Una grande squadra merita una grande società

paulo-dybala.jpgCon la vittoria di Monaco la Juventus ha iniziato l’avvicinamento ad un finale di stagione elettrizzante: nettamente prima in Campionato, finalista in Coppa Italia e ad un passo dalla Finale di Champions League. Il tutto con alle spalle, nelle scorse cinque stagioni, cinque scudetti consecutivi, una finale di Champions, una semifinale di Europa League, tre finali di Coppa Italia di cui due vinte. Cosa si può chiedere di più alla Juventus alla vigilia della conclusione di una stagione fino ad ora esaltante?
Una cosa che mi sentirei personalmente di chiederle potrebbe essere di provare ad essere fuori dal campo grande quanto in campo. Sia chiaro, non mi riferisco a questioni giudiziarie che hanno avuto fin troppa rilevanza sui giornali. I rapporti poco chiari tra società calcistiche e ultras sono un problema generale, non certo solo della Juventus e che un ultras possa essere parente di un pregiudicato non è certo una notizia, visto che nella maggior parte dei casi sono gli ultras stessi ad essere dei pregiudicati.
Mi riferisco invece al fatto che la Juventus viene spesso accreditata come l’unica società calcistica italiana, tra quelle più popolari, che ha saputo superare la dimensione di giocattolo per imprenditori annoiati e diventare impresa, nel senso di organizzazione tendente al razionale raggiungimento di un obiettivo. Non dico che questo non sia vero e anzi è talmente vero da giustificare, a dispetto delle immancabili teorie del complotto, i straordinari successi della Juventus in Italia e Europa. Dico però che nel passato (remoto e prossimo) ci sono stati errori in questo senso che sarebbe opportuno non ripetere e che di seguito ripercorrerò.
biglietti-finale-berlino.jpgQuando la Juventus giunse alla finale di Champions due anni fa scelse modalità di distribuzione dei biglietti molto diverse da quelle del Barcellona e questo non mancò di scontentare i suoi tifosi. In particolare fu considerato molto irritante il fatto che si fosse obbligati a comprare con il biglietto il volo aereo (o il viaggio in pulmann) con un’agenzia individuata dalla Juventus, operante in monopolio, che per di più non aveva nemmeno previsto pernottamento. Il che obbligava i tifosi a una corvée massacrante e a prezzi per il trasferimento assolutamente non competitivi. Il Barcellona invece offriva varie opzioni tra le quali comprare solamente il biglietto e raggiungere Berlino con mezzi propri. In questo la Juventus perse nettamente nettamente il confronto fuori dal campo prima di perdere, purtroppo, anche sul terreno di gioco. E’ vero che in termini puramente economici forse la scelta del Barcellona non fu molto proficua, ma una società calcistica deve il suo successo con i suoi clienti (che sono poi i suoi sostenitori) ad una fidelizzazione molto più forte e spinta di quella di una qualunque azienda. Tale e tanta è l’irrazionalità su cui si basa il rapporto tra tifoso e squadra che qualunque motivo di insoddisfazione può determinare una rottura, e per il cliente del sistema calcio rinunciare al rapporto con il proprio fornitore è operativamente molto più semplice che disdire il proprio contratto telefonico. La Juventus ha fatto negli ultimi anni passi da gigante nel rapporto con i propri tifosi, ma momenti come quello di una finale di Champions sono dei punti di verifica del completamento di questi passi e mosse malaccorte, da questo punto di vista, potrebbero rovinare anni di sforzi in questo senso.
festa-juve-torino-bus_2.jpgE passiamo al secondo punto, ovvero la festa. Eh sì’, festa perché, con tre fronti ancora aperti, si può decisamente considerare la possibilità che almeno uno dei tre produca un nuovo trofeo e, se dovesse succedere, i tifosi si aspetteranno di festeggiarlo con la squadra. Siamo tutti scaramantici e già qualcuno farà gli scongiuri leggendo tutto ciò, ma un’impresa non può permettersi scaramanzie, deve prepararsi a quello che è possibile, se non probabile, che accada. Quando l’anno passato Andrea Agnelli ammise candidamente che la festa per lo scudetto era saltata perché l’organizzazione dell’evento era stata posticipata per “scaramanzia” per accorgersi poi che era troppo tardi, personalmente sussultai. Pareva che la grande Juventus si fosse trasformata improvvisamente nella Longobarda di Oronzo Canà. Anche da questo punto di vista direi che qualcosa di importante deve cambiare. Facciamo gli scongiuri, incrociamo le dita, tocchiamoci dove vogliamo toccarci, ma agiamo con una programmazione che consenta ai tifosi, anche qui, di abbeverarsi appieno alle emozioni che una squadra di calcio offre. Magari l’alta borghesia in cui è cresciuto il Presidente Andrea Agnelli non condivide questi eccessi, ma per il popolo tifoso i festeggiamenti sono una parte fondamentale delle vittorie e le arricchiscono di emozioni fino a renderle indimenticabili, e uno scudetto è un trionfo più apprezzato se si va poi in piazza a festeggiare, tanto da prevenire quella sazietà da vittorie che aveva messo in crisi il rapporto della Juventus con i suoi tifosi ai tempi che precedettero Calciopoli.
Un ultimo punto è quello di accesso allo stadio. E’ inutile aver speso milioni, se non miliardi, per rendere gli stadi un luogo comodo e accogliente, se poi accade che chi entra allo stadio debba sorbirsi tre quarti d’ora di coda all’ingresso, per giunta in una ressa fastidiosa e pericolosa. Da quando all’ingresso è diventato obbligatoria l’esibizione di un documento anche ai possessori di tessera del tifoso (per criteri di sicurezza francamente incomprensibili) le code sono diventate ingestibili. Per di più, in assenza di qualunque transenna esterna, le code sono del tutto selvagge e si trasformano in una marea di folla che, in situazione di compressione spesso pericolosa, arriva a ondate verso steward in crisi, pressati tra spettatori furiosi e misure di sicurezza cervellotiche. Davvero incredibile che questo accada per andare ad assistere ad uno spettacolo che spesso costa più della Prima della Scala. Per la partita di Martedì contro il Monaco le Tribune Centrali hanno tariffe a ridosso dei 200 euro e si annunciano nuovi rincari per la prossima campagna abbonamenti. Se, a fronte di ulteriori sacrifici richiesti ai propri tifosi, la Juventus non offrirà una accoglienza almeno accettabile, il rapporto con i suoi sostenitori rischia anche qui di essere guastato.
Quello della Juventus, che sei anni fa pareva una squadra da metà classifica della Serie A, e che ha invece scalato a tempo di record posizioni in Italia e in Europa fino ad arrivare sulla vetta, è un miracolo ed altrettanto miracoloso è che lo stesso pubblico che sei anni fa riempiva un paio di volte all’anno l’esiguo Olimpico oggi riempia in ogni ordine di posto lo Stadium anche per incontri di Coppa Italia. Come tutti miracoli, una volta raggiunti, vanno preservati e mi auguro davvero che la società bianconera si adoperi per farlo.

Hayir (No)

hayir-bis.jpgIn Turchia è in corso di conclusione la campagna elettorale per il referendum che dovrebbe, secondo le opposizioni, cancellare anche gli ultimi residui di democrazia. In realtà si tratta di un ulteriore accentramento del potere nelle mani del Presidente, in un contesto nel quale le libertà fondamentali delle minoranze sembrano già in pessimo stato di salute.
Siccome il governo ha cercato in tutti i modi di ostacolare la campagna per il no, gli oppositori della sua riforma si sono inventati tanti modi per fare campagna per il no. Il più diffuso è quello di usare l’espressione hayir (”no” in turco) all’interno di una frase, sfruttando anche il fatto che la stessa parola Hayir in turco vuol dire anche “buono”.
La frase nel manifesto a fianco significa (mi dicono) “Ogni giorno è una benedizione”. Contribuisco alla diffusione, nella speranza che possa aiutare il popolo turco a riprendersi la sua democrazia.

I padroni di Via Sansovino 243

via-sansovino-243.jpgE’ passato poco più di un anno da quando scrissi un articolo su Via Sansovino 243 (un interno di una via situata nella periferia di Torino, nei pressi dello Juventus Stadium). Si parlava del problema dei parcheggiatori abusivi, ormai endemico nella zona che circonda lo stadio, e dell’indifferenza delle istituzioni di fronte al progressivo controllo del territorio delle bande dei parcheggiatori. Sì, lo so cosa pensa qualcuno di voi del problema dei parcheggiatori abusivi - Come la fai grossa! Gli dai un euro se vuoi, se non vuoi non glielo dai. Mica ti danno fuoco alla macchina! -. Questo succedeva infatti vent’anni fa quando la piaga del parcheggio abusivo aveva cominciato ad interessare l’area dell’allora Delle Alpi. C’era qualche personaggio, all’apparenza innocuo, che ti chiedeva un euro. Se non glielo davi non succedeva nulla.
Però purtroppo in molti l’euro hanno cominciato a darlo e quello del parcheggio abusivo è diventato un business che col tempo ha cominciato ad obbedire alle logiche del business illegale: controllo e spartizione del territorio, sensazione di potere, arroganza e magari violenza. Così oggi l’interno di Via Sansovino 243 (che in realtà è una via piuttosto lunga) è un’area presidiata da un gruppo di personaggi, tutti italiani e di giovane età, che ti vengono incontro ogni volta che arrivi a parcheggiare chiedendo un euro con aria in genere gentile. Se però non glielo dai la reazione non è sempre altrettanto gentile: voce che si alza di tono, velate minacce, qualche insulto.
Così arriviamo alla sera di Domenica 9 Aprile scorso. Arrivo nell’interno di Via Sansovino 243 per parcheggiarvi la macchina, onde andare allo Stadium e mi avvicinano i soliti parcheggiatori abusivi che, come sempre, ignoro. Questa volta però sono in due ad avvicinarmi e il primo, vedendomi non intenzionato a contribuire, mi dice: “Ehi, noi guardiamo le macchine! Eh…”. A quel punto mi permetto, con la massima calma, di rispondere: “Mah, in realtà una volta che sono tornato indietro, perché avevo lasciato una cosa in auto, non c’era già più nessuno”. Non si sarebbe rivelata una buona idea. Finita la partita infatti, mentre stavo rientrando all’auto nella via ormai semibuia, mi si avvicina uno dei due di prima, con il pretesto di chiedermi una sigaretta. Dopodiché, una volta riconosciutomi, fa segno al suo compare, che si avvicina anche lui, urlando: “Hai visto. Stavolta siamo qui”. Cominciano ad insultarmi e minacciarmi. Tengo famiglia e quindi faccio la cosa che ragionevolezza consiglia di fare in questi casi: tiro dritto senza reagire, estraggo il cellulare e faccio il numero del 112. Prima che dall’altra parte qualcosa cominci a squillare sono già arrivato alla macchina, riaggancio, salgo e vado. Incrocio una pattuglia dei carabinieri e mi fermo a raccontare l’episodio. La risposta è la solita: “Siamo in servizio allo stadio e non possiamo muoverci ma verificheremo“.
Questa è una delle tante storie di piccola illegalità che, sottovalutata e non affrontata nei tempi giusti, si estende, diventa pericolosa e potenzialmente criminale. Nel massimo rispetto e tutela di una cultura garantista a cui mi sento di appartenere, vorrei che tutti si interrogassero sull’esigenza di chi ci governa di tutelare chi vorrebbe poter circolare per la città, senza doversi mordere la lingua e pagare il pizzo pur di evitare un cazzotto o una coltellata.
Ieri sera sono andato di nuovo allo Stadium e ovviamente sono andato a parcheggiare da un’altra parte, perché l’interno 243 di Via Sansovino ormai non è più dei cittadini ma di una banda di balordi. Peccato…

Qualche altra ragione della vittoria del no

coda_sportelli.jpgUna mia parente un paio di mesi fa ha ricevuto una lettera dall’Università che frequenta, nella quale la si avvertiva che era stato individuato un vizio nell’ISEE che aveva consegnato tempo addietro, per essere collocata nell’opportuna fascia di contribuzione, e che quindi le toccava il pagamento di una multa di (udite udite) più di 4000 euro a cui si aggiungeva la perdita di qualunque beneficio fiscale per il resto della sua carriera universitaria. L’ISEE, come molti sanno, è una dichiarazione della propria situazione economica, calcolabile attraverso un processo piuttosto complesso tanto che quasi tutti ricorrono ad un CAF (Centro di Assistenza Fiscale) per il calcolo, compresa la mia malcapitata parente il cui CAF ha però, in questo caso, commesso un errore. Appena ricevuta la comunicazione ha contattato il CAF per avere chiarimenti e fortunatamente (perché trovare persone oneste è ormai questione di fortuna) il CAF ha ammesso l’errore e ha quindi accettato di accollarsi l’onere della multa (anche perché assicurato) ma, attenzione, in modalità di rimborso. Questo significa che la mia parente ha dovuto pagare la salatissima multa ed è in attesa del rimborso che arriverà, pare, entro tre mesi. Racconto questo perché mi sembra una vicenda sufficientemente kafkiana, sia per l’ammontare folle della multa, che per il principio altrettanto irrazionale per il quale io prima devo pagare e poi forse avere il rimborso di chi effettivamente ha commesso l’errore. In più l’ISEE è comunque una dichiarazione che mette insieme tutta una serie di dati che l’Agenzia delle Entrate possiede (sono nel 730) e altri che potrebbe richiedere, come fa il normale cittadino, alla banca dell’interessato. Siccome poi qualcuno quei dati li controlla per elevare, eventualmente, sanzione, perché non li calcola direttamente quel qualcuno e dice al cittadine semplicemente quanto gli deve? Riassumendo, viene richiesto al cittadino di certificare all’INPS qualcosa che l’Agenzia delle Entrate ha o può avere, lui lo chiede ad una terza parte certificata, e se c’è un errore è il cittadino che deve pagare e per di più uno sproposito? No, credo siamo alla follia…
Un’altra vicenda che mi sembra interessante raccontare è quella di un’ecografia alla mano che mi è stata prescritta poche settimane fa. Non era nulla di grave e urgente, ma una ciste di cui mi avevano detto esser bene capire subito la natura. Ho subito telefonato al CUP di Ivrea, città in cui lavoro, per avere un appuntamento e la risposta è stata che la disponibilità più ravvicinata sarebbe stata per Maggio (si intende 2017…). Pensando che fosse un problema locale ho provato a telefonare al CUP di Torino, sicuro che nella grande città ci sarebbero stati molti più posti, ma la risposta disarmante è stata: “In questo momento non prenotiamo perché noi non prenotiamo oltre ai sei mesi e nei prossimi sei mesi al momento non ci sono posti liberi”. Ho fatto un altro giro di telefonate e alla fine ho trovato un posto in una clinica privata convenzionata tra un mese, a metà Gennaio, con una spesa non modica di 61 Euro di ticket.
kafka1.jpgChe c’entrano questi due episodi con la Costituzione? Non molto, anzi quasi nulla, ma c’entrano, a mio avviso, con il referendum costituzionale e con il fatto che la maggior parte delle persone che hanno votato No a quel referendum lo hanno fatto probabilmente non per proprie convinzioni sul bicameralismo paritario o sui rapporti tra Stato e Regioni, ma semplicemente perché non si fida più. Non si fida più non tanto di Renzi, ma del sistema in generale, perché è un sistema che non funziona. E quindi non funziona per il giovane disoccupato o precario, non funziona per la persona di mezz’età che vede la sua pensione allontanarsi sempre più, ma non funziona anche per la classe media che magari non ha le stesse ansie di costoro, ma che non vede nello Stato, nel sistema, quella capacità di essere flessibile e adattabile alle condizioni esterne che il sistema pretende invece inflessibilmente da lui, in uno sbilanciamento tra dare e avere sempre più palese. L’attuale mercato del lavoro ci chiede di essere sempre più bravi, più efficienti, di essere creativi, propositivi, di fare i turni, di lavorare la Domenica, sembra la miniera di Stachanov. Poi quando andiamo in un ufficio pubblico stiamo due ore ad aspettare in coda e quando è il nostro turno l’impiegato ci dice rudemente che l’ufficio sta chiudendo; quando dobbiamo pagare le tasse dobbiamo mettere insieme documentazione che l’Agenzia dell’Entrate ha già, fare complicatissimi calcoli che l’Agenzia dell’Entrate poi controllerà, il tutto per produrre pagamenti che, se errati, ci comporteranno multe salatissime; quando dobbiamo fare una visita medica scopriamo che il servizio sanitario nazionale ci fa aspettare mesi e ci fa pagare profumatamente visite specialistiche che, se fatte privatamente, richiedono poche settimane di attesa e pochi euro di più; le riunioni con i genitori a scuola vengono organizzate con breve preavviso alle cinque del pomeriggio, costringendo chi lavora a prendere un permesso.
Questi, sia chiaro, non sono problemi classificati, nell’immaginario collettivo, come gravi e forse è giusto così, ma è quel genere di goccia che ogni giorno cade sulla testa del cittadino medio ed alla lunga provoca una voragine. Ed è un problema che la politica sta affrontando con grande lentezza. Renzi è caduto anche per questo e chi lo succederà non può che prenderne atto e cercare di invertire questa percezione.

Servizi pubblici a Cinque Stelle

navetta-star.jpgDomenica pomeriggio mi sono recato, con la mia famiglia, a fare un giro per il centro di Torino. Avevamo lasciato l’auto in Piazza Vittorio, ed essendo arrivati a piedi fino in Via Mazzini, abbiamo deciso di prendere la navetta Star 2 per tornare all’auto. Siamo quindi andati alla più vicina fermata, all’angolo tra via Mazzini e Via Accademia Albertina, e lì abbiamo atteso per qualche minuto.
Avendo poi cominciato a temere che l’attesa fosse vana, abbiamo deciso di incamminarci lungo il percorso, voltandoci ogni tanto indietro per controllare che la navetta non sopraggiungesse. Cammina che ti cammina, abbiamo percorso tutta Via della Rocca e siamo alla fine arrivati fino a destinazione, in Piazza Vittorio, a piedi, senza incrociare la navetta tanto sospirata. Alla fine è passata circa mezzora senza che la navetta si manifestasse, quando la frequenza dovrebbe essere di 15 minuti che già non sono pochi, considerando che la navetta dovrebbe costituire un disincentivo ad arrivare in centro con l’auto e che dovrebbe compensare l’estensione alla Domenica del parcheggio a pagamento nella “Zona Blu”.
Insomma, cambiano partiti, giunte e ideologie, si passa dalla società dell’opulenza a quella del declino, ma sembra che nel nostro disgraziato paese l’incapacità di far funzionare i servizi pubblici sia una costante, come l’amore per la pizza e per la nazionale di calcio.

Le ragioni del ni

sana-costituzione.jpgDopo lunga meditazione ho deciso di scrivere qualcosa anch’io sul referendum costituzionale del 4 Dicembre. Anticipo che deluderò sia i sostenitori del no, che quelli del sì, almeno i più radicali nei due fronti, quindi se siete incerti sulla vostra possibilità di gestire la delusione non leggete oltre, non voglio causare forme depressive. Ho letto la riforma con pazienza e ho letto tanti pareri (ne trovate alcuni in calce) in merito; per “in merito” intendo proprio “nel merito” perché tanti, alcuni dei quali anche molto autorevoli, che hanno scritto intere opere letterarie mettendo insieme slogan e luoghi comuni, mi hanno rapidamente stancato. Non starò a raccontare la riforma qui per esteso, c’è chi lo ha fatto e lo può fare meglio di me. Mi limiterò a riportare le mie personali conclusioni.
Intanto provo a rassicurare quelli che sono preoccupati delle nefaste conseguenze che avrebbe la vittoria del No. Non sarà l’ultimo tentativo di riforma della Costituzione, non consegnerà il paese alla “Nuova Casta”, non aprirà la strada al populismo, quello magari succederà nelle successive elezioni politiche, ma c’è ancora un po’ di tempo per organizzare la fuga in Canada. Ci sarà la possibilità di cambiare la Costituzione, magari anche meglio, in futuro, anche se per farlo è necessario che emergano soggetti politici nuovi rispetto alla inguardabile classe politica attuale. Sono certamente convinto che una bella fetta di coloro che il 4 Dicembre voteranno No non lo faranno per un attento esame del testo; lo faranno per la difficoltà che i cittadini del nostro paese hanno di affrontare il cambiamento, per la ritrosia a convincersi che il mondo cambia e che noi dobbiamo cambiare con esso per potere continuare a trovarci bene nel mondo. Ma questo è un dato che rimarrebbe tale anche se vincesse il Sì.
E’ il turno di dire ora cosa non succederà se dovesse vincere il Sì. Ebbene non ci saranno dittature o svolte autoritarie, o meglio se ci saranno non saranno dovute a questa riforma. La realtà è infatti che nella sostanza la riforma sposta davvero poco nei rapporti tra Governo e Parlamento, a differenza di quella del 2005, che il referendum del 2006 bocciò. La rinuncia al “bicameralismo paritario” (cioè la parità di competenze tra Camera e Senato) non cambia le cose, visto che la Camera mantiene le prerogative di prima, venendo solo affiancata, per determinate competenze, dal nuovo Senato a nomina regionale. Chiarirei anche che la nomina regionale non è una “diminutio” del Senato. In primis i senatori saranno consiglieri regionali e sindaci, quindi eletti dai cittadini, tra l’altro con leggi molto più rappresentative rispetto alla vecchia legge elettorale di Camera e Senato (il cosiddetto Porcellum) che presentava liste decise dai partiti. In secondo luogo il fatto che il Senato attinga a poteri locali ne promette la terzietà rispetto a Governo e Camera, terzietà garantita nel caso non improbabile che la composizione del Senato tra i vari partiti sia completamente diversa rispetto a quella della Camera. Come poi saranno scelti i rappresentanti delle regioni al Senato sarà da stabilirsi con legge ordinaria, quindi è superfluo discuterne ora.
L’unica vera modifica nell’equilibrio tra legislativo ed esecutivo è in realtà rappresentata dalla legislazione con “voto in data certa” che sostanzialmente “condona” un uso distorto che da anni i vari governi fanno del “Decreto legge”, anche quando sono molto discutibili i requisiti di urgenza che invece sarebbero richiesti per tale istituto. Questa novità inoltre compensa le limitazioni che per contro sono state apportate all’istituto del Decreto, proprio per incasellarlo più rigidamente nei suoi scopi originali. Si può discutere quindi la forma, ma la sostanza è che non cambia quasi nulla.
Si dirà adesso, sì ma c’è il tanto famigerato “Combinato disposto” (ovvero la combinazione della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale della Camera che non fa parte della riforma e che è stata approvata nel maggio dell’anno scorso). L’insieme dei due provvedimenti garantisce al partito che vinca il primo turno con almeno il 40% dei voti o che vinca al ballottaggio l’ottenimento automatico della maggioranza parlamentare. Giova certamente ricordare che ad esempio in Regno Unito il sistema fortemente maggioritario permette di solito al partito che vince le elezioni di ottenere una vasta maggioranza parlamentare (i tory hanno la maggioranza assoluta dei seggi avendo ottenuto il 36% dei voti alle ultime elezioni), ma anche in Francia i socialisti hanno il 48% dei seggi alla Assemblea Nazionale con il 29% dei voti al primo turno. Tra l’altro in Francia, come nell’Italicum, c’è il ballottaggio che garantisce che chi vince abbia davvero un ampio consenso nel paese e permette che forze di ispirazione autoritaria vengano emarginate, come è successo in Francia alle presidenziali del 2002 e alle regionali dell’anno passato, quando il Fronte Nazionale, pur avendo ottenuto un grosso successo in termini percentuali, ha poi ottenuto ben poco in termini di cariche di governo (sarebbe bello tra l’altro che qualcuno spiegasse ciò a Cuperlo e a quanti vorrebbero eliminare il ballottaggio dall’Italicum). Ammettiamo però che Regno Unito e Francia siano paesi illuminati in cui non esistono i rischi di svolta autoritaria che invece paventiamo in Italia: giova allora ricordare anche che non esiste, che mi risulti, un paese al mondo che impedisca ad un partito di ottenere, se raggiunge un certo numero di voti, la maggioranza dei seggi parlamentari e la guida del governo. Se davvero questa prospettiva fosse l’anticamera della dittatura forse qualche costituzionalista ci avrebbe pensato.
campagna-no.jpgSe nessun costituzionalista ci ha mai pensato è probabilmente perché, affinché una dittatura si instauri, non basta che Governo e maggioranza parlamentare appartengano allo stesso partito, in quanto uno Stato è costituito da molti poteri e l’anticamera della dittatura è in realtà un sistema politico e sociale nel quale una persona o ristretto gruppo di persone controlli ognuno di questi poteri. Se in Turchia la magistratura non fosse controllata da Erdogan non partirebbero mandati di cattura immotivati contro i parlamentari dell’opposizione. Questo è il motivo per il quale il vero rischio per la democrazia in Italia, (che la riforma non aumenta né riduce) e non solo in Italia, risiede oggi nelle scarse garanzie che la Costituzione e la legislazione prevedono per la democraticità dei partiti politici e per il pluralismo dei media. La Costituzione del 1948 ha elevato con l’articolo 49 i partiti politici a potere dello Stato imponendo ad essi un “metodo democratico” ma la generica formulazione non ha impedito il fiorire di partiti che rappresentano organismi monocratici o oligarchici. Altresì è evidente che il ruolo e la concentrazione del potere mediatico nel 1948 erano talmente ridotti da non essere stati tenuti in considerazione dai Padri Costituenti, ma è certamente opportuno valutarne oggi la pericolosità e prendere iniziative per attenuarla. La mancanza di questi due punti è secondo me il più grave vizio della riforma, ma l’assenza di questo tema dall’agenda del fronte del NO (tra cui figurano partiti decisamente monocratici e proprietari di media) non mi fa presagire che la prossima riforma costituzionale sarà, da questo punto di vista, migliore.
Un punto che trovo invece molto positivo della riforma costituzionale è la parte che si riferisce a referendum e leggi di iniziativa popolare. I referendum potranno finalmente scrollarsi di dosso il trucco della falsa astensione, il quorum tornerà ad essere un metro dell’effettivo interesse del quesito e i referendum torneranno ad essere un reale strumento di democrazia diretta. L’innalzamento del numero delle firme richieste a 800 mila non sposta le cose visto che i referendum di vasto interesse hanno sempre raccolto molte più firme del minimo richiesto. Le leggi di iniziativa popolare di cui per decenni si è lamentato l’arenarsi nelle commissioni parlamentari dovranno essere obbligatoriamente votate dalla Camera, anche qui con il contrappeso dell’aumento del numero delle firme richieste. Pensate che dalla loro introduzione solo 4 iniziative di legge su 260 di iniziativa popolare sono state approvate dal Parlamento.
La parte che al contrario mi lascia più perplesso è quello dei rapporti tra Stato e Regioni. Qui viene eliminato il concetto di competenze concorrenti e ricondotte le stesse per lo più al controllo dello Stato. Il problema non è quello dei ricorsi alla Corte Costituzionale, che ci saranno ma che credo siano inevitabili quando si cambiano competenze tra poteri dello Stato, ma un segnale di ritorno ad un centralismo dello Stato che non mi entusiasma. Ad esempio il ritorno allo Stato della competenza sulle opere pubbliche, viste spesso come imposizione dall’alto ai territori locali di disagi in nome del bene comune, rischia di sviluppare ulteriori fenomeni di “nimbismo”. Sarebbe interessante sviscerare meglio altri esempi specifici ma purtroppo questa parte è stata poco trattata da media e politica.
sireferendum.jpgSi sono spesi poi mezzi e parole per discutere l’entità dei vantaggi materiali che la riforma, secondo i suoi promotori, porterà. Risparmi per lo Stato legati al ridimensionamento del Senato e tempi ridotti per l’approvazione delle leggi legata alla riduzione dei casi in cui è richiesta la doppia approvazione delle due camere. L’entità in realtà conta poco. Se davvero queste modifiche rischiassero di essere fatali per la nostra democrazia i vantaggi sarebbero irrilevanti, diversamente anche pochi milioni di risparmio e modeste percentuali di riduzione dei tempi sarebbero sufficienti a farmi personalmente propendere per il sì. Può darsi che il gioco non valesse la candela ma non siamo all’inizio del gioco ma alla sua mossa finale, quindi comunque il tempo lo abbiamo perso, non ha senso perdere anche i pur scarsi benefici se non corriamo rischi.
Un’altra obiezione fatta alla riforma è che sia fatta male. Anche qui può darsi sia vero, non sono in grado di valutarne la qualità giuridica e comunque, da ignorante, intravedo, come detto sopra, grosse lacune. Però il dilemma è se sia meglio rinunciare ai sopra citati vantaggi che questa riforma comporta in attesa di una riforma “migliore” prossima e ventura che potrebbe però non arrivare mai.
In definitiva la riforma non è un passo esiziale della storia della nostra Repubblica, non ha contenuti né rivoluzionari né reazionari, ed il fatto che sia stata presentata come tale dai due fronti è un esempio del tentativo sistematico della politica odierna di confondere le carte e le idee e di parlare alla pancia e non alla testa dell’elettorato. L’invito che posso rivolgere è diffidare di chi lo fa, votare come si vuole a questo referendum, ma di non votare alle prossime elezioni per i partiti che hanno intorbidito in tal modo le acque. Il limite di questo invito è che trovare chi ancora parla alla testa dei cittadini è ormai un impresa, ma proviamoci ancora.

Qualche riferimento:
http://www.glistatigenerali.com/legislazione/il-si-al-referendum-spiegato-con-i-numeri/
http://www.ilpost.it/2016/11/05/guida-senato-riforma/
http://www.lastessamedaglia.it/2016/04/il-referendum-di-ottobre-spiegato-facile-facile/
http://www.nextquotidiano.it/cambiano-le-competenze-regioni-la-riforma-costituzionale/
http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-riforma-costituzionale_b_10460180.html

Il cartismo e lo stipendio dei parlamentari

johnforstchartist.jpgIl Cartismo fu un movimento che recitò un ruolo da protagonista nello sviluppo che la democrazia britannica ebbe nel XIX secolo e nell’inizio di quello successivo. Il nome viene dalla “Carta”, una lista di proposte che rappresentò il programma fondante del movimento. Tra queste proposte vi era l’istituzione di uno stipendio per i parlamentari che consentisse di svolgere l’attività parlamentare anche a chi non avesse la sufficiente disponibilità economica per potere rinunciare ad un lavoro stipendiato. Fino ad allora infatti, anche per questo motivo, la carriera politica era riservata fondamentalmente alla nobiltà. Dopo lunghe lotte, con il Parlamentary Act del 1911 (quello che tra l’altro limitò il potere della House of Lords a beneficio della House of Commons), finalmente l’attività di parlamentare divenne remunerata.
È passato più di un secolo da allora e la situazione è certamente molto cambiata nelle nostre società, ma una cosa non è cambiata. Non è cambiata la necessità di ognuno di noi di mangiare e sostenere le spese, necessarie o meno, che consentono di mantenere il proprio livello di benessere. Per questo trovo un passo indietro, nel cammino della democrazia, la proposta del M5S, di cui si è parlato nelle scorse settimane, di dimezzare lo stipendio dei parlamentari portandolo a 3000 euro. Mi si dirà che 3000 euro al mese sono uno stipendio che un cittadino medio sogna. Sì, ma è uno stipendio inferiore a quello di un qualunque dirigente della Pubblica Amministrazione e se lo Stato decide di remunerare un direttore di un Ufficio dell’Agenzia dell’Entrate meglio di un parlamentare comunica il messaggio che il primo abbia un ruolo più importante e delicato del primo. Quindi, o consideriamo i parlamentari degli schiacciatasti, la cui unica qualità può essere considerata l’onestà, oppure, se ancora attribuiamo una funzione legislativa al Parlamento, dobbiamo esigere da un parlamentare anche le capacità e le competenze necessarie a svolgere efficacemente tale funzione. È difficile pensare che tali competenze non siano remunerate molto bene sul mercato del lavoro e che molti potenziali parlamentari non si mettano una mano sul portafoglio prima di intraprendere la carriera politica. Ci sarà chi se ne rallegrerà, attendendosi che i parlamentari siano solo individui animati da uno spirito messianico. Temo di essere realista nel considerare molto più probabile che la conseguenza di ciò sarebbe il riservare il ruolo di parlamentare ad incompetenti o a persone che contano di monetizzare altrimenti il proprio ruolo.weto81477408987-678x381.jpg
Trovo abbastanza esemplificativo della totale schizofrenia in cui versa buona parte della politica italiana il fatto che chi consideri ineludibile una norma che mortificherebbe il ruolo del parlamentare stia contemporaneamente combattendo contro la riforma Boschi proprio in nome dei rischi, a parer mio molto più opinabili, che ciò determini un ridimensionamento del ruolo del Parlamento.

Foto che rappresentano un’epoca

donald-trump-goldenlift.jpgSe un giorno l’opinione pubblica occidentale rimetterà la propria rabbia al suo posto e riprenderà il controllo della propria ragione, magari si guarderà alle spalle con senso critico e allora credo che foto come questa diventeranno simbolo dell’epoca che viviamo. Due uomini politici (anche se da poco) che non esitano ad esibire la propria ricchezza, con un rapporto difficile con le tasse e con l’intenzione di farne pagare poche anche ai loro simili, che festeggiano la vittoria che il popolo ha tributato loro dentro un ascensore dorato.
Come non leggere nelle loro scomposte risate il sottotitolo: “Caro popolo, che tanto ci ami, te l’abbiamo messa nel sacco anche stavolta”?

Di chi è la colpa?

donald-trump.jpgDa lungo tempo seguo il lavoro di Alessandro Gilioli, un giornalista che ho sempre apprezzato per il suo essere riflessivo e combattivo ad un tempo; per il suo andare in direzione contraria senza farne una professione e un atto di fede. Eppure, da un po’ di tempo, sul suo blog ho iniziato a vedere pezzi che presentano toni e contenuti più adatti al beppegrillo.it. L’ultimo è uno di pochi giorni fa, nel quale presenta, pur con molti distinguo e forme dubitative, la sentenza dell’Alta Corte britannica, che rimanda al Parlamento la ratifica della decisione del Regno Unito di abbandonare l’UE, come un simbolo della progressiva sottrazione del potere decisionale dei cittadini operata dalla politica, dalla finanza, dalle lobby, eccetera.
Ora, se una sentenza emessa a lume di diritto, con lo scopo di ripristinare la centralità del Parlamento in una vicenda come quella della Brexit che aveva visto finora il Governo britannico condurre il gioco, viene presa per un atto di espropriazione della democrazia da un poveretto su facebook posso solo sorriderne, ma Gilioli no. Gilioli, e quelli come lui, fanno parte di quella categoria di individui che ha gli strumenti culturali e tecnici per spiegarci cos’è un Parlamento, cos’è la magistratura, quanto è importante che in democrazia i poteri democratici mantengano un ruolo ed una centralità nelle scelte. Se costoro abdicano alla loro funzione lusingati dal ragionare dei bufalari da social network allora non c’è più speranza. Se vince Trump, se vince la Brexit, se vincono forze politiche che esprimono un’insofferenza per i pilastri della democrazia è perché anche chi a parole sostiene quei pilastri, lo fa in realtà con scarsa convinzione e scarsa voglia di approfondire e spiegare. Quante volte ho sentito dire, nelle ultime settimane, da illustri personaggi dell’area progressista, che la vittoria di Trump è la sconfitta di un partito democratico che non ha saputo dare risposte alla “gente”? Mi sono più volte domandato come sia possibile che 
la più grande riforma sanitaria della storia degli Stati Uniti che ha consentito a 10 milioni di persone di potersi permettere una copertura sanitaria fosse caduta nel dimenticatoio anche di chi dovrebbe considerarla un trionfo. E che dire della riforma fiscale, mai accolta da un Parlamento a maggioranza repubblicana, che avrebbe aumentato il carico fiscale sui più ricchi a vantaggio dei redditi medio-bassi? Anche questa non conta nulla? Eppure la litania, sentita alla nausea, era che i due candidati erano uguali, che Hillary Clinton non era migliore di Trump, eccetera…
Come tutti i movimenti di pensiero in crescita il populismo sembra abbia contagiato anche chi non ne fa parte, portando ad un livellamento di tutto e tutti, ad un radicalismo che assimila in una massa indistinta chiunque abbia responsabilità decisionali.
obamacare.jpgQuello che è in crisi oggi non è altro che la capacità di analisi della realtà. Il contrapporre una visione analitica e razionale ai moti emotivi che agitano l’opinione pubblica, con la complicità di chi quei moti sa indirizzare per i propri fini, è la battaglia da vincere, se vogliamo salvare il sistema democratico. E’ la battaglia contro chi considera la parola intellettuale un insulto e l’intelletto un arnese superato da mettere in soffitta. E’ una battaglia per riportare l’intelletto, il pensiero, la competenza, ad essere valori fondamentali e non inutili orpelli. Non è una battaglia che si vince nelle piazze o nei plebisciti, è una battaglia che si vince nella nostra mente, e lo si fa anche continuando incessantemente a ragionare sulla realtà e non cedendo a chi ci propone letture superficiali.
Se la società occidentale è in crisi non è perché abbiamo perso tempo ad analizzare la realtà, semmai perché forse ne abbiamo speso troppo poco e purtroppo continuiamo a farlo.

Lo scandalo Apple e la società postfattuale

457px-endakenny.jpgE` passato un po di tempo dall’esplosione dello scandalo Apple ed un sondaggio diffuso nei giorni scorsi ci ha detto che il 47 % degli irlandesi sono favorevoli alla linea del governo e di Apple. E` il coronamento di una vicenda che illustra in modo esemplificativo le contraddizioni logiche da cui è afflitta la società postfattuale (neologismo molto in voga che ho deciso di adottare). Per chi si sia perso la vicenda, Apple ha creato una società fantoccio con sede in Irlanda sulla quale ha concentrato tutti i profitti delle vendite in Europa. Dopodiché, non contenta della tassazione molto bassa in Irlanda, ha negoziato con il governo irlandese aliquote molto favorevoli, rispetto alla concorrenza. Al di là dell’ovvia violazione del principio che la legge è uguale per tutti, il governo irlandese ha chiaramente fatto buon viso al trucco di Apple (di cui non può non essersi accorto), facendosi complice di un’evasione di dimensioni epocali negli altri paesi europei.
Il fatto poi che davvero i contribuenti se ne siano giovati in termini di posti di lavoro è da discutere. Se negli ultimi 10 anni Apple ha risparmiato 13 miliardi di euro, ricorderei che quello che ha dato in cambio (e solo all’Irlanda) sono 6000 posti di lavoro, ovvero 200 mila euro all’anno per ogni posto di lavoro. Certo l’Irlanda, come paese se n’è giovata (ma beninteso solo quei 6000), ma al prezzo di un danno consistente verso gli altri paesi europei. tim_cook_2009_cropped.jpg
Si tratta in realtà di qualcosa che è normale in un mondo afflitto da un insostenibile squilibrio di potere tra economia privata e istituzioni pubbliche, che porta un’organizzazione come Apple a potersi sedere al tavolo del Governo di un paese nient’affatto caraibico come l’Irlanda e spiegargli che vorrebbe non pagare le tasse, senza essere buttato fuori dalla stanza come succederebbe a qualunque contribuente. E meno male, si dovrebbe dire, che c’è l’Unione Europea che forse ha rimesso le cose al loro posto. Forse… E forse è riuscita a farlo perché Apple ha esagerato. In quanti altri casi governi nazionali devono sottostare ai ricatti di aziende di pari dimensione? Il tono sguaiatamente arrogante con il quale Apple ha commentato la vicenda, degno di un bulletto di periferia, lascia pochi dubbi sul fatto che a questi tavoli siano i governi ad arrivare col cappello in mano… vestager_520_2012-04-16.jpg
Certamente il sondaggio sopra menzionato si riferisce al parere degli irlandesi, che sono i meno danneggiati dalla vicenda, ma cosa diranno quando un’altra multinazionale sposterà i propri profitti maturati in Irlanda in un altro paese europeo sottraendolo alle casse del loro paese? Non mi pare d’altronde che nemmeno nel resto d’Europa l’indignazione abbia raggiunto livelli di guardia. Di fronte a 13 miliardi evasi ci si aspetterebbe una rivolta sociale, ci si aspetterebbero boicottaggi contro la Apple, contro l’Irlanda, richieste di dimissioni del Governo di quel paese ed invece nulla di tutto ciò. C’è quasi un certo fastidio verso l’intervento della Commissione Europea e una velata simpatia per Apple che l’ha fatta in barba all’Europa, ovvero ai suoi Stati Membri, ovvero ai loro contribuenti, ovvero a noi stessi. E alcuni di costoro magari sono gli stessi che da un lato lamentano lo strapotere delle Corporate nei confronti dei governi nazionali ma che dall’altro, quando poi si parla di un Governo Europeo, di Stati Uniti d’Europa, gridano alla perdita di sovranità. E poi tutti insieme in coda all’Apple Store a comprare l’ultimo modello dell’iPhone per poi lamentarsi dei tagli alla scuola, alla Sanità eccetera… Quanto autolesionismo c’è nella società postfattuale?

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