Ameremo le breve abitudini?
Era il 2002, il Governo Berlusconi andava all’attacco dell’articolo 18 e pareva un po’ Don Chisciotte contro i mulini a vento, pareva Don Chisciotte perché era un po’ come se avesse proposto la riforma della Mamma. Una buona parte degli italiani si indignarono (io tra quelli) e la CGIL ci costruì sopra una manifestazione colossale e un successo mediatico, che le propiziò un ritorno di popolarità che non aveva eguali dalla fine degli anni ‘70. Anche persone insospettabili in quel giorno di Marzo del 2002 si misero in treno, autobus, macchina e andarono a Roma per dire che l’articolo 18 non si poteva toccare senza sollevare un pandemonio. Era ancora l’era in cui la sicurezza del posto del lavoro pareva un rifugio sicuro, in cui il modello che premeva ai confini era quello anglo-sassone, fatto di incertezza sul futuro del proprio lavoro e del proprio reddito, di una vita lavorativa nella quale non bastava sparare tutte la cartucce una volta sola ma si doveva lottare ogni giorno e la conquista era solo e soltanto portarsi a casa lo stipendio per il mese corrente. Sono passati 10 anni, dieci anni che sono passati come uno tsunami sulla nostra società. Oggi il modello che preme ai confini non è più quello anglo-sassone ma è quello cinese che spaventa ben più di quanto spaventava allora quello anglo-sassone e gli effetti che questo sta avendo sul nostro modo di pensare sono insospettabili. Quando la Fornero, poche settimane fa, ha iniziato a avanzare dubbi sull’articolo 18 quello che è successo non assomiglia affatto a quanto successe nel 2002, ci sono stati dei no, certo, ma anche molti “parliamone” e la proposta sul contratto unico ha trovato molti, se non moltissimi, “si può fare”. Ci sono molte persone che hanno sempre votato a sinistra nelle quali trovo oggi sguardi possibilisti, rassegnati o addirittura accondiscendenti, nessuna indignazione e tutto sommato pochi rimpianti per il passato.
Ho come l’impressione che questa crisi ci abbia un po’ cambiati: il mito del posto fisso era forse il prodotto di un mondo nel quale le aziende vivevano a lungo, erano una fortezza inespugnabile e noi, una volta protetti dalle mura della fortezza chiamata azienda, potevamo costruire il nostro futuro: comprare casa, fare figli, sapendo che ogni 27 del mese avremmo, di lì in avanti, potuto contare su una mano. Forse avevamo il dubbio che ci fossero altri modelli più efficienti ma ci piacevano poco. La vita senza posto fisso pareva troppo incerta, una vita nella quale non si potevano fare piani per il futuro e in effetti l’avvento del lavoro precario ha confermato questa idea: milioni di giovani che passano da un lavoro precario all’altro con stipendi bassi, motivazioni basse e in fondo al cuore solo la speranza di raggiungere un giorno la beatitudine del lavoro a tempo indeterminato.
La crisi ci ha fatto scoprire che le aziende non sempre durano così a lungo, anzi possono crollare da un giorno all’altro e allora del posto fisso ce ne facciamo ben poco. Conseguentemente molti tra coloro i quali tendono a guardare avanti anziché indietro cominciano a chiedersi seriamente se non sia meglio avere un mercato del lavoro più aperto che permetta a chi è rimasto senza lavoro di trovarne un altro in tempi non biblici, magari con uno Stato che si occupi di aiutare, in modo più efficace di quanto non faccia oggi, chi è rimasto senza lavoro a trovare altre possibilità. C’è per la verità chi sostiene che poter licenziare significa anche migliorare la produttività complessiva ma in realtà, a quanto sostiene Ichino (che non è certo un appassionato del posto fisso), i dati economici non danno una sicura correlazione da questo punto di vista, anche se molti lo considerano una sorta di dogma. Ho l’impressione che, da questo punto di vista, il problema sia che vi sono fattori diversi a favore o contro la maggior produttività di un mercato del lavoro flessibile che si accavallanno con diversi rapporti di forze in diverse realtà culturali. Non c’è dubbio che la licenziabilità sortisca l’effetto di un maggior turnover e che questo forse, nel lungo periodo, rinnovi costantemente le motivazioni, a fronte di un cambio frequente di lavoro. Quando Monti dice che il posto fisso è noioso fa un’affermazione discutibile dal punto di vista dell’impatto emotivo, ma vera nella sostanza: vorrei trovare qualcuno che mi dice che è divertente fare per quarant’anni lo stesso lavoro. Siccome poi al piacere del lavoro si accompagna la motivazione e quindi la produttività, è ipotizzabile che la produttività stessa subisca una certa flessione nel tempo ed è ipotizzabile che cambiare spesso lavoro tenga più alta la produttività media di un lavoratore. Il rovescio della medaglia è però la perdita di qualunque senso di appartenza aziendale, almeno per come noi siamo abituati a concepirlo, vedere il lavoro solo come un modo per portare a casa lo stipendio (almeno finché dura) e perdere ogni motivazione intrinseca a contribuire al successo dell’azienda. Da questo punto di vista però non vorrei commettere l’errore di giudicare con le nostre attuali griglie di valutazione culturale: quando senti le convention di aziende americane in cui i dipendenti applaudono esaltati, non devi pensare che siano dipendenti a tempo indeterminato che staranno in azienda fino alla pensione, sono persone che magari il giorno dopo verrano cacciate ma che in quel momento sono contente di lavorare in quell’azienda esattamente come l’anno prossimo si divertiranno a lavorare in un’altra azienda.
Se questo è il cambiamento culturale a cui andiamo incontro anche noi, ovvero al fatto che lavorare per un’azienda significa legarsi provvisoriamente e non per la vita, che perdere il lavoro sia un evento fisiologico e non un sopruso, probabilmente la difesa del posto fisso smetterà di essere una posizione di sinistra e magari a sinistra, come negli Stati Uniti, ci staranno semplicemente quelli che difendono più che il lavoro il lavoratore, ovvero che reclamano copertura sociale per chi rimane senza lavoro sia in termini di mezzi di sussistenza, sia in termini di aggiornamento formativo, sia in termini di sostegno al rientro.
Ovviamente questa rivoluzione culturale in campo lavorativo si accompagnerà ad un cambio anche in altri aspetti della nostra vita: senza un reddito fisso è molto più difficile comprare casa, ci si accontenterà di abitare in affitto, magari traslocando spesso a seconda del posto di lavoro, magari questo si accompagnerà ad una maggiore mobilità geografica. Mi viene in mente che Nietzsche diceva: “Amo le brevi abitudini“; anche noi diventeremo amanti delle breve abitudini? Forse sì e devo dire che la prospettiva mi spaventa un po’, ma ho l’impressione che sia proprio dove stiamo andando.
Come ti rovino l’arte
L’assist di Marchisio a Matri che ha propiziato il gol decisivo in Juventus-Udinese è uno dei gesti tecnico-atletici più belli che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Un passo di danza alla Nureyev sotto una fitta nevicata è cosa da segnarsi sulla propria antologia della Pedata.
Peccato aver dovuto sentire sul TG della RAI di Domenica mattina commentare così l’episodio: “…azione confusa con palla che arriva fortunosamente a Matri…”. Non dico che sia grave come danneggiare la Fontana di Piazza Navona, e forse introdurre il reato di danneggiamento anche di opere d’arte calcistiche potrebbe suonare eccessivo, ma assumere alla televisione di Stato, per parlare di Calcio, chi sappia anche solo vagamente quello di cui parla non sarebbe una brutta idea.La passerella ai tempi del governo tecnico
Sembrava difficile che potesse accadere, pareva assurdo poter trovare in sintonia Libero e Il Fatto Quotidiano ma è successo. Quella strana fase che stiamo attraversando e quella strana creatura che è il governo Monti hanno fatto il miracolo. Come è successo? E’ successo che lo spread, i vertici europei, le liberalizzazioni, la semplificazione, la riforma del mercato del lavoro e tutte quelle altre gatte da pelare di cui i membri del Governo si stanno occupando, hanno fatto dimenticar loro un elemento che i governi precedenti avevano invece sempre considerato prioritario, la passerella. Una tragedia come il naufragio della Concordia non avrebbe mancato nel passato di dare la stura ad uno stillicidio di ministri, cariche istituzionali, esponenti politici: ognuno a dire la sua, fare proclami, esprimere auspici, rassicurare, incitare, farsi fotografare su una scialuppa o magari con una maschera da sommozzatore. Non sono particolarmente entusiasta dell’operato di questo Governo, anche se riconosco che sta facendo il Governo a differenza di quanto fatto da chi lo ha preceduto, tuttavia non posso che esser grato a Monti e ai suoi per essersene stati a lavorare nelle proprie rispettive sedi, pelando le gatte di cui sopra, lasciando la Concordia a chi è incaricato di occuparsene. E’ un atteggiamento che restituisce dignità alle cariche che questi signori ricoprono che significa coraggio e responsabilità ben più che sorrisi e strette di mano.
Non mi ha certo sorpreso che su Libero ci siano nostalgici delle passerelle che criticano Monti per essersene stato a casa; mi sorprende di più che le stesse tendenze si manifestino su Il Fatto Quotidiano, fino a pochi mesi fa aspramente critico con chi sfruttava le tragedie come un palcoscenico per rilanciare la propria immagine, e che adesso critica i ministri che non vanno al Giglio. Ci possono anche essere tra le righe delle accuse più serie ma il messaggio che passa attraverso certi titoli è che il problema è anche qui la passerella. Ecco, ho l’impressione che nel marasma del berlusconismo ci fossimo abitutati a toni sempre alti, a polemiche pronte ad esplodere di fronte a qualunque cosa si muovesse, a contrapposizioni armate che ormai non distinguevano valori e princìpi ma solo le giubbe amiche da quelle nemiche. In quest’epoca ci si era abituati ad attaccare il nero perché era nero e il bianco perché era bianco, senza chiedersi più se fosse giusto esser bianchi o giusto esser neri. Forse è il momento di tornare a chiedersi cosa ci aspettiamo da chi ci governa, serietà o istrionismo, sobrietà o esibizione, lavoro o passerelle. Padronissimi naturalmente di prediligere le seconde, è dai tempi di Esopo che la cicala rappresenta un genere di successo, basta però avere le idee un po’ chiare.
Il Campione e il Coatto
Martedì sera allo Stadio della Juventus si sono confrontati due personaggi che hanno caratterizzato il Calcio italiano degli vent’ultimi anni: Francesco Totti e Alessandro Del Piero. Hanno una storia per moltissimi versi comune: lo stesso numero di maglia, la numero 10; lo stesso anno di esordio in Serie A, il 1993; la stessa fedeltà ai colori, mai abbandonati da allora; il successo ottenuto insieme ai mondiali del 2006, giunto nella fase già calante della carriera di entrambi; le presenze e i gol: intorno alle 500 le prime e intorno ai 200 i secondi per entrambi.


Quello che li ha sempre completamente per non dire diametralmente distinti è l’atteggiamento: Del Piero ha sempre rappresentato l’ABC di come un campione dovrebbe essere, per rispettare la definizione originaria di campione che dovrebbe significare esempio, modello, e non semplicemente persona brava in uno sport: e quindi misurato, rispettoso degli avversari, corretto in campo e fuori, perfino riservato rispetto alla sua vita privata. Anche lui ha avuto come tutti i suoi momenti meno cristallini, anche lui come tanti campioni, pecca spesso di presunzione, ma poi è sempre rientrato subito nei ranghi del personaggio che è o quantomeno vuole essere. Totti invece ha sempre rappresentato il paradigma del non-campione, di chi continua ad essere il ragazzaccio di strada anche sotto le luci della ribalta, dell’italiano smargiasso per cui il successo o il potere significano solo potersi permettere di fare in tv quello che prima facevi al baretto sotto casa ma non comporta nessuna misura, nessuna responsabilità. E allora Totti si è sempre segnalato per le polemiche con giornali, avversari e compagni, per gli sberleffi a colleghi e tifosi, per i rapporti tesi con qualunque cosa si muova. Potremmo anche definire uno così spontaneo e verace, se non fosse che gli spontanei e veraci hanno fatto nel nostro paese tanti disastri da sentire oggi più che mai fortemente il bisogno di quelli impostati e costruiti.
Tutto quanto sopra descritto si è manifestato Martedì sera nel giro di pochi secondi allorquando il primo, il Campione, ha segnato un gol dei suoi con una di quelle traiettorie ad arcobaleno che hanno tanto volte illuminato gli occhi del popolo bianconero. Poteva essere per l’altro, il Coatto, l’occasione di sfoderare la sua immensa classe e il suo orgoglio in una serata di totale latitanza, ma non fa parte del suo personaggio. E allora lui cosa fa? Approfittando dell’assenza dai pali del portiere avversario Storari, che era andato ad abbracciare anche lui Del Piero, improvvisa una ripresa del gioco che definirei “veloce” e tira da metà campo colpendo beffardamente il palo. Inutile dire che la cosa era del tutto irregolare anche a rigidi termini di regolamento (per più di un motivo) e quindi non sarebbe stato comunque gol, ma non conta questo, conta il pensiero, conta averci provato.
Salvati dalla burocrazia
Dopo lunghe discussioni e ricorsi è finalmente naufragato forse definitivamente il progetto di costruzione di un palazzo di sette piani in Via Riberi proprio a fianco della Mole Antonelliana. E’ stato determinante il parere contrario della Sovrintendendenza ai monumenti che nel Luglio scorso ha formulato parere contrario dopo avere in realtà dato nel passato il suo assenso. Il Comune ha pensato bene di far ricorso al TAR perché alla stupidità non c’è limite, ma pare che comunque vada il palazzo non si farà più.
Non sono tra quanti si oppongono a qualunque cosa che cambi il panorama della mia città. Saluto con soddisfazione la costruzione di nuove costruzioni, a patto che abbiano un valore estetico e architettonico e non sovvertano il patrimonio artistico e gli scorci più suggestivi. Una città non è un museo e i cambiamenti fanno parte della vita di una città. Sono stato il primo nel passato a trovare francamente incomprensibili le levate di scudi e le raccolte di firme contro il grattacielo del San Paolo o quello della Regione. L’idea però di mettere un palazzo di sette piani a fianco della Mole, il più caratteristico dei monumenti cittadini, è una di quelle zappate sui piedi che una città che ha scoperto una vocazione turistica, insospettabile fino a pochi anni fa, non può davvero pensare di darsi. Chi giri per le vie attorno alla Mole noterà la frequenza con cui si vedono i turisti scattare foto agli scorci del monumento antonelliano. Metterci un palazzo davanti avrebbe avuto tutte le caratteristiche del suicidio di massa.
Può essere anche un po’ sconsolante constatare che a fermare questa follìa non siano stati i rappresentanti dei cittadini, né il Sindaco, anche lui scelto dalla cittadinanza, ma un oscuro ente che siamo soliti definire burocratico. Tuttavia questo potrebbe anche essere utile per indurci a riflettere sul fatto che determinati passi di controllo dell’operato della Pubblica Amministrazione forse dilazionano i tempi, ma a volte sono un toccasana per salvarci dai disastri che spesso i nostri rappresentanti non solo non sanno evitare ma addirittura propiziano. La rivolta iconoclasta che va in scena in questi anni contro la bulimia della Pubblica Amministrazione non ci deve far perdere di vista l’utilità di una struttura di controllo che un paese, che vuole definirsi civile, deve essere in grado di far funzionare in modo efficiente, o almeno abbastanza efficiente da potersela permettere.
Il Comandante Privilegio
Mi rendo conto che sulla tragedia della Costa Concordia un esercito di finissime menti si è già cimentato in tonnellate di metafore ed accostamenti, che simbolismi e analisi psicologiche stanno invadendo da giorni qualunque fonte di informazione e giustamente qualcuno ha manifestato pure una certa insofferenza. Tuttavia, buon ultimo, anch’io volevo manifestare una strana associazione che la mia molto meno fine mente ha prodotto, di fronte alla vicenda del Comandante Schettino, con un evento apparentemente del tutto scorrelato.
Dovete sapere che qualche mese fa alla Reggia di Venaria si è svolto un gran galà per l’inaugurazione di una mostra al quale erano invitati una pletora di VIP. Visto che molti VIP evidentemente non si aspettano di dover parcheggiare la macchina nel parcheggio come qualunque mortale, i “personaggi molto importanti” in questione hanno tapezzato di auto la piazza circolare pedonalizzata antistante l’ingresso alla Reggia. La conseguenza è stata quella che sarebbe ovvia in ogni paese civile: multe alle auto parcheggiate in sosta vietata. La reazione dei VIP è stata veemente: proteste sia contro il Comune di Venaria che contro l’organizzazione della serata, il cui Presidente Fabrizio Del Noce, berlusconiano di lungo corso, ha promesso che avrebbe rimborsato i VIP per le multe con i soldi pubblici della Reggia (non con i suoi ovviamente…). Meno male che la Regione ha avuto poi il buongusto di bloccare la demenziale iniziativa.
Che cosa c’entrano le multe alla Venaria con Schettino? Mah, diciamo che ho l’impressione che il mio processo mentale sia stato qualcosa del tipo: “Già. Il protocollo marinaro dice che il Comandante deve abbandonare per ultimo la nave. Boh, probabilmente è così un po’ per una questione organizzativa, un po’ perché si presuppone che, data l’importanza del suo ruolo, gli competa una responsabilità superiore a quello di tutti gli altri, perché si pensa che siano gli altri quelli a cui va prestato il primo soccorso e che il Comandante, se è tale, sia quello che più di ogni altro sa badare a sé stesso. Però - ho poi pensato - nel nostro quotidiano applichiamo mai questo principio?“. E allora mi sono venuti alla mente tanti episodi della nostra vita quotidiana pubblica e privata, in cui è esattamente il contrario, in cui la posizione di potere è una rocca dalla quale scaricare sugli altri incombenze, fregature, scomodità e allora mi è venuto in mente il VIP che pensa: “Parcheggino gli altri nel parcheggio a 100 metri di distanza. Io voglio lasciare l’auto davanti alla porta d’ingresso eccheccazzo”. La butto lì: è se fosse che questo accade perché nella nostra società la posizione di potere è così frequentemente il frutto di un regalo del destino, anziché il riconoscimento di una qualche superiorità, di un qualche primato, che chi se ne giova la vive proprio così, solo come l’occasione per vivere solo un po’ meglio degli altri e mai per essere quello che più di altri spinge la nave fuori dalla secca? Forse Schettino l’ha vissuta proprio così: sono il Comandante e ne approfitto per salvarmi la pelle prima di tutti gli altri. A me personalmente la cosa dà un travaso di bile ma sarei proprio curioso di guardare negli occhi uno dei VIP multati alla Reggia e chiedergli se al posto di Schettino non avrebbero fatto lo stesso.
L’insostenibile leggerezza del regolamento
La stagione calcistica in corso non è tra le più gloriose per i direttori di gara. Anche gli arbitri più rinomati: Rocchi, Rizzoli, Tagliavento sono incorsi in brutte prestazioni, perfino Damato, su cui (nonostante le molte polemiche) si era molto puntato nel passato, non ha convinto, tanto da indurre il designatore ad assegnare il derby milanese all’outsider Orsato. Un catalizzatore di frequenti contestazione è stato il Milan a causa di alcuni rigori concessi con una certa generosità. Domenica il popolo juventino si è meravigliato nel vedere Matri ammonito per simulazione, non tanto perché l’episodio fosse clamoroso ma perché, in occasione di un episodio identico, di cui era stato poche Domeniche fa protagonista Ibrahimovic a Bologna, l’arbitro aveva concesso il rigore al Milan propiziandone il successo. In entrambi i casi si può rilevare un lieve tocco dell’avversario sul piede dell’attaccante ma in entrambi i casi il tocco non sembra decisivo e c’è probabilmente un’accentuazione degli effetti del contatto da parte dell’attaccante: insomma per molti si tratta di due casi pressoché identici.
Se poi ci si aggiunge che la settimana scorsa un altro rigore di difficile interpretazione era stato concesso sempre al Milan a Bergamo si capisce come dai forum ai bar Sport il popolo tifoso è impegnatissimo in elaborare finissime teorie in merito a quanto fosse rigore o a quanto ci sia la sudditanza psicologica. Anche il caso di Bergamo è difficile da interpretare: il giocatore dell’Atalanta Manfredini si avventa sul pallone per liberare l’area di rigore ma Pato si frappone all’ultimo istante e i due vengono a contatto: è l’atalantino a colpire il milanista o viceversa? Quando entrambi i giocatori sono in movimento chi è che colpisce l’altro?
Una cosa che in genere gli appassionati di calcio non fanno mai in casi come questi è consultare il regolamento per capire davvero cosa distingua una simulazione da un fallo da rigore o cosa fare se due giocatori vengono a contatto reciproco: vi dico subito che forse c’è un motivo per cui non lo fanno ed è che l’impresa non è affatto semplice, ma ci proverò lo stesso. Muniamoci di una copia agiornata del regolamento e andiamo a pagina 121, al capitolo che si chiama “Regola 12-Falli e scorrettezze”. Lì si dice che:
“Un calcio di punizione diretto è accordato alla squadra avversaria se un calciatore commette una delle sette infrazioni seguenti in un modo considerato dall’arbitro negligente, imprudente o con vigoria sproporzionata:
• dà o tenta di dare un calcio ad un avversario;
• fa o tenta di fare uno sgambetto ad un avversario;
• salta su un avversario;
• carica un avversario;
• colpisce o tenta di colpire un avversario;
• spinge un avversario;
• effettua un tackle su un avversario.”
Al terzultimo punto si parla di “colpisce o tenta di colpire un avversario”: direi che è quello che serve a noi. Si tratta di capire se gli interventi in oggetto erano negligenti, imprudenti o portati con vigoria spoporzionata. Gli ultimi due casi li escluderei ma sulla negligenza ho molti dubbi: quando un intervento è negligente? Il regolamento originale utilizza l’aggettivo inglese “careless” ma la cosa non ci aiuta molto di più. Il regolamento vuole venirci incontro quando spiega: ‘“Negligenza” significa che il calciatore ha mostrato una mancanza di attenzione o considerazione nell’effettuare un contrasto o che ha agito senza precauzione’. La definirei una definizione molto generica, che può includere o escludere, a seconda delle interpretazioni, moltissimi casi tra i quali senz’altro quelli citati di Matri e Ibrahimovic; per quanto riguarda il caso Pato-Manfredini siamo ancora nella nebbia. Più avanti troviamo scritto: “Un calciatore dovrà essere ammonito per comportamento antisportivo se ad esempio: […] tenta di ingannare l’arbitro fingendo un infortunio o di aver subito un fallo (simulazione)“. Se ne deduce che è prevista l’ammonizione solo nel caso in cui il giocatore abbia finto di aver subito un fallo o anche nel caso in cui ne abbia accentuato gli effetti? Anche questo non è chiaro. Ogni capitolo del regolamento si chiude con la cosiddetta “Guida Pratica” che illustra come muoversi una serie di casi pratici che sono ben 65 nel capitolo 12, ma nulla che ci aiuti a risolvere uno dei casi in oggetto, o meglio solo una frasetta nel caso 3 che dice: “Gli arbitri non devono, in ogni caso, punire le azioni che sono del tutto fortuite“che ci dice che nel caso in cui il colpo è fortuito l’arbitro non deve intervenire, possiamo allora considerare fortuito il contatto Pato-Manfredini?
In definitiva ho l’impressione che pochissime energie siano state spese per spiegare, nelle centonovantadue pagine del regolamento, in modo un più esauriente, quando un contatto possa essere considerato falloso. Perché questa parsimonia su un argomento che rappresenta un buon 90% delle controversie regolamentari? Penso che il problema sia legato principalmente ad una caratteristica piuttosto peculiare del calcio, ovvero di essere uno sport sostanzialmente apolide. E’ vero che è nato in Inghilterra ma è diventato in moltissimi paesi lo sport più popolare, anzi è diventato parte stessa del cultura di quei paesi con le proprie caratterizzazioni locali: le proprie aspettative e la propria scala di valori. Ci sono paesi in cui il contatto fisico fa parte del gioco del calcio e ne è anzi una componente importante, altri in cui invece il contatto è visto come ostacolo al libero esprimersi della bellezza tecnica e questa visione è parte della cultura di quei paesi. La FIFA quindi, ogni volta che mette mano a questa parte del regolamento, lo deve fare con molta circospezione per non incidere sulle interpretazioni locali del regolamento; per contro le federazioni nazionali, che pur hanno diritto ad emettere interpretazioni “nazionali” del regolamento, evitano di introdurre caratterizzazioni troppo forti che creino veri e propri regolamenti differenti da nazione a nazione, specie considerando che poi ci si deve affrontare nella competizioni internazionali possibilmente trovando un compromesso ragionevole. Il risultato è avere regolamenti molto generici che lasciano ampia discrezionalità all’arbitro, con la conseguenza però di prestare il fianco, anche a livello locale, a doppiopesismi che potranno sempre essere giustificati, regolamento alla mano, da chi li compie. Il fatto che poi il condizionamento mediatico a cui gli arbitri sono quotidianamente sottoposti (che emerge in modo lampante da tanti dei colloqui sentiti al processo su Calciopoli) possa far leva su questa area di incertezza per volgere gli episodi dubbi a favore delle squadre che hanno maggiore presenza sui mezzi di informazione, è un elemento non dimostrabile ma senz’altro ipotizzabile. E’ questa una conseguenza ineluttabile di quanto sopra esposto? In parte sì ma ho l’impressione che qualche parolina in più potrebbe essere spesa dalla FIFA per meglio indirizzare i direttori di gara e rendere meno arbitrarie e soggettive le loro decisioni. Se ne gioverebbero non solo gli sportivi ma anche i direttori di gara stessi a cui non fa certo piacere essere presi sempre per il colletto, qualunque decisione prendano.
La bravata
Siamo talmente abituati agli episodi di violenza più selvaggia e inconsulta che forse la notizia del professore, a cui uno studente ha fracassato la testa a colpi di estintore in un istituto professionale di Milano in reazione ad un rimprovero, poteva passare inosservata. Non è passata inosservata per una parolina che mi ha lasciato basito. Non riesco ad immaginare che un essere umano di fronte ad una persona in ospedale con quattro denti rotti e un trauma cranico possa pensare di utilizzare la parola “bravata” ma così pare sia successo. Troverei aberrante questo lessico se fosse stato usato dai genitori del responsabile in crisi iperprotettiva, lo trovo patologico se è ad usarlo è addirittura il preside della scuola, Clara Magistrelli, la cui agghiacciante dichiarazione, come riportata da Repubblica.it, è stata: “È stata una bravata di un ragazzo che ha problemi di crescita e di esuberanza“. Esuberanza, problemi di crescita, tutte buone ragioni per andare in giro a spaccare la faccia alle persone secondo il Preside Magistrelli.
Potere del motore di ricerca si scopre che la Professoressa Magistrelli ha avuto altre occasioni di rilasciare dichiarazioni alla stampa. Ad esempio quando dichiarava che: “la trasgressione e il rifiuto delle regole sono una parte stessa del processo di crescita“, affermazione condivisibile se accoppiata alla sottolineatura del compito di chi educa di arginare e tenere sotto controllo questa tendenza, sviluppando i necessari freni inibitori che evitino che questa tendenza sfoci in tragedia. Questo temo sia appunto il problema: la convinzione che ogni freno inibitore sia una violenza più grave di quella che intercetta ed evita, convinzione che porta l’educatore a tollerare ogni comportamento e che si ripercuote su una generazione di giovani che cresce senza freni inibitori, senza una reale necessità di autocontrollo, nella convinzione che non ci sono mai conseguenze. Non voglio addentrarmi né nel caso specifico che ovviamente non conosco più che per quanto riferito nell’articolo, né profondermi in teorie psicopedagogiche che non saprei padroneggiare, ma è abbastanza ovvio che siano proprio i freni inibitori a trasformare l’essere umano in civile e la presenza di freni esterni permette ad un essere umano di svilupparne di interni, di diventare civilizzato, di saper contenere l’aggressività, di controllare le proprie azioni in base alle possibili conseguenze. Il fatto che ci sia una generazione di genitori e educatori convinti che tutto non ciò non serva, che si debba lasciare briglia sciolta anche fino alle estreme conseguenze, ci espone al rischio di crescere una generazione di figli inadatti ad una vita di civile convivenza.
Pare che non sarà sporta alcuna denuncia contro il giovane, che se la caverà con una sospensione di qualche giorno, pronto a tornare all’azione con altri atti simili con la benevolenza del Preside dell’istituto. Benevolenza che però in altre occasioni non mostrò la stessa Preside, trasformatasi in implacabile sceriffo quando fece sospendere oltre 500 studenti dell’istituto che avevano partecipato ad uno sciopero. Anche qui tutto torna perché l’unica trasgressione che in Italia non si accetta mai è quella di chi reclama i propri diritti.
Vacanze di Natale a Cortina
Non posso che manifestare la mia ammirazione per chi da 28 anni propone al pubblico italiano lo stesso identico film raccogliendo ogni anno successi oceanici. Sono convinto che nemmeno Frankenstein Junior possa vantare appassionati che lo abbiano visto 28 volte, il cinepanettone probabilmente sì. Un’altra volta mi cimenterò magari in un’interpretazione di questo miracolo, oggi però vorrei invece pronunciarmi su un altro panettone ancora meno divertente di quello di Neri Parenti, andato in scena sempre a Cortina d’Ampezzo nell’imminenza del Capodanno: quello che la GdF ha proposto ad un drappello di vacanzieri con poca consuetudine, fino a quel momento, con il fisco. L’evento ha sùbito scalato le prime posizioni nelle fonti di informazioni italiane e dal 30 Dicembre scorso la blogosfera trabocca di pareri in merito. Chi non conosca il nostro paese può chiedersi certamente come mai un così ampio dibattito si sia sviluppato su un evento tanto ordinario quanto una serie di multe a evasori fiscali, chi invece lo conosca non si stupisce e mi piacerebbe provare a capire perché. Prendo a riferimento l’articolo di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa (che fa seguito ad un precedente articolo di Settembre), solo in quanto punta dell’iceberg di una particolare lettura dell’evento diffusa in ampi strati dell’opinione pubblica e anche della politica.
L’articolo di Ricolfi scandisce gli argomenti più abusati: gli evasori come capri espiatori e la priorità che andrebbe data alla riduzione delle imposte piuttosto che alla lotta all’evasione e così via. Sul primo punto posso non gradire esteticamente la spettacolarizzazion fatta dell’evento ma solo perché, per l’appunto, la spettacolarizzazione è data dall’inconsuetudine, esattamente come la spettacolarizzazione delle inchieste sulla corruzione. In un paese in cui colpire gli evasori sia un’attività normale hai un bel da spettacolarizzare… D’altra parte Ricolfi è un sociologo e non dovrebbe sfuggirgli il fatto che quando una società vuole combattere un comportamento deviante, considerato pericoloso, usa dei simboli che rendano visibile questa battaglia per suggestionare il pubblico e indurlo ad assumere un più marcato atteggiamento di biasimo sociale, che è poi l’unica soluzione efficace per combattere l’evasione. L’idea del tizio che va in vacanza in una località esclusiva con una fuoriserie su cui non si è nemmeno preoccupato di pagare le tasse è certamente un bel simbolo da giocarsi per trasmettere il messaggio che c’è chi di fare sacrifici anche minimi non ne vuole proprio sapere. Mi rendo conto che ci va di mezzo viene esposto ad una gogna che va oltre alle sue colpe, ma fa parte dei rischi che si corrono violando le regole. Mi rendo anche conto che c’è chi si infervora su queste cose forse più del dovuto, ma anche questo fa parte dei meccanismi tradizionali attraverso i quali una società evolve verso un differente sistema di valori.
Più degna di approfondimento è la questione riguardante la priorità tra lotta all’evasione e riduzione delle imposte. Per stabilire se abbia senso definire una priorità tra i due aspetti bisogna intanto stabilire se i due aspetti sono davvero correlati. Può essere intuitivo che all’aumentare dell’esazione fiscale aumenti l’evasione eppure i dati empirici sono molto meno chiari da questo punto di vista, sia perché l’andamento storico dell’evasione fiscale in Italia non sembra avere particolare correlazione con il corrispettivo andamento della pressione fiscale, sia perché paesi con modelli fiscali completamente diversi (per esempio Austria e Svizzera) ma con modelli culturali affini hanno tassi di evasione assolutamente paragonabili. Gli studi che mi è capitato di leggere in merito dicono che in realtà la correlazione è molto debole per quanto riguarda i privati mentre è più rilevante per le aziende. Se ci pensate c’è anche una possibile interpretazione: evadere il fisco per un privato significa confrontarsi con il proprio individuale senso civico, prima che con il proprio bilancio familiare: la componente etica è in questo caso quindi prevalente rispetto alla valutazione costo/beneficio; nel gestire un’azienda si tende invece probabilmente a svestirsi di una dimensione etica e a considerare una sorta di rischio di impresa l’evasione. E’ ovvio a quel punto che nel momento in cui il premio al rischio è più elevato (aliquote più alte) la propensione al rischio aumenti. Come Ricolfi sottolinea c’è indubbiamente un’evasione “di lusso” ed un’evasione “di sopravvivenza” ma proprio perché sono due cose diverse mi vien difficile capire il collegamento logico tra le supercar di Cortina e l’azienda che evade l’IVA per non fallire. La piccola azienda che faccia fatica a sbarcare il lunario a cui Ricolfi si riferisce, non prende certo una Ferrari come auto di rappresentanza.
Se poi anche la correlazione tra evasione e pressione fiscale fosse più apprezzabile di quanto non risulta ci dovremmo in ogni caso però spiegare come fare a ridurre l’evasione solo dopo aver ridotto le tasse, quando l’evasione diffusa è ciò che obbliga lo Stato a tenere aliquote elevate. In periodo di rigore finanziario non sembra essere possibile ridurre il gettito fiscale senza nuove fonti certe di entrata e la lotta all’evasione non è tra queste, non so poi se Ricolfi abbia soluzioni creative alternative: di certo nei suoi articoli non se ne intravedono.
Ricolfi ricorda giustamente come il Total Tax Rate dell’Italia sia molto più elevato della media dei paesi europei ma non dice che la Francia ha un dato vicino a quello italiano. Come mai i cugini d’oltralpe non hanno le stesse ripercussioni negative? Mi viene a questo punto da ricordare che il costruire un’amministrazione pubblica efficiente è uno dei modi per facilitare il compito alle aziende e quindi che avere una pressione fiscale elevata può non essere fatale per l’economia di uno Stato che riesca, con quanto racimolato, a dotarsi di un’efficiente rete di trasporto, di un apparato burocratico snello e a disposizione del cittadino, di un sistema giudiziario rapido ed efficace, di costi ridotti di carburanti ed energia. Chi sappia strutturare un’efficiente macchina pubblica può anche mantenere una pressione fiscale elevata ritornando alle aziende e ai privati in servizi quanto sottratto per via fiscale.
Complessivamente quindi quanto vediamo ripetutamente detto qua e là non sembra avere in realtà grosso fondamento. Un governo che voglia efficacemente combattere l’evasione non può che fare quello che si è fatto a Cortina, cioè combattere l’evasione più clamorosa e tracotante con semplicissime correlazioni tra database della Pubblica Amministrazione e parallelamente cercare di ridurre la pressione fiscale, guardando con un occhio al bilancio e con l’altro alla preservazione dell’efficienza già scarsa dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione, dalla Pubblica Istruzione e dalla rete di trasporti.
Rimane alla fine da chiedersi perché un evasore trovi tanti avvocati difensori, dal sociologo all’albergatore cortinese intervistato alla televisione, fino ad esponenti di primo piano della politica. Se il 30 Dicembre ci fosse stato, anziché un blitz della GdF contro gli evasori, un blitz della polizia contro un gruppo di borseggiatori sulla metropolitana di Milano, troveremmo mai Ricolfi o Pionati parlare di “caccia alle streghe”? Troveremmo gli stessi personaggi pronti a spiegare che sono le condizioni sociali a portare i borseggiatori a scegliere questa strada e che loro non vorrebbero? Troveremmo forse i negozianti delle stazioni del metro dichiarare alla televisione di essere preoccupati che in futuro i borseggiatori possano scegliere di operare sull’autobus perché rischiano di rimetterci nella vendita di coltellini a serramanico? Io capisco Bisin che come economista (conscio di farlo da economista) si chiede semplicemente quante sarebbero le aziende che chiudono nel giorno in cui non ci sia più evasione, capisco meno che un sociologo come Ricolfi si dimentichi che il suo strizzar l’occhio agli evasori rallenta un processo culturale di rifiuto dell’evasione e di consapevolezza dei danni che essa porta ad una società, processo che è il modo più efficiente anche dal punto di vista economico per combattere l’evasione stessa. Temo che il problema sia che in ogni strato della nostra società manchi ancora la concezione del rispetto delle regole come valore in sé, valore anche economico in quanto consente di risparmiare in termini di sistema di controllo e sanzione. Molti di noi si fermano a valutare quanto costa nell’immediato alla società passare col rosso, evadere il fisco, borseggiare sul metro e si dimentica quanto costa dover darsi e dare ogni volta una ragione per la quale non commettere ognuna di queste infrazioni alle regole che non sia semplicemente che la legge lo vieta.
L’eterno conflitto tra regole e convenienza
Durante il recente incontro di calcio Juve-Novara sono stato testimone di un curioso episodio. Negli ultimi minuti dell’incontro il pallone, come spesso accade, è uscito dal campo nel settore di Tribuna Est, finendo nei pressi di una signora seduta in prima fila. La signora raccoglieva il pallone ma, tra lo sconcerto generale, anziché rilanciarlo in campo, se lo infilava in borsa e si rimetteva comoda sul seggiolino, fingendo indifferenza come nella speranza che nessuno l’avesse vista. Dovete sapere che da qualche tempo la Juventus ha delle politiche molto severe in termini di gestione dei palloni, questo perché in passato ci si è accorti che si spendeva un capitale in palloni e talvolta si rischiava di non averne a sufficienza per completare regolarmente l’incontro; conseguentemente gli steward hanno mandato di esigere la restituzione del pallone, quando gli spettatori non lo facciano spontaneamente. Non erano passati quindi che pochi secondi da quando la signora si era messa in saccoccia il pallone che un paio di steward si avvicinavano alla signora reclamando la sfera, ricevendo però un netto rifiuto. Nel frattempo un signore seduto vicino a lei iniziava ad infervorarsi, scagliandosi contro gli steward ed indicando ripetutamente la curva, come a sottolineare che quando il pallone andava fuori nel settore dei tifosi più accesi, nessuno di sognava di richiederne la restituzione. Si formava un conciliabolo di steward che discutevano quale strategia adottare per come andare all’attacco della riottosa signora, finché non arrivava, immancabile in questi casi, un tizio con l’aria del grande capo il quale si metteva a parlamentare con la signora e con il suo compare. Sembrava quasi averli convinti quando caso voleva che il pallone andasse a finire proprio nella curva che l’infervorato signore aveva prima indicato e ovviamente il ragazzotto che veniva raggiunto dalla sfera se la metteva da parte senza che nessuno venisse a reclamarla. A quel punto il tizio si lanciava di nuovo contro gli steward e contro l’iniquità del mondo, che consente agli uni e non agli altri di tornarsene a casa con un pallone che pochi secondi prima è stato tenuto in mano dal Gigi nazionale. Alla fine il pallone veniva restituito ma le discussioni andavano avanti ben oltre il termine della partita.
E’ un episodio stupido e irrilevante ma, proprio per la banalità dell’oggetto del contendere, dà la dimensione di quanto esasperante sia per chi vive nella nostra società, l’eterno conflitto che ognuno di noi, chi più chi meno, vive tra la consapevolezza dell’importanza di stare nel recinto delle regole comuni, e la constatazione che molti dal recinto stanno fuori e se ne giovano. E’ in fondo la stessa scena che ognuno di noi osserva nel suo quotidiano in molte circostanze: quando il tizio che fuma dove è vietato si scaglia contro chi gli chiede di spegnere la sigaretta al grido di: “Ma qui fumano tutti“, o quando il tizio che aveva parcheggiato l’auto in doppia fila si scaglia contro il vigile che gli fa la multa al grido di “Ma qui la parcheggiano tutti in doppia fila!“. Come molti anch’io sono cresciuto imbevuto da una cultura civile che mi porta ad essere istintivamente infastidito da chi si mette in pallone in saccoccia con l’alibi che “lo fanno anche quelli la”. Ogni società ha un certo grado di illegalità, di violazione delle regole e l’alibi in oggetto potrebbe essere a buon diritto usato in qualunque contesto sociale. Quando però le sacche di illegalità non sfuggono al controllo per svista o per la fisiologica larghezza delle maglie della rete di controlli, ma sfuggono per una studiata e metodica applicazione delle regole a diverse velocità, l’alibi di cui sopra diventa molto più fondato, si crea un modo di pensare e si crea un conflitto interiore che vive nell’animo di molti e chi ne fa le spese è il povero steward che forse anche lui si chiede perché gli viene chiesto di richiedere il pallone indietro agli uni e non agli altri e l’unica risposta che gli viene è che gli altri lo gonfierebbero di botte.
Intendiamoci: non sto con la signora che voleva fregare il pallone: ha torto marcio e a lei e a quelli come lei va tutto il mio biasimo. Ma il mio biasimo sarà vano fintanto che non ci sarà uno steward che va a chiedere il pallone anche all’ultrà della curva, così come sarà vano il biasimo verso chi fuma dove non si può fintanto che chi è deputato a farlo non glielo dice, così come sarà vano il biasimo verso chi parcheggia in doppia fila finché ci ritroveremo la volante della polizia parcheggiata in doppia fila davanti al bar.



