L’Europa sconosciuta
Leggevo il Buongiorno di Gramellini su La Stampa di Sabato, che aveva per argomento la decadenza europea e mi tornava alla mente una riflessione di qualche giorno addietro, fatta allorché mi era sembrato di scorgere, in un filmato su Euronews, il volto del Presidente dell’UE Herman Van Rompuy. Ho scritto “mi era sembrato” perché solo in quel momento mi sono reso conto che, pur guardando spesso notiziari su tv o Internet, avevo seri dubbi sulle esatte fattezze del personaggio in questione. Sarà anche un personaggio poco carismatico, una presidenza debole come qualcuno l’ha definita, eppure c’è: a giorni ha convocato un vertice dell’UE per discutere gli scottantissimi temi della crisi economica, che potrebbe decidere del destino di paesi come Grecia e Portogallo, eppure nessuno ne parla, non sappiamo nemmeno che faccia ha, chi è, cosa ha fatto prima, se ha delle barche o delle ville in Sardegna, se ha la passione del golf o del modellismo. In realtà scopro che Van Rompuy scrive haiku: uno dice “I capelli volano nel vento, dopo anni c’è ancora vento, ma sfortunatamente non più capelli“. Non sembrano capolavori per carità, ma rispetto a Bondi siamo già un gradino sopra. Eppure questo signore non ha su tv e giornali italiani lo spazio che avrebbe un mediocre presidente di provincia.
Perché non se ne parla? Perché quello del nostro Presidente è un volto che i nostri media lasciano nell’oblìo? Provincialismo? Ignoranza? Paura di perdere potere da parte dei potentati politici nazionali? Questo e molto altro probabilmente, ma non c’è nessuna possibilità che ci sentiamo europei, che crediamo nell’Europa, che ci convinciamo che l’Unione Europea è l’unica speranza che abbiamo di arrestare il declino di un continente, se non ci vien detto nemmeno che esiste.
La svolta di De Bortoli
Vi ricordate il De Bortoli direttore del Corriere tenace avversario del giornalismo d’assalto pronto ad “assecondare la campagna scatenata contro il premier“? Vi ricordate quando si mostrava solidale nei confronti di chi nutriva un “profondo senso di ingiustizia nel vedere l’immagine internazionale del nostro Paese messa così ingiustamente alla berlina“? Le persone intelligenti sanno però cambiare opinione e così sembra aver fatto De Bortoli, assecondando invece la campagna contro Di Pietro scatenata nelle ultime settimane dai giornali di casa Berlusconi (Libero e Il Giornale) e pubblicando quindi un interessante articolo corredato da foto in cui riferisce della presenza di Di Pietro nel Dicembre del 1992 ad una cena nella quale era presente ed addirittura seduto al suo fianco nientemeno che Bruno Contrada, funzionario del SISDE che di lì a poco sarebbe stato incastrato come fiancheggiatore di Cosa Nostra. Ho l’impressione che all’immagine internazionale del nostro paese non faccia molto bene il fatto che un giornale, che un tempo era considerato il più autorevole quotidiano italiano, dia credito all’ipotesi che il governo americano tramasse, insieme alla Mafia, per abbattere il partiti al governo in Italia ma forse anche su questo De Bortoli ha cambiato idea.
Non entro nel merito della teoria che circola in questi giorni per la quale Di Pietro, quale rappresentante della magistratura, stava tramando con la CIA per abbattere la classe politica italiana, consegnando il paese agli ex-comunisti con la benedizione di George Bush senior: ovviamente mi pare il parto di una mente malata ma non mi pronuncio oltre, giusto per non dovermi rimangiare tutto il giorno in cui appaia sul Corriere una foto nella quale Bush, Di Pietro, Provinzano e Achille Occhetto, in un vicolo dei bassifondi di Brooklyn, stringono l’oscuro patto. Mi sono però permesso di analizzare l’articolo di cui sopra, a firma Felice Cavallaro, per evidenziarne lo stile davvero ragguardevole. Si parte da una foto, si accenna appena che la cena era organizzata dai Carabinieri di Roma e che nulla, oltre l’essere seduti vicini, fa pensare che Contrada e Di Pietro si conoscessero o familiarizzassero. Quindi qual è la notizia? Forse che Di Pietro non abbia raccontato in giro di essersi trovato a cena con un tizio, all’epoca funzionario del SISDE, che successivamente sarebbe stato accusato e condannato per collusioni con la Mafia? Mah… Non è chiaro. E’ chiaro invece che nell’articolo si fa riferimento di continuo al tentativo di far sparire le foto che forse potrebbe essere l’elemento più torbido della vicenda ma non viene detto da nessuna parte chi e come avrebbe ordito questo disegno e, pur lasciando intendere che Di Pietro sarebbe stato il committente, ciò non viene esplicitato da una parte lasciandolo intendere al lettore, ma senza dall’altra esporsi a smentite o denunce. Per il resto l’articolo è scritto tutto in uno stile articolato e poco chiaro che pare fatto apposta per dire e non dire. Mirabile è il mettere in mezzo un esponente di una società investigativa americana, The Kroll, tanto per adombrare la pista CIA senza però, anche in questo caso, esplicitare il sospetto. Dopo la reazione di Di Pietro ci si aspetterebbe che la cosa finisca lì. Ed invece segue un secondo articolo ancora più curioso: questa volta l’argomento è un tal ingegner Bianchini (in realtà mai laureato e questo è già un elemento che sa di torbido) che avrebbe promesso all’allora segretario dell’IDV Di Domenico finanziamenti da parte di uomini d’affari americani. Bianchini fu quindi messo in lista ma non eletto, cosa che fece tramontare l’incasso dei grossi finanziamenti compreso un assegno che pure il falso ingegnere aveva già staccato. La cosa straordinaria è che l’articolo, pur citando Di Pietro di continuo, non indica alcun ruolo che il leader dell’IDV avrebbe avuto nella negoziazione (se non quello di chiedere a Di Domenico di contattare il Bianchini), nella quale comunque non si individua alcun reato né altro elemento squalificante. L’unica colpa che l’articolo attribuisce a Di Pietro è di aver dimenticato questo viaggio perché in un’intervista avrebbe detto giorni fa di non essere mai stato in America con Di Domenico mentre un’altra foto allegata all’articolo lo inchioda alla sua smemoratezza. Specifico che il viaggio in questione sarebbe avvenuto nel 2000 quando la carriera di magistrato era da tempo finita, ma viene comunque bene tirare di nuovo in ballo l’America per accreditare ulteriormente la “pista CIA”.
Quello che mi vien da chiedermi, al di là del sarcasmo, è perché un quotidiano che ha ancora una parvenza di credibilità pubblica articoli palesemente inconsistenti che appaiono anche ai più ingenui solo siluri contro una forza politica in piena campagna elettorale? Evidentemente in un contesto in cui la credibilità di Libero e Il Giornale è scesa sottozero, serviva una sponda più credibile alla campagna in oggetto, probabilmente considerata importante, e De Bortoli ha deciso di offrire quella sponda. Lo ha fatto con una certa discrezione ma lo ha fatto, a costo di diventare la parodia del direttore “equidistante” che pretendeva di essere.
Come scrissi qualche giorno fa, nell’Italia di oggi i giornali che provano ad essere indipendenti forse finiscono male, ma quelli che provano ad essere equidistanti prima o poi finiscono sicuramente berlusconiani.
Ho sopravvalutato Gramellini
Ho una grande stima per Massimo Gramellini, giornalista che ritengo dotato di intelligenza non comune e soprattutto straordinaria capacità di penetrare le contraddizioni del nostro vivere, dei nostri valori, delle nostre abitudini, delle nostre convinzioni più o meno radicate. Avevo trovato di una genialità fulminante il suo “Buongiorno” dal titolo “Se questo è un uomo” in cui, in quello che pareva un volo di fantasia, ipotizzava un Berlusconi-Benigni che andava a raccontare ai frati di Betlemme una barzelletta sulla Madonna che avrebbe preferito una femminuccia. Ho trovato questa immagine esilarante e, sentita alla radio mentre facevo colazione, l’ho interrotta travolto da una fragorosa risata. Sono rimasto ammirato: per quanto stimassi già Gramellini ancora non credevo riuscisse a riassumere così bene la realtà da immaginare qualcosa di così paradossale ed inverosimile, ma in fondo in linea con i suoi contorni, come se si limitasse ad increspare i contorni che la realtà ci propone, ma mantendendone perfettamente le proporzioni. Poi ho sentito i notiziari, o almeno quelli che riportano queste notizie, ed ho scoperto che era tutto vero, che davvero l’aveva fatto, che davvero il nostro buffonesco capo del governo aveva raccontato ai frati di Betlemme una barzelletta sulla Madonna.
Ho sopravvalutato Gramellini sì. Ma forse l’ho sopravvalutato soprattutto perché ho il terribile difetto di sopravvalutare la realtà.
Welcome
Ci sono volti che da soli raccontano una storia e, alla fine di Welcome (ultimo film di Philip Lioret), mi pareva che solo nel volto scavato e vissuto di Vincent Lindon avrebbe potuto farsi sentire in tutta la sua forza dirompente, per tutti i 110 minuti del film, il travaglio che un continente vive di fronte al problema dell’immigrazione. Nei sentimenti di Bilal, il giovane curdo che vuole raggiungere l’Inghilterra a nuoto, c’è solo un po’ più di romanticismo rispetto a quelli di ognuno dei milioni di persone che cercano di raggiungere l’Europa, ma c’è la stessa disperazione e lo stesso bisogno di aiuto. E qui entra in scena l’homo europeus, così imbevuto di cultura cristiana dalla Scandinavia a Lampedusa, da soffrire dall’un lato con loro, da partecipare emozionalmente alle loro disavventure, ma che poi dall’altro lato crede di essersi guadagnato, probabilmente proprio grazie a quella stessa cultura cristiana, un benessere che ha paura di perdere spartendolo con altri.
Proprio mettendo il dito nella piaga di questa contraddizione irrisolta l’istruttore di nuoto Simon (Lindon) riscatterà il suo fallimento e ritroverà la sua autenticità perduta trasmettendo un messaggio ai milioni di persone che vivono senza capire da che parte stare, nei quali il conflitto tra solidarietà e egoismo si combatte ogni giorno, che per paura di perdere la propria identità, distruggono i valori che compongono quell’identità stessa.
L’intuizione più geniale del film di Lioret è forse proprio nell’immagine dello zerbino sul quale sta scritto “Welcome”, dando il titolo al film, e che in una sola inquadratura mi ha trasmesso la contraddizione lacerante dell’Europa di oggi.
Il riscaldamento globale
E’ passato circa un mese dalla conclusione del vertice di Copenhagen dove i grandi della terra sono riusciti con grande fatica a trovare un accordo su quanto il mondo farà per combattere il riscaldamento globale. Si tratta di un accordo molto al ribasso che l’Unione Europea ha criticato per la sua inconsistenza anche perché si tratta di un lettera di intenti non vincolante.
Mentre accadeva tutto ciò l’Italia era coperta da una fitta coltre di neve ed Il Giornale ne approfittava per rivitalizzare la sua campagna contro il razionalismo moderno proponendo la logica: “Fa freddo quindi il riscaldamento globale è una bufala”. Lo stesso quotidiano dava poi la parola a Franco Battaglia, famoso per il suo paragone tra ambientalismo e nazismo, che ribadiva che le ragioni antropiche del riscaldamento globale sono una bufala, facendo uso di argomentazioni già ampiamente smentite in passato. Perfino la divulgazione di alcune e-mail che erano trapelate, a seguito di un’operazione di hacking, dall’istituto Climatic Research Unit di Norwich, aveva surriscaldato nella rete il cuore dei serrascettici, solo perché contenevano affermazioni che lasciavano intendere che alcuni dati a sostegno delle cause antropiche del global warming potrebbero esser stati gonfiati ad arte, potrebbero perché ciò si basa sull’intepretazione di alcune frasi e di alcune parole. Pohi giorni orsono poi il Presidente (credo a vita) della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha lanciato anche un ballon d’essai con alcune frasi sprezzanti nei confronti dei “catastrofisti del riscaldamento globale” che sembra fatto apposta per verificare la possibilità di importare il serrascetticismo in politica. L’obiettivo era probabilmente capire se quello che il resto del mondo ritiene assodato in Italia può diventare convinzione minoritaria di pochi estremisti, cosa della quale non mi stupirei.
In realtà non si tratta di un tentativo così velleitario: la comunità dei serrascettici è abbastanza nutrita e spesso denota una veemenza nel sostenere le sue argomentazioni che pare insolita per una teoria scientifica che raccoglie il consenso quasi unanime della comunità scientifica. Difficile individuarne i motivi: qualcuno avrà pure degli interessi in merito ma sicuramente la maggioranza dei serrascettici è sinceramente convinta delle sue tesi, forse perché siamo comunque talmente intrisi di positivismo che chi arresti il libero progresso della società si guadagna comunque l’ostilità di molti.
Personalmente non ho certo le competenze scientifiche per entrare nel merito dei temi in discussione e dare ragione agli uni o agli altri, anche se vi invito a leggere su noisefromamerika.org un articolo sul tema, forse il più completo che mi è capitato di trovare. Mi è però abbastanza chiaro che il mondo non è né ricostruibile in laboratorio, né simulabile al computer. Ragion per cui tutto quello che la comunità scientifica può fare sull’argomento è formulare ipotesi e trovarsi attorno a quelle che appaiono più sensate. Non avremo quindi mai la certezza che il riscaldamento globale sia determinato dall’opera dell’uomo ma nemmeno le certezza contraria ed anche se, riducendo le emissioni la temperatura si riabbassasse, qualcuno potrebbe sostenere anche in quel caso che è stata solo una coincidenza. Tutto quello che quindi possiamo fare è fidarci della comunità scientifica (o almeno della stragrande maggioranza di essa) che ci suggerisce che siano le emissioni di CO2 umane a determinare questo fenomeno e ci indica quindi come impellente la sua riduzione. La riduzione delle emissioni di CO2 potrebbe avere interessanti risvolti in termini di conversioni ad energie rinnovabili o comunque a minori impatti in termini di emissioni inquinanti ed anche la possibilità di ricavare energia dal sole, dal vento o dal calore terrestre, risorse sufficientemente diffuse sul globo, ridistribuirebbe le fonti di energia tra le diverse zone geografiche in un maniera della quale paesi come l’Italia avrebbero indubbiamente a giovarsi. La cosa ha dei costi, indubbiamente, ma se proviamo a chiederci che costi sta avendo il riscaldamento globale ci diciamo che forse, anche se non siamo certi al 100% che basterà ridurre le emissioni, conviene almeno provarci.
Siamo come su un auto lanciata contro un muro: non sappiamo con certezza se tirare il freno basterà ad evitare l’impatto, ma siccome frenare è l’unica cosa che possiamo fare, appare privo di senso chiedersi se val la pena di consumare i freni.
Un intellettuale
Da quando la destra italiana si è raccolta attorno ai poli berlusconiano e postmissino un tarlo ha sempre roso i suoi esponenti. La schiacciante prevalenza della sinistra all’interno del mondo della cultura è un fatto che rimane a costoro decisamente indigesto: attori, cantanti, scrittori sono quasi regolarmente di simpatie più o meno marcate per la sinistra. La componente solidaristica e quella progessista si fondono in un comune disprezzo per il modello che Berlusconi incarna. Dopo lunga ricerca è al fine emerso, quale massimo esponente artistico della cultura di destra, Luca Barbareschi.
Non è un granché in realtà: prima della svolta politica era un attore di secondo piano ma, a forza di spintarelle, compresa una candidatura ed elezione in Parlamento, di cui l’attore si ben guardato dal frequentare gli scranni, Barbareschi si è guadagnato ruoli in una discreta lista di produzioni televisive ma soprattutto uno show in prima serata su La7, pur con ascolti da notte fonda, dal titolo Barbareschi Sciock. Visto che se il talento non lo si ha lo si può sempre copiare, Barbareschi ha pensato bene di prelevare un po’ di battute per il suo show dal blog satirico Spinoza.it, sottoposto a licenza Commons Creative, senza evidentemente dare troppa importanza a quelle strane scritte poste in fondo alla pagina. Gli autori del blog hanno pensato bene di rendere la cosa pubblica e Barbareschi ha reagito allo sputtanamento in modo ancor più goffo. In particolare ho trovato impagabile la frase: «È buffo che Internet possa prendersi il diritto di saccheggiare contenuti qua e là e se invece io porto Internet su un mezzo generalista come la Tv mi si rinfacci il diritto d’autore». Di corbellerie ne ho sentite a proposito della Rete ma la antropomorfizzazione di Internet mi mancava ancora. Probabilmente, a forza di sentir parlare di Internet, Barbareschi ha iniziato a pensare che Internet sia una persona in carne e ossa, o magari un essere informe, con molte mani, molti piedi, perfino diverse proboscidi. E’ bello pensare a come deve essere il mondo visto attraverso la mente semplice di questo personaggio. E’ meno bello pensare che questo è considerato un intellettuale…
Un uomo che se ne va
Ieri la storia di Ferrara allenatore della Juve è giunta alla conclusione che tutti si aspettavano. Non c’è molto da dire in merito. Non trovo abbiano valide ragioni per lamentarsi né coloro i quali considerano la soluzione tardiva né coloro i quali accusano la società di non aver rinnovato la fiducia a Ciro. Come altre volte ho scritto, non è proficuo per una società di calcio mandare via un allenatore alle prime difficoltà senza avere una valida alternativa. Quand’anche il tentativo riesca è in genere perché semplicemente le sconfitte erano dovute a sfortuna o situazioni contingenti ma la squadra era ben impostata. Quando però la serie di risultati negativi acquisisce dimensioni storiche, quando la crisi diventa sfascio non è nemmeno ragionevole assistervi senza intervenire in modo drastico. Le colpe di tutto ciò, come già scritto, sono vaste ed essersi trovati a lottare per l’ultimo obiettivo dell’anno, la Coppa Italia, sostanzialmente in 10 contro 11, dopo l’infortunio di Momo, ne è l’esemplificazione. Zaccheroni non porterà certo novità sconvolgenti e forse non ha la personalità per imprimere la svolta risolutiva che auspichiamo, ma è comunque un segno di vita della società che la squadra non può che recepire positivamente. Anche l’ottimo esordio di Candreva di Giovedì sera è un altro elemento che fa ben sperare.
In questi giorni il gotha del giornalismo anti-juventino si è scatenato per mettere alla graticola la dirigenza, rea di comportarsi in modo scorretto nei confronti di Ferrara. Perfino Mourinho, avvoltoio come non mai, ha subito approfittato della situazione per guadagnarsi un altro po’ di spazio mediatico. In un calcio nel quale è all’ordine del giorno che i presidenti licenzino dopo due sconfitte di fila l’allenatore dichiarandolo incapace e incompetente, nel quale Mancini vinse addirittura uno scudetto (quello scippato alla Roma) già sapendo che avrebbe fatto le valigie, solo alla Juventus può capitare di essere attaccata in queste condizioni. C’erano tutte le premesse perché Ciro ne potesse approfittare, potesse fare la vittima, il perseguitato, recriminare come Ranieri fa ogni volta che apre la bocca. Invece lui ha sempre, con coerenza e onestà, rivendicato il diritto della società di fare le sue scelte, ha rivendicato il suo status di professionista che lo mette nelle condizioni di essere retribuito dovutamente e di pagare conseguentemente anche i suoi insuccessi in un do ut des che lascia poco spazio a vittimismi. In un mondo di personaggi strapagati e strapotenti che giocano a fare la vittima del sistema c’è stato un uomo che non ha perso la sua onestà e la sua correttezza anche in frangenti che devono essere stati difficili per lui. Peccato che quell’uomo se ne sia dovuto andare, non sempre i migliori sono anche i più bravi. E questa in fondo è una delle cose del mondo che meno ci piacciono.
La par condicio del calcio
A parte commenterò l’evento ma qui vorrei sottolineare la telecronaca di ieri sera sulla RAI che ha rasentato il paradossale quanto a totale disinteresse per ogni parvenza di equidistanza. I telecronisti dell’incontro erano Civoli, dichiarato interista, e Salvatore Bagni, ex-giocatore nerazzurro. In studio commentava invece la bandiera interista Sandro Mazzola. Giusto per non schierarsi, nell’intervallo veniva intervistata un’altra bandiera della squadra milanese, Evaristo Beccalossi, mentre a fine gara comparivano davanti ai microfoni Mourinho (che non ci fanno mai mancare) e Javier Zanetti. Di qualunque punto di vista, non dico vicino alla Juventus, ma almeno equidistante nemmeno l’ombra. Se avessimo giocato con la maglia acciaio invece della tradizionale divisa bianconera probabilmente, chi seguisse la telecronaca, avrebbe potuto scordarsi qual era l’avversario di turno della potente macchina da gol nerazzurra.
Giusto per evitare che si pensi sia solo un fatto di Juventus un paio di settimane addietro la trasmissione della RAI Sabato Sprint aveva ospiti in studio, per commentare Inter-Siena, Maurizio Ganz, ex-giocatore interista, ed il solito Mazzola.
Pochi giorni fa questi signori mi hanno rapinato un po’ di euro di canone. In tema di federalismo fiscale potremmo proporre che anche il canone RAI venisse pagato dalle diverse regioni in ragione della copertura che la RAI concede? Quindi sostanzialmente che il 95% del canone RAI fosse pagato da Lazio e Lombardia e l’altro 5% dalle altre 18 regioni?
Il nastro bianco
Vedere il film di Haneke “Il nastro bianco” non è un’esperienza comoda. Il film ha un’atmosfera cupa, una trama complessa, spesso contorta. E’ una vicenda che avrebbe la tensione emozionale di un giallo ma che si perde in mille rivoli che tendono a stemperare quella stessa tensione ed allo stesso tempo a rendere più inquietante il disegno che il regista del film cult “La Pianista” vuole raffigurare. I misteriosi ed inspiegabili omicidi, gli atti di violenza ed i gesti vandalici sono contrapposti così strenuamente alla morbosa rigidità dell’educazione famiglia borghese tedesca di inizio ventesimo secolo, da rendere quasi ineludibile la scoperta finale che i figli di quella morale inflessibilemente fondamentalista non possano che essere poi violenti quanto la loro stessa educazione.
Commentando il film, Haneke ha spiegato che il senso della pellicola è il far discendere dall’oppressiva società borghese tedesca dell’epoca, a cavallo della prima guerra mondiale, la follia futura del nazismo che nei decenni successivi sarebbe cresciuto fino a prendere il potere e portare il paese ed il mondo al disastro. Il legame logico può sollevare dubbi ed interrogativi: davvero un nastro bianco portato al collo per denunciare la propria colpa può portare all’aberrazione massima che la storia recente dell’umanità ha conosciuto? Davvero l’essere legato al letto ogni notte per evitare che il palesarsi della propria sessualità offra tentazioni pericolose può essere causa scatenante della più brutale furia distruttiva? Non ve lo so dire. Vi posso però dire che mi ha fatto ripensare al passaggio logico di Haneke scoprire che Daniela Santanché, la pasionaria dell’intolleranza, ha confessato di avere avuto un’infanzia difficile nella quale è stata oggetto di violenza fisica e morale da parte dei suoi genitori, cosa che, ammette lei stessa, le ha lasciato addosso molte paure di cui è cosciente ed, aggiungerei io, qualche altra paura più inconscia. Forse è proprio vero che c’è sempre nelle nostre azioni e nelle nostre parole un seme antico che è stato piantato in noi quando ancora eravamo terra troppo giovane per poter scegliere o ribellarci.
Polemiche da dopopartita
Ieri il Segretario di Stato americano ha commentato con irritazione le pesanti critiche che Bertolaso aveva indirizzato, a poche ore dal suo arrivo ad Haiti, all’organizzazione degli aiuti post-terremoto. Riferendosi alle parole del sottosegretario italiano, Hillary Clinton le ha definite: “Monday morning quarterback“. Il termine è mutuato dal football americano e si potrebbe tradurre come “mediano del Lunedì mattina”, identificando sostanzialmente quei giudizi pronunciati a posteriori da chi in campo non c’era. In effetti è difficile dar torto a chi invita il sottosegretario a conoscere magari la realtà dell’isola, la situazione sul campo, prima di esprimere giudizi e critiche.
Alcune fonti di informazioni hanno tradotto approssimativamente l’espressione della Clinton come “polemiche da dopopartita” e curiosamente la sua dichiarazione è stata diffusa proprio di Lunedì, sovrapponendosi nei nostri notiziari alle veementi polemiche del dopopartita (questa volta quelle vere e proprie) dell’incontro di calcio Inter-Milan. Nonostante la vittoria dei nerazzurri infatti, in interviste e dibattiti che hanno seguito l’incontro si sono distinti i soliti Mourinho e Moratti che si sono scagliati violentemente contro l’arbitro, reo di avere espulso, a loro avviso ingiustamente, il giocatore Sneijder che aveva applaudito ironicamente l’arbitro in segno di protesta per una sua decisione. Poco importa che l’arbitro abbia negato poco dopo un evidente rigore al Milan, altrettanto irrilevante il fatto che il gol del 2 a 0 dei nerazzurri sia nato da una svista del direttore di gara, soprattutto i colonnelli interisti sono apparsi del tutto indifferenti al fatto che la decisione di espellere un giocatore nel caso in oggetto sia atto talmente dovuto da parte dell’arbitro che esiste, nel regolamento del calcio, una illustrazione apposita che indica come l’arbitro debba comportarsi nel caso specifico.
Al di là della compresenza mediatica e della comune definizione ho trovato qualcos’altro in comune tra gli sproloqui di Mourinho e quelli di Bertolaso. Personalmente vedo infatti nelle due esternazioni una comune matrice che rappresenta il volere, anche quando gli argomenti sono del tutto inconsistenti, cavalcare sempre e comunque i media, come fossero un destriero che rende invincibili ed intangibili, come se la telecamera o il microfono fossero una bacchetta magica che trasforma il rospo in principe, che rende anche la più grossa enormità una certezza. Questo accade naturalmente soprattutto laddove, come in Italia, verso certi mammasantissima ogni cultura del dubbio o della critica giornalistica sia del tutto scomparsa. Ed allora questi signori pensano, forse giustamente, che raccontare una stupidaggine indurrà qualcuno, forse molti, a pensare che sta dicendo sciocchezze ma indurrà altresì molti altri a pensare che ha ragione, che l’Inter è perseguitata dagli arbitri e che Bertolaso avrebbe organizzato molto meglio degli americani il soccorso post-terremoto. Se poi i media lo appoggiano, come accade ai personaggi in oggetto, c’è anche il rischio che i creduloni siano più degli scettici e che alla fine il concetto passi.
Dopodiché, visto che il governo americano ha decisamente più strumenti per difendersi rispetto all’AIA, Bertolaso è stato costretto a rettificare, ma ho l’impressione che l’episodio non abbia scalfito nemmeno un po’ la sua popolarità.



