui a individuare in Napolitano la causa del problema ed a farne un motivo di divisione tra IdV e PD, come ha fatto Di Pietro, ce ne corre proprio.
Se provo a mettermi nei panni di un elettore della coalizione di governo che, nauseato da questa vicenda, si sia fatto tentare dal cambiare il proprio voto, mi vien da dire che dopo le schermaglie tra di Di Pietro e PD sarei subito rientrato nei ranghi.
Perché quindi il risveglio della litigiosità? Credo sia perchè le emozioni, che spesso, per non dire immancabilmente, investono le vicende che ruotano attorno a Berlusconi ed alla sua corte, vanno e vengono e portano con sé voti e Di Pietro sa che il suo partito ha una cassa di risonanza ed un affidabilità strutturalmente inferiore al PD, il che lo obbliga a cercare sempre un motivo di differenziazione. Paradossalmente più grossa la combina il PdL, più il PD si sente legittimato a schierarsi su posizioni di forte opposizione e più Di Pietro si sente in disparte e deve inventarsi un modo di differenziarsi per evitare un ritorno di elettori verso il PD che è riconosciuto come un partito più ambiguo ma anche più affidabile e democratico di quello dell’ex-magistrato. Questi scontri tattici pregiudicano l’obiettivo strategico, cioè strappare consenso alla coalizione di governo, ma il bisogno di sopravvivere è sempre più impellente rispetto a quello di vincere le elezioni e questo è alla fine la conseguenza ovvia di un sistema basato sul multipolarismo che impone ai piccoli di cercare sempre un’identità da rivendicare e sulla base della quale dichiarare la propria differenza.
Mentre scrivo tutto questo scopro che alla manifestazione del PdL del 20 Marzo che si terrà non si sa dove (perché le piazze sono tutte occupate) non parteciperà Fini. Anche qui il problema è che il bisogno di distinguersi per sopravvivere esiste, non solo a sinistra ma anche a destra.
Zac benvenuto tra noi!
L’allenatore della Juve Zaccheroni, in una intervista a Sky Sport rilasciata Domenica pomeriggio, si è inalberato quando si è trovato a commentare le accuse di favoritismi alla sua squadra. Zac ha ricordato come, dopo tutte le polemiche seguite a Fiorentina-Juve, si è poi scoperto che il gol di Diego era del tutto regolare, che il fallo, comunque dubbio, di Chiellini su Keirrison era comunque fuori area e che l’unico errore potenzialmente decisivo dell’arbitro Damato (anche se poi decisivo non è stato) è rappresentato dal gol della Fiorentina convalidato nonostante un fuorigioco tutt’altro che passivo di Gilardino. Non sarà sfuggito al tecnico romagnolo che in circostanze identiche a Bologna il gol di Melo del possibile 3-1 era stato annullato.
In effetti l’arrivo di Zaccheroni da questo punto di vista è stato tutto in salita: al primo incontro sotto la guida del tecnico romagnolo alla Juve era stato concesso da Saccani un rigore del tutto inventato, cosa che accade non di rado nel calcio, ma che diventa scandalo se di mezzo ci sono le casacche biancheenere.
Succedeva poi la settimana successiva a Livorno che la squadra di casa andasse in vantaggio con un gol viziato da un evidente fallo di Lucarelli su Caceres e che Diego venisse poi travolto in area di rigore da Diniz senza segni di vita da parte dell’arbitro. Zac non commentò, in omaggio alla tradizione della Juve di non parlare degli arbitri, ma si sarà poi stupito di scoprire che la RAI, nella sua trasmissione serale, ignorasse i due episodi e desse per certo invece un fuorigioco di Legrottaglie sul gol bianconero tutto da dimostrare ed un fallo da rigore su Lucarelli che, se c’era, era avvenuto a gioco fermo, visto che l’attaccante labronico si trovava in evidente fuorigioco.
Giungeva poi l’incontro con il Genoa, occasione di nuove polemiche perché veniva concesso alla Juve un rigore per un fallo che in realtà era commesso fuori area, circostanza che non sfuggiva solo all’arbitro ma anche ai giocatori rossoblu che protestavano solo negli spogliatoi dopo aver visto il filmato televisivo. Si sarà stupito anche lì Zac notando che nessuno sottolineasse la circostanza a chi accusava l’arbitro di grave errore e addirittura Del Piero di simulazione.
A Bologna poi non succedeva nulla di rilevante, senonché a posteriori qualcuno aveva scoperto che da una certa angolazione pareva quasi che Del Piero avesse toccato il pallone con le mani in occasione del gol decisivo e giù altre polemiche…
Con il Palermo infine l’arbitro non concedeva alla Juve un rigore per un evidente fallo su Diego: avrebbe voluto forse Zac provare a puntare sull’episodio per giustificare una sconfitta ingiustificabile, ma alla Juve non si fa così ed anche questa circostanza è rimasta quasi del tutto ignota al pubblico.
Siamo quindi tornati ai giorni nostri ed allo sfogo di Zac. Se però lui si stupisce di quanto accade io no, tutti i sostenitori bianchieneri non si stupiscono più e si inalberano ormai di rado. Inutile ricordare che, tanto per dare un’idea, la Juventus ha segnato in questo Campionato due gol su 42 su rigore, mentre la media del Campionato è un gol su 11 su rigore; con chiunque parliate vi dirà che alla Juve i rigori li regalano.
Chissà se solo ora che è alla Juve Zac si è reso conto che la maggior parte dei giornalisti sportivi delle televisioni nazionali appartengono a parrocchie diverse da quella juventina e che non fanno nulla per nasconderlo. Chissà se solo ora si è reso conto che una squadra competitiva dal punto di vista sportivo, ma periferica dal punto di vista mediatico, non può che avere questo triste destino. Chissà se adesso si inalbera, ma quando andrà a fare l’allenatore altrove tornerà a lamentarsi dei torti subiti quando affronta la Juve ed a godere, in tal modo, di improvvisi momenti di notorietà. Chissà se quando Prandelli o Gasperini verranno alla Juve continueranno a sostenere che Del Piero è un simulatore o che il fallo di Chiellini era rigore netto, oppure saranno improvvisamente illuminati?
Nel frattempo, benvenuto tra noi!
Eguaglianza: il grande assente
Si possono fare fare tante considerazioni sul decreto salva-liste. Una delle cose più divertenti è la specificazione per la quale l’ora di scadenza si intende rispettata se la documentazione è comunque presente nei locali del Tribunale. La cosa lascia la goliardica possibilità ai rappresentanti di lista più burloni di indire simpatiche cacce al tesoro dopo aver nascosto le pratiche in qualche armadio o sgabuzzino.
La critica però più ovvia e di più semplice comprensione è il semplice fatto che, a fronte di molti casi di esclusione di liste nel passato, spesso non per motivi così clamorosi come la mancata consegna della documentazione, mai era successo che il governo intervenisse con un decreto per riammettere le liste e ciò è accaduto proprio per la lista del primo partito della compagine governativa.
Incuriosito da alcuni editoriali sentiti alla radio mi sono quindi messo a scorrrere le rassegne online dei quotidiani di casa Berlusconi per trovarvi uno straccio di giustificazione in questo senso. Mi aspettavo di trovare da qualche parte qualcuno che rassicurava i lettori sostenendo che il decreto non è stato fatto dal governo comandato dal PdL solo perché il beneficiario era il PdL, che con un’audacissima arrampicata sugli specchi spiegassero che era una legge per tutti, che era ora di farla, eccetera. Il solito mantra che costoro ci ripetono ogni volta che approvano una legge per cancellare peccati e peccatucci di qualche loro amico. La ricerca non ha avuto finora esito, nemmeno uno straccio di giustificazione, nemmeno un vago tentativo di fugare il dubbio, di sgombrare il campo da possibili accuse.
Escludo sia stata una distrazione, un’omissione, uno svarione come quello di Mister Milioni. E allora il mio dubbio è che non ci sia proprio il dubbio, che i lettori de Il Giornale, Libero e simili non si pongano proprio più il problema dell’eguaglianza davanti alla legge, che per chi si abbevera al verbo di Belpietro o Feltri (recentemente iscritto da Luca Telese alla lunga lista dei berlusconiani ex-comunisti) l’idea che la legge a cui obbedisce qualcuno sia diversa da quella a cui obbedisce qualcun altro sta ormai nella normalità delle cose, che sia giusto che la legge sia più indulgente con chi ha più potere.
Siccome sono convinto che molti dei lettori de Il Giornale siano gli stessi che leggevano Il Giornale diretto da Montanelli (che negli anni ‘80 e primi anni ‘90 leggevo anch’io) mi viene da pensare con preoccupazione a quanto le fonti di informazione riescano a modellare come argilla i nostri valori ed il nostro modo di pensare.
Un’altra Pañolada
Non fai in tempo a mettere in evidenza un aspetto del nostro costume riguardante un ambito della vita e ne scopri un altro in cui i comportamenti sono identici. Non fai in tempo a censurare qualcuno da qualche parte che c’è qualcun altro da qualche altra parte pronto a prendere esempio da costui. Non si passano la staffetta, non si mettono d’accordo, è semplicemente il clima della società che ispira i suoi intepreti pubblici ad assumere gli stessi comportamenti che vanno dall’arrogante all’isterico ma che sono accomunati dal non voler fare mai i conti con le proprie responsabilità e con le regole che hanno violato.
Sono passati pochi giorni da quando le ineccepibili decisioni di un arbitro di calcio avevano giustificato una sorta di rivolta di popolo che un’altra rivolta di Popolo (della Libertà) è in fase di svolgimento. Questa volta non è nemmeno chiaro se gli obiettivi della rivolta siano i magistrati che si sono limitati a prendere atto che alla scadenza prevista la documentazione per la lista della PdL non era presente allo sportello, oppure se siano quelli che avrebbero impedito ai faldoni che non erano entrati in tempo dalla porta di rientrare dalla finestra o infine se l’obiettivo sia il panino che, troppo secco e difficile da digerire, avrebbe impedito all’ormai celeberrimo mister Milioni di arrivare in tempo allo sportello. Sta di fatto che anche di fronte alla più ridicola delle negligenze non è venuto in mente a nessuno di ammettere: “Beh, abbiamo sbagliato. Siamo dei pirla, avete ragione. Andiamo a fare un altro mestiere”. Al contrario si invoca la piazza, si lanciano accuse non ben chiare, si parla di reazioni che suonano più che altro come minacce di sviluppo violento della situazione se non fosse che chi lo fa non ha nemmeno quel minimo di credibilità per potere pensare che passi dalla minaccia all’azione.
Così come la pañolada di San Siro si è risolta con uno scippo compensativo ai danni della povera Udinese, così anche la pañolada del PdL avrà come esito presumibile una soluzione all’insegna del “buon senso”, dove però il buon senso diventa semplicemente il senso che i mezzi di comunicazione riescono a veicolare che è poi il senso unico che che regala il diritto ad infischiarsi delle regole e del loro rispetto a chi abbia la forza mediatica e di consenso per potersi permettere di orientare appunto quello che si definisce “buon senso”.
Se il Partito dei ciclisti o la Lega dei tramvieri avesse consegnato le firme un minuto in ritardo sarebbe stata esclusa senza tanti complimenti e gli esperti del buon senso avrebbero tuonato che le regole vanno rispettate; se un giocatore del Chievo avesse applaudito ironicamente l’arbitro sarebbe stato cacciato senza tanti complimenti e gli avrebbero ricordato che veniva solo applicato il regolamento.
Le regole caratterizzano lo stato moderno perché solo la loro applicazione può garantire che la legge sia uguale per tutti: più la legge è interpretata, più il presunto “buon senso” trionfa e più chi riesce ad orientare le opinioni riuscirà sempre a volgere a suo favore regole e leggi. Non ci sarà mai una legge uguale per tutti finché la legge non godrà di quel primato che ha nei paesi sviluppati, finché non capiremo che il rispetto delle leggi, sempre è comunque, è l’unica tutela che abbiamo ai nostri diritti e che chi non si piega a questo rispetto sta attaccando non solo chi lo ha giudicato ma anche tutti noi.
I brutti pregiudizi
Il NY times ha pubblicato pochi giorni fa un articolo nel quale accusa esplicitamente Goldman Sachs, JP Morgan e altre banche d’affari di aver aiutato il governo greco a coprire il suo debito mascherando prestiti sotto forma di operazioni valutarie. Quello che mi ha però più colpito e preoccupato dell’articolo è che, ipotizzando che altri paesi abbiano utilizzato lo stesso stratagemma, il Ny times, apparentemente senza elementi, pensi bene di citare l’Italia.
Certamente l’immagine che la nostra classe dirigente ha dato di sé in questi anni, tra scandali, condoni e dichiarazioni inopportune, ha contribuito a darci una reputazione pessima ovunque e non è strano che quando si parla di sotterfugi, occultamento di verità e finanza creativa, anche al di là dell’oceano, venga in mente l’Italia ed i Ministri finanziari che si sono succeduti in questi anni, da Pomicino a Tremonti. Non c’è che da sperare che fosse questa davvero l’unica fonte del New York Times e non ci siano elementi più solidi.
Il precario equilibrio del razzismo
Ieri, per la prima volta in Italia, gli immigrati sono scesi in piazza a manifestare per i propri diritti. E’ una novità ed è strano che lo sia perché è da anni che i diritti di questi signori vengono calpestati. Lavorano per noi, collaborano alla produzione del 9% del PIL, pagano le tasse, ma per contro: non votano, sono costretti se perdono il lavoro a tornare in paesi dai quali si sono allontanati magari decine di anni fa, i loro figli non hanno diritto alla nazionalità nel paese in cui nascono, spesso non hanno diritto nemmeno a luoghi in cui professare la loro religione… Vivono in una condizione non troppo dissimile da quella in cui vivevano gli afroamericani nell’america di Martin Luther King. Perché tutto ciò? Come è possibile? Si può spiegare solo con il cieco egoismo degli italiani e con la scarsa capacità di aggregazione degli immigrati?
Il problema è che l’organizzazione sociale della società capitalistica ha sempre e comunque bisogno di una categoria sociale strutturalmente subalterna. Una volta era la stessa società a produrre quella barriera grazie ad eredità storiche di arretratezza ed ignoranza. Poi l’istruzione obbligatoria ha fatto progressivamente cadere le barriere tra classi sociali e la società europea si è rimescolata creando un vuoto in fondo alla scala sociale che gli immigrati stranieri sono venuti inconsapevolmente a colmare.
Paraddosalmente chi nega a costoro i loro diritti lo fa per paura, per ignoranza, per sfiducia ma assolve inconsapevolmente ad una funzione di barriera sociale, consentendo di perpetuare un sistema di sfruttamento simile a quello che vigeva nell’America post-schiavista nei confronti degli afroamericani e che il razzismo sosteneva, reagendo ad ogni ipotesi di integrazione.
Il giorno in cui nelle società europee contemporanee la barriera di pregiudizio, sfiducia, intolleranza cadesse, il giorno in cui riconoscere agli immigrati i loro diritti non fosse più eresia, l’integrazione sociale si compierebbe e non succederebbe nulla di straordinario dal punto di vista culturale: gli immigrati si integrerebbero semplicemente nel tessuto sociale esistente.
Il problema vero che si porrebbe è che a quel punto non vi sarebbe più una categoria socialmente subalterna da sfruttare, da sottopagare, a cui attribuire mestieri umili se non umilianti. E’ legittimo ipotizzare che a quel punto se ne dovrebbe trovare un’altra: chi saranno? I robot come nei romanzi di Asimov? O le scimmie come nel vecchio film di J. Lee Thompson? Difficile da dire. Sicuramente è sempre interessante provare a guardare in fondo alle emozioni degli individui ed alle funzioni a cui inconsapevolemnte assolvono.
Sei non bastano ancora
Da anni mi chiedevo perché nel calcio, sport che si gioca in un campo di metri 90×120 l’arbitro è uno solo, coadiuvato nelle categorie superiori da due assistenti mentre in altri sport in cui il campo è molto più stretto gli arbitri siano molti di più. Nella mia esperienza d’arbitro ricordo la sensazione di totale spaesamento nel dover controllare ventidue giocatori su un campo enorme da solo (nelle categorie inferiori non ci sono nemmeno i guardalinee). Quest’anno finalmente l’UEFA ha deciso di introdurre oltre ai classici due guardalinee (o assistenti) due “assistenti d’area” addetti a segnalare all’arbitro, oltre che la segnatura di un gol, altre infrazioni nell’area di rigore che possano essere sfuggite alla sua osservazione. Giovedì sera per la prima volta mi sono trovato di fronte al sestetto arbitrale e la considerazione che mi è venuta da fare è che se un arbitro non è all’altezza può anche avere una dozzina di aiutanti ma continua a fare brutte figure. La direzione del pessimo arbitro francese Duhamel non è parsa infatti aiutata più di tanto dagli omini dietro la pora. Penso soprattutto ad un paio di episodi. Il primo accadava quando Sissoko lanciato verso la porta veniva agganciato da dietro da un difensore olandese, l’arbitro poteva anche esser stato coperto o distante ma l’assistente d’area no e la mancata segnalazione dell’episodio può essere strana. Ancora più clamoroso era l’episodio del secondo tempo nel quale Legrottaglie deviava nettamente un cross di Emanuelson: tra l’incredulità dei giocatori in campo e anche di buona parte del pubblico l’arbitro decretava la rimessa dal fondo per i bianconeri. La deviazione che non era sfuggito a me, tifoso juventino, a sessanta metri di distanza, sfuggiva invece all’imparziale arbitro (caso improbabile ma possibile) ma anche all’assistente d’area (e qui non ci credo) che era ad un metro di distanza. L’unica cosa che si possa ipotizzare è che non sempre l’assistente ha il coraggio di cambiare la decisione dell’arbitro o non sempre l’arbitro accetta la correzione ma il rodaggio di questi meccanismi sarà determinante per fare funzionare questo sistema.
Di Juventus-Ajax molto altro da dire non c’è: la solita Juve brillante e spumeggiante per 30-40 minuti, poi un calo graduale fino ad un antipatico assedio finale dei lancieri, fortunatamente senza esito. Il solito Diego generosissimo ma sempre privo della stoccata finale. Il solito Manninger sicuro di sé quando si trova vicino ai pali, ma incerto (più del solito) quando deve staccare il cordone ombelicale che lo lega alla porta ed avventurarsi al di fuori dell’area piccola.
L’importante era andare avanti sperando che la fortuna di Zac duri ancora un po’…
L’Italia saudita
Pochi giorni fa l’Italia è finita sulle pagine dei giornali di mezzo mondo (vedi qui, qui, qui, qui, qui e qui) per la sentenza che ha portato la condanna di alti dirigenti google in seguito alla presenza sul portale Google Video di un video in cui si ritraeva il pestaggio di un disabile. Perfino l’ambasciatore americano in Italia ha condannato la sentenza e il presidente del “Center for Democracy and Technology” di Washington ha accostato l’Italia ai regimi autoritari che censurano Internet.
In effetti è difficile non considerare, nella migliore delle ipotesi, ridicola la decisione del tribunale di Milano: è un po’ come se mettessi una bomba nel deposito bagagli della stazione ed il responsabile venisse condannato per concorso in terrorismo, è come se mandassi una videocassetta con contenuti pedopornografici tramite corriere DHL ed il signor DHL venisse condannato per questo, è come se venissi condannato perché qualcuno ha scritto una frase irriguardosa sul muro dello stabile di casa mia. Tra l’altro la condanna è stata pronunciata nonostante fosse stato evidente che Google aveva rimosso il video appena le era stato comunicato. Per evitare la sentenza Google avrebbe dovuto attivare un meccanismo di controllo sui milioni di contenuti presenti sul portale, cosa che evidentemente costringerebbe Google, Youtube e qualunque altro portale Internet a chiudere bottega. In Italia però Internet continua ad essere visto come un prodotto deforme di quella cosa preoccupante che si chiama progresso che dai tempi di Galileo turba i nostri sonni; quindi mentre tutto il resto del mondo si scandalizza, l’Italia passa dalle reazioni caute all’aperta esultanza per una vittoria della privacy.
Negli stessi giorni accadeva in un paesino in provincia di Mantova, di nome Goito (celebre per la battaglia) che la giunta di centrodestra ed il sindaco UdC Anita Marchetti autorizzasse l’asilo “Angeli Custodi”, finanziato con denaro pubblico, ad approvare un regolamento in cui si prevede che siano accolti tra i suoi iscritti solo i figli di famiglie che si professino cristiane. E’ il segno di ciò che si muove nella provincia padana nel segno di un desiderio di progressiva emarginazione del diverso, di creazione di una società che ha nel Sudafrica dell’apartheid il suo modello e che, al di là del fatto che sia odioso dal punto di vista morale, è difficilmente compatibile con un modello di sviluppo moderno.
Alla fine scopro che forse il titolo dell’articolo è ingeneroso nei confronti dell’Arabia Saudita. E’ vero che si tratta dell’unico paese islamico in cui, come i leghisti vorrebbero per l’Italia, è vietata la costruzione di templi di culto di religioni diverse da quella maggioritaria e che prevede la pena di morte, praticata con la spada, per una serie molto ampia di reati, tra i quali adulterio, sodomia e apostasia. Tuttavia pochi giorni fa è stato reso noto che il prossimo ministro dell’istruzione saudita sarà una donna e che le donne potranno in futuro esercitare la professione di avvocato. Non stupisce apprendere che Internet abbia avuto una parte nell’alimentare la voglia di libertà delle donne nella società saudita. Sembra che anche lì qualcosa stia cambiando rapidamente, che stia, pur lentamente, arrivando la modernità: un morbo al quale pare solo l’Italia sia del tutto immune.
Le due facce del calcio
La settimana scorsa a Monaco l’arbitro Øvrebø aveva combinato i disastri di cui questo blog ha trattato, la stampa italiana era insorta contro il fischietto e perfino questo blog ha stigmatizzato l’evento. Ieri sera a Milano i ruoli si sono invertiti: l’arbitro spagnolo Gonzales ha infatti commesso una serie di gravi errori, tutti a favore all’Inter, culminati nel placcaggio da rugby di Samuel su Kalou nell’area nerazzurra, che avrebbe comportato se visto, oltre che il rigore, l’espulsione del difensore interista e la quindi probabile debacle della squadra milanese. Sarebbe stato onesto almeno allineare i due episodi, ammettere che il problema non è tanto il peso politico di questa o quella nazione, puntualmente tirato in ballo in questi casi, ma il fatto che gli arbitri che l’UEFA manda in giro sono mediamente scarsi ed il ricambio lento ed inefficiente. Pochi all’interno della stampa sportiva hanno avuto oggi il coraggio di riconoscere ciò almeno in parte. Che sia perché i giornalisti hanno sempre bisogno di soddisfare o almeno non irritare i loro referenti per interviste, notizie o semplici raccomandazioni, ovvero i dirigenti sportivi?
Sabato sera a San Siro è successo il finimondo quando l’arbitro Tagliavento si è permesso di espellere due giocatori dell’Inter in una escalation di quanto già accaduto nello scorso derby milanese contro il Milan. Eppure l’espulsione di allora di Sneijder, a norma di regolamento, era ineccepibile, come ineccepibili sono state riconosciute dalla stampa (pressoché all’unanimità) le espulsioni decretate da Tagliavento Sabato scorso. Eppure ancora oggi buona parte dei tifosi interisti sono convinti che gli arbitri espellono solo gli interisti e d’altra parte Mourinho non ha fatto nulla per smentire il suo gesto delle manette con il quale Sabato aveva aizzato il pubblico contro l’arbitro, accusato di essere incatenato ad un sistema che complottava contro i nerazzurri. Sarebbe inutile ricordare che, secondo i numeri, l’Inter deve gli ultimi due scudetti agli errori arbitrali, che l’Inter non ha avuto per un anno e mezzo rigori contro, che parlare di Inter maltrattata dagli arbitri è come parlare di Berlusconi maltrattato da Emilio Fede, inutile ricordare le furenti polemiche seguite ai recenti incontri dell’Inter con Chievo e Siena, ritenutisi penalizzati in modo decisivo da errori dei direttori di gara, sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Sarebbe inutile perché le squadre di calcio battono la grancassa per dimostrare di essere vittime del sistema e intimidire in tal modo gli arbitri che verranno e più forte è la loro grancassa, più la battono.
Due facce ci sono anche nei confronti degli scandali. Mourinho ha dichiarato: “Quando ho saputo di Calciopoli, mi sono vergognato terribilmente di dare da mangiare alla mia famiglia con i soldi del calcio. “. Chissà come si sarà allora vergognato quando gli hanno spiegato quanto scoperto da un indagine condotta nel 2003-04 sulla squadra che allenava allora, il Porto, ovvero che, tra le altre cose, aveva fatto ben di peggio di quanto attribuito a Moggi: aveva infatti aggiustato esplicitamente nel periodo in cui lo Specialone la allenava alcune partite e per questo fu penalizzata di 6 punti. Chissà come mai non lo ha ricordato nel suo sfogo, nonostante lo avesse direttamente coinvolto…
Perché sempre queste due facce? Perché quanto commentatori e addetti ai lavori dicono dipende sempre e solo da chi sono gli attori in campo?
Perché si può, perché glielo permettiamo, perché quando Mourinho o qualcun altro si agita tiriamo fuori i fazzoletti come tanti zombi e facciamo la nostra pañolada senza chiederci se stiamo lottando per una giusta causa o se siamo solo ingranaggio di una macchina che permette ad un allenatore miliardario di trovare una facile scappatoia per guadagnare ancora di più o ad un giornalista di gratificare la parrocchia per la quale lavora. Non dico sia facile, non dico che non ci cadiamo spesso un po’ tutti, me compreso, ma se ce lo chiedessimo almeno sarebbe già un buon inizio.
Muta come un PESC
Quando, pochi mesi fa, Catherine Ashton fu nominata responsabile della politica estera dell’Unione Europea (quello che si è definito Mister PESC) ci fu chi sostenne che affidare ad un inglese il futuro dell’Unione era come affidare una cassaforte alla Banda Bassotti. Come già scrissi i nostri media non eccellono per pubblicità per le cariche europee e così la baronessa inglese, così come il Presidente Van Rompuy, è rimasta finora, almeno in Italia nel più profondo anonimato. Ci sono però casi nei quali anche il più timido fa fatica a non intervenire e nella crisi tra Svizzera e Libia anche i più taciturni avrebbero faticato, al posto della Ashton, a non intervenire.
Come i più sapranno la cosa è iniziata quando la Libia come ritorsione verso l’arresto, fatto con modi piuttosto sommari, del figlio del Colonnelo Gheddafi Hannibal, ha arrestato due uomini d’affari svizzeri. Il caso è poi esploso quando, come controritorsione, la Svizzera ha negato l’accesso alla confederazione ad una serie di personalità libiche tra le quali lo stesso Colonnello e la Libia in risposta ha bloccato tutti i visti d’ingresso per i cittadini svizzeri e, già che c’era, anche a tutti quelli che rientrano nell’accordo di Schengen che la Svizzera ha sottoscritto. I paesi coinvolti, che coincidono in larga parte con quelli dell’UE, hanno naturalmente reagito in modo molto dissimile: l’Italia ha solidarizzato immediatamente con la Libia probabilmente in quanto è dotata di una forma di governo più affine alla cultura di chi ci governo, la Commissaria UE Malmstrom ha invece attaccato i libici. Sarebbe stato simpatico in questa fase confusa avere un punto di vista super partes rappresentativo dell’Unione Europea, cosa che era nelle attese di chi ha creato il ruolo di Mister PESC ed invece la baronessa del Lancashire è rimasta nel più fiero silenzio. Solo dopo alcuni giorni ho trovato alcune dichiarazioni di Mrs PESC piuttosto ovvie e cerchiobottiste.
E’ difficile dire fino a che punto la colpa sia di Mrs Ashton e fino a che punto sono i media a non dare peso al personaggio, rimane comunque vero che, anche con il Trattato di Lisbona non pare che l’Unione Europea abbia ancora trovato una via per affiancare al suo ruolo monetario un ruolo politico altrettanto concreto.


